Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione due elementi sulla vicenda delle ordinazioni episcopali a Écone e della scomunica successiva. Buona lettura e meditazione.
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Il primo è questo post su Facebook di Francesco Agnoli:
Ho conosciuto don Davide Pagliarani al suo primo anno di seminario. Ho avuto modo di conoscere, da ragazzo, anche mons. Lefebvre, anche se solo per pochi minuti. So abbastanza bene cosa è la Fraternità San Pio X e so anche chi è Tucho Fernandez.
Non per dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, ma per realismo, credo che gli errori siano stati tanti, e da entrambe le parti.
La Fraternità può giustamente affermare di non essere stata trattata né con la stessa ” gentilezza” con cui sono trattati tanti altri disobbedienti, né con la stessa attenzione con cui vengono trattati, per fare un solo esempio, i vescovi tedeschi, disobbedienti e, quel che è peggio, patentemente eretici ( quando non sporcaccioni, interessati al denaro…); né infine con quella premura con cui si dialoga persino con seguaci di altre religioni.
Credo che Roma, per evitare uno scontro con il rabbino o l’ Iman di Roma, avrebbe dimostrato più disponibilità e prudenza.
Quanto alla fretta con cui la Fraternità ha consacrato i nuovi vescovi dopo 13 anni di quasi silenzio nell’era Bergoglio (con cui vi era pieno disaccordo dottrinale, ma una simpatia umana dai tempi in cui don Davide dirigeva il seminario in Argentina), me ne sfugge il significato.
Non era questo il momento per tentare più seriamente una via diplomatica? Le aperture di Leone alla messa in latino, il suo carattere cordiale, il suo ruolo di vicario di Cristo, le difficoltà in cui si trova essendo ancora circondato di uomini come Tucho, non avrebbero consigliato meno fretta e più prudenza?
Sta di fatto che anche questa volta mi sembra di vedere due partiti eccessivamente schierati, e se è vero che il papa è il papa, è anche vero che, come ha detto subito Parolin, il dialogo andrà ripreso.
È certamente vero che la Chiesa si fonda su Pietro, ed è certamente vero che alcune istanze della Fraternità sono oggi condivise non solo dai suoi 700 sacerdoti, ma da milioni di fedeli.
La storia ci dirà, ma non escluderei che da questa guerra intestina, triste e dolorosa, possano nascere riflessioni importanti all’ interno della Chiesa, e che la ferita non porti qualcuno a capire che il malessere nel mondo cattolico è forte e non va ignorato.
Detto questo, le analisi che mi è capitato di ascoltare da parte di Giovagnoli, Melloni ecc e buona parte del cattolicesimo modernista, che collegano la Fraternità alla destra europea, fanno davvero sorridere.
È ciò che devono dire, da uomini schierati anzitutto politicamente.
Il mondo tradizionalista è certamente più a destra che a sinistra, ma nella sua sostanza è del tutto alieno dall’ ideologia occidentalista. Lefebvre era un missionario, amava l’ Africa e temeva l’ islamizzazione dell’ Europa, ma certamente non apprezzava la postura bellicosa degli Usa, né quella di Israele.
Di fronte alla prima guerra del Golfo, poco prima di morire, riuscì ad esprimere la sua condanna.
E davanti a politicanti di vita personale del tutto aliena da quella cristiana che brandiscono rosari e crocifissi, tra un’amante e l’altra, avrebbe tenuto la stessa distanza che aveva dalla sinistra politica.
A parte quote minoritarie, il tradizionalismo è difficilmente classificabile con le categorie odierne ed è legato ad una visione prima religiosa che partitica ( salvo qualche ingenuità, sempre possibile).
Basta aver frequentato qualche volta Saint Nicolas du Chardonnet a Parigi, per capirlo: chiesa aperta, almeno un tempo, anche di notte, e frequentata da francesi giovani e vecchi, bianchi e neri, con vestiti occidentali e africane…
Che Dio possa trarre, da un male, un bene maggiore.
E che questa non sia ancora una volta l’ occasione per scannarsi tra cattolici (Benedetto parlò più volte a favore di una pacificazione, che voleva e riteneva necessaria).
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Il secondo è questa risposta di Renzo Puccetti:
Francesco, Questo modernisti di commentatori alla Melloni e tutta quella scuola infame mi danno il voltastomaco. Ho fatto due conti: 770 sacerdoti in più di 70 Paesi per due soli vescovi che cominciano ad essere anziani, è un carico davvero gravoso. Tanto per comparazione, Milano, la più grande diocesi del mondo, con 1597 sacerdoti, ha 7 vescovi + il cardinale emerito. Fa la metà dei sacerdoti da seguire e in un territorio infinitamente più ristretto.
Sicuramente tu né sai molto più di me, tuttavia, dopo mesi che chiedi di essere ricevuto, nessuno ti considera e ti vedi passare davanti Martin e quando annunci le ordinazioni ti vedi ricevere da Toucho, mentre la finta vescova anglicana lesbica ed abortista viene ricevuta con tutti gli onori e a te viene concesso solo l’approfondimento teologico, è davvero difficile potere sperare di scorgere una minima apertura.
La lettera che arriva in zona Cesarini e ti chiede solo di fermarti non è in nessun modo interpretabile come una volontà di dialogo.
Poi, che Leone sia impedito dalla masnada che con cui sono stati avvelenati i pozzi, è una cosa che non so, ma comunque il ricambio richiederà tempi molto lunghi.
Nel frattempo il cardinale Radcliffe ha concelebrato alla Messa in chiesa per il 50º di due sodomiti con tanto di Vangelo letto da suore pro- LGBTQ.
Per la violazione persino di porneia supplicans, dal Vaticano tutto tace. Ottimo abbondante. Gaetano Masciulli, commentando il diniego del cardinale Burke dello stato di necessità invocato dalla fraternità, ha domandato retoricamente che cosa deve accadere oltre questa spaventosa crisi modernista dentro la Chiesa, per potere vedere accolto lo stato di necessità?
Ti abbraccio, Francesco.
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5 commenti su “Lefebvriani, Vaticano: le Ragioni, i Torti. Il Prezzo lo Paga la Chiesa. Francesco Agnoli, Renzo Puccetti.”
Scusate, ma la messa in latino secondo San Pio V è sempre valida? E’ valida per la formula delle parole del Cristo pronunciate durante l’Ultima Cena? Che siano dette in latino, o italiano, inglese, tedesco, acholi, bantu, eccetera valgono lo stesso. Mi sembra che le messe in San Pietro vengono dette in latino, con il sangue di Cristo versato per “molti” e quindi non per “tutti”, come è detto nella messa corrente in italiano. Perchè è stata cambiata la formula? Non dal Cristo, credo. Ma dai teologi del Vaticano II. Allora questo è un “falso”. E il Cristo,. che scende personalmente nel sacerdote, non può dirla con quel “tutti”, ma sempre con quel suo “molti”.
Signore e Signori,
ma … siete consapevoli che tutte le critiche pro o contro servono a … nulla?
Il mondo gira come gira, gira come deve girare,
e se ne impipa di chi lo interpreta.
Ogni interpretazione ha le sue falle.
Chi ritiene che l’interpretazione propria centri il bersaglio è un illuso.
Ma poi, non c’è davvero Altro a cui rivolgere il proprio cuore
invece che dissiparlo dietro alle incasinatissime beghe ecclesiastiche?
Leggendo entrambe le riflessioni, ho l’impressione che si finisca per spostare il problema dal suo vero centro.
Che nella Chiesa vi siano stati, e vi siano ancora, atteggiamenti disciplinari disomogenei è difficile negarlo. Ma da qui a dedurre che ciò giustifichi consacrazioni episcopali compiute contro la volontà del Romano Pontefice il passo è enorme e, soprattutto, non è cattolico.
Il ragionamento, in fondo, è questo: siccome alcuni vescovi tedeschi non vengono puniti, siccome altri prelati vengono ricevuti in Vaticano, siccome esistono scandali morali e dottrinali, allora la Fraternità avrebbe avuto valide ragioni per procedere comunque.
Ma il Vangelo non ha mai insegnato che la liceità delle nostre azioni dipenda dagli errori degli altri.
Mi sorprende, inoltre, che si continui a parlare di “dialogo interrotto”, quando è stata proprio la Fraternità, con le consacrazioni, a compiere un gesto che inevitabilmente irrigidisce ogni dialogo. Se davvero si riteneva Leone XIV diverso dal suo predecessore, se davvero si riconoscevano i suoi primi gesti di apertura verso la Tradizione, quale urgenza imponeva di consumare una rottura proprio adesso?
Si dice che due vescovi anziani non bastassero più. Ma quei due vescovi erano gli stessi anche sei mesi fa, un anno fa, cinque anni fa. Perché allora proprio ora? La risposta, francamente, continua a sfuggirmi.
Trovo poi singolare un altro argomento ricorrente: si insiste continuamente sulle colpe di Tucho Fernández, di Martin, di Radcliffe, dei vescovi tedeschi e di altri ancora.
Ammettendo pure che tutte queste critiche siano fondate, Che cosa dimostrano?
Dimostrano forse che il Papa perde la sua autorità? Dimostrano forse che ciascuno può decidere autonomamente quando obbedire e quando no? Dimostrano forse che il governo della Chiesa passa dalle mani di Pietro a quelle di chi ritiene di avere una diagnosi più corretta della crisi ecclesiale?
È qui che, a mio giudizio, il ragionamento si spezza.
Cristo non ha fondato la sua Chiesa su Fernández, né su Martin, né su Bugnini, né su Melloni. L’ha fondata su Pietro.
Ed è a Pietro che ha detto: «Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32). È a Pietro che ha affidato le chiavi del Regno dicendo: «Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19).
Questo significa che nella Chiesa il principio dell’unità non è la nostra analisi della crisi, ma il ministero petrino.
Si possono chiedere chiarimenti dottrinali. Si possono denunciare ambiguità. Si può persino domandare una revisione di alcuni documenti conciliari o una riforma della riforma liturgica.
Quello che non si può fare è creare il principio secondo cui, quando ritengo che Roma non agisca come dovrebbe, mi sostituisco a Roma.
Perché questo principio, una volta ammesso, non avrebbe più alcun limite. Oggi lo invoca la Fraternità; domani potrebbe invocarlo qualunque vescovo progressista per giustificare le proprie disobbedienze. Sarebbe la fine dell’autorità nella Chiesa.
Ed è proprio questo il paradosso: mentre si dice di voler salvare la Tradizione, si finisce per incrinare uno dei pilastri più antichi della Tradizione cattolica, cioè il ministero di Pietro quale principio visibile di unità della Chiesa.
Mi sembra che il problema sia di fondo: le interpretazioni moderniste del Concilio hanno portato la Chiesa a mettere sempre di più al centro l’uomo anzichè Dio. Oggi ci si trova in molti casi ad avere delle comunità parrocchiali che celebrano sè stesse, anzichè il Mistero Eucaristico che viene vissuto da molti in maniera superficiale.
Io non so spiegare il perchè proprio adesso queste consacrazioni episcopali, ma secondo me hanno portato molti a farsi qualche domanda. Secondo una rivelazione privata, ” i frutti di questa Chiesa marciranno”. Di quale chiesa? Quella modernista direi.
Credo che nel tempo ciò che accade oggi, rende sempre più manifeste posizioni inconciliabili con la fede cattolica di una parte del clero e del popolo, e l’emergere di una Chiesa più semplice, più povera e più santa. Secondo la Volontà di Dio.
Che teatrino: un non papa che scomunica degli eretici scismatici!
Ma che fede hanno quelli della fraternità che non riconoscono il papa e gli disobbediscono? Paladini cattolici?
Benedetto xvi non ha mai rinunciato al munus petrino, è l’ultimo vero papa.
Che qualcuno dimostri il contrario.