Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, a cui va il nostro grazie di tutto cuore, offre alla vostra attenzione la quattordicesima puntata del fogliettone estivo su Piccino, che ha tradotto per Stilum. Le puntate precedenti le trovate: qui, qui, e qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E anche qui. Buona lettura e condivisione.
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E Piccino gli si gettò addosso e lo accolse tra le braccia, trascinandoselo vicino, strofinando le sue gote bagnate sul pelo rozzo del cane. Poi, tenendolo stretto si fece un cuscino dell’animale che lo aveva salvato dalla solitudine e dal terrore come se quel cane potesse essere il ciuco.
Fu un gran conforto addormentarsi abbracciando un amico arruffato facente parte del proprio mondo, ma quando fu mattina ai forestieri sembrò una cosa tutta diversa. Quando entrò Nicola emise un’ esclamazione di orrore.
“Quel sacco di pulci!”, gridò
“Oh Signore ha dormito tutta la notte con quel cagnaccio sporco lurido! Che cosa dirà la mia signora? Guardate il viso e le lenzuola e la giacchetta di sua signoria!”.
Piccino si tirò su sotto la tenda di seta e di pizzo, tenendosi ben stretto al cane. Qualcosa non andava, lo sapeva, ma che cosa?
“Fuori subito!, urlò Nicholson, dando pacche al cane con vigore. “Fuori! Come sei arrivato fin qui?” e spinse l’amico arruffato giù dal letto e gli corse dietro fin fuori dalla stanza.
Lady Aileen la incontrò sul limitare dell’uscio.
“Che ci fa quell’animale qui?”, chiese.
“Non lo so proprio, signora”, disse Nicholson. “Non ha mai fatto una cosa del genere prima di ora. Deve aver sentito l’odore del bambino. Ha dormito con lui tutta la notte”.
“Cosa, ha dormito con lui!”, esclamò lady Aileen. Entrò in camera da letto e rimase lì impalata a guardare Piccino.
Il cane era pieno di polvere e di fango. E sia Piccino che il letto lo rivelavano con chiarezza.
“Oh Signore!”, esclamò lady Aileen. “Nicholson lo prenda e lo lavi subito”.
E così Piccino fu riportato nel bagno con le maioliche blu e bianche. Non poteva credere ai suoi occhi, ma Nicola aveva già girato le cose d’argento e i ruscelli d’acqua erano sgorgati come l’altra volta. Rimase immobile, la guardava, tutto tremante.
Lei si avvicinò e gli tolse i vestiti stravaganti che indossava proprio come aveva fatto con i suoi quattro stracci la notte prima. E lo sollevò e lo mise nell’acqua profonda e di nuovo insaponato e sciacquato e lavato con più durezza della volta precedente.
Cominciò a sentirsi stranito e disorientato. Non gridò, non lottò, non si difese. Si diede per vinto e fissò il vuoto. Pian pianino Ceriani si faceva sempre più lontana. Il cane l’aveva resa più vicina, ma lo avevano portato via ed eccolo di nuovo in acqua, sfregato e raschiato come prima.
Fu tirato fuori e asciugato e Nicola lo lasciò solo per un momento. Quando tornò portava delle robe bianche. Cominciò a fargliele indossare – una camicetta tutta piena di volant, dei cosini strani per le gambe – non gli stupendi pantaloni da uomo di Sandro, purtroppo! Ma delle robine bianche ricamate elegantemente e che gli arrivavano alle ginocchia e poi una sottoveste… sì, proprio una sottoveste … Come se non fosse mai stato un uomo. La spinse via, le guance rosse per l’indignazione.
“Roba di donna! No! No! Sono i miei pantaloni. Io porto pantaloni! Dove sono i miei pantaloni?”.
Nicholson gli diede una gran sberla sonora. Era stufa delle sue grida in italiano.
“Sei un bambino cattivo – disse – comportati bene. Non so quello che dici, ma con me non la farai franca”. E così, nonostante il suo no, l’indegnità gli fu essa addosso. Fu vestito in roba di donna, proprio come una bambina. Intorno alla vita aveva una larga fusciacca e al collo un colletto di pizzo e sulle gambe abbronzate dei calzini corti che non raggiungevano i polpacci. Sul di dietro aveva un gran fiocco e sotto il mento ce n’era un altro più piccolo. Passarono al pettine i suoi ricci e poi una spazzola li modellò. Quando tutto fu compiuto rimase lì come uno stoccafisso, rintronato e rosso di rabbia per l’insulto ricevuto.
