Nulla Può Darsi Fuori della Coscienza. Parte Seconda. Il Matto.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, il Matto, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione la seconda parte delle sue riflessioni sulla coscienza umana. La prima parte la trovate a questo collegamento. Buona lettura e diffusione.

§§§

NULLA PUÒ DARSI FUORI DELLA COSCIENZA

PARTE SECONDA

È delizioso restare immersi in questa specie di luce liquida che fa di noi degli esseri diversi e sospesi.

Paul Claudel

 

Tuttavia c’è un’oscura sorgente luminosa che brucia nel silenzio di una fede senza immagini, tanto più luminosa quanto più gioisco della sua oscurità.

Thomas Merton

 

Luce
Luce
Il ricordo visibile di una luce invisibile.
Thomas S. Eliot

 

* * *

Ad integrazione del mio articolo precedente inizio proponendo due brani omologhi, uno del pagano Evola e uno del cattolico Le Saux, che entrarono a far parte della mia antologia – “raccolta di fiori” – circa trent’anni addietro e sui quali sono tornato spesso come sussidio alla prassi apofatica, la quale, a sua volta, mi ha permesso di penetrarne sempre più il contenuto che già ad una prima lettura parve rimembrarmi, per chissà quale misteriosa sintonia extra libresca (platonica anamnesi?), qualcosa di familiare, dato che tutto è già nella Coscienza quale dote di origine trascendente.

 

Mi permetto di osservare che anche il Cattolico più ferreo nel Catechismo (e davvero ferreamente coerente in tutto e per tutto con i 2.865 articoli di cui è composto?) è coinvolto, lo sappia o meno e lo voglia o meno, nell’argomento trattato. Anche l’essere umano cattolico, infatti, come ogni suo simile calca la medesima terra sotto il medesimo cielo ed è dotato della Coscienza, anzi è Coscienza, ossia l’arcaica essenza-identità che esperisce le vicende fisiche, psichiche e spirituali che accadono in essa e non possono che accadere in essa poiché NULLA PUÒ DARSI FUORI DELLA COSCIENZA.

È il caso di avvertire che una lettura non neutra, pre-distratta da repliche in agguato per avventarsi con sufficienza su ciò che è scritto, è opportuno s’interrompa qui; sarebbe inutile proseguirla senza l’angelico feeling che ha da nascere tra chi scrive e chi legge quando si tratta dell’argomento mistico, da myo “esser chiuso”, che in quanto tale eccede l’ortodossia apertamente e graniticamente definita, nonché applicata con malcelato zelo inquisitorio-farisaico, e che in ogni caso è anch’essa contenuta nella Coscienza.

 

* * * * * * *

Da Julius Evola, L’uomo come potenza.

 

«Bisogna pensare ad uno stato che è coscienza non di qualcuno o di qualcosa, ma coscienza semplicemente di sé medesima, epperò pura, indifferenziata esperienza. Da quella evidenza o ‘luce’ relativa all’accorgersi di qualcosa bisogna cioè estrarre ogni contenuto e ripiegarla in certo qual modo su se stessa, in nuda, spirituale trasparenza. Ciò è cit.

 

Ora di cit la metafisica indiana fa il fondo e la materia ultima di tutte le cose. Si comprenda bene questo. Ciò che comunemente si indica con essere, secondo tale veduta è coscienza: la coscienza non è attributo o qualità di un essere ma, al contrario, la materia di cui ogni essere è essenzialmente fatto è coscienza, cit. Si tratta di una specie di ‘spazio spirituale’ che contiene e si presuppone a tutto, senza essere a sua volta compreso da nulla: su di esso si ritagliano e si articolano le varie forme sia dell’esperienza interna che dell’esperienza esterna. La stessa materia e persino ciò che volgarmente si indica come inconscio non ne sono che forme o stati particolari (o modificazioni, vṛtti).

 

Avvertiamo poi che per gli Indiani coscienza (cit) e mente o pensiero (manas) non sono affatto la stessa cosa: il pensiero per loro non è che una particolare, contingente qualificazione della coscienza con cui in nessun modo si identifica, un principio di finitudine opposto a cit come all’infinito. Prima della mente vi è la coscienza, questa è la posizione: il pensiero, se è conscio, non lo è per virtù propria, bensì per la luce ‘riflessa’ su di esso da cit, esso non produce la coscienza, ma la presuppone, viene logicamente dopo di essa a cui, invece, è contingente.

