Alla Scoperta degli Autori Perduti (o solo Dimenticati…) Benedetta De Vito.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae Benedetta De Vito che ringraziamo di cuore, offriamo alla vostra attenzione questa passeggiata del tempo e nella scrittura. Buona lettura e condivisione.

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Tra i libri della mia giovinezza c’è sicuramente “Ricordi di scuola” di Giovanni Mosca, autore dimenticato ma che ai tempi suoi fu arcinoto e amico di Zavattini e di Guareschi. Il volumetto, che racconta le sue avventure di giovane maestro in una scuola ancora in pieno fascismo, uscì nel 1939, ma io, non so perché, lo trovai  molti anni dopo nella bibliotechina  romana di mio padre, lo portai in Sardegna e da allora, di nuovo non so perché (forse solo per lo stile e l’italiano di buon garbo) lo leggo ogni estate e anche quest’anno.

Lo ho affiancato, però, ora, a un altro agile librino “Diario di una maestrina” di Maria Giacobbe, scrittrice sarda ma vissuta in Danimarca e morta poco più di un anno fa, la quale racconta, anche lei, le sue peripezie, di giovane maestra nel dopoguerra nei paesini della Barbagia e non solo.

Allora, leggendoli per dire così in accoppiata ho scoperto che tante sono le analogie e non so se lei avesse letto e amato lui,  chissà. Entrambi raccontano gli inizi dell’insegnamento in classi di alunni difficili, a volte forastici e rurali, spesso poveri, altre volte di carattere vulcanico. Insomma i bambini di una volta che erano bambini a volte seri, altre volte poetici, o ancora sgarbati e un poco bulli. Sia come sia, i due maestri, lui e lei, per “catturarli” devono imparare a usare il linguaggio semplice dei piccoli che è fatto di natura, di animali, di corse a perdifiato nei campi. Mosca si rivela un ottimo tiratore di sassi con la fionda e, centrando in pieno un moscone, conquista il cuore dei suoi piccoli allievi. Lo stesso, con una biscia, accade alla nostra Maria, che, senza tema, si mette a giocare con il rettile come faceva da bambina ed ecco che il sorriso sboccia sulle labbra delle sue alunne. Il ghiaccio è rotto. A Oliena come nelle brume milanesi. Ora si può passare all’abc, all’aritmetica, a Prometeo e ad Achille…

Sorrido, chiudo i libri e penso. Perché sento un pungiglione nel cuore e ho una gran voglia di riporre i due libri e di non leggerli mai più? Oh sono bellini, no. Benedetta, teneri, delicati, come piace a te. E allora? Penso, ripenso, rimugino, mentre si fa sera e l’ombra mette un pigiamino scuro al mondo e anche al mare. D’un tratto, ecco, sì, sì, ora ho capito perché mi han dato noia le due storie! Ma certo, ho appena letto la preistoria del Sessantotto! La Cultura dei professori è il muro da abbattere!

Infatti non è un caso se in tutti e due i libri ecco arrivare l’arcigno Ispettore Ministeriale, un Pantalone, un barbogio che te lo raccomando. Un uomo del passato, da abbattere, l’incarnazione del patriarcato (ahahaha, caro Bajani…) Sì, i due libri sono il racconto della preistoria del Sessantotto con il suo sei politico (ingiusto fin nelle midolla), con la sua cultura orizzontale, con la spallata alla gerarchia. E il Sessantotto poi avrebbe ceduto, anzi ha ceduto, il posto pian pianino all’uguaglianza tra alunno e professore, tra padre e figlio, tra tutti quanti. E poi, come è avvenuto, e avviene oggi, ha messo i ciuchi in cattedra, nella falsità del mondo al contrario che ancora oggi offre i suoi frutti velenosi…

E finisco con un aneddoto tratto dalla mia vita in redazione, perché mentre scrivo mi viene in mente un certo collega del quotidiano dove lavoravo, il quale, pensando che “aut aut” fosse locuzione inglese, lo scrisse nel suo pezzo all’anglosassone e cioè “out out”. Ora costui è un pezzo grosso nella comunicazione, ma il nome non lo rivelo e lo terrò per me…

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2 commenti su “Alla Scoperta degli Autori Perduti (o solo Dimenticati…) Benedetta De Vito.”

  1. E già, cara Benedetta, preistoria del sessantotto. Quanto effettivamente capitato negli anni cinquanta/sessanta, al tempo della sua scuola elementare, a una persona che ben conosco, imbattuta sfortunatamente in un maestro davvero all’ “avanguardia” che anziché impegnarsi a far leggere, scrivere e far di conto, con vulcanica fantasia coinvolgeva gli ingenui e giulivi scolaretti in originalissime attività assai lontane da quelle indispensabili basi che invece, in ben altro contesto, furono formative per me grazie a una maestra d’altri tempi, insegnante e donna meravigliosa, il cui ricordo, colmo di affetto e di riconoscenza, dopo oltre sessant’anni ancora non mi abbandona.
    Gli inganni malefici, purtroppo, hanno radici nascostissime, profonde e lontane.

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