Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo post pubblicato su Facebook da Luciano Tovaglieri, che ringraziamo per la cortesia. Pensiamo sia un articolo molto interessante, completo e sul quale sarebbe opportuna una riflessione. Buona lettura e diffusione.
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L’ABBORDAGGIO DI PANTELLERIA E L’ARROGANZA DELLE SANZIONI: CHI HA DATO ALL’OCCIDENTE IL DIRITTO DI DECIDERE CON CHI IL MONDO PUÒ COMMERCIARE?
Di Luciano Tovaglieri, Segretario Nazionale Di IGNIS
Fuoco Italico
L’abbordaggio della petroliera Toa Payoh nelle acque internazionali a ovest di Pantelleria non è un incidente isolato sul quale il Governo italiano possa cavarsela con qualche riga di comunicato. È la fotografia nitida di un’arroganza che l’Occidente ha smesso da tempo di nascondere: la pretesa che Stati Uniti, Unione Europea e i loro satelliti abbiano il diritto di decidere, da soli, chi al mondo possa commerciare, quali merci possano attraversare i mari, quali banche possano muovere denaro e quali economie debbano essere strangolate.
Il 2 agosto militari italiani, partiti dalla nave Thaon di Revel nell’ambito dell’operazione europea IRINI, sono saliti con l’elicottero sulla Toa Payoh, petroliera colpita dalle sanzioni dell’Unione Europea e associata alla cosiddetta “flotta ombra” russa. La nave non trasportava armi verso la Libia.
Non era diretta in un porto libico. Era partita da Cotonou, in Benin, ed era diretta a Istanbul. Un’operazione nata per far rispettare l’embargo ONU sulle armi alla Libia è stata piegata, con un colpo di mano politico prima ancora che giuridico, al servizio della guerra economica contro Mosca.
E lo si è fatto quando la specifica autorizzazione della risoluzione 2292 del Consiglio di Sicurezza, che permetteva certe ispezioni coercitive in alto mare per l’embargo libico, era già scaduta dal 25 maggio 2026.
Il Governo e Bruxelles si affrettano a spiegare che l’operazione non si fondava sulle sanzioni in sé, ma sul diritto di visita previsto dall’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, per accertare la reale nazionalità della nave e la validità della bandiera camerunense. È qui che la costruzione crolla. L’articolo 110 non trasforma le marine militari in polizia economica degli oceani. Autorizza il diritto di visita in casi tassativi: pirateria, tratta degli schiavi, trasmissioni non autorizzate, assenza di nazionalità, false bandiere accertate.
Le sanzioni autonome dell’Unione Europea non compaiono in questo elenco, e non ci compaiono per una ragione precisa: non sono diritto internazionale, sono volontà politica di una parte del mondo travestita da legalità.
Se esistevano elementi concreti per ritenere falsa la bandiera della Toa Payoh, il Governo li renda pubblici. In caso contrario ammetta ciò che appare evidente: si è usato un cavillo sulla bandiera per giustificare un’operazione militare il cui vero scopo era colpire una nave sanzionata da Bruxelles contro la Russia.
Da qui il salto che nessuno vuole ammettere: dal diritto internazionale al diritto del più forte.
La Carta delle Nazioni Unite attribuisce al Consiglio di Sicurezza, e soltanto a lui, il potere di adottare misure economiche vincolanti per mantenere la pace, secondo quanto stabilisce l’articolo 41. Quelle sono sanzioni internazionali autentiche, decise da un organo al quale gli Stati membri hanno attribuito quella competenza, competenza che tra l’altro noi di IGNIS contestiamo.
Le sanzioni unilaterali di Washington e Bruxelles tuttavia sono un’altra cosa. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea possono legittimamente vietare alle proprie imprese di commerciare con un Paese, bloccare beni sul proprio territorio, impedire ai propri cittadini determinate transazioni.