 

Cit è dunque da comprendersi come il continuum omogeneo, come l’ètere onnipervadente (chidākāśa) di una pura esperienza, in seno a cui tutte le particolari, finite esperienze si svolgono e di cui le varie realtà e i vari esseri non sono che modificazioni o stati».

 

* * * * * * * * * * * *

Da Henry Le Saux, Tradizione indù e mistero trinitario e Risveglio a sé – Risveglio a Dio.

 

«Nel più profondo di me, oltre qualsiasi percezione, qualsiasi pensiero, qualsiasi coscienza distintiva, c’è l’intuizione fondamentele del mio essere, così pura da non potersi adeguatamente formulare. Proprio là io incontro Dio, nel mistero del mio e del suo essere. È quello il sat sul quale si concentrò la meditazione dei saggi delle Upanisad […]

 

Sat è anche satyam, il Vero, poiché l’essere e la verità sono la stessa cosa. La verità è lo “svelamento”, lo “scoprimento” (cfr. il greco a-lètheia) dell’Essere, del Reale, sia in sé che in me […]

 

Io sono e so di essere. È tutto il mistero della coscienza dell’uomo, della cit della tradizione indù […]

 

Nello specchio della coscienza pura di me scopro il mistero della cit in sé, cioè la presenza non riflessa di sé a sé, la luce non dipendente da alcuna fonte ma splendente del suo stesso fulgore, che rende luminose tutte le cose […] È coscienza pura che nessun oggetto sostiene o mantiene. È come cristallo che non rifletta mai altro che sé medesimo […]

 

Sat e cit, essere e coscienza, non possono essere separati l’uno dall’altro; la loro relazione è irriducibilmente non duale, advaita. La cit, la consapevolezza che io sono, raggiunta nel mio intimo, non è un attributo del sat, dell’essere, ma è lo stesso sat. In tale presenza dell’essere se stesso, io sono presente a me stesso, sono conscio di me stesso; esisto e sono consapevole di esistere.

 

Per san Gregorio di Nissa, la misura della beatitudine umana è la somiglianza con Dio. È beatitudine giungere all’Originale contemplandone l’immagine nello specchio di un cuore puro.

 

Per i rishi (“cantori ispirati” ndc) indiani, similmente, la beatitudine è il raggiungimento del segreto ultimo di sé, là dove l’uomo, ricongiungendosi con il suo Principio, scopre la verità suprema.

 

Infatti quando si attua sufficientemente questa coscienza di sé, tutto l’essere dà un senso ineffabile di compiutezza, di pace, di gaudio e di pienezza, l’ananda della tradizione indù […]

 

Questa compiutezza è anche infinità, ananda è anche an-anta (senza fine), secondo la formula che precedette quella del saccidananda.

 

Se l’esperienza cristiana della Trinità ha aperto all’uomo nuovi sguardi nel significato dell’intuizione del saccidananda, è vero anche che i concetti di sat, cit e ananda dal canto loro sono di grande aiuto per il cristiano nella sua meditazione del mistero centrale della sua fede […] L’esperienza del saccidananda trasporta l’anima al di là di ogni conoscenza intellettuale, fino al suo centro intimo, all’origine del suo essere. Solo là essa è in grado di udire la parola che, all’interno dell’Unità indivisa e dell’advaita (non dualità ndc) del saccidananda, rivela il mistero delle tre Persone divine: in sat il Padre, il principio assoluto e la fonte dell’essere; in cit il Figlio, la parola divina, l’autoconoscenza del Padre; in ananda lo Spirito dell’amore, la pienezza e la beatitudine senza fine». 

 

* * *

Si evidenzia la coincidenza per niente casuale tra Le Saux che afferma la coscienza essere «come cristallo che non rifletta mai altro che sé medesimo» ed il mistico Jakob Böhme secondo il quale la creazione è una sorta di gigantesco specchio, ossia un enorme occhio che è in grado di guardare se stesso, ciò che richiama la sfera infinita dei Ventiquattro filosofi di cui nel precedente articolo. Cui si aggiunge Roland Barthes riguardo agli specchi che sono le singole Coscienze: «Lo specchio (ogni specchio ndc) non capta altro se non altri specchi, e questo infinito riflettere è il Vuoto stesso». Motivi che se fossero davvero compresi, muoverebbero verso una trasfigurazione dello sguardo e perciò del mondo.

