Il “Caso Lute”, un Sacerdote Avvocato Perseguitato e le Ombre sul Ruolo di Robert Francis Prevost.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo di Antonio Romano, che ringraziamo di cuore. Buona lettura e diffusione.

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          Il sacerdote avvocato perseguitato da Robert Francis Prevost

 

Odorata aria di conclave, il 25 marzo 2025 la rete Snap (Survivors Network of those Abused by Priests) ha scritto al Segretario di Stato cardinale Parolin e al Prefetto del DDF cardinale Fernández, per denunciare le presunte mancanze del cardinale Robert Francis Prevost, Prefetto del Dicastero per i Vescovi, accusato di aver coperto due sacerdoti pedofili. Informato del fatto, Bergoglio ha fatto immediatamente chiamare Prevost, ma non per ammonirlo, al contrario, i fatti dimostrano che lo ha incoraggiato ad andare avanti, assicurandogli tutta la sua protezione. In un articolo del 6 maggio, riferendosi all’imminente conclave, il direttore de La Nuova Bussola Quotidiana, Riccardo Cascioli, scriveva: «diventa di primaria importanza che i cardinali evitino di votare chiunque sia stato coinvolto in questi anni in episodi di corruzione e di abusi sessuali […] è inquietante vedere in questi giorni tra i nomi dei papabili in ascesa quello del cardinale Robert Francis Prevost». Evidentemente in quel periodo pochi immaginavano che “Papa Francesco” aveva già scelto e raccomandato come suo successore colui che aveva nominato vescovo nel 2014, chiamato a guidare il Dicastero che nomina i vescovi nel 2023, e creato cardinale il 30 settembre dello stesso anno. Intanto Bergoglio provvedeva a nominare nuovo vescovo di Chiclayo l’agostiniano Edinson Edgardo Farfán Córdova, un altro protettore di preti abusatori e amico personale di Prevost, incaricandolo di mettere a tacere le accuse sui pedofili da lui protetti.

Nell’intervista a Leone XIV di Elise Anne Allen, diventata il libro León XIV, Ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI, si racconta che il vescovo Prevost aveva sospeso dal ministero sacerdotale Eleuterio Vásquez González, noto come padre Lute, ma questo è falso, perché lo aveva solo rimosso dalla parrocchia. Tra le varie bugie contenute nel libro della Allen, Prevost si dilunga nel cercare di convincere i lettori che non aveva dubbi, perché uno statunitense non sarebbe mai riuscito a diventare Papa; continuando a mentire, afferma di aver accolto con tutte le attenzioni le vittime di Lute il 5 aprile 2022, e di averle assicurato il suo interessamento e supporto. Questo libro aveva lo scopo di scagionare Prevost da ogni accusa, tuttavia rivelava un particolare essenziale: il 23 aprile, solo due giorni dopo la morte di Bergoglio, e quindi – guarda caso – in previsione dell’elezione di Prevost, il vescovo di Chiclayo Farfán Córdova aveva ricevuto le sorelle abusate per trovare una soluzione “definitiva” al loro caso.

Con l’intento di screditare il lavoro del sacerdote canonista ed esorcista Ricardo Coronado, incaricato di difendere le vittime minorenni di Lute, citando il can. 1483 del Codice di Diritto Canonico, il 24 agosto 2024 la Conferenza Episcopale Peruviana gli notificava (senza avere l’autorità per farlo) la revoca dall’avvocatura ecclesiastica, per aver avuto rapporti consensuali con un adulto. In pieno regime dittatoriale, quattro mesi dopo Coronado riceveva la comunicazione delle sue dimissioni dallo stato clericale con decreto papale, ma il documento non recava la firma autografa di Francesco. In riferimento a questi fatti, il 27 ottobre 2025 InfoVaticana scriveva: «Oggi, ci sono già indicazioni molto chiare, che InfoVaticana ha rigorosamente documentato e denunciato, di una campagna di comunicazione attentamente orchestrata per insabbiare l’immagine di tutti i soggetti coinvolti nel cosiddetto caso Lute. L’obiettivo non è chiarire i fatti, ma riscriverli, costruendo una narrazione “complottista” volta a screditare le vittime e il loro ex avvocato». Lo stesso giorno Coronado rispondeva con una lettera al medesimo blog, dove accusava Prevost di averlo falsamente accusato di uno scandalo sessuale e scriveva: «Colgo l’occasione per sottolineare il possibile peccato pubblico, in corso e permanente, dell’allora vescovo Prevost e invitarlo alla conversione».

