Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni solo apparentemente culinarie…Buona lettura e meditazione.
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LO STUFATO DEL MATTO

Cormac McCarthy: «Se sei abbastanza sano di mente da sapere che sei pazzo non sei così pazzo come se pensassi di essere sano di mente».
Charles Bukowski: «La sanità mentale è un’imperfezione».
Friedrich Nietzsche: L’obiezione, il saltare di lato, la gaia diffidenza, il piacere della beffa sono segni di salute: tutto ciò che è assoluto appartiene alla patologia.
«Il saltare di lato, la gaia diffidenza», insomma, vivere intensamente! Altro è il vagone ben attrezzato che procede sul predisposto binario e altro il cavallo selvaggio e innocente che galoppa nella vasta prateria libero dalle sgrinfie di ogni domatore, di cui Lord Byron ci offre una vibrante immagine:
«Con coda ondeggiante e criniera al vento, / le froge selvagge mai contratte dal dolore, / e bocche non insanguinate da morso o redine, / e piedi che il ferro mai calzò, / e i fianchi intatti da sprone o frusta, / un migliaio di cavalli, selvaggi, liberi, / come onde che si inseguono nel mare, / giunsero fitti tuonando».
Al riguardo, si pensi alla monta indiana, ovvero a come i Pellerosssa si relazionano con il cavallo senza nessun mezzo di coercizione, al fine di poterlo montare a pelo senza morso, senza redini e senza sella: la cosidetta “doma dolce”. E poi, notiamo di passaggio, non per nulla il simbolismo vede nel cavallo un animale psicopompo. Ed è il cavallo, che, lasciato libero, conduce Galgano a Montesiepi, all’eremo dove infigge la famosa spada nella roccia, accanto all’abbazia che ha per tetto il cielo.
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«Uno degli aspetti più affascinanti dello stufato è la sua versatilità. Ogni cultura ha la propria versione, arricchita con spezie, erbe e ingredienti locali che riflettono la tradizione culinaria del territorio. Lo stufato di carne non è solo un piatto, ma un simbolo di convivialità. In molte culture, è associato a momenti di festa e riunioni familiari. In Francia, il boeuf bourguignon è un classico della cucina casalinga, preparato con carne di manzo, vino rosso della Borgogna, cipolle e funghi. In Ungheria, il gulasch è un simbolo nazionale, preparato con manzo, paprika, cipolle e peperoni, spesso servito con pasta o pane fresco. In Italia, lo stufato assume diverse forme a seconda della regione. In Toscana, ad esempio, lo spezzatino di manzo viene spesso preparato con vino rosso Chianti e pomodori, mentre in Lombardia, la “cassoeula” è un piatto invernale a base di maiale e verza. Ogni versione regionale riflette la storia e le tradizioni locali, facendo dello stufato un piatto che racconta la cultura attraverso il cibo». (daginoilbonaparte.it/blog-di-cucina).
Confido che qualcuno intuirà il valore simbolico, oltre quello conviviale che pure è molto importante essendone il fine, dello stufato, ciò che richiede una provvidenziale tara mentale che frantumi la sicumera del concetto, del sillogismo, del controllo razionale, della costruzione logica, della corrispondenza alla dottrina (in senso lato), quest’ultima certamente rispettabile ma niente più che un balbettamento rispetto al Principio, ossia al Verbo per mezzo del quale «tutto è stato fatto», ove quel «tutto» evidenzia la Sua incontenibile potenza eccedente infinitamente ogni tentativo di “inquadramento”, fosse pure quello della più ispirata ed eccelsa mente umana. Basta “inoltrarsi” in una foto del telescopio James Webb per essere colti da una vertigine che spazza via ogni pretesa di “capire” e intrappolare la “verità” ghiacciandola in un libro di formule e di regole, o, quale esemplare espressione del vacuo parlare, in una conferenza, peggio ancora in un convegno, in un meeting, in un sinodo, ove esondano oceani di parole, mega grandinate di parole, bombardamenti a tappeto di parole, al cui confronto i Matti fanno una figura barbina:
Salvator Dalì: «Si dice che quando una persona guarda le stelle è come se volesse ritrovare la propria dimensione dispersa nell’universo».
Gurdjieff: «Uscite in una notte limpida e stellata, racatevi in uno spazio aperto e alzate lo sguardo al cielo. In quella infinità la terra si dissolve, sparisce, e con essa sparite anche voi».