 

Riguardo alla definizione di cit, si sottolinea la coincidenza fra «coscienza semplicemente di sé medesima» (Evola) e «presenza non riflessa di sé a sé» (Le Saux).

 

Inoltre, si sarà notato che tanto in Evola quanto in Le Saux, in quest’ultimo più enfaticamente, si parla di cit  – della Coscienza – in quanto luce, non diversamente e non sorprendentemente da Plotino nelle Enneadi.

 

Pierre Hadot, Plotino o  la semplicità dello sguardo:

 

«Per Plotino, come per Platone, la visione consiste  in un contatto della luce interiore dell’occhio con la luce esteriore. Ma Plotino ne deduce che, quando la visione diventa spirituale, non sussiste più distinzione tra la luce interiore e la luce esteriore. La visione è luce e la luce è visione. Vi è una sorta di autovisione della luce: la luce è come trasparente e se se stessa […] Nell’esperienza mistica  l’occhio interiore dell’anima (la Coscienza ndc) non vede altro che luce:

 

“Travolto, in certo qual modo, dall’ondata dello Spirito stesso, sollevato da quest’onda che, per dir così, si gonfiava, contemplandolo ha visto improvvisamente, senza vedere come, ma la visione, riempiendo gli occhi di luce, non consentiva di vedere altro per mezzo di questa luce; anzi, l’oggetto della visione era la luce stessa. Perché, in questo oggetto di visione, non c’era da una lato quello che si vede, dall’altro la sua luce; non c’era un pensante e un pensato, ma solo una luminosità splendente che ha generato tali cose in un momento successivo […] Così il Bene è semplicemente luce” (VI,7).

 

È con questa luminosità originaria che lo sguardo dell’anima arriva a confondersi. È come se l’anima vedesse la luce che all’interno del suo proprio sguardo […] Si deve vedere ciò che ci fa vedere; è la luce, che è all’origine del nostro sguardo».

 

Lo stesso in Maestro Eckhart:

 

«L’occhio con cui vedo Dio è lo stesso occhio con cui Dio vede me; il mio occhio e l’occhio di Dio sono un unico occhio, un’unica visione, una sola conoscenza, un solo amore».

 

Ecco quindi che la Luce che è «all’interno del proprio sguardo, che è all’origine  del proprio sguardo», ovvero della Coscienza, è il Verbo:

 

«in Lui è la vita
e la vita è la Luce degli uomini».

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14 commenti su “Nulla Può Darsi Fuori della Coscienza. Parte Seconda. Il Matto.”

  1. NONNA RAGNO,( la mitica Aracne ma senza superbia ), se l’avessero conosciuta i Cristianucci, ne avrebbero fatta una Papessa.

