Più in Là. Per una Nuova Antica Coscienza. Il matto.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul dove, e come, e quando del pensiero e dei suoi frutti. Buona lettura e meditazione.

§§§

 

«PIÙ IN LÀ» PER UNA NUOVA ANTICA COSCIENZA

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Pietro Berrettini da Cortona, L’Età dell’oro

 

*

Non ho avuto purtroppo che la parola,

qualche cosa che approssima ma non tocca.

Tutte le immagini portano scritto:

«più in là».

Eugenio Montale

 

*

NON QUA: «PIÙ IN LÀ»!

 

*

In questa sede ci si riferisce al PENSATO che promana e al tempo stesso si distingue dalla sua origine che è il PENSANTE, ovvero l’Integro, l’Inespresso e Puro, l’Unico in tutti, mentre il PENSATO è disintegrato, espresso e contaminato dalla soggettività di chi lo esprime.

 

Osserva splendidamente Giuseppe Faggin nel suo Plotino:

 

«Per chi al culmine della vita dello spirito pone non la perenne attività del pensiero che rifà criticamente la propria storia incessante, ma l’esperienza suprema dell’Inesprimibile, l’espressione è destinata a dissolversi. Il pensiero è interiore, indivisibile, e il suo logos interiore non ha parti; il linguaggio espresso divide in qualche modo il pensiero e lo esteriorizza, rendendolo così percepibile a chi parla e a coloro che lo ascoltano, ma insieme lo disperde; l’espressione diventa così un’immagine del pensiero. Ma chi voglia raccogliersi in se stesso, via dalla dispersione nel tempo e nello spazio, deve dimenticare ogni logos espresso e riconquistare la perduta visione interiore, deve anzi diventare ‘visione’ e comprendere senza parole l’Inesprimibile.

Scacco del pensiero, dunque? Sì, ma purché non di dimentichi che lo stesso pensiero è invocato a preparare il suo stesso fallimento per riconoscere, e al di là di sé e dentro di sé, il trionfo della Vita infinita e delle eterne Forze come razionalità gaudiosa. Il pensiero tace, non perché atterrito al cospetto di una tenebrosa potenza, sorda e ostile, ma perché acquietato in una pace profonda, dove il parlare è vano»;

 

«l’esperienza suprema dell’inesprimibile»: stupendo!

 

«dimenticare ogni logos espresso e riconquistare la perduta visione interiore»: stupendo!

 

«una pace profonda, dove il parlare è vano»: stupendo!

 

Insomma … «PIÙ IN LÀ»! o anche: LASSÙ!

 

Da Matto, grazie alla prassi apofatica, ho cominciato a pormi una domanda che col passare del tempo e lo sfaldarsi di «questo mondo» sotto i colpi del PENSATO diventa sempre più incalzante:

come pensava l’Uomo Arcaico, l’Uomo esiodeo-ovidiano dell’età dell’oro, prima di “progredire” decadendo nell’età dell’argento, poi in quella del bronzo e infine, preceduta da quella degli eroi, in quella del ferro? E poi: davvero pensava come noi pensiamo? Davvero era invischiato in un groviglio di parole, concetti e sillogismi? Insomma, davvero l’Uomo Arcaico si perdeva in un oceano di astrazione?

 

La decadenza dell’Uomo Arcaico, fino ad una “sublimazione” in automazione scimmiesca, e con tutto il rispetto per le scimmie, mi fa fortemente sospettare che invece di una “crescita della coscienza”, come pretende la prevalente mentalità moderna (sia conservatrice che progressista), vi sia stata un’involuzione della medesima nell’egocentrismo individualista, e ciò in conseguenza dello straripare del PENSATO, entità pluiricefala operante e dominante su scala planetaria col suo potere disgregante e  provocatore del caos.

