Padre Martin sj Chiede che la Chiesa Accetti Preti Gay. Mons. Viganò: Proposta Farneticante.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione due elementi di valutazione su una proposta avanzata da padre James Martin, sj, e sulla risposta data alla stessa dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò. Osservazione a latere: padre James Martin è stato ricevuto da papa Prevost in udienza, negata invece all’arcivescovo Viganò. Buona lettura e condivisione.

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Questo è il primo post:

Padre James Martin ha chiesto che nella Chiesa cattolica vi siano “sacerdoti gay”

Ha aggiunto:
“L’argomento più convincente a favore dell’apertura all’ordinazione sacerdotale degli uomini gay è la presenza di molti sacerdoti gay, celibi, santi e in buona salute”

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E questa è la risposta di mons. Viganò:
Arcivescovo Carlo Maria Viganò
@CarloMVigano
La farneticante proposta di James Martin sj non è una boutade provocatoria, ma l’ultimo passo di una lunga serie, volta a legittimare la sodomia non solo tra i laici, ma addirittura tra il Clero. Essa costituisce una palese e intollerabile contraddizione con la dottrina perenne di Santa Madre Chiesa, con la Sacra Scrittura che condanna senza ambiguità gli atti omosessuali come abominio contro natura (cfr. Levitico 18, 22; Romani 1, 26-27; 1 Corinzi 6, 9-10), e con il Magistero. L’argomento addotto da James Martin — «la presenza di molti santi e sani preti gay e celibi» — è un sofisma ingannevole e una menzogna: la santità, quando è autentica, combatte le tendenze disordinate con la grazia sacramentale e l’ascesi, nell’orrore di offendere Dio con peccati detestabili. La Santa Chiesa insegna che la sodomia è un gravissimo disordine oggettivo, non una realtà neutra o positiva. Pretendere di fondare su di essa una «apertura» all’Ordinazione implica la negazione della Legge naturale, oltre che la violazione dei Comandamenti di Dio. Ordinare uomini con tendenze omosessuali radicate non solo violerebbe la norma ecclesiale, ma esporrebbe il gregge a scandali gravissimi, alimenterebbe la già diffusissima lobby gay all’interno del Clero, e offenderebbe la santità del Sacramento. Il Sacerdozio non è un diritto soggettivo né uno strumento di «inclusione» ideologica: è un dono divino che richiede piena corrispondenza alla volontà di Dio e santità di vita. È altresì evidente che questa operazione — ampiamente sostenuta da alti esponenti della Gerarchia conciliare-sinodale e dallo stesso Prevost — serve anzitutto a sovvertire il giudizio morale sulla sodomia, facendo di un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio uno stato di elezione degno addirittura del Sacerdozio. Insomma, qui siamo al “Cicero pro domo sua”: una lobby di pervertiti incistata nel corpo ecclesiale sta inesorabilmente conducendo la Gerarchia neomodernista a schierarsi apertamente in favore della sodomia, per vantaggio personale. Il modus operandi è sempre il medesimo: coloro che legittimano certi peccati (nella sfera religiosa) e certi reati (in quella civile) lo fanno solo perché quelli sono i peccati e i reati che costoro praticano impunemente. I conservatori osservano – con il cinismo che li contraddistingue – che questi spropositi giungono da un gesuita notoriamente “border line”, e che il Magistero non è cambiato. Fingono di non capire che James Martin è solo un giullare cui il potere lascia dire esplicitamente ciò che ha già deciso ufficiosamente di fare.
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