Il salto di qualità, l’atto di prepotenza vero e proprio, avviene quando pretendono che quei divieti valgano anche per soggetti di Paesi terzi che non hanno mai risposto a Washington né a Bruxelles. È il meccanismo delle sanzioni secondarie: un’impresa asiatica, africana o latinoamericana viene messa davanti a un ricatto, non a una scelta, tra interrompere un rapporto commerciale perfettamente legale secondo il proprio ordinamento oppure perdere l’accesso al dollaro, alle banche corrispondenti, al sistema finanziario occidentale. Formalmente quell’impresa non è soggetta alla legge americana.
Nella sostanza viene piegata a obbedirle. L’Office of Foreign Assets Control statunitense amministra programmi sanzionatori spesso amplissimi, non limitati a singoli individui ma a interi Paesi come Cuba e Iran, e lo fa apertamente in nome degli obiettivi di politica estera degli Stati Uniti. L’Unione Europea, dal canto suo, dichiara senza pudore di poter adottare misure restrittive anche “di propria iniziativa”, senza alcun mandato ONU. Una decisione del Consiglio di Sicurezza può essere discutibile, ma affonda almeno le radici nell’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale. Una misura autonoma di Washington o di Bruxelles è soltanto la decisione interna di una parte del mondo che pretende di valere come legge universale. Quando questo accade non siamo più nel diritto internazionale. Siamo nella proiezione imperiale del potere economico occidentale, nient’altro.
L’arma con cui questa proiezione imperiale si esercita non è soltanto la potenza militare americana, ma la posizione centrale del dollaro, delle banche statunitensi, delle assicurazioni occidentali, delle infrastrutture finanziarie che reggono il commercio mondiale. Basta che una transazione tra due imprese non americane passi anche solo per una fase tecnica attraverso un intermediario statunitense, o sia regolata in dollari, perché possa essere bloccata. Una banca europea rifiuta un pagamento formalmente lecito perché teme che domani un’autorità americana lo interpreti come violazione. Un produttore farmaceutico rinuncia a vendere medicinali teoricamente esenti da sanzioni perché nessuna banca vuole processare il pagamento e nessun assicuratore vuole coprire il trasporto. È il fenomeno dell’over-compliance: la sanzione scritta sulla carta viene moltiplicata dalla paura, e le esenzioni umanitarie restano lettera morta, non perché siano formalmente vietate, ma perché diventa impossibile pagarle, trasportarle, assicurarle.
E qui cade il principale alibi occidentale, quello delle sanzioni come alternativa incruenta alla guerra.
Non lo sono.
Le sanzioni economiche estese non colpiscono presidenti, ministri, generali o le grandi imprese di Stato. Colpiscono l’intero corpo sociale che da quell’economia dipende: bambini, anziani, malati cronici, disabili, lavoratori a basso reddito, famiglie che vivono dei servizi pubblici. La svalutazione della moneta fa impennare il prezzo del cibo importato. La scarsità di valuta impedisce di comprare farmaci e apparecchiature sanitarie. Il blocco degli investimenti fa marcire acquedotti, centrali elettriche, ospedali. La riduzione delle esportazioni prosciuga le casse dello Stato e con esse sanità, istruzione, assistenza. Una rassegna della letteratura pubblicata su International Studies Review osserva che le sanzioni più severe, in particolare quelle statunitensi, tendono ad aumentare la mortalità infantile attraverso la perdita di reddito e il deterioramento dei servizi sanitari. Altri studi hanno rilevato che le sanzioni possono persino peggiorare la repressione interna: un Governo sotto assedio economico accentra le risorse residue, reprime il dissenso, scarica ogni fallimento sul nemico esterno.
Il risultato è tanto prevedibile quanto osceno: la popolazione si impoverisce, mentre le classi dirigenti, controllando ciò che resta delle risorse, spesso si rafforzano. Le sanzioni indiscriminate riescono così, contemporaneamente, a fallire l’obiettivo politico dichiarato e a colpire con precisione chirurgica milioni di persone che non hanno alcun potere di decidere nulla.
Cuba è il monumento vivente a questa ipocrisia. Si può giudicare con severità il sistema politico ed economico cubano, la pianificazione centralizzata, l’assenza di pluralismo, gli errori di sessant’anni di dirigenza. Ma proprio perché quel sistema ha responsabilità proprie, quale logica ha aggiungervi da oltre mezzo secolo un embargo esterno che regala al Governo dell’Avana l’alibi perfetto e scarica ulteriori sacrifici sulla popolazione?