 

È difficile negare che il PENSATO sia la causa della confusione, del conflittualità e della decadenza: esso suscita una debordante diversità di mondi astratti che si presentano “veri” ed entrano concretamente e puntualmente in collisione. È il  PENSATO la causa del polemos, tanto dialettico quanto armato. Fra persone in stato contemplativo (appunto lo stato arcaico!), e che perciò non  impongono il rispettivo PENSATO contaminato dalla soggettività, non può sorgere alcun dissidio. Esse sono consapevoli che ogni PENSATO è irriducibilmente relativo e non può che dividere, e perciò lo tengono nel cassetto oppure lo espongono pacatamente, senza velleità di verità assoluta, poiché sanno che soltanto il  PENSANTE, l’Archè, il Verbo, l’Unico presente in ciascuna di esse è VERO e può tenere le fila dell’UNIONE: «UT UNUM SINT».

Non si tratta, si badi, del PENSATO ritenuto “buono” o “cattivo”  bensì del PENSATO IN SÉ, le cui innumerevoli formulazioni postulano una Fonte Unica con la quale l’Uomo Arcaico dovette essere in un rapporto immediato: una Fonte ultraformale e ultrasonica che non può essere PENSATA senza disintegrarla  e ri-comprimerla in una forma, in una sequela di parole, concetti e immagini, quindi nei limiti parcellizzanti orditi dalla mente umana che ha smarrito la sua capacità contemplativa libera dai prodotti del cogito concettuale e immaginativo. Quella capacità che si trova  «PIÙ IN LÀ» del PENSATO, del formulato.

 

Che il PENSATO sia pluriforcuto è più che evidente, e le prove sono (sempre state) all’ordine del giorno: non c’è argomento che sia esente dalla conflittualità, sicché gli innumerevoli portatori dei PENSATI si combattono l’un l’altro senza esclusione di colpi per l’impazzare del polemos, perciò del caos.

 

Nel momento in cui pensa e poi parla e scrive, l’Uomo compone un PENSATO, cioè una forma con cui si identifica, ovvero crea una monade che si pretende indipendente e si esteriorizza verbalmente e fattivamente. La moltiplicazione di tale processo per quanti sono i soggetti che lo innescano sfocia nel caos, cioè nella conflittualità delle forme che nell’età del ferro ha raggiunto – o sta raggiungendo – il suo culmine. Ognuno pensa secondo ciò che crede e crede secondo ciò che pensa ritenendolo senz’altro vero o verosimile, provocando così la dialettica, la quale non può evitare di perdersi in se stessa, ma che dovette essere del tutto estranea all’Uomo Arcaico, l’Uomo Contemplativo dell’età dell’oro che poteva vivere senza qualcuno da combattere, situazione ideale che il PENSATO, costituendosi necessariamente in una pluralità di forme (e contenuti), non permette: il PENSATO causa inevitabilmente la dialettica, il polemos.

Nell’età del ferro, la Coscienza dell’Uomo, che resta arcaica nella sua più pura ed inviolabile essenza, è avviluppata e soffocata dalle fasce innumerevoli del PENSATO, per sua natura supponente, contraddittorio e  non di rado livoroso e violento, che ha finito per sostituire la Vita. Nell’età del ferro la vita non è più vissuta ma PENSATA, vivacchiata di riflesso a ciò che si crede (il credere necessita del preventivo oggettivare e quindi del ridurre a PENSATO ciò che si crede), per di più con l’apporto aggravante della virtualizzazione tecnologica, produttrice di fantomatici ambienti responsabili del vuoto interiore che esse stesse riempiono schiavizzandone l’utente, facendolo precipitare nel baratro della psicopatia, anch’essa ormai dilagante.

 

Nell’età del ferro, l’Uomo Arcaico assume l’aspetto della mummia fasciata e asfissiata dal PENSATO (analoga al dio Glauco coperto di alghe e conchiglie di cui in Platone), ovvero dello psicopatico tanto più pericoloso quanto più occupante scranni di potere o palcoscenici di successo da cui spruzza il proprio veleno ipnotizzante sulle masse. Dall’alto, mummie che ammaliano e dominano mummie. Dal basso, mummie che inneggiano a mummie.