Anche l’articolo di El País del 1° ottobre era stato scritto con l’intenzione di manipolare la testimonianza di Ana María Quispe Díaz (una delle vittime), che aveva affermato: “Purtroppo, Robert Prevost non ha agito correttamente nel nostro caso”. Nel mese di settembre le donne in questione avevano espressamente chiesto che non venisse concessa alcuna dispensa al sacerdote incriminato Vásquez, fino a quando non fosse stata condotta un’indagine adeguata e non fosse stato raggiunto un verdetto. Come risposta veniva loro consegnato un messaggio anonimo del Vaticano, senza busta, senza sigillo ufficiale o numero di pratica, dove si comunicava che il Papa aveva concesso al loro aggressore la grazia della dispensa dallo stato clericale, e per questo non era più imputabile. Sentendosi prese in giro anche da Leone, nel novembre 2025 la Quispe Diaz diffondeva un comunicato che si concludeva così:

 

«Per questo annunciamo:

 

– L’avvio di azioni legali presso le autorità canoniche competenti contro tutti i funzionari ecclesiastici che hanno partecipato o sono stati responsabili di tali negligenze.

– La presentazione formale del nostro caso alle associazioni di vittime di abusi di tutto il mondo, affinché sia ascoltato e per lavorare insieme a un vero cambiamento all’interno della Chiesa.

– La comunicazione immediata del caso alla Commissione per la Protezione dei Minori del Vaticano, chiedendo che analizzi quanto accaduto e adotti misure di fronte all’abuso subito.

– La richiesta di un’udienza personale con il Papa, per spiegargli il dolore che situazioni come questa causano alle vittime e chiedergli un cambiamento di rotta nel modo in cui la Chiesa affronta i casi di abuso».

 

Basterebbero questi fatti per far vergognare Robert Francis Prevost, chi lo ha difeso e chi lo ha eletto. I giornaloni censuravano tutto, mentre vescovi e cardinali erano troppo impegnati a venerare le reliquie del santo padre Papa Francesco a Santa Maria Maggiore, per occuparsi del caso. L’entourage della mafia vaticana non rimaneva inoperoso, e nel marzo 2026 Rai News.it riprendeva un articolo di El Pais, su un caso di pedofilia coperto dal cardinale Joseph Ratzinger; non era altro che l’ennesima calunnia contro chi aveva veramente combattuto la pedofilia, ma questo imponeva il sistema. Scandalo nello scandalo, InfoVaticana pubblicava una foto dell’8 marzo 2026, dove durante un evento parrocchiale Eleuterio Vásquez appariva sorridente accanto a don Edward Tocto, intimo amico di Prevost e suo ex avvocato nel caso Lute.

Riassumo in poche righe una sconcertante intervista di qualche giorno fa, durata più di 47 minuti, concessa dal sacerdote Ricardo Coronado al direttore di LifeSiteNews, John-Henry Westen.

Contro di me si è scatenata una vera e propria persecuzione, perché non ero simpatico al vescovo Prevost. Tornato in Perù dagli Stati Uniti, sono stato accusato di concubinato dal vescovo di Colorado Springs, James Robert Golka, e successivamente ho subito un’altra accusa per pedofilia. Prevost ha istruito una cinquantenne per inventarsi accuse contro di me. Dopo che le vittime di Lute si sono rivolte al vescovo di Chiclayo, Prevost ha risposto che non era di sua competenza intervenire, e ha prontamente scritto alle autorità competenti del Vaticano, assicurando che non c’erano prove contro Vásquez González. Il sacerdote incriminato sapeva troppe cose, e per questo doveva essere protetto da Prevost. Le vittime hanno chiesto il mio aiuto perché in Perù nessun canonista avrebbe accettato di difenderle, a causa del potere delle persone coinvolte nei fatti. Nessuna Conferenza Episcopale del mondo ha il potere di intervenire giurisdizionalmente su un sacerdote, eppure, dopo che Prevost è venuto in Perù, e si è confrontato con diversi vescovi – tra i quali il presidente della Conferenza Episcopale Héctor Miguel Cabrejos Vidarte –, è stato emesso un comunicato stampa che mi impedisce di fare l’avvocato. Il gesuita Carlos Cardó Franco, intimo amico di Bergoglio, ha telefonato a un mio amico avvocato civilista, che avrebbe dovuto convincermi a lasciare il sacerdozio, perché avevano ricevuto ordini superiori per proteggere Prevost. Il sistema giudiziario della Chiesa è stato distrutto. In Argentina il vescovo Zanchetta abusa dei seminaristi, è stato processato dalle autorità civili, ma non ha ricevuto sanzioni canoniche, è stato protetto da Bergoglio e ora da Prevost. Chi è amico del sistema non riceve nessuna sanzione. Bergoglio e Prevost sono motivo di divisione… siamo nell’apostasia.