  2. Caro Matto che ama la luce e gli specchi,
    e caro don P.P. che non ama la sabbia almeno quanto io non amo la censura imposta, così come non amo le mascherine antivirus degli Elkann,
    ad entrambi ho pensato di offrire lacerti di una delle “Interviste Impossibili” di Vittorio Sermonti: quella a Marco Aurelio ( 1974 ). Ciascuno di voi vi troverà qualche pensiero che, ne sono sicura,- se non gli piacerà, almeno lo interesserà, o lo farà, comunque, riflettere nel segreto della propria stanza e del proprio cuore.(I= Io- Sermonti; M= Marco Aurelio-malato-, interpretato da Carmelo Bene) .
    “M- Vivi umanamente! I- Cioè? M. Cioè senza tormentarmi. La natura dell’uomo è societaria. Ascolta, caro: è più facile pensare ad un granello di sabbia dissociato dal concetto di sabbia che pensare ad un uomo dissociato da un concetto di umanità. I-. Questo è molto bello, me lo lasci dire! M- Analogamente, come in un granello di sabbia è tutta la sabbia, così in ogni uomo è tutto il genere umano: cucìnatelo in te stesso; prenditelo dentro il genere umano! I- Lei, allude, evidentemente, ad un appagamento interiore. M- La conoscenza del mondo si attua alla stregua degli organi sensori dovuti ad agenti esterni: processo fisiologico, dunque, caro, che diventa psichico allorchè il “gas” dell’anima, espansosi lungo le 5 correnti dei sensi, trasmette la percezione all’organo centrale.
    Zenone e Crisippo convengono con Freud sulla presenza di questo supervisore dell’Ego che compie le funzioni superiori, garantisce l’unità, verifica l’inequivocabilità dei messaggi sensoriali. E’ come un ragno al centro della tela. Avverte il tremolio della tela quando una mosca incappa nel reticolato. Traduce in comportamento la stimolazione nosologica: si avventa sulla mosca, la divora, la caca. Così tutto nell’universo trascorre e si cangia secondo una feroce solidarietà delle parti tra di loro per dentro alla Santa Indifferenza del Tutto.
    I- …ora vorremmo sapere- da uomo e da principe- come concepisce il rapporto etico-conoscitivo dell’altro da sé—
    M.-Se il buon Sesto da Cheronea non mi avesse insegnato la sopportazione per gli ignoranti e gli irresponsabili, ci aggiungerei che, appunto perchè cercavo di ascoltarti, mi annoiavo. I- Una domanda, non mi fraintenda, molto, molto alla mano: Lei crede in Dio, Principe?.
    M- Ti sei mai infilato, caro, tra due lastre d’argento tirate a lucido e poste, secondo una tenue inclinazione, a convergere? I- Senz’altro: dal barbiere! M.- Quanti “te” hai visto? I.- Non lo so, non mi sono mai contato!
    M.- Male! Sono 26, 26, 27. La moltiplicazione, naturalmente, si protrae all’infinito, solo che la luce, ad un certo punto, si sfalda e l’immagine annega in un buio lattiginoso.
    Laggiù, in quel buio, si annida un numero innumerevole di “te” che ti guardano perplessi, che cercano di contarti e che tu non vedi, l’ultimo dei quali… I.-… che non esiste! Non esiste un Ultimo di materia infinita. M.- Certo: non esiste, ma, intanto ti somiglia. E’ come te e ti guarda…L’ultimo, probabilmente… I.- …E’ Dio!
    M- Al contrario, l’ultimo sei tu! …E io, probabilmente.
    I.- Allora, quello che guarda nello specchio, chi è?
    M.- Potrei sbagliare ma credo che quello sia Dio. I.- Mi pare di aver capito che, bene o male, Lei in Dio ci crede. M.- Credo di credere in un Marco Aurelio, che in tutti i casi, nella sua lattiginosa irrisorietà, creda in me.
    I. Perchè dovrebbe? M.- Perchè Lui mi vede, caro.
    I.- Non si offende se le dico che sono abbastanza frastornato? M.- Vai, ma prima almeno consigliami qualche nuovo ritrovato contro le vertigini, gli sputi di sangue, il mal di stomaco… .-I.- Se l’avessi saputo avrei portato con me qualche rimedio…
    M.- E non fare lo str..zo! Credi che non abbia capito che è mezz’ora che ti sto sognando? ”
    ###
    youtube.com/watch?v=7M6Mu68gnU
    Salvète!

    1. Ovviamente ho apprezzato molto. Grazie.

      Il passaggio in cui si parla del ragno mi ha colpito particolarmente, e mi ha riportato alla connessione simbolica tra il ragno e il sole.

      Al riguardo propongo una deliziosa leggenda degli indiani Cherokee.

      Nonna Ragno e il sole

      Molti anni fa il popolo indiano viveva in un buio così fitto che la gente continuava a urtarsi e doveva procedere toccando gli oggetti per non cadere.
      – Non si può continuare così – brontolavano molti.
      – Ci vorrebbe la luce!
      Allora Volpe raccontò di un popolo che viveva dall’altra parte del mondo e che possedeva la luce del sole ma la
      teneva tutta per sé.
      Opossum si offrì di recarsi laggiù e di rubarne un pezzetto:
      – Ho la coda lunga e folta e sarà facile nasconderci dentro un pezzetto di luce!
      Raggiunta l’altra parte del mondo, Opossum strisciò fino al sole e nascose nella coda un po’ della sua luce. Questa, però, era tanto calda che in un attimo gli bruciò la pelliccia. Opossum lanciò uno strillo e così fu scoperto. Venne quindi la volta di Falco.
      – Tenterò io! Metterò un raggio di luce sulla testa e ve lo porterò.
      Falco partì e raggiunse l’altra parte del mondo. Afferrò un raggio del sole e se lo mise sulla testa… ma si bruciò le penne. Falco lanciò un grido di dolore: fu così scoperto e costretto a rimettere il raggio al suo posto. A questo punto, Nonna Ragno disse:
      – Proverò io!
      Ecco come fece: intrecciò un filo di ragnatela così lungo da raggiungere l’altra parte del mondo, poi partì portando con sé una pentola molto robusta.
      Piccola com’era, Nonna Ragno arrivò indisturbata fino al sole, lo prese e lo infilò svelta nella pentola. Prima ancora che la gente si accorgesse del furto, Nonna Ragno si era già arrampicata sulla ragnatela e, in un baleno, era tornata
      a casa portando la luce del sole al suo popolo.

