Nuove Tecniche Genomiche e Agricoltura Biologica: quali Garanzie? Cinzia Notaro.

 

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questa intervista sul futuro dell’agricoltura. Buona lettura e diffusione.

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Nuove Tecniche Genomiche e agricoltura biologica: quali garanzie per le aziende?


Le Nuove Tecniche Genomiche (NGT) stanno alimentando un importante dibattito sul futuro dell’agricoltura, sulla sostenibilità dei sistemi produttivi e sulla tutela delle produzioni biologiche. Accanto alle opportunità prospettate dall’innovazione scientifica,emergono interrogativi sulla coesistenza tra coltivazioni ottenute mediante queste tecniche e agricoltura biologica, che per scelta e normativa non ne prevede l’impiego.
Per approfondire questi temi abbiamo intervistato la Dott.ssa Concetta Licciardello, prima ricercatrice del CREA e coordinatrice del progetto TEA4IT, alla quale abbiamo rivolto alcune domande sulle implicazioni scientifiche e pratiche delle NGT. Al centro del confronto vi sono questioni fondamentali per il mondo biologico: come prevenire eventuali contaminazioni involontarie? Quali strumenti possono garantire un’efficace tracciabilità delle produzioni? Come tutelare la certificazione biologica e quali conseguenze economiche potrebbero ricadere sulle aziende che scelgono di non utilizzare queste tecniche?
Un’attenzione particolare è dedicata al quadro normativo europeo e nazionale, alle garanzie attualmente previste e agli aspetti che richiedono ancora chiarimenti. La ricerca scientifica e le istituzioni sono chiamate a svolgere un ruolo essenziale nel fornire informazioni trasparenti e nel contribuire a individuare strumenti di tutela concreti per agricoltori, allevatori biologici e consumatori. Un approfondimento per comprendere meglio una questione che intreccia innovazione, libertà di scelta produttiva, trasparenza e futuro dell’agricoltura biologica.

Dott. ssa Licciardello quali sono, dal punto di vista scientifico, le principali differenze tra le Nuove Tecniche Genomiche (NGT), il miglioramento genetico convenzionale e le tecniche di ingegneria genetica già conosciute? Quali implicazioni possono avere per le aziende che scelgono di continuare a
produrre secondo il metodo biologico?

La prima precisazione riguarda un equivoco molto diffuso: le NGT non costituiscono una categoria unica e non possono essere considerate indistintamente come gli OGM transgenici sviluppati negli ultimi decenni. La normativa europea, adottata nel giugno 2026 e pienamente applicabile dal 17 luglio 2028, distingue infatti tra piante NGT-1 e NGT-2. Le prime comprendono modifiche
genetiche che potrebbero verificarsi spontaneamente in natura oppure essere ottenute mediante il miglioramento genetico convenzionale. Per questo motivo il legislatore europeo le ha collocate in un quadro regolatorio differente rispetto agli OGM transgenici tradizionali.
Ciò che cambia rispetto al miglioramento tradizionale non è il risultato finale, ma il percorso con cui si raggiunge un determinato carattere. Tecniche come il genome editing consentono di intervenire in modo mirato su specifiche regioni del DNA, evitando di trasferire insieme al carattere desiderato ampie porzioni di genoma che possono contenere caratteristiche indesiderate. Si tratta quindi di uno strumento che può aumentare precisione ed efficienza del miglioramento genetico. Le tecniche transgeniche, invece, consentono di introdurre nella pianta geni provenienti da organismi non sessualmente compatibili, permettendo l’acquisizione di caratteristiche che non potrebbero essere ottenute mediante incrocio. La cisgenesi utilizza invece geni appartenenti alla stessa specie o a specie sessualmente compatibili.
Le NGT non sono attualmente ammesse nell’agricoltura biologica e questa scelta deve essere rispettata. Tuttavia, i problemi che il biologico è chiamato ad affrontare, come cambiamenti climatici, nuove fitopatie e crescente pressione sugli input produttivi, sono gli stessi che interessano l’intera agricoltura. Le innovazioni rese possibili dalle NGT possono contribuire allo
sviluppo di varietà più resistenti e resilienti, generando conoscenze e soluzioni che possono risultare utili anche al mondo biologico.

Un agricoltore biologico potrà continuare a produrre senza utilizzare NGT se nelle aziende confinanti saranno coltivate varietà ottenute con queste tecniche? Quali misure di prevenzione e
coesistenza possono ridurre il rischio di presenza involontaria di materiale vegetale proveniente da altre coltivazioni?

Sì. La presenza di coltivazioni NGT nelle aziende vicine non impedisce di continuare a produrre secondo il metodo biologico. È importante sottolineare che il nuovo regolamento non richiede un’assenza assoluta e irrealistica di qualsiasi presenza accidentale. Per le piante NGT-1, la presenza accidentale o tecnicamente inevitabile nelle sementi e nei prodotti non costituisce, di per sé, una
violazione delle norme sul biologico. Come avviene per molte altre produzioni agricole, la coesistenza dipenderà dall’applicazione di adeguate misure agronomiche e organizzative finalizzate a ridurre il rischio di mescolanze involontarie.

Come potrà un agricoltore conoscere la presenza di coltivazioni NGT nelle vicinanze della propria azienda? Saranno previsti sistemi di registrazione, tracciabilità e informazione pubblica
facilmente accessibili agli operatori biologici?

La nuova normativa europea prevede strumenti di trasparenza, registri pubblici e banche dati relative alle varietà autorizzate o verificate. Molte modalità applicative sono ancora in fase di definizione da parte della Commissione Europea e degli Stati membri