L’embargo non ha democratizzato nulla. Non ha rovesciato nessuno. Ha soltanto reso più difficile distinguere quanto della crisi cubana dipenda dal fallimento del modello interno e quanto dall’accerchiamento esterno, trasformando un intero popolo nello strumento con cui si tenta di piegare un Governo. Non è diplomazia. È solo una crudele, inutile e ingiusta punizione collettiva, e nel 2019 un esperto delle Nazioni Unite lo ha detto senza mezzi termini, denunciando le misure unilaterali americane contro Cuba, Iran e Venezuela come una minaccia grave ai diritti umani e alle regole della condotta internazionale.
In Iran il meccanismo si ripete identico. Sulla carta molti beni alimentari, medicinali, prodotti umanitari non sono vietati. Nella realtà le restrizioni finanziarie, il terrore delle sanzioni secondarie, la fuga degli operatori internazionali li rendono introvabili. Una banca che teme di essere tagliata fuori dal mercato americano non perde tempo a distinguere una transazione lecita da una vietata: le rifiuta entrambe. Un produttore che teme che un componente medico venga classificato a duplice uso rinuncia a venderlo. Un vettore che considera troppo alto il rischio reputazionale non trasporta nulla. Così una misura presentata come “mirata” contro lo Stato iraniano si propaga lungo l’intera catena e arriva fino al malato, alla farmacia, all’ospedale, alla famiglia. Non serve condividere il sistema politico iraniano per capire che un malato non può diventare ostaggio geopolitico.
E le sanzioni, oltre a essere criminali nei loro effetti, sono spesso persino stupide nei loro risultati economici.
Quando colpiscono grandi produttori di energia, cereali, fertilizzanti o materie prime, i loro effetti si propagano nell’intera economia mondiale, alzano i costi energetici, stravolgono le rotte commerciali, arricchiscono gli intermediari, alimentano il contrabbando. Uno studio pubblicato dalla rivista del Fondo monetario internazionale ha osservato che le sanzioni moderne contro una grande economia integrata nei mercati globali producono effetti mondiali ben più vasti che in passato, proprio perché colpiscono esportatori decisivi di petrolio e grano. Il commercio raramente scompare: diventa opaco. Nascono società di comodo, triangolazioni, cambi di bandiera, trasferimenti nave contro nave. Il Paese sanzionato incassa meno, il consumatore finale paga di più, gli intermediari si arricchiscono. Non è una politica efficiente. È una tassa geopolitica imposta al mondo intero, che per giunta produce esattamente ciò che l’Occidente dice di voler evitare: la costruzione di circuiti finanziari alternativi, l’abbandono progressivo del dollaro, nuovi sistemi di pagamento, un pezzo di mondo che si allontana dalle istituzioni occidentali un po’ più a ogni sanzione.
E qui arriviamo al punto più pericoloso, quello che la storia ha già scritto e che l’Occidente sembra aver rimosso.
Le sanzioni non sono un’alternativa alla guerra: ne sono spesso l’anticamera.
Quando un Paese viene progressivamente escluso dai mercati, privato delle proprie riserve, soffocato nelle esportazioni e circondato militarmente, la tensione non si allenta. Esplode. Non è una previsione astratta: è già successo, ed è successo nel modo più tragico possibile. Nel luglio del 1941 gli Stati Uniti, dopo l’occupazione giapponese dell’Indocina francese, imposero a Tokyo il congelamento dei beni e un embargo sul petrolio che, insieme alle misure di Regno Unito e Indie orientali olandesi, tagliò fuori il Giappone da circa l’ottanta per cento delle sue importazioni petrolifere.
Per un Paese privo di riserve energetiche proprie e totalmente dipendente dalle importazioni per far muovere la propria flotta e la propria industria, quell’embargo non era una sanzione tra le tante: era una sentenza di soffocamento economico totale. Il Giappone si trovò davanti a un’alternativa brutale, negoziare la resa della propria politica imperiale in Asia oppure impadronirsi con la forza delle risorse petrolifere del Sud-Est asiatico prima che le riserve si esaurissero. Scelse la seconda strada, e il risultato fu Pearl Harbor, e da Pearl Harbor la guerra del Pacifico.
L’embargo petrolifero americano resta il caso di scuola, il più emblematico che la storia contemporanea offra, di come uno strangolamento economico totale possa trasformare una crisi diplomatica in una guerra mondiale. Chi oggi maneggia le sanzioni come uno strumento pulito, quasi umanitario, dovrebbe rileggersi questa pagina prima di autorizzare la prossima interdizione navale.
E non è la prima volta che l’Occidente usa le sanzioni con un metro a due misure, giudicando reato ciò che a sé stesso concedeva come diritto. Nell’ottobre del 1935, dopo l’invasione italiana dell’Etiopia, la Società delle Nazioni impose all’Italia sanzioni economiche, sotto la spinta di Francia e Regno Unito, le stesse potenze che in quel momento amministravano i più vasti imperi coloniali della storia, dal Nordafrica all’Asia meridionale, dall’Indocina all’Africa subsahariana.
Con quale autorità morale due Stati che avevano conquistato e sottomesso mezzo pianeta si ergevano a giudici della conquista italiana in Etiopia? Se il principio era che nessuno Stato ha diritto di invadere e colonizzare un altro popolo, quel principio doveva valere per tutti o non valeva per nessuno: doveva valere per Londra in India quanto per Roma in Africa orientale. Non è un caso che quelle stesse sanzioni, colme di ipocrisia, furono anche clamorosamente incoerenti nei fatti: il petrolio, la materia che avrebbe davvero potuto paralizzare la macchina bellica italiana, fu volutamente escluso dall’embargo, e l’Italia poté comunque rifornirsi attraverso Stati non membri della Società delle Nazioni.
Il risultato fu il peggiore possibile: sanzioni abbastanza umilianti da alimentare in Italia un risentimento nazionalista che il fascismo seppe sfruttare fino in fondo, e abbastanza deboli da non impedire nulla sul piano militare. Un disastro doppio, prodotto dalla stessa logica che oggi rivediamo a Pantelleria: usare il diritto internazionale come randello selettivo, brandito contro chi si vuole colpire e riposto nel fodero quando si tratta di sé stessi.
Cina e Russia adottano contromisure, restrizioni commerciali, congelamenti patrimoniali contro persone, imprese o Stati stranieri. La Cina ha una legge del 2021 contro le sanzioni straniere, rafforzata nel 2025, che prevede restrizioni e congelamenti contro chi ritiene responsabile di misure discriminatorie verso i propri interessi. La Russia ha adottato numerose controsanzioni in risposta alle misure occidentali. Ma qui la differenza non è di grado, è di natura. Quelle sono contromisure, reazioni a un attacco subito, confinate quasi sempre ai soggetti direttamente coinvolti nella disputa. Nessuno le confonda con ciò che fa Washington: nessuno Stato al mondo, oggi, dispone contemporaneamente della valuta più usata negli scambi internazionali, del controllo su una parte decisiva della finanza globale, di una rete mondiale di alleanze politiche e militari, della capacità di minacciare banche e imprese di Paesi che non c’entrano nulla con la disputa originaria, di una macchina come l’OFAC, di un’influenza pervasiva su assicurazioni, credito, pagamenti e trasporti internazionali. La Cina può impedire a un’impresa di operare sul mercato cinese. Gli Stati Uniti possono rendere quell’impresa un paria nell’intero sistema finanziario mondiale, ovunque essa si trovi, qualunque legge nazionale la protegga. È questa asimmetria, e non un generico “anche gli altri lo fanno”, a trasformare la politica sanzionatoria occidentale in una forma di sovranità imperiale che nessun’altra potenza al mondo possiede né esercita.
Chi difende ancora le sanzioni ripete che oggi non esistono più embarghi indiscriminati ma “sanzioni intelligenti”, mirate contro individui, banche, settori strategici. La distinzione avrebbe un senso se si limitasse a congelare i beni personali di un funzionario responsabile di un crimine preciso. Ma quando a essere colpite sono la banca centrale, l’energia, i trasporti, il credito, le assicurazioni, la tecnologia, le esportazioni e i sistemi di pagamento di un intero Paese, non esiste più nessuna sanzione mirata: esiste un attacco sistemico contro l’economia di una nazione, e le sue conseguenze ricadono inevitabilmente sulla popolazione. Una banca centrale non è il conto corrente personale del Governo: da essa dipendono la stabilità monetaria e le importazioni di un intero popolo. Una raffineria non appartiene soltanto alla classe dirigente: produce il carburante delle ambulanze, degli agricoltori, dei trasporti. Una rete bancaria non serve agli oligarchi: serve a pagare i salari, comprare i farmaci, importare il cibo. Chi colpisce l’intero organismo economico di un Paese non può sostenere in buona fede di voler colpire soltanto la sua testa.
Servirebbe, a questo punto, un principio internazionale nuovo, semplice e chiaro: le sanzioni economiche generali dovrebbero essere ammesse soltanto se autorizzate dal Consiglio di Sicurezza, con obiettivi definiti, durata limitata, revisioni periodiche e verifiche indipendenti sull’impatto umanitario; le misure unilaterali dovrebbero restare rigorosamente territoriali, capaci cioè di vincolare i propri cittadini e le proprie imprese ma non di imporre la propria legge al resto del pianeta attraverso il ricatto finanziario; le sanzioni secondarie andrebbero riconosciute come incompatibili con la sovranità degli Stati e con la libertà del commercio internazionale; le esenzioni umanitarie dovrebbero essere automatiche e sostenute da canali bancari, assicurativi e logistici realmente funzionanti; e ogni misura dovrebbe essere sospesa nel momento in cui i danni sulla popolazione superano sproporzionatamente i risultati politici ottenuti. L’obiettivo non è rendere più presentabile una punizione collettiva. È impedire che un popolo intero venga trasformato in arma contro il proprio stesso Governo.
Il Governo italiano deve spiegare quale fosse la base giuridica dell’operazione contro la Toa Payoh, quali fossero i sospetti concreti sulla sua bandiera, quali regole d’ingaggio siano state applicate, quale atto abbia autorizzato l’impiego di IRINI in un’operazione legata alle sanzioni contro la Russia. Ma deve rispondere soprattutto a una domanda politica, prima ancora che giuridica: perché militari italiani devono rischiare un incidente internazionale, cercare rogne con la Russia, per eseguire decisioni economiche prese a Bruxelles dentro una strategia geopolitica scritta a Washington? L’Italia non ha alcun interesse a trasformare il Mediterraneo in un nuovo fronte di interdizione fra blocchi contrapposti. Non ha interesse a impedire il commercio fra Paesi terzi soltanto perché qualcuno, a Washington o a Bruxelles, ha deciso che quel commercio debba cessare. Non ha interesse a mettere la propria Marina al servizio di una guerra economica permanente decisa da altri.
Il diritto internazionale non può ridursi all’insieme delle decisioni prese dall’Occidente. La legalità non può cambiare a seconda dell’alleato da proteggere o dell’avversario da colpire. E il popolo di Cuba, dell’Iran, della Russia, o di qualunque altro Paese finito nel mirino, non può essere privato di cibo, cure, lavoro ed energia soltanto per essere piegato a rovesciare il proprio Governo. Si possono condannare quei Governi. Si possono interrompere i rapporti diplomatici. Si possono perseguire, uno per uno, i responsabili di crimini provati.
Ma affamare un popolo non è diplomazia. Impedirgli di commerciare non è giustizia. Costringere il resto del mondo a inginocchiarsi davanti alla legge americana non è diritto internazionale. E mandare militari italiani ad abbordare navi straniere per difendere questa architettura di potere non significa custodire la pace. Significa avvicinare, un’operazione dopo l’altra, quella guerra mondiale a pezzi che diciamo, con sempre meno convinzione, di voler evitare.
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