    2. Don Pietro Paolo

      Cara Adriana,
      il passo che cita da Vittorio Sermonti — con quel dialogo tra il “Marco Aurelio” di Carmelo Bene e il suo interlocutore — è indubbiamente affascinante.
      C’è in esso la nostalgia di un ordine cosmico e di una ragione universale che lega l’uomo al Tutto, secondo la sensibilità stoica. Ma è anche la stessa prospettiva che il cristianesimo ha dovuto superare per riconoscere in Dio NON è un riflesso della coscienza umana, bensì una Persona che ama, chiama e salva.

      Quando lei riporta l’immagine degli “specchi”, dove l’uomo si moltiplica fino a perdersi in un “buio lattiginoso”, mi pare che emerga una visione suggestiva ma immanentista: Dio come proiezione dell’uomo, come ultimo riflesso della mente. È l’eco di quel “divino interiore” che non trascende ma si dissolve.

      Io come cristiano, invece, credo in un Dio che non nasce dal pensiero, ma che precede e sostiene il pensiero stesso.
      Non è l’uomo che si specchia in Dio, ma Dio che si rivela all’uomo e, nel suo sguardo, lo chiama per nome.
      Non un gioco di riflessi, ma un incontro di libertà.

      Comprendo la finezza letteraria del testo, ma Cristo non ci invita a contemplare la “Santa Indifferenza del Tutto”; ci invita piuttosto a superare l’indifferenza, ad amare, a perdonare, a vivere da figli, non da riflessi.
      E se, come lei scrive, “in un granello di sabbia è tutto il genere umano”, allora quel genere umano trova senso solo perché Dio si è fatto uno di noi — non come riflesso, ma come carne e sangue.

      Le auguro, cara Adriana, che il suo sguardo possa posarsi non sul proprio riflesso, ma sul volto vivo di Cristo, unica immagine del Dio invisibile.

      1. Caro don P.P.,
        mi auguro, come parrebbe, che lei abbia apprezzato la profondità del testo, come pure la sua esistenziale, sapiente ironia… Mi permetto di suggerire di far caso all’ultima
        – significativa- battuta di Marco Aurelio che non esclude alcuna possibilità.

  3. In senso lato, quindi onnicomprensivo, sembra che a molte, troppe persone sfugga un particolare di non poco conto, e cioè che ognuno – ognuno! – parla e scrive della propria – propria! – esperienza di vita. Più precisamente ciò che ognuno dice e scrive gli è dettato dalla propria esperienza di vita. La responsabilità è quindi strettamente personale, ed il giudizio di ciascuno è dato da ciò che ciascuno fa, pensa, dice e scrive. A livello animico-spirituale, nessuno – nessuno! – può giudicare nessuno. Quindi non esiste un Dio giudice bensì un Dio che “avalla” il giudizio di sé che ciascuno determina col suo pensare, parlare, scrivere e agire. Chi nega tutto ciò afferma implicitamente che il famoso “libero arbitrio”‘ è una panzana.

    1. Don Pietro Paolo

      C’è oggi una forma sottile di spiritualismo che scambia la propria esperienza interiore per misura universale della verità.
      Si pensa che ciascuno, in fondo, sia giudice di sé stesso, e che Dio non faccia altro che “confermare” ciò che l’uomo decide di pensare, dire e fare.
      Ma questa visione, tanto seducente quanto illusoria, non è cristiana.

      La fede della Chiesa insegna che Dio è Signore e Giudice della storia, non lo specchio del nostro io.
      L’uomo non si crea da sé, e dunque non può giudicarsi da sé: egli riceve l’essere, la vita e la verità da Colui che lo ha voluto libero, ma non autosufficiente.
      Il giudizio appartiene a Dio non per dominio, ma per verità.
      Quando il Vangelo parla del “giudizio finale”, non descrive un tribunale capriccioso, ma la rivelazione piena di ciò che ciascuno è davanti alla luce di Cristo: “Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere secondo le opere compiute” (2Cor 5,10).