Vale la pena di indugiare un poco – godendone – intorno all’età dell’oro (cito da: bifrost.it/ELLENI/4.Origini/03-Eta dell uomo.html)

 

* * *

«I primissimi uomini, creati dagli dèi, vivevano al tempo di Krónos. Era l’età dell’oro, e il mondo era cullato da un’eterna primavera. La terra produceva spontaneamente i suoi frutti, senza alcun bisogno di essere toccata dal rastrello, o squarciata dai vomeri. Gli zefiri accarezzavano i fiori nati senza seme, le messi e i campi erano sempre gialli di spighe, e fiumi di latte e nettare scorrevano sulla terra.

Tali e quali agli dèi, gli uomini della stirpe aurea trascorrevano la loro esistenza con animo sgombro di angosce, lontani dalla fatica e dalla miseria. Trascorrevano il loro tempo tra svaghi e danze, in serena allegria. Senza alcuna fatica, si nutrivano di frutta selvatica: bastava loro allungare la mano per raccogliere i frutti del corbezzolo, le fragole montane, le corniole, le more attaccate alle siepi spinose, le ghiande che cadevano dalle querce. Bevevano il latte delle pecore e delle capre, e si ristoravano del miele che stillava dalle piante.

Senza bisogno di giudici e di leggi, essi onoravano spontaneamente la lealtà e la rettitudine. A quel tempo non vi erano villaggi né mura, né gli uomini si combattevano. Ciascuno viveva lieto, nell’ozio, e non conosceva altri luoghi se non quelli in cui nasceva. Non esistevano soldati, né elmi, corazze, o armi di alcun tipo. Sconosciuta era la guerra.

Né incombeva su questa felice stirpe la stramba vecchiaia, ma sempre con lo stesso vigore nei piedi e nelle mani essi conducevano la loro lunghissima esistenza, lontani da tutti i malanni. E quando giungeva per essi il tempo della morte, chiudevano gli occhi, con la dolcezza di chi viene rapito dal sonno».

 

* * *

Dal brano citato non risulta che l’Uomo Arcaico fosse un “pensatore”, un “intellettuale”, un “filosofo”, un “teorico”, un “teologo”, tutte figure congetturanti post-arcaiche e perciò decadenti: al contrario, egli non aveva necessità di pensare, o, quantomeno, non esercitava il pensare dialettico-polemico come lo esercitiamo noi “progrediti”, e perciò viveva serenamente in reale armonia con se stesso, con i propri simili e ciò che lo circondava. Non necessitava di “istituzioni”, tutto era come doveva essere (e come … ancora è!), e non abbisognava di alcuna aggiunta “esegetica”, appunto di alcun intervento manipolatore e disintegratore, insomma del PENSATO. L’Uomo Arcaico non “interpretava” e perciò non ri-pensava se stesso e il mondo in cui viveva, che invece gli risultava, per dirla con Baudelaire, «una foresta di simboli»: il vivere era il suo pensiero; egli pensava come viveva poiché il suo pensiero era simbolico, immediato,   NON PENSATO, non mediato da concetti e sillogismi, privo di egocentricità ed individualismo, olistico, emancipato*, insomma un tutt’uno con l’Arcaica Sacra Armonia.

 

* da ex- = uscire da, e mancipium = acquisizione di proprietà, avere in pugno. Quindi emancipato significa libero da qualsiasi assoggettamento e preoccupazione,  ben altro che la “libertà” PENSATA dagli innumerevoli soggetti in conflitto.

Così, col proliferare del PENSATO l’Uomo Arcaico è rimasto progressivamente  occultato e paralizzato sotto la dura scorza mummiesca, egocentrica e individualista, “progredendo” di evoluzione decadente in evoluzione decadente … dallo scimmione all’homo erectus, all’uomo di Neanderthal, all’homo sapiens.