Se solo avesse potuto scappare via, mai lo avrebbero trovato di nuovo. Non sapeva quanto distava Ceriani, ma potendo uscir furtivo dalla porta quando nessuno gli badava, allora sarebbe tornato a piedi a casa. Che si prendano il ciuco se vogliono, avrebbe scalciato, urlato e morso, avrebbero avuto paura di lui e non lo avrebbero più comperato.
Pensava a tutto questo mentre Nicholson lo trascinava giù per le scale e lungo la sala per fare colazione. Nicholson si stava davvero inquietando. Non era pagata per badare ai bambini, era una cameriera lei. E aveva dovuto fare tutto quel lavoro nel bagno, per ben due volte, e poi era corsa a casa di un’amica sposata di lady Aileen per chiedere in prestito dei vestiti da bambino. Non le era piaciuto svegliarsi e fare una passeggiata così presto. Ma il suo dispiacere non era neppure paragonabile a quello di Piccino.
Quando entrò nella stanza dove si faceva colazione lady Aileen lo rese ancora più triste. Il modo in cui lo guardava lo faceva star male senza sapere il perché. Se fosse stato un poco più grandicello avrebbe saputo che l’esser guardati come animali rari basta e avanza per far diventare chiunque un ribelle. Lo chiamò come avrebbe chiamato il suo cagnolino.
“Vieni qui!”, disse.
Andò da lei, sporgendo la sua piccola bocca rossa.
“Perché fai il broncio? Che succede Nicholson?”
“Non lo so vossignoria”, rispose Nicholson, acida e rispettosa. “Non gli piace essere lavato, non gli piace vestirsi. Credo che non sia abituato ad essere in ordine”.
“In ordine – ripeté lady Aileen – certo che no. Sei molto bello vestito così”, disse rivolgendosi a Piccino in italiano.
“Ma questi sono vestiti di ragazza”, disse lui e fece un nuovo broncio.
“Ti vestirai come voglio io”, disse lady Aileen. Poi rivolgendosi a Nicholson: “Gli dia del porridge. Mangerà come un bambino inglese. Dio solo sa come si comporterà a tavola. Sono curiosa di vederlo”.
Era solo questo… era curiosa di vederlo.
Così gli fu servita quella strana colazione; non pane nero e fichi, o pasta o insalata, ma una pappa di cereali, un porridge, che non aveva mai visto in vita sua. Non gli piaceva. Era una sbobba insapore per lui e non volle mangiarlo. Respinse il piatto, sedette con il broncio, e lady Aileen si divertì, e sedette lei pure parlando inglese con gli ospiti che erano venuti a trovarla e tutti a dire quanto era carino, bello come un ritratto, e quanto era strano che, nonostante fosse vestito da inglese e nutrito col porridge rimanesse un bellissimo paesanello italiano.
Tutto il giorno trascorse così e piccolo com’era sentiva una rabbia tremenda nell’anima, sapendo che era lì solo per dar spettacolo, per farli divertire e commentare la gran curiosità che era.
Lo portarono in una bella carrozza in città a comprar vestiti nei negozi – sempre roba da donna – e quando glieli mettevano addosso e lui si arrabbiava, lady Aileen rideva e persino i commessi nei negozi, tutti, uomini e donne, si beffavano di lui ma senza farsi vedere. Avrebbe voluto saltar loro addosso e ucciderli, ma erano così grandi e lui così piccolo… solo Piccino da Ceriani.
Poi lo riportarono alla villa – il cane a saltare e a tirar la catena alla quale era stato legato di nuovo – quando attraversarono il cancello e di nuovo a lavar mani e viso, a pettinare i capelli e per cibo altre stranezze. Della carne dura quasi cruda e cucinata all’inglese e senza salsa gli sembrò orribile e il risolatte lo lasciò pieno di stupore. Fissò lo sguardo sull’enorme patata che Nicola gli aveva messo nel piatto e si chiese se lo volevano far morire di fame.
“Mamma mia, che cosa vuole questo bambino? – esclamò Nicholson – sono sicura che non ha mai mangiato una cena simile in tutta la sua vita”.
Verissimo. Viveva di cose così diverse che questo cibo da bimbi da filastrocche gli faceva schifo.
Si sentiva un prigioniero. Punto e basta.
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