Due Giorni nella Vita di Piccino. Ultima Puntata. Benedetta De Vito.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, a cui va il nostro grazie di tutto cuore, offre alla vostra attenzione l’ultima puntata del fogliettone estivo su Piccino, che ha tradotto per Stilum. Le puntate precedenti le trovate: quiqui, e qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E anche qui. Buona lettura e condivisione.

§§§

Cominciò a sentirsi vuoto e furioso. Aveva un solo pensiero fisso: scappare. Nel pomeriggio fu vestito con un altro abitino da bimba, con la fascia intorno alla vita e il colletto di pizzo e molte signore e signori vennero a trovare lady Aileen. I suoi tè delle cinque del pomeriggio erano molto popolari, e tutti erano venuti a vedere il bambino che aveva raccolto a Ceriani. Le persone si divertivano sempre un mondo ai suoi capricci. E Piccino fu di nuovo al centro degli esami e dei commenti e usato come uno scherzetto vivente, e più si ritraeva e faceva il broncio più ridevano di lui, fino a che le guance gli diventarono rosse e si rifiutò di mangiare i dolci che gli venivano offerti come a un pappagallo per farlo parlare o a un cagnolino per farlo saltare.

“Un bambino chiuso, triste –  disse lady Aileen – ed evidentemente  detesta i modi civili. Pensate un poco, credeva che Nicholson volesse affogarlo e lottò come un tigrotto quando lo immerse nella vasca. Il cane da guardia è riuscito a liberarsi e ha dormito con lui. Non ha mangiato quasi niente oggi e mi chiedo se si riuscirà a farlo diventare una personcina civile”.

Mentre tutti bevevano il tè e la cioccolata e mangiavano torte in salone e bighellonavano tra i fiori del terrazzo, dei musicanti entrarono nella proprietà. Un uomo e una donna con dei bambini che suonavano la chitarra e il mandolino e che cantavano canzoncine villerecce avevano visto da lontano  gli abiti dai colori accesi e udito  le voci e ne erano stati attratti. In quei posti di solito raggranellavano soldi.

Quando cominciarono a suonare e a cantare Piccino corse alla finestra. Cantavano come i paesani di Ceriani, non gli sembrava vero. Quando li vide, volle andar loro incontro. C’era un ragazzo che cantava con il papà e la mamma e c’era una ragazza, più o meno dell’età di Maria, che non cantava. Toccava a lei girar col piattino a chiedere i soldini e se ne stava, nell’attesa, composta, in disparte, sbocconcellando un tozzo di pane nero. Aveva altri pezzi di qualcosa legati al grembiule ed era tutta quanta uguale a Maria quando riusciva a elemosinare qualcosa di buono, che a Piccino cominciò a venire l’acquolina in bocca e gli venne un’idea temeraria.

Tutti stavano divertendosi e tutti si erano dimenticati di lui. Si guardò furtivamente intorno e uscì da una porta laterale.

Un minuto dopo la ragazza uguale a Maria ebbe un soprassalto. In mezzo a palme e rose comparve una figuretta strana. Era un bambino vestito in gran spolvero come se appartenesse ai più ricchi tra i forestieri, ma aveva un visetto abbronzato e immensi occhi neri e la guardava come si guardano solo due contadinelli e parlava l’italiano suo, dei paesani.

“Ho fame – disse – non ho mangiato niente. Dammi un pezzo del tuo pane”.

La ragazza lo fissò, sconcertata. “Del pane! – esclamò – vivi qui?”

“Vivo a Ceriani – disse – sono Piccino. La signora mi ha portato via. Dammi del pane”.

Spezzò un bel pezzo di pane e continuava a fissarlo. Le era venuto in mente che potesse darle qualcosa in cambio. Nel grembiule aveva del salame ben condito all’aglio e gliene diede un pezzetto.

Piccino lo afferrò e lo divorò. Non gli era mai sembrato così buono. Mangiò tutto come un lupetto, un morso al pane, un morso al salame. Viso e mani sporche di grasso. Teneva il salame ben stretto, divorò tutto in fretta.

“Ma non ti danno da mangiare?”

“Sì, grumi di carne cruda e non riesco a mangiare la loro pasta”, disse Piccino.

Ecco come erano, per lui, i bocconcini con l’osso di montone, il porridge e il risolatte.