In un testo del 1984: Vivere in una nuova coscienza – L’incontro tra Est e Ovest – La spiritualità del terzo millennio, il padre gesuita e maestro zen Hugo M. Enomiya-Lassalle (cito dalla recensione):

«delinea un quadro grandioso e permeato di religiosità profonda: l’uomo, che è passato dalla conoscenza magica a quella mitica, e quindi a quella mentale, attualmente sta facendo sua la quarta dimensione, che è mistica e a-temporale, e porta con sé la consapevolezza fondamentale dell’aldilà, del trascendente e del divino. Padre Lassalle disegna l’immagine dell’uomo nuovo, che auspica schietto, libero e senza pregiudizi; capace di pensare in termini mistici, cioè intuitivi e diretti, senza costrizioni né intermediari. Che tutto questo si realizzi è d’importanza fondamentale per l’umanità, se vuole progredire nella sua evoluzione e cooperare al progetto divino. Come San Paolo, anche Padre Lassalle dice infatti ai suoi lettori: «Trasformatevi per mezzo di un nuovo pensiero!».

 

In latino suona: «TRANSFORMAMINI RENOVATIONE MENTIS»: perciò quella di cui si parla è una NUOVA MENTE, ossia una NUOVA ANTICA COSCIENZA, cioè la COSCIENZA ARCAICA che sta infinitamente «PIÙ IN LÀ» di ogni PENSATO, di ogni grammatica, di ogni onomastica. Nello Zen, hishiryo significa letteralmente “non pensato”: shiryo significa “pensiero, pensando” e hi è un prefisso di negazione o opposizione. Così hishiryo equivale a “impensato” oppure “non pertinente al pensiero”. Insomma, la «nuova mente» è … hishiryo!

 

* * *

 

Di conseguenza, la comparsa, in senso lato, di Miti e Scritture è il primo segno di decadenza dell’Uomo Arcaico: tanto i primi quanto le seconde sono formali “pro-memoria” dell’obliato (ma non perduto) Tempo Aureo ed inevitabilmente espressi nel PENSATO (quindi nel DETTO e SCRITTO). Miti e Scritture sono racconti mediatori, spesso di non facile approccio e non di rado contraddittori, che stimolano le “interpretazioni”, come anche la dialettica e il polemos che ne conseguono, perciò un’aggiunta di PENSATO a PENSATO. Sicché, nel suo stato decaduto, l’Uomo Arcaico si trova oberato dal PENSATO altrui e proprio: s’è abituato a rifarsi al PENSATO che non può spiegare che se stesso, dacché nessun PENSATO può cogliere il PENSANTE che è «PIÙ IN LÀ».

L’Uomo decaduto si trova così nel circolo vizioso del PENSATO che interpreta se stesso, per l’imporsi della conflittualità teorica e pratica, egocentrica e individualista, delle innumerevoli forme (e contenuti) che continuamente assume. Più precisamente, in un giro vizioso, il PENSATO, di per sé allusivo (con beneficio d’inventario) a Ciò che lo trascende, si snoda in allusioni che pretendono ciascuna d’interpretare univocamente l’Alluso. Ossia, un giro vizioso di forme che spiegano forme, un carosello parolaio che non giunge – non può giungere – al punto fermo costituito dall’Alluso, cioè dall’Archè, che si trova «PIÙ IN LÀ».

E qui sorge la domanda: Cosa c’era, c’è e sempre ci sarà «PIÙ IN LÀ» del PENSATO?

Per tentare di scoprirlo o di percepirne almeno un barlume, c’è una sola possibilità: il RACCOGLIMENTO SILENTE quale RITORNO verso il Principio che il PENSANTE – nel soggetto che lo riduce alla sua soggettiva portata – finisce per nascondere proprio col  “rivelarlo”, col descriverlo, con lo spiegarlo, col ridurlo a PENSATO: l’analisi di una sintesi comporta immancabilmente l’occultamento della sintesi in sé. Il RITORNO verso il Principio, il Verbo, l’Archè è quindi l’unico vero PELLEGRINAGGIO verso … «PIÙ IN LÀ».

 

RACCOGLIERSI è SPOGLIARSI di OGNI NOZIONE, cioè di ogni «conoscenza acquistata di qualche cosa e in senso particolare l’idea di una cosa» (etimo.it). Ecco perché la “cultura” (filosofica, religiosa, scientifica e via dicendo), essendo conoscenza analitica e molteplice, quindi essendo PENSATO, da utile ma provvisoria mediazione finisce per costituire il principale ostacolo al ritorno verso l’Archè. La DECANTAZIONE del PENSATO, ovvero la CADUTA delle fasce della mummia è la condizione per il risvegliarsi ed il risorgere dell’Uomo Arcaico.

 

Indubbiamente graffiante Isacco di Ninive:

 

«Ogni uomo che si dà al molto parlare, anche se dice cose degne d’ammirazione, sappi che è vuoto dentro».

 

Per onestà, non posso avviarmi a concludere senza citare un passo apofatico per me strepitoso di Emile Cioran, prendendomi la licenza di sostituire “articolo” a “libro”:

«Un articolo che, dopo aver demolito tutto, non demolisca anche se stesso, ci avrà esasperato invano».

E già: soltanto le parole apofatiche sono veramente utili, ossia quelle che  subito dopo essersi affermate come delicati campanellini risveglianti, subito si negano, si auto-demoliscono, si tacciono esortando al Silenzio in cui, «PIÙ IN LÀ», è nascosto «IO SONO la Via, la Verità, la Vita».

 

10 commenti su “Più in Là. Per una Nuova Antica Coscienza. Il matto.”

  1. Conseguenza tragica di chi agisce il peccato imperdonabile contro lo Spirito: essere eternamente separato dalla beatitudine di chi contempla la bellezza creatrice pur essendo eternamente nel pensiero che l’ha creato . Nel pensiero creatore c’è ordine e sta tutto, anche l’inferno che non è creato, ma si ritaglia lo spazio previsto per il rifiuto nella libertà data di rifiutare in un progetto di amore, che è l’essenza del pensiero rivelato.
    La mancanza di bene determina il male e il brutto, ma il pensiero è solo bene e bello. La mancanza di luce determina la tenebra. Sono un mistero del pensiero, dove precipita il rifiuto di Cielo celeste da parte di chi ha ambito ai regni terreni, pensati facendo a meno del pensiero increato o pretendendo di metterselo in tasca, rifiutata e l’apocalisse.

  2. C’è qualcosa fuori dal pensiero? No.
    Allora è tutto dentro? No.
    Perché senza un fuori non ha senso il dentro e viceversa.
    Nel pensiero c’è spiritualmente il tutto intero.
    L’Essere.
    Ma la conoscenza non esaurisce il pensiero, anzi!
    Nel pensiero c’è il mistero di quel che non so.
    Quel mistero però non manca di rivelarsi a chi lo contempla, con umiltà.
    Serve anche il silenzio per avvertirne il soffio.
    Dio nessuno l’ha visto, ma il Cristo lo rivela.
    Il pensiero tutto intero ha preso carne.
    Ha creato tutto e l’essere pensante vi cogita.
    Può peccare di superbia credendo di capire così tanto da poter esaurire il pensiero eterno e immutabile nel pensare cangiante e in divenire in cui il pensato pretende di circoscrivere il mistero.
    Eppure il pensiero di Dio abita l’anima, una presenza che eternizza lo spirito creato della natura divina dello Spirito creatore. Non è la psiche, non è la mente… ma l’anima creata ha una via di partecipazione all’illimitato che la salva.
    E salva anche la carne.
    Illimitato è il pensiero, limitato il pensare della creatura, peccatrice la superbia, salvata l’umiltà della serva, che si fa ancella dando carne allo Spirito!