Un interessante esperimento che non avrà mai luogo e i cui benefici resteranno sconosciuti: cento, mille persone che si riuniscono per tacere e contemplare il cielo stellato.
Un beneficio ce lo suggerisce Marguerite Yourcenar: «Non è difficile nutrire pensieri ammirabili quando sono presenti le stelle».
E un altro Nicolaj Berdjaev: «La notte non è meno meravigliosa del giorno, non è meno divina; di notte risplendono luminose le stelle, e si hanno rivelazioni che il giorno ignora».
Tuttavia, seppur preziose e indispensabili, l’ispirazione e l’intuizione non sono che piccolissime scintille della Luce Onnicreativa, che se investisse senza misura l’essere umano lo ridurrebbe in cenere all’istante.
Ed ora comincio a preparare lo stufato che, com’è noto, va cotto con fiamma moderata ma costante per permettere ai sapori di amalgamarsi e intensificarsi. La si direbbe quasi una trasmutazione alchemica! Dunque cottura lenta! Come si dice, la fretta viene dal diavolo!
L’ALTROVITÀ E L’UCCELLO MIGRATORE
Vera Gheno: «L’altrovità: mai provato il desiderio di essere altrove?».
La linguista e saggista ungherese propone “altrovità”, la parola che ancora non esiste sul dizionario, ma che ben esprime la spinta interiore ad evadere dalla prigione della condizione umana, cioè a trasumanare.
Sublime Gialal al-Din Rumi (con lettura lenta! assaporando!): «Per tutto il giorno ci penso. E poi la notte dico: da dove vengo, e che cosa dovrei fare? Non ne ho idea. La mia anima viene da un altro luogo, ne sono certo, ed è la che intendo tornare. Questa ebbrezza è cominciata in un’altra taverna. Quando tornerò in quel luogo, sarò completamante sobrio. Intanto, sono come un uccello di un altro continente, seduto in questa voliera. Verrà il giorno in cui volerò via, ma chi è ora che nel mio orecchio ascolta la mia voce? Chi pronuncia parole con la mia bocca? Chi guarda fuori con i miei occhi. Che cos’è l’anima? Non riesco a smettere di chiedermelo. Se potessi assaporare anche un solo sorso di risposta, potrei uscire da questa prigione di ubriachi. Non sono venuto qui di mia volontà, e non posso andarmene così. Chi mi ha portato qui dovrà anche ricondurmi a casa. Questa poesia, non so mai cosa sto per dire, non la preparo. Quando sono dentro il suo dire, divento molto silenzioso e parlo di rado».
Dice: «La mia anima viene da un altro luogo, ne sono certo, ed è la che intendo tornare»: ecco l’altrovità anelata per «uscire da questa prigione di ubriachi». Ubriachezza … sanità di mente?
A Rumi fa eco Marguerite Yourcenar: «Sembra esserci nell’uomo, come nell’uccello, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove».
L’uccello migratore non sta in una gabbia: è simbolo dell’uomo che aspira all’altrovità, poiché ne avverte, come la falena, l’infuocato magnetismo.
Giovanni Papini: «La falena è innamorata di ciò che fa paura alla tigre. Ma l’uomo – fiera destinata a diventar farfalla angelica – è nello stesso tempo sbigottito e attirato dal fuoco».
E c’è l’altrovità mirabile di Mario Sodi: «La mia poesia vive sospesa tra la grazia dell’attimo vitale e la tensione verso l’eterno, fra l’amore per il mondo e l’aspirazione per la terra che c’è stata promessa e che vive oltre il tempo».
E ancora: «Come togliendo punto a punto / granelli d’ombra / per far nascere la tua chiara conchiglia – indicibile travaglio / di sensi sottilissimi / nella mistica ascesa alla luce – / è il cammino dell’uomo che riemerge / dalla notte oscura / nella speranza / che sia / la risurrezione alla vita».
«La mistica ascesa alla luce» che esige il «togliere punto a punto granelli d’ombra», insomma … l’apofasi. Giacchè è ombra tutto ciò che si frappone fra la Coscienza e la Luce.
Sennonché per spiccare il volo vero l’Altrovità occorre …
SEDERSI E RACCOGLIERSI:
Gialal al-Din Rumi: «Felice il momento quando sediamo io e te nel palazzo, due figure, due forme, ma un’anima sola, tu e io».