Mr Gordon, uno degli invitati, guardò per caso fuori dalla finestra. Si infilò subito gli occhiali.

“Piccino sta familiarizzando con la ragazzina dei musici, lady Aileen – disse ridendo – stanno mangiando pane e salame”.

“Che orrore!”, esclamò lady Aileen. Mandò Greggs a riportarlo a casa immediatamente.

Greggs ritornò pochi minuti dopo, trascinandolo dentro riluttante, gote e bocca imburrate di grasso di salame e esalante un tale afrore  di aglio che tutti si accorsero della sua presenza. Gli facevano ala, lasciandolo passare.

“Che orrore! – disse lady Aileen – puzza di aglio! Lo porti via subito Greggs. Lo porti da Nicholson e gli dica di lavarlo”.

Così per la terza volta in un sol giorno Piccino fu inondato di acqua e sapone. Ma la puzza d’aglio non andava via. Impossibile anche per Nicholson. Lindo e pinto com’era, infilato in un nuovo vestitino, ne era pervaso e l’odore d’aglio impregnava l’aria che lo circondava. Non capiva le parolacce che Nicholson gli dedicava, non sapeva tradurle, ma di certo lo stava insultando. Maria veniva sgridata spesso a casa, a lui capitava di rado, ma non poteva sbagliarsi sul conto di Nicholson. Era furente, per lei Piccino era un porcello sporco e porta pegola. Si era vestita con eleganza per il pomeriggio e si era divertita un mondo a guardare tutta quella gente in giardino. Essere chiamata per lavare e vestire di nuovo quel campagnolo unto e puzzolente di aglio era davvero troppo da sopportare. Così alla fine, a un movimento risentito di Piccino, gli diede un altro sonoro ceffone per la seconda volta in un giorno.

Aprì la bocca, Piccino, sbottò in un urlo di rabbia e poi d’improvviso fu muto. Se avesse avuto ventisei anni e non sei, l’avrebbe trapassata con un coltello se ne avesse avuto uno a portata di mano. Apparteneva a una razza che sapeva usare i coltelli.

Lo sguardo nei begli occhi di Piccino fece a Nicholson una strana impressione.

Non si poteva riportarlo in salone e Nicholson non aveva intenzione di starsene lì seduta con lui a respirar aglio. Quindi lo piazzò su una poltrona e lo lasciò lì da solo, poi chiuse la porta e se ne andò. Sarebbe rimasta in una stanzetta attigua a guardar fuori dalla finestra e gli avrebbe dato un’occhiata di quando in quando.

Piccino seduto, respirava rabbia e aglio, dopo che lei se ne fu andata. Sul muro che gli stava di fronte c’era uno specchio ovale con una cornice di fiori di porcellana di Dresda. Gli rimandava l’immagine di lui, il visino perfetto, gli occhi fiammeggianti, la bocca atteggiata a una smorfia, il colletto di pizzo e il fiocco, e il vestito di ragazza fatto e finito. Non sapeva di essere bello, si sentiva soltanto ridicolo, era furente perché continuavano a immergerlo nell’acqua,  perché  i servitori lo detestavano e non volevano toccarlo, perché era stato sgridato e schiaffeggiato e  perché il ciuco, combinato come era, non lo avrebbe neanche riconosciuto. D’un tratto gli occhi erano pieni di lacrime. Mica voleva rimanere qui per sempre, essere messo nell’acqua ogni poche ore, e insultato e star da solo tutto il giorno senza nessuno con cui giocare e non capire un’acca di nessuno e non vedere più Maria e il ciuco. No, no! Lacrime giganti calde per la rabbia e per il dolore gli rigavano le guance. “Voglio andare a casa! Voglio andare a casa”, singhiozzava.

Quando Nicholson entrò a dargli un’occhiata lo trovò che dormiva con il viso schiacciato sul braccio della poltrona.

“Non lo sveglierò di certo, volesse il cielo. Lo lascerò qui a dormire e cenerò in santa pace. Se la signora vuole tenerselo dovrà trovarsi una nanny regolare”.

Si svegliò al crepuscolo.  Gli ospiti di Lady Aileen erano andati via da un pezzo e lei era uscita per una scarrozzata preserale, cosa che le piaceva molto fare. I servitori se la stavano spassando a modo loro in cucina e la casa era tutta quanta immersa nel silenzio.