      La libertà dell’uomo — il cosiddetto libero arbitrio — non è una finzione.
      È il dono più grande che Dio abbia fatto alla creatura, perché solo chi è libero può amare.
      Ma la libertà non consiste nel dichiarare buono ciò che ci piace: consiste nel scegliere il bene e nel riconoscere la verità anche quando ci supera.
      Dio non “ratifica” le nostre convinzioni: le illumina.
      E spesso lo fa non per compiacerci, ma per liberarci da noi stessi.

      Il vero dramma dell’uomo moderno non è l’assenza di libertà, ma la pretesa di bastare a sé.
      Quando la coscienza si chiude in se stessa, si spegne la luce del discernimento e si dissolve la responsabilità morale: il bene e il male diventano opinioni, non realtà.
      Così, nel nome di un falso amore, si perde il senso del peccato; e nel nome di una falsa libertà, si rifiuta la grazia che salva.

      Il cristianesimo, al contrario, afferma che Dio non lascia l’uomo solo nel proprio giudizio, ma lo chiama alla verità, che è sempre personale ma mai privata.
      Il giudizio di Dio non condanna chi si converte, ma guarisce chi si lascia amare.
      Non è un “avallo” delle nostre scelte: è il fuoco purificatore che restituisce all’anima la sua forma originaria.

      In fondo, ciò che decide il destino eterno non è l’opinione che abbiamo di noi stessi, ma lo sguardo di Dio su di noi.
      Uno sguardo che giudica perché ama, e salva proprio perché dice la verità.

  4. Caro don P.P.,
    con le sue affabulazioni polisemiche lei si prodiga per aprire sentieri di conoscenza trascendentale ai suoi lettori, oppure per innalzare una muraglia (cinese) attorno agli interventi di Enrico in modo da bloccarne risolutamente l’accesso?

    1. Don Pietro Paolo

      Carissima Adriana, “avvocata” di Enrico,

      capisco che per lei le mie parole possano sembrare affabulazioni polisemiche — l’espressione è elegante, gliene rendo merito — ma in realtà si tratta semplicemente di chiarimenti cattolici, necessari per chi legge certi “interventi” sincretisti, seducenti e suggestivi del suo assistito.
      Laddove l’emozione letteraria tenta di sostituirsi alla dottrina, è doveroso ricordare che la verità della fede non si misura dal fascino delle parole, ma dalla fedeltà al Vangelo.

      Non costruisco muraglie, cara Adriana: semmai rialzo i confini del Credo, perché non vengano scambiati per sabbia.

    2. Adriana, attendo la tua parcella. Sono certo che mi farai uno sconto. Non dimenticare che sono un accolito di Lucifero 😂😂😂

      1. Mio caro Matto,
        non sono l’avvocata Bernardini-Pace- famosa divorzista, nota per le sue “care” parcelle, ferrea sostenitrice della “realtà effettuale”- . Sono un’utopista che sogna che tutti possano andare d’accordo….”almeno” un po’ ragionevolmente, “almeno” soltanto con i piedi, dopo averli tenuti per “almeno” un mese nelle scarpe del “fratello” avversario. Una illusione, che però- quasi sempre- rende l’esistenza meritevole di esser vissuta…###

  5. Don Pietro Paolo

    “La Luce che illumina la coscienza. Riflessione teologica sul mistero della Luce increata

    “In Lui era la vita,
    e la vita era la luce degli uomini.”
    (Gv 1,4)

    Negli ultimi tempi si leggono riflessioni affascinanti sulla Coscienza come “luce che si ripiega su se stessa”, come “pura presenza di sé a sé”.
    Sono pagine che intrecciano Evola, Le Saux, Plotino, Eckhart e altri, ma che finiscono per proporre un’idea di luce interiore che si fa principio assoluto: la coscienza come Dio.
    È necessario, dunque, chiarire la distinzione fondamentale tra la luce increata di Dio e la luce riflessa della coscienza umana, per non confondere il Creatore con la creatura.

    “Nulla può darsi fuori della coscienza”

    La luce che non nasce dal basso

    Il Vangelo parla della Luce vera “che illumina ogni uomo che viene nel mondo” (Gv 1,9).
    Dunque, non tutto accade “nella coscienza”: è la coscienza che accade nella luce di Dio.
    L’uomo porta in sé una scintilla divina, ma questa non è la fonte dell’essere: è un riflesso.
    La Rivelazione cristiana non conosce un Dio che scaturisce dalla coscienza, ma una coscienza che si apre alla luce del Dio vivente.

