Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, a cui va il nostro grazie di tutto cuore, offre alla vostra attenzione la undicesima puntata del fogliettone estivo su Piccino, che ha tradotto per Stilum. Le puntate precedenti le trovate: qui, qui, e qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E anche qui. Buona lettura e condivisione.
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Lady Aileen si rivolse al valletto che stava sulla porta.
“Mi mandi Nicholson”, disse.
“Porti il bambino in sala”, disse a Greggs.
Piccino fu portato in sala in maniera maldestra, proprio come quando era stato messo a cassetta e Greggs lo depositò in un angolino di pavimento dove non c’erano tappeti.
Rimase lì, impalato, gli occhi lucenti su lady Aileen.
Lady Aileen parlò ai suoi amici ma Piccino non capì niente perché parlava in inglese.
“Guardatelo, è proprio come un animaletto – disse – non capisce che cosa sta succedendo. Temo che sia un po’ stupido, ma che bellezza!”
“Povero piccolino! – disse la ragazza – mi pare stremato”.
Nicholson comparve quasi subito. Era una giovane donna molto a modo, alta, perfettamente in ordine, che portava un cashmere nero con colletto e grembiuli nivei.
Lady Aileen accennò a Piccino.
“Ho portato questo bimbo da Criani – disse – lo porti di sopra, gli tolga quei quattro stracci e li bruci. Gli faccia un bagno, forse due o tre saranno necessari. Gli sistemi i capelli. Modesta mi aiuterà a cambiarmi. Verrò in bagno io stessa appena possibile”.
Piccino la guardava fisso. Che cosa stava dicendo? Che cosa stavano per fargli?
Lei si girò e andò dai suoi ospiti nel salone e Nicholson gli si avvicinò, dandogli la stessa antipatica sensazione che aveva provato con Greggs. Sapeva di non piacerle e parlava in inglese.
“Vieni su con me. Ti laverò”, disse.
Ma Piccino non capiva e non si muoveva. Dovette afferrarlo per la mano e trascinarlo su cosa che le spiacque molto. Lo portò su per le scale e attraverso i corridoi. Piccino vide balenarsi davanti camere da letto stupefacenti di colori sgargianti, con cuscini di seta e di pizzo e si sentì ancora più a disagio. Alla fine aprì una porta e lo portò in un posto che era tutto bianco e blu, di porcellana, tutto quanto, muri e pavimento, compreso uno strano oggetto in un angolo che aveva sul fondo delle cose d’argento luccicante. Lo lasciò andare e andò alle cose d’argento e le girò e, come per magia, due ruscelli di acqua chiara sgusciarono fuori e cominciarono a riempire un abbeveratoio blu e bianco come il letto di un torrente si riempie alle piogge di primavera,
Gli occhi di Piccino si allargarono e le ciglia diventavano, a ogni occhiata, ancora più vellutate. Stava facendo tutta questa manfrina preoccupante per divertirlo? Maria non aveva mai visto una cosa del genere a San Remo sennò glielo avrebbe detto di certo. Stava vedendo più cose di Maria. Per una manciata di secondi fu contento di essere lì. Se i ricchi “forestieri” possedevano giocattoli come questi, chissà che cosa altro avevano. L’acqua era pure calda. Vedeva le graziose nuvolette di vapore piroettare sulla superficie. Si avvicinò per guardare meglio.
“Nicola”, come la chiamava tra sé – avendo sentito lady Aileen chiamarla Nicholson – Nicola andava avanti e indietro, raccogliendo cose curiose – una torta bianca fatta di qualcosa, una cosa grande, rotonda piena di buchi, poi grandi pezzi di pezze pesanti, soffici, con le frange, qualcosa – queste per ultimo – dovevano essere le cose di cui aveva sentito parlare Maria, che venivano usate in chiesa dai preti.
“Che fai?”, che vuol dire che cosa stai facendo, disse a Nicola.
Ma lei non lo capiva e rispose qualcosa in inglese, togliendosi i polsini e tirandosi su le maniche.
A quel punto i due ruscelli avevano saltellato e danzato nel letto del torrente fino a riempirlo quasi tutto. Nicola girò le due cose d’argento come aveva fatto prima e, per magia di nuovo, il flusso si fermò e la pozza chiara era ora ferma mentre il vapore continuava a salire.
Nicola lo prese e si mise a togliergli i panni con la punta delle dita e intanto parlava in inglese. Non capiva che stava dicendo: “Guarda un po’ che bel lavoretto per la cameriera di una signora. Dovrò mettere i miei vestiti a lavare e poi gli stracci. Il lerciume di questa gente è insopportabile. Ed è proprio tipico della signora prendersi uno scherzo della natura simile. Non c’è fine ai suoi capricci. Bruciali! E’ una parola. Prima sono nel fuoco e meglio è”. Gli tolse l’ultimo straccio e gli diede un calcio col piede. Piccino le stava in piedi davanti, un cherubino piccolo, morbido, senza ali.
“Corpo di Bacco – disse – è davvero carino. Ecco la ragione”.
Piccino cominciava a sentirsi davvero strano. L’acqua corrente era divertente, ma quali erano le sue intenzioni ora che lo stava spogliando? Non era divertente. Di certo i “forestieri” portavano dei vestiti a San Remo. E poi aveva dato un calcione ai suoi adorati pantaloni, i bellissimi pantaloni di Sandro, che gli erano stati dati, sì, proprio a lui – un calcione che mostrava di non averne alcun rispetto e che li aveva fatti volare in un angolo. La sua bocca, piccola come era, cominciò a tremolare ai lati.
“Sì, ecco il motivo – disse lei – è perché è davvero carinissimo”. Lo tirò su in braccio e lo mise nella vasca.
Piccino guardò giù alla piscina bianca e blu che gli sembrava enorme e profonda. Sentì che ce lo mettevano dentro e cacciò uno strillo. Volevano affogarlo, affogarlo, affogarlo!
Era in acqua. La sentiva tutt’intorno, fin sulle spalle. Si aggrappò a Nicola e cacciò un urlo dopo l’altro e dai a dar calci, e a battere l’acqua con i piedi, l’acqua s’innalzava, si riempiva di schiuma e gli andava negli occhi, nel naso, in bocca.
“Lasciatemi, lasciatemi”, gridava.
Nicholson fece del suo meglio per tenerlo fermo.
“Oh Signore! – esclamò – non riesco a domarlo, è come un gatto selvatico. Stai zitto, cattivo monello! Fermo, porcello malefico e lascia che ti lavi. Oh Signore, che cosa devo fare?”
Ma Piccino non voleva essere affogato, non senza lottare. Esser tenuto in acqua così! Sentire l’acqua dappertutto, nel naso, in bocca e cieco perché entra anche negli occhi! Lottò con i piedi e con i denti, usò la testa come un piccolo ariete e strillò, gridò, chiese aiuto.
“Io non ho fatto niente! Io non ho fatto niente! Maria, Maria!”.
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