Sembrava così ferma che a Piccino, quando scivolò giù dalla poltrona e si piantò sui piedi stropicciandosi gli occhi, fece quasi paura. Era abituato a vivere in una catapecchia piena di bambini, con la stalla e il ciuco lì vicini, che la villa di lady Aileen gli sembrava enorme. Non lo era, ma lo sembrava. Si guardò intorno e si mise in ascolto.

“Non c’è nessuno qui – disse – sono andati tutti via, Nicola è andata via”

Non voleva certo Nicholson, ma un senso di desolazione lo afferrò.

Poi mentre se ne stava lì tutto solo udì un rumore che cambiò tutto. Veniva attraverso la finestra, che era aperta e Piccino gli corse incontro. Era la voce dell’amico che era venuto da lui la notte precedente, il cane che viveva nella bella cuccia al cancello e che voleva star con gli  uomini e che era tanto infelice.

Piccino rimase in ascolto qualche minuto e sentì che il respiro gli montava veloce. Si girò, corse alla porta. Non era chiusa. Nicholson non ci aveva pensato. Aprirla non fu difficile poi corse verso le scale.

Non uscì dalla porta principale. Quella era chiusa e sapeva di essere troppo piccolo per aprirla ma si ricordava bene l’uscita laterale che dava sul giardino dalla quale era scappato via quando aveva conosciuto la ragazza che somigliava a Maria. La ritrovò e uscì tra i fiori in un minuto, correndo veloce lungo il viale fino al cancello.

Il cane in visibilio nel vederlo non smetteva di uggiolare e di saltare di gioia. Riconosceva benissimo l’amico con cui aveva diviso il sonno. Forse gli piaceva anche il puzzo d’aglio che si sentiva più forte che mai. I due si abbracciarono, si strofinarono e si rotolarono insieme finché Piccino non fu abbastanza sporco per un nuovo bagno. Ma, dipendesse da lui, non ce ne sarebbe stato un altro, mai più. Voleva portarsi dietro il cane, lo avrebbe aiutato a trovare la strada di casa; così dai e dai, strappa e tira, il collare alla fine si liberò dalla catena. Il cane, sentendosi libero, prese a correre di su e di giù e a girare in tondo a perdifiato e felicissimo, saltando come un selvaggio.

“Vieni – disse Piccino – vieni con me, vado a casa”.

Non aveva calcolato le molte probabilità che aveva di essere riacciuffato e riportato in prigionia. Era troppo giovane per pensarci, ma ne sapeva abbastanza per capire che doveva nascondersi nell’ombra al sopraggiungere di chicchessia. Prese a camminare sotto alberi e rasente i muri finché non lasciò la strada principale che correva in mezzo alla cittadina. Passò case, negozi, ville e giardini, poi finalmente raggiunse la strada che saliva in collina tra gli uliveti. E si sentì a casa. Non sapeva ancora di essere lontano le mille miglia da Ceriani; sapeva soltanto che gli alberi, i grandi e i piccini, gli erano famigliari, che alzando lo sguardo vedeva il cielo che conosceva così bene, e che il vento che soffiava tra i suoi riccioli non lo aveva fatto negli ultimi due giorni così strani. Tutto questo gli diceva che Ceriani era vicina.

Era abituato a correre di qua e di là, danzando sulle sue gambette tutto il giorno, altrimenti sai che stanchezza! Quando però cominciava davvero a sentirsi stanco, sedeva tra l’erba e il cane accanto a lui. Si parlavano a modo loro. Poi via di nuovo e camminare.

Avevano camminato, si erano riposati già parecchie volte prima di sentirsi davvero scoraggiato. Le gambe erano così corte e iniziò a pensare che Ceriani fosse troppo lontana! Iniziarono a lumeggiar le stelle e Piccino era tanto piccolo e quelle carrozze dei forestieri ci avevano messo un sacco ad arrivare a San Remo dopo il pic nic. Cadde seduto d’un botto e scoppiò in un pianto.

“Non riusciamo a trovarla, non ci riusciamo proprio!”

