Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, che ringraziamo di tutto cuore, offre alla vostra attenzione questo viaggio fra i libri, e nel mondo, con gli occhi di un collega bravissimo . Buona lettura e condivisione.
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Ho un modo tutto mio, a volte, di procurarmi i libri. Li baratto, sì sì, li baratto in un sito apposito che si chiama “coseinutili” e così mentre io mando le mie cosette, prendo in cambio volumi che le altre mettono in vetrina e che, chissà perché, mi ispirano. Nell’ultimo “paccone” ne ho trovati due e uno, scritto da un professore ,che ho scoperto essere evangelico e pieno di pinzillacchere come era è finito in book crossing e un altro dal bel titolo di “Penna vagabonda” è di Virgilio Lilli che conoscevo soltanto di nome e per essere il padre di una giornalista, Laura, che ho conosciuto tanti anni orsono. Non sapevo che fosse un bravissimo giornalista, un inviato dagli occhi appuntiti, capace di vedere lì dove altri sono ciechi.
Il libro, color mattone e bianco panna, è parte della collana di “narratori moderni per la scuola media”. E già qui, occorre fermarsi e sospirare perché c’è materia viva sulla quale meditare. No, dico, ci rendiamo conto del livello culturale delle medie di allora! Ai ragazzi di dodici anni venivano letti articoli di questo valore in un italiano impeccabile! Ed era il 1968, prima della “rivoluzione (per me involuzione) hippie”, che ha trascinato, a cominciare dall’odioso, ingiusto e insano sei politico, in basso la cultura, la scrittura, l’arte, tutto. Fino ad arrivare a incoronare arte sublime lo sterco di un “artista”. Un pugno in faccia a Raffaello, a Domenichino, al Beato Angelico. Ma vabbè, torniamo a Lilli che è meglio.
Il libro, scritto in brillante punta di penna, è tutto un susseguirsi di elzeviri, piccole prose preziose dedicate ai diversi Paesi dove Virgilio è stato: Giappone, America, Cina, Svezia, Danimarca. Da ogni viaggio un sugo profumato, un fiore colto che parla del mazzo. Vorrei parlar di ogni pezzo, ma tra tutti, come sui sassi che fan da ponte a un fiumiciattolo, ne scelgo tre. Il primo, sull’America, terra di “sirene”, nel senso di allarmi, contrapposta all’Europa, dove allora (oggi sempre meno) si udivano suonar le campane a distesa.
Eh già, penso io, anche qui da noi, in Italia, squillano gli allarmi, uno via l’altro e si sta sempre col cuore in pena e il pulsante rosso pigiato, in un allarme senza fine, in stile Usa. Evidentemente. Non lo sapevo perché in America non sono stata mai. Le campane invece – e noi, come scrive Lilli – le avevamo, eccome, e tante, tantissime e il loro din don dan dava serenità al cuore e lo portava in alto, lassù…
Il secondo sassolino parla dei “figoli” di Oristano. Oggi in parte perduti come le campane. E’ un pezzo di vivida bellezza perché Virgilio osserva il figolo, cioè il vasaio, all’opera e nel gesto antico, fermo nella protostoria, nel fango molle dello stagno oristanese, rivede l’immagine biblica di Dio che plasma Adamo dall’humus e lo fa homo. Eccolo: “Al cospetto della creta degli stagni di Oristano io mi resi conto della parentela fra la carne e il fango, mi resi conto della materia prima con la quale Iddio ci fabbricò; tanto quella creta è pregna di operante linfa, tanto essa è idonea a diventare corpo e vita!”.
Avanti, il terzo sassolino è d’oro. Racconta, in presa diretta, la cerimonia per la beatificazione di San Pio X. Poche pennellate per raccontare il Pontefice che, dal cielo, vive in Comunione con i devoti. Eccolo di nuovo: “Il Pontefice dell’intransigenza e della umiltà, colui che vendette la mula e i campicelli della famiglia per soccorrere i poveri, colui che fu guerriero della intangibilità della tradizione cattolica, angelico dittatore della fede stabile; colui che, mansueto, figlio di un commesso comunale, a religiose e laici che gli chiedevano un passo avanti verso il mondo, verso la modernità del pensiero e della fede, rispose con incrollabile e accorata serenità: Non possumus”. Che grande, incommensurabile nostalgia. Poi, nel descriverlo nell’immagine di lui dentro San Pietro un particolare mi colpisce: “…e bianche le scarpe, simbolo di un cammino su una strada immacolata”. Scarpe bianche oppure scarpe rosse, come le portava il mio Benedetto XVI, scarpe insanguinate come insanguinati erano i piedi di Cristo in Croce. Scarpe di Pontefici… mai nere.
Concludo – e a tutti auguro una Pasqua nella Comunione dei Santi, con questi santissimi Pastori del gregge di Gesù – con la descrizione, sempre di Lilli, di Pio XII: “Benedicente, in quel fulgore di toni e di linee da Tiziano e da Velasquez, non uomo, ma candido marmo, come fosse sceso da un piedistallo della basilica per volere di Dio”. Il Papa, il Dolce Cristo in terra. Preghiamo.
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2 commenti su “Scarpe di Pontefici. Bianche quelle di Pio X, Rosse quelle di Benedetto. Nere, Mai. Benedetta De Vito.”
Se “Pelo rosso cattiva lana” chissà…sarpe nere cattiva strada ? Anche a me puzzano di lugubre ma, i gusti son gusti
Grazie per queste osservazioni. Santa Pasqua!
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