Blaise Pascal: «Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa, dal non saper starsene in pace, in una camera».
Emil Cioran: «Ho tolto di mezzo Dio per bisogno di raccoglimento, mi sono sbarazzato di un ultimo seccatore».
Per i Sani di mente che sobbalzano dal comodo sedile del vagone pronti al “vade retro!”: Cioran si riferisce a “Dio” in quanto parola-concetto-immagine che in quanto tale non è Dio e quindi ghiaccia la Coscienza sull’indice, invece che lasciarla libera di volare – di migrare – incontro all’Indicato.
Molto prima di Cioran, Maestro Eckhart: «Prego Dio che mi liberi di Dio».
Se quindi, come dice Romano Guardini: «Il raccoglimento è la dimora per Iddio stesso», il Dio in quanto parola-concetto-immagine deve sparire. Dunque deve sparire il Dio imprigionato nei libri che a loro volta imprigionano la Coscienza.
In fondo, l’altrovità richiama l’estasi filosofica di Tommaso Campanella, se estasi significa “essere fuori di sé”, appunto altrove, fuori del sé fittizio, del caparbio e arrogante “io” con cui ordinariamente ci si identifica quale entità rappresa di pensieri ed immagini impastate con le passioni.
Sferzante Carlo Emilio Gadda: «L’io, io! … il più lurido di tutti pronomi! … I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi … e nelle unghie, allora … ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona».
Si può immaginare il proliferare abnorme di pidocchi allorché tanti “io” si danno addosso. Già: il mondo non è forse illuridito da un dispotismo pidocchioso e conflittuale che i più si danno ad alimentare?
Tommaso Campanella: «Bisogna eleggere un luogo, nel quale non si senta strepito d’alcuna maniera […] In un tempo quieto et quando l’uomo si senta spogliato d’ogni passione, tanto del corpo, quanto dell’animo […] e stia in questo luogo posato a sedere nella maniera più comoda, appoggiando la testa alla mano sinistra, o in altra maniera più comoda […] essendosi accomodato il corpo come sopra, deve mettersi là, et scacciare dalla mente di mano in mano tutti i pensieri che gli cominciano a girar per la testa. Et quando ne viene uno, subito scacciarlo, et quando ne viene un altro, subito anco lui scacciare, insino che non ne venendo più, non si pensi a niente al tutto, et che si resta del tutto insensato interiormente ed esteriormente, et diventi immobile come se fussi una pianta o una pietra naturale: et così l’anima […] si ritira in se stessa, et […] purgata da tutte le cose sensibili, non intende più le cose per discorso, come faceva prima, ma senza argomenti e conseguenze».
Dice che l’anima «non intende più le cose per discorso» e quindi «senza argomenti e conseguenze». Insomma, l’anima si libera sgusciando fra le maglie dal reticolo cerebro-intellettuale che la soffoca, e tanto più soffocante quanto farcito di informazioni (in-formazioni, cioè condizionamenti) spacciate per “cultura”.
Emil Cioran: «Il più modesto balbettio mistico è più vicino a Dio che la Summa theologica».
Romano Guardini: «ll nostro interno è spesso oppresso da preoccupazioni, agitato da passioni e accasciato dalle contrarietà e dalle sofferenze. Qui il raccoglimento significa che interiormente torniamo a noi stessi. Che in noi si levi qualche cosa di profondo, che a tutte queste cose per noi ripugnanti dica: “Questo veramente non mi appartiene. Devo sopportarlo e lo farò lealmente, ma non sono tutt’uno con esso. C’è in me qualche cosa al di là di tutto questo. Questo qualche cosa è sereno, è forte, è l’essere vivente del mio spirito”».
«C’è in me qualche cosa al di là»: altrovità.
Ralph Waldo Emerson: «Ne te quaesiveris extra – Non cercarti fuori di te».
Noi non siamo ciò che ci accade, né fummo ciò che ci accadde né saremo ciò che ci accadrà. Noi siamo ciò che abbiamo smarrito in ciò che ci accade, cioè Noi stessi inseparabili dalla Divinità che ci fa immortali. La prova di ciò è il ricordo: Chi è il sopravvissuto che ricorda le vicissitudini piacevoli o spiacevoli del passato, se non l’Io puro che ha vissuto sopra a ciò che pure totalmente lo coinvolse. Al femminile è la Coscienza, nella quale e per la quale tutto accade, compreso anche il passaggio fatale, lo iato in cui essa sembra venir meno. Prima o poi il corpo non sopravvive a ciò che gli accade; la Coscienza invece sì, e migra verso l’Altrove che è … in Essa. Di ciò, la Contemplazione è caparra.
Franco Battiato: «Mi siedo alla maniera degli antichi Egizi, coi palmi delle mani dolcemente stesi sulle gambe e il busto eretto e naturale, un minareto verso il cielo».
Il minareto, il campanile, la torre, l’obelisco, la colonna gotica: simboli della verticalità lungo cui ascendere verso la Luce liberi da ogni zavorra: apofasi. È verticale il sicomoro su cui si arrampica Zaccheo «per poterLo vedere»: dice vedere! Perciò senza intermediari. È verticale l’Albero della Cuccagna: in cima c’è il paese favoloso dove tutti vivono lieti e spensierati, da raggiungere arrampicandosi. Cuccagna … Regno dei cieli da conquistare.
Ancora Battiato: Seduto sotto un albero a meditare / mi vedevo immobile danzare con il tempo / come un filo d’erba / che si inchina alla brezza di maggio / o alle sue intemperie. / Alla rugiada che si posa sui fiori / quando s’annuncia l’autunno / assomiglio / io che devo svanire / e vorrei / sospendermi nel nulla / ridurmi / e diventare nulla».
Squisita nipponicità! E infatti il testo ha per titolo Haiku. Ascendere è svanire (apofasi) come la rugiada, ovvero: consapevolezza che le vicissitudini che ci accadono sono effimere come il fior di ciliegio (sakura), e proprio la fugacità ne stimola l’apprezzamento nel Momento Presente, l’unico tempo reale cui coincide il nostro Io puro.
Davvero la Poesia è universale! Ritrovo il motivo dell’effimero sakura nei versi magnifici di Rainer Maria Rilke (Sonetti a Orfeo) che mi capitano sotto gli occhi “per caso” durante una pausa nel preparare lo stufato:
«Vedi i fiori, fedeli a ciò che è terreno, / a noi che il destino assegna al declino, / eppure essi, recisi, appassendo nella mano, / somigliano a un rimpianto che si fa divino».
«Rimpianto che si fa divino»: nostalgia estasiante dell’altrovità!
E infatti c’è un Mercurio nobile che è messaggero degli Dei, e c’è un Mercurio volgare (il «miele» cui si riferisce Keats) che presiede alle impastoianti dispute umane. Ma se Giove si dà una calmata e siede, ecco giungere il Mercurio nobile. Apertura e ricettività del fiore … apofasi.
Intoppo ossimorico per una mente sana: per aprirsi occorre chiudersi, cioè raccogliersi. E cos’è che deve chiudersi perché altro si apra?
Un breve accenno alla tradizione zen, che prevede la pratica dello shikan taza: star seduti senza spirito di profitto e senza scopo, con la sola attenzione alla corretta postura e al respiro. Dal canto suo, il patriarca zen Eihei Dōgen si esprime con i termini: sunawachi shoshin tanza: “semplicemente sedersi diritti”. Difficile, se non impossibile, esprimere la profondità e l’altezza di tale pratica in cui l’io posticcio istruito e arrogante si dissolve e il Sole sorge; o, meglio, sembra sorgere, dato che è lì da sempre: in principio era (è) il Verbo, la Luce degli uomini.
Gialal al-Din Rumi: «Ieri ero intelligente, così ho voluto cambiare il mondo. Oggi sono saggio, così sto cambiando me stesso».
Finale onni-riassuntivo
Tutto quanto sopra tratta di un paziente e lungo auto-silenziarsi affichè cada ogni ostacolo alla Parola che vibra dal Silenzio, alla Luce che irradia dalle Tenebre.
«Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo che è nel segreto, e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
La camera, la cella, il Locus amoenus, il Campus amabilis, la Clara vallis, l’Aurea vallis, la Vallis umbrosa, nella quale matura il processo contemplativo.
Per andare occorre fermarsi. È fermandosi che si ritorna all’Alfa-Omega. Star seduti immobili e silenti nello stato di presenza: cammino catartico che conduce dalla periferia al Centro, dall’esilio alla Terra Promessa, dal deserto al Giardino.
Giovanni di Dalyatha: «Beato colui che continuamente fissa gli occhi in te, mio Giardino, che ti riveli a me in me stesso”.
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