Il cane sembrava molto abbattuto. Di certo aveva capito quel che gli stava dicendo Piccino. Scosse il capo e le orecchie fecero flap flap. Poi si avvicinò a Piccino e lo baciò, leccando le lacrime salate che scendevano copiose sulle guance. Sapeva che poteva trovare benissimo il posto, ma non poteva lasciare il suo amico, così piccolo, lungo la strada. Così rimase seduto, lo osservava e baciava le lacrime con allegria.

“Non riusciamo a trovarla, Maria, Maria Maria!”

Dietro una curva sulla strada sottostante ecco un asinello che trascinava un carretto. Un carretto di contadini, fatto con corde allacciate insieme strette strette. Dentro sedevano tre persone, un ragazzo e due giovanotti. Erano stati a una “festa”, il ragazzo dormiva e i due giovani erano di umore allegro. Avevano ballato e si erano divertiti, avevano bevuto così tanto vino da non sapere bene che cosa stessero facendo. Cantavano, si prendevano in giro a vicenda e ridevano. Una delle prese in giro riguardava Maria, una contadinotta con la quale tutti e due avevano danzato. Dopo aver riso e scherzato cadde il silenzio per un poco, si sentivano instupiditi dal vino e dal rollio del carretto tirato dal ciuco. Tutt’intorno la pace, il vento che veniva dal mare scherzava tra gli ulivi e lassù brillavano le stelle dolcemente sull’ombra tutt’attorno.

“Che pensi, Pietro?”, disse uno dei due, ridendo.

“Maria! Maria! Maria!”, gridò Piccino che era lì a pochi passi sopra di loro.

Entrambi scoppiarono a ridere.

“Certo, a Maria! Maria! – disse Alessandro – lo gridano anche gli alberi!” E la cosa gli piacque così tanto che presero a sbellicarsi dalle risa e il ciuco ebbe paura che cadessero dal carro.

Erano vicinissimi a Piccino e l’asino puntò i piedi e si fermò, forse voleva riposarsi forse lo fece per un istinto misterioso.

“Maria! – gridò Piccino Voglio andare a casa, voglio a-n-d-a-r-e a ca-sa!”

“Un bambino, si è perduto”, disse Pietro.

Il vino li rendeva allegri e pronti a qualsiasi avventura.

Pietro scese dal carro e s’avvicinò a Piccino in lacrime e al cane che gli sedeva accanto.

“Chi sei e che cosa fai qui?”

Piccino rispose a singhiozzi, sbarellava e i due giovanotti risero assai. Lo trovarono uno spasso e ancor di più quando si accorsero di come era conciato. Con la testa ancora piena di vino riusciva loro difficile mettere insieme la storia e capire che cosa significava il racconto senza capo né coda  sui forestieri sull’acqua, su Nicola e il ciuco, ma capirono in un modo o in un altro che il bambino viveva a Ceriani e che voleva tornare a casa da Maria. Anche loro abitavano vicino a Ceriani e se fossero stati sobri avrebbero capito al volo tutta quanta la verità; tutto sommato era un bel gioco da giocare fino in fondo.

“Portiamolo con noi fino a dove dobbiamo andare – disse Alessandro – da lì troverà il modo di tornare a casa sua. Magari ci parlerà della sua Maria. Magari è anche più carina della nostra”.

E così fu sollevato e messo nel carretto e tutto fu chiarito tra loro e capì anche il cane che poteva ben raccontare quanto penoso era stare alla catena senza mai ricevere una carezza.

Piccino sedeva nel carretto, si appoggiava ora al ragazzo ora a Pietro, rispose alle domande su Maria e non capiva perché i suoi due salvatori ridessero tanto per tutto ciò che diceva. Maria gli sembrava una personcina molto matura e capì che i due non pensavano che fosse una donna. Pietro aveva con sé in un cartoccio tante robine buone comperate alla festa e le offrì a Piccino.

L’essere una cosetta soffice, un coniglietto amoroso, rendeva tutto più facile anche quando si veniva raccolti per strada da due contadini pieni di vino a buon mercato. Risero alle sue ciance senza senso, un vero divertimento e quando s’addormentò lo lasciarono accucciarsi e star comodo.

Dormiva della grossa quando lo svegliarono.

“Ecco! – dissero – scendi, da qui troverai  facilmente la strada per Maria”.

Rimase malfermo sulla strada dove lo aveva messo Pietro, si stropicciò gli occhi, il cane gli saltellava intorno leccandolo.

“Dove è Maria?”, chiese mezzo addormentato.

Anche Pietro e Alessandro erano insonnoliti ora, si erano persino dimenticati di lui durante il tragitto.

”Vai e la troverai – dissero – Ceriani è qui vicino”.

Quando vide l’asino voltar per la salita, a Piccino vennero di nuovo le lacrime agli occhi perché era di nuovo solo finché alla luce della luna, che era sorta da quando lui era caduto nel sonno, vide la sagoma di un albero a lui noto, un ulivo enorme, dal tronco ritorto dove si fermava sovente durante le passeggiate con Maria. Il cuore iniziò a battergli forte, le lacrime si asciugarono. Era vero! Era vicino a Ceriani! Era vicino a casa! Poteva benissimo trovarla! Cominciò a correre a razzo per quanto glielo consentivano le sue gambette. Il villone,  i gran signori che l’avevano preso in giro, la vasca da bagno, Nicola e l’orribile pasta sembravano lontane come Ceriani e il ciuco lo erano state al mattino. Le lacrime che s’erano asciugate per la gioia, sgorgavano ora appunto di gioia. Lui non lo sapeva ma era la gioia che lo strozzava.

Corse, corse a perdifiato e ogni momento vedeva cose che conosceva e che amava proprio perché le conosceva. La luna tarda brillava su di lui, una figuretta in corsa, tutta cuore e gli alberi tremavano al suo passaggio.

“Maria! Maria!”, bisbigliava dolcemente.

Era arrivato, la sua amata catapecchia che gli pareva di aver lasciato secoli prima. Rimase fermo picchiando all’uscio con il suo piccolo pugno.

“Maria! Maria! – disse – apri la porta! Sono tornato a casa, fammi entrare!”.

Ma dentro dormivano il sonno della fatica, grandi e piccini. Non lo avrebbero sentito neppure se avesse fatto un fracasso. Poteva far molto meno con le sue manine. Dormivano così profondamente che li sentiva respirare. Rimase lì a battere alla porta al chiaro di luna, ma nessuno gli rispose.

Il cane, seduto accanto a lui, scodinzolava e lo guardava con certi occhi che non lo facevano sentir punto solo e non gli veniva neppure da piangere.

In ogni caso era a casa, di nuovo tra le colline, con gli alberi ad abbracciarlo e Maria e il ciuco.

Il suo lamento si spense in un senso di sollievo. Sì, l’asino era nella stalla e la porta non teneva nessuno fuori. “L’asino ci farà entrare – disse al cane – andiamo”.

Pochi secondi dopo l’asina fu svegliata da un qualcosina di morbido che le premeva addosso. Essendo un animale pieno di memoria riconobbe subito il suo piccolo amico che era venuto da lei in quell’ora assurda. Riconobbe la vocina che parlava e il corpicino che si accoccolò al suo fianco come fosse un cuscino ed essendo materna e affettuosa non fece nessun movimento brusco che disturbasse il piccolino.

Al mattino molto molto presto quando Rita aprì la porta della stalla e lasciò entrare la luce d’oro che il sole faceva dardeggiare tra l’ombra degli ulivi, un raggio illuminò il piccolo vagabondo che dormiva della grossa appoggiato al fianco dell’asina, le braccia intorno al collo della bestiola. Il cane gli dormiva addosso amorevolmente.

Tutto sommato lady Aileen non si sorprese né si turbò quando scoprirono che era fuggito via. Mandò qualcuno a Ceriani e quando seppe che era lì, rise. In effetti quel divertimento era troppo faticoso per lei, troppo difficile trasformare un animaletto selvaggio, che aveva orrore e repulsione per la  civiltà, in una personcina, appunto, civile. Mandò un po’ di soldi a Rita, non troppi, ma abbastanza per farla sentire ricca per qualche settimana. Per il resto Piccino diventò solo parte di un aneddoto che amava raccontare ai suoi amici di Londra che andavano pazzi per le storielle italiane.

“Pensava che fossimo noi i selvaggi, noi i pazzi – ripeteva sempre – credo che avrebbe sopportato tutto, tranne  l’acqua della vasca da bagno. Diceva, e rideva, che lo “avevamo messo nell’acqua!”.

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