Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum curiae, il nostro Matto, a cui va un grande grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni e e pensieri che nascono dalla contemplazione dell’immagine che trovate qui sotto. E che invita davvero a una pausa mentale e spirituale densa di pace e calma interiore. Buona lettura e meditazione.
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UNA PAUSA RISTORATRICE

Igort, Bashō a cavallo (© 2026 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino – Pubblicato in accordo con Grandi & Associati, Milano)
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Ciò che ancor prima del bel testo che qui propongo, denso di passaggi profondi dei quali mi sono deliziato più volte, mi ha colpito, risuonando in interiore come un argentino tocco di campana, è l’annessa deliziosa immagine di Bashō a cavallo, che trasmette, a chi può percepirlo, quel particolare senso contemplativo ricco di delicatezza d’animo, quiete e bellezza tipicamente nipponico, ma non per questo completamente estraneo alla sensibilità d’occidente, dato che, in fondo, si tratta di elementi di interesse universale. E sottolineo universale. Immagine e testo possono costituire una pausa ristoratrice «in questi tempi confusi e assordanti»; qualche minuto per alleggerire la pressione stornando la mente dai consueti avvenimenti in cui ci trova coinvolti e che ci si affatica a rincorrere con articoli e commenti che al fine sono del tutto inutili poiché possono soltanto “inseguire” senza mai raggiungerli gli avvenimenti che stanno conducendo verso un punto critico di cui nessuno conosce il come e il quando.
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da ilsole24ore.com/art
IN GIAPPONE,
CERCANDO SILENZI E GRANDE BELLEZZA
Il disegnatore Igort viaggia sulle tracce di Bashō e Hokusai per immortalare ryokan e terme, fantasmi e solitudini e trovare l’assenza che è essenza.
di Maria Luisa Colledani – 11 maggio 2026
In questi tempi confusi e assordanti, benedetto più che mai è il silenzio. Che respira profondo nelle pagine di A cavallo con i poeti, che Igort (Igor Tuveri) dedica al Giappone, a partire dall’haiku di Matsuo Bashō «Silenzio / penetra nella roccia / il canto delle cicale». Lo scrittore e disegnatore, arrivato giovanissimo in Oriente attratto dai manga e dalla casa editrice Kōdansha, omaggia la sua seconda patria con un viaggio che è parola, disegno e contemplazione sulle tracce del cammino che Bashō compì nel 1689, nel nord del Paese, e poi, verso sud, inseguendo un altro maestro, il «vecchio pazzo per la pittura» Hokusai, per contemplare le mille e una faccia del sacro monte Fuji e, nel suo apparire e scomparire, e trovare meraviglia e pace.
Igort si mette in viaggio in una natura che è presenza viva e autonoma e accoglie anche la pratica zen. È un itinerario nell’assenza in compagnia di un amico fotografo: «se vuoi comprendere qualcosa che non conosci, occorre fare il vuoto, lasciarsi essere, consentirsi di vivere le esperienze».
L’assenza diventa essenza, così i tempi dilatati lasciano spazio per reimparare a camminare, respirare, vedere, pensare. Insomma, a esistere. Il Nord è maestoso, tra foreste e montagne imponenti attraversate dai pellegrini, ci sono piccole città fantasma, le solitudini della provincia, i boschi di bambù, la collina delle gru, le tre montagne sacre, e poi locande, ryokan, le terme Abe. Insomma, il Giappone remoto, così agli antipodi con la modernità, in cui perdersi per ritrovarsi. Le pagine fluttuano tra pensieri alti e i disegni che hanno il riverbero degli acquerelli: «mi intrigava l’arbitrarietà dell’acqua che si depositava come meglio le piaceva sulle carte di diverso spessore e tipo. Il disegno ad acquerello era una danza, fatta di inviti, spunti e una specie di libertà un po’ anarchica che depositava il colore secondo differenti livelli di assorbenza».