Riuscirà il nostro eroe Leone XIV a castrare il processo nei confronti di Lute, come è riuscito – finora brillantemente – all’«amato Papa Francesco» nel processo a carico del suo pupillo abusatore di coscienze e di corpi femminili Marko Rupnik? Finché al Vaticano resterà al potere la mafia massonica, la risposta non può essere che sì.

 

Antonio Romano

 

Questo mese è morto il sacerdote Ricardo Yesquén Paiva, anche lui accusato di abusi sessuali su minori e complice di Lute, ma sempre difeso da Prevost. In questa foto del 12 gennaio 2023, il vescovo Prevost appare accanto a Yesquén nel giorno del suo compleanno, quasi tre anni dopo la prima denuncia e nove mesi dopo la seconda.

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1 commento su “Il “Caso Lute”, un Sacerdote Avvocato Perseguitato e le Ombre sul Ruolo di Robert Francis Prevost.”

  1. Don Pietro Paolo

    Caro Antonio Romano,

    mi sono documentato e Le rispondo sinteticamente.

    Il Suo articolo conferma un metodo che ormai i lettori conoscono bene: mescolare fatti, ipotesi, testimonianze unilaterali e deduzioni personali, presentando il tutto come se fosse già una sentenza definitiva.

    Come è facile giudicare e giustiziare! Provi però a mettersi, almeno per un momento, nei panni di un padre che vede uno o più figli rendersi colpevoli di delitti gravissimi. Un vescovo è padre di tutti: delle vittime, che hanno diritto alla verità, alla giustizia e alla riparazione, ma anche dei peccatori, che non cessano di essere suoi figli e che è chiamato a richiamare alla conversione. Giustizia e misericordia non si escludono: entrambe appartengono al Vangelo.

    Nessuno nega che il caso di Chiclayo sia grave e che le vittime abbiano diritto alla piena verità e alla giustizia. Ma una cosa è chiedere che ogni responsabilità sia accertata, altra cosa è affermare, come fa Lei, che Leone XIV abbia scientemente coperto degli abusatori. Per un’accusa così grave servono prove, non sospetti.

    Lei attribuisce a Prevost intenzioni, telefonate, ordini, accordi e persino strategie conclavistiche, senza offrire alcun documento che le dimostri. La narrazione procede sempre allo stesso modo: ogni circostanza viene interpretata nella direzione voluta, e ciò che resta indimostrato diventa automaticamente una conferma del complotto.

    Anche il caso di don Ricardo Coronado viene presentato esclusivamente secondo la versione dell’interessato, senza ricordare che il diritto canonico richiede, per l’esercizio dell’avvocatura ecclesiastica, l’approvazione dell’autorità competente (can. 1483). Si potrà discutere la correttezza dei provvedimenti adottati, ma non trasformare una controversia canonica nella prova di una persecuzione orchestrata dal Papa.

    Infine, il ricorso continuo a espressioni come “mafia vaticana”, “mafia massonica”, “regime dittatoriale” e “apostasia” rivela che il Suo obiettivo non è accertare i fatti, ma orientare il lettore verso una conclusione già decisa in partenza.

    La Chiesa non ha paura della verità. Se emergeranno responsabilità personali, dovranno essere accertate e sanzionate, chiunque ne sia coinvolto. Ma un cattolico non può sostituire il processo con il sospetto, né la prova con l’insinuazione, né tantomeno una sentenza con un articolo polemico.

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