    Ogni volta che l’uomo pretende di essere lui la luce, smarrisce la verità e sprofonda nell’ombra più antica: quella dell’orgoglio spirituale.

    “Coscienza semplicemente di sé medesima”

    Non è la coscienza che vede Dio, ma Dio che illumina la coscienza

    Nelle filosofie non-duali, la coscienza è descritta come autoluce: presenza pura che si contempla da sé.
    Il cristiano invece riconosce una realtà più alta: non l’autocontemplazione, ma l’incontro.
    Non è la coscienza che vede Dio — è Dio che illumina la coscienza.

    Nella preghiera profonda non avviene una fusione tra l’“io” e il Divino, ma una comunione tra due libertà: quella del Creatore e quella della creatura.
    Per questo la visione cristiana non è “non-duale”, ma relazionale: due sguardi che si incontrano nella luce, non che si confondono in essa.

    “Sat, cit, ananda: essere, coscienza, beatitudine”

    La Trinità non è una triade concettuale

    Alcuni tentano di accostare i termini vedantici sat–cit–ananda alla Trinità cristiana, identificando nell’“essere” il Padre, nella “coscienza” il Figlio, nella “beatitudine” lo Spirito.
    Ma la Trinità non è una sequenza di concetti: è vita personale, comunione d’amore tra Persone reali e distinte.
    Il Padre non è un principio astratto, il Figlio non è una “coscienza divina”, e lo Spirito non è mera “energia beatifica”:
    sono tre Persone consustanziali in una sola natura divina.
    La comunione trinitaria non annulla la distinzione: la glorifica.

    “La creazione è uno specchio in cui Dio guarda se stesso”

    L’uomo è immagine, non riflesso necessario

    La metafora dello “specchio” è antica e affascinante, ma se spinta oltre il limite diventa gnostica.
    Dio non crea per guardarsi: crea per amare.
    La creazione non è lo specchio di un Dio che si contempla, ma il dono libero di un Dio che si comunica.
    L’uomo è immagine di Dio, non il suo riflesso necessario:
    “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza” (Gen 1,26).

    L’immagine è segno di distinzione e libertà, non di identità.
    L’uomo non è Dio: è chiamato a partecipare alla sua luce, non a produrla.

    “La visione è luce e la luce è visione”

    Dalla luce interiore alla Luce incarnata

    Plotino parla della visione come autoluminosità dello spirito, e Eckhart sembra dire: “L’occhio con cui vedo Dio è lo stesso occhio con cui Dio vede me”.
    Ma il cristiano sa che quell’unico occhio è la grazia: è lo Spirito che unisce, non la natura che si confonde.
    La vera autovisione è l’amore di Dio che, guardandoci, ci fa capaci di guardarlo.

    La luce che abita il cuore umano è sempre una luce accolta, mai posseduta.
    Non nasce dall’interiorità, ma dall’Incarnazione: dal Verbo fatto carne, “Luce da Luce”, che è venuto a rischiarare chi giaceva nelle tenebre.

    “La luce è la coscienza che si vede”

    La luce che giudica e salva

    La coscienza, in senso cristiano, non è principio assoluto ma luogo del giudizio di Dio.
    È lo spazio interiore dove la verità parla e distingue, non dove si annulla ogni distinzione.
    La luce che salva non è quella che ci rivela a noi stessi, ma quella che ci rivela a Dio e Dio a noi.
    Cristo non ci lascia specchiarci: ci chiama a convertirci.
    La sua luce non è neutra — è misericordiosa, ma anche tagliente, come “spada a doppio taglio” (Eb 4,12).

    Conclusione

    C’è una luce che abbaglia e una luce che salva.
    La prima nasce dall’intelligenza che si contempla; la seconda dall’umiltà che si lascia guardare.

    La luce che è “all’origine del nostro sguardo” non è la coscienza che si piega su se stessa, ma il Verbo eterno che si china su di noi.
    E solo chi si riconosce creatura amata — non scintilla dell’Assoluto, ma figlio redento — può dire con verità:

    “Signore, nella tua luce vedremo la luce.”
    (Sal 36,10)

    1. Grazie di questo suo commento che mi aiuta a distinguere Lucifero da Gesù Verbo Incarnato.

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