  3. Carissimo Matto,
    ” L’Età dell’oro “… vogliamo aggiungerci anche le considerazioni di Giambattista Vico ( ” Principi di scienza nuova d’intorno alla comune natura della Nazioni”)?
    Gli originari “bestioni tutto stupore e ferocia” producono l’età degli “eroi”, protagonisti dei “miti”, soppiantati a loro volta dai “filosofi” dai capelli canuti e dalla mente raziocinante. Infanzia, giovinezza, maturità: ciclo che si ripete, nel suo procedere a imbuto di tornado, nel corso dei millenni.
    Caro Matto, quanto è ricca, stavolta, la tua grigliata! Si può sgranocchiarla soltanto a un boccone per volta. Mi attira- per il momento- il primo. Questi “Bestioni” mi pare abbiano davanti a sé un bivio obbligato: o farsi Lestrigoni, o divenire Lotofagi,( grande la saggezza del buon vecchio Omero! ). Molto lontani, quindi, dai vagheggiamenti esiodei e virgiliani sull’ idilliaca Età d’oro, riprodotta molto più tardi nella forma cristiana di una lontana Gerusalemme celeste.
    Obiezione correlata al tuo testo: per qual motivo te la prendi con l'”egoismo individualistico” del pensiero critico-filosofico, dal momento che è proprio il “mistico” ad essere l’ esemplare solitario ( egoico ) di ricerca di…, volare verso l’ “autentica” conoscenza? Conoscenza, o illuminazione, beninteso, priva di prove sperimentali e razionali, perciò priva della possibilità di confronto e, perfino, di quella della comunicazione.
    Ecco ripreso il simpatico colloquio, da ora, da quando il tuo precedente articolo è magicamente ricomparso, e con esso, pure la mia risposta a don P.P.- previo il solito ricorso all'”Apriti Sesamo” costituito da sillabe o parole che fanno aprire agli “iniziati” la porta dei “tesori nascosti”😅.

    1. Mi riferisco all’egocentrismo individu-alista e non individu-ale: il primo “vivacchia” raggomitolato nel bozzolo del proprio PENSATO; il secondo s’impegna in prima persona nell’uscire dal bozzolo. Insomma, qui vale il simbolismo del bruco che muore per diventare farfalla: impresa eroica, ovviamente, visto che molti si trovano tanto bene nel bozzolo (un discorsone!).

      A proposito: spero che il mio articolo non ti abbia “esasperato invano”. 😄

      1. Caro Matto,
        …e mettile ‘ste desinenze!!! Cavolacci.. qui si comunica grazie a parole scritte e tu insisti a celarti dentro il bozzolo dell’apofasia. 😷😤🤐. Non è…gentile, ecco!
        Il tuo discorso/proposta non mi ha esasperato affatto; semmai mi hai provocato un accesso di bulimia di desiderio di rispondere ai tanti
        – forse, stavolta, troppi argomenti che hai generosamente servito su un piatto d’oro-. Ma, beata l’ora!, frutto delle tue riflessioni e delle tue esperienze…Vedo che il fascino di Icaro (e di Mishima) sono sempre vivi : ne rimango compiaciuta per il coraggio che esso sottende e comprende.

        1. Ti chiedo scusa per le troppe portate, ma gli è che quando l’istros divampa è incontenibile: butto giù le solite 6/7 cartelle in un quarto d’ora, poi tutto s’acquieta e mi applico a perfezionare il “kata” ripassandolo, senza esagerare, non meno di una trentina di volte nei giorni seguenti: lavoro di rifinitura delizioso! Dopo di che mi chiedo ogni volta come ho fatto a scrivere ciò che ho scritto.😁

          Prima di risponderti stavo giusto ruminando una frasetta possente di Mishima, tratta da “Lezioni spirituali per giovani samurai”:

          “Scommettere con parsimonia non ha significato”.

          E se, in fondo, la vita è una scommessa … la finisco qui perché sento che sto sfruculiando l’istros 😉

          Ciao.

          1. Chuang Tzu: ” Esistono uomini che si dimenticano delle cose, e si dimenticano del cielo. Il loro nome è: “Uomini che dimenticano se stessi. ” ” Uomini che dimenticano se stessi”, ciò significa che accedono al cielo. “

          2. Caro Matto,
            ti rispondo che, a me, perfino la “scommessa” di Pascal pare “bottegaia”.

  4. Caro Matto,
    mi riprometto di risponderti quando , sia le mie risposte, sia i tuoi articoli ( in compagnia di tutte le risposte che ad essi furono offerte ) non perdano il vizio di scomparire dopo un breve soggiorno in questo blog. Vediamo se si riesce a rendere meno aleatoria la loro presenza.

    1. 1 – E’ un inconveniente che si può risolvere pubblicando un commento con una sola lettera o numero, così i commenti appaiono aggiornati.

      2- Per gli articoli scomparsi occorre digitare “Stilum e titolo dell’articolo”, cui far seguire il punto 1.

      Io mi regolo così.

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