Così, dopo 1.500 chilometri verso l’Hokkaido, Igort punta a sud, inseguendo il Fuji e Hokusai, posseduto da quella febbre che alimenta, attraverso inchiostri e pennelli, il fuoco dello scoprire e il senso profondo dell’essere. L’artista della Grande Onda era un eccentrico, disegnava spesso per strada, con acrobazie da funambolo (una scopa al posto del pennello e un foglio di dimensioni giganti), per stupire e interessare clienti ed editori. Era un viandante che trovò nel Fuji la sua felice ossessione, fino a ritrarlo più di cento volte. Ogni angolatura diversa è vita e meraviglia dato che «la bellezza è asimmetrica perché la natura lo è. E la natura è bella perché imperfetta, fragile come la vita, che è impermanente, incompleta». E cerca briciole per anelare al tutto.
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La frase nel finale mi ha attratto particolarmente:
«la bellezza è asimmetrica perché la natura lo è. E la natura è bella perché imperfetta, fragile come la vita, che è impermanente, incompleta».
L’asimmetria della natura rivela l’asimmetria della bellezza, e se la Verità in Sé è bellezza, allora anch’Essa è asimmetrica. Il Fuji è simbolo della Verità che Hokusai ritrae in più di cento modi: è uno e sempre lo stesso, come la Verità è una e sempre la stessa, e tuttavia è come un diamante con più di cento sfaccetature. Non per nulla “diamante” significa indomabile, perciò impossibile da concepire nella sua totalità da qualsiasi mente umana, anche se ispirata, e meno ancora da ridurre a sistema sillogistico. Mille tomi di mille pagine ciascuno mai possono esporre tutta la Verità.
Qui soccorre anche il sufi Jalal ad-din Rumi, che espone il motivo della conflittualità:
«La verità era uno specchio che, cadendo, si ruppe. Ciascuno ne prese un pezzo e, vedendovi riflessa la propria immagine, credette di possedere l’intera verità».
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5 commenti su “Una Pausa Ristoratrice. Sui Passi di Basho, in Giappone. Il Matto.”
Il testo è suggestivo, colto, attraversato da un’autentica nostalgia di silenzio e contemplazione. E sarebbe sciocco negare che certe immagini del Giappone tradizionale — Bashō, il Fuji, il vuoto, il ritmo lento, la bellezza fragile — possano toccare corde profonde anche nell’animo occidentale.
Ma proprio qui bisogna fare attenzione a un passaggio decisivo.
Perché una cosa è riconoscere che la verità supera la nostra capacità di possederla totalmente; altra cosa è dissolvere la verità in una somma di frammenti soggettivi.
Ed è esattamente il rischio che emerge nel finale.
L’immagine del Fuji è molto bella:
la montagna è una, ma può essere contemplata da molte angolazioni. Questo è compatibile anche con una visione cristiana: il Mistero di Dio eccede sempre la mente umana e nessuna formulazione lo esaurisce completamente.
La teologia cattolica lo sa benissimo.
Basti pensare a san Tommaso, a Dionigi Areopagita, a san Giovanni della Croce:
tutti riconoscono che Dio supera infinitamente i nostri concetti.
Ma attenzione:
trascendenza non significa frammentazione della verità.
Perché nel cristianesimo la Verità non è un mosaico disperso di percezioni individuali:
la Verità si è fatta carne.
Qui sta la differenza radicale rispetto a certe derive zen, sufi o spiritualiste contemporanee.
Cristo non dice:
“ognuno possiede un frammento della verità”.
Dice:
«Io sono la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6).
Non un riflesso.
Non una suggestione.
Non un frammento dello specchio.
La Verità, nel cristianesimo, entra nella storia, assume un volto, parla, insegna, fonda una Chiesa, trasmette sacramenti e dottrina.
Per questo la citazione di Rumi è poetica, ma teologicamente problematica se assolutizzata.
Perché lascia intendere che nessuno possa realmente accedere alla verità intera e che ogni religione o esperienza spirituale possieda solo un frammento equivalente del reale.
Ma il cristianesimo non insegna questo.
La fede cattolica non dice che possediamo Dio totalmente — sarebbe assurdo — ma che Dio ha realmente parlato e si è realmente rivelato in Cristo.
La differenza è enorme.
Il rischio di queste impostazioni contemplative moderne è che il “silenzio” finisca lentamente per sostituire la Rivelazione.
Che il “vuoto” diventi superiore alla Parola.
Che l’esperienza interiore prenda il posto della fede ricevuta.
E allora si scivola facilmente in una spiritualità estetica:
molto raffinata,
molto evocativa,
molto profonda psicologicamente,
ma sempre più distante dall’Incarnazione concreta del cristianesimo.
Perché il cristianesimo non è soltanto contemplare il Fuji nella nebbia.
È inginocchiarsi davanti a Cristo crocifisso e risorto.
Non è soltanto percepire l’armonia dell’imperfezione cosmica.
È entrare nella comunione con Dio attraverso una storia di salvezza reale.
E infatti la bellezza cristiana, pur comprendendo anche fragilità e asimmetria, non si ferma all’impermanenza:
tende alla Trasfigurazione.
Non al dissolvimento nel tutto.
Ma alla redenzione della persona.
In fondo il punto decisivo è qui:
nel pensiero zen o sufi il silenzio è spesso il luogo in cui l’io si dissolve;
nel cristianesimo il silenzio è il luogo in cui si ascolta una Voce.
Ed è una differenza immensa.
E’ anche (dico anche) una differenza minima.
Più si sale verso la Cima, più la differenza s’assottiglia.
E sulla Cima dov’è più la differenza?
Ma questo convergere – questo convertirsi – verso la Cima
comporta il morire a se stessi.
Piccola integrazione:
cavallo e cavaliere mostrano un atteggiamento calmo, rilassato: né il cavallo è lanciato in uno sfrenato galoppo per lanciarsi contro chissà che o chissà chi, né il cavaliere è agitato da chissà quali ansiosi pensieri. Entrambi avanzano lentamente, senza fretta, con calma; il paesaggio che attraversano è spoglio ma non del tutto poiché vi crescono dei ciuffi d’erba: forse indicano la ricchezza del poco, del solo necessario. Come bagaglio figurano il Sole (il Divino) e la Lanterna (l’Umano che ne fruisce), simboli di Luce.
L’articolo termina con il mistico sufi musulmano Jalal ad-din Rumi, che scrive, per spiegare il “Motivo della conflittualità”, la frase “La Verità era uno specchio che, cadendo, si ruppe. Ciascuno ne prese un pezzo e, vedendovi riflessa la propria immagine, credette di possedere l’intera Verità”… Magari è ciò che dovrebbe considerare chi entra nel Nirvana, dove tu, in una luce diffusa, privo ormai del tuo nome, del tuo sesso, della tua personalità passata sei immerso, insieme ad altri… Tu vedi una “parte” del Tutto. Come una cellula del corpo fisico non può avere consapevolezza dell’intero corpo fisico .
Saggezza umana quella del mistico Sufi che si perde nell’Immensità, senza inizio, né fine. Mi ricorda il detto teosofico che, quindi, “Non c’è Religione superiore alla Verità”.
Un conoscente musulmano, regalandomi il rosario islamico e il testo dei “99 Bellissimi nomi di Dio”, mi disse: “Vedi, Dio è come un albero i cui rami sono le religioni. Se tu sei nel ramo cristiano, o buddhista, o induista, o islamico, seguendo il ramo, raggiungi il tronco insieme agli altri rami, e, alla fine, ti unisci insieme agli altri nel tronco che è Dio”. Questo pensiero mi ispirò un quadro ad olio, in cui dipinsi un albero al contrario, ossia con la chioma in basso e il tronco in alto, con le radici che si perdevano nel buio dell’Inconoscibile di Dio. Questo fu l’ultimo quadro che dipinsi, in quanto non c’era più nulla di esoterico da dipingere.
Grazie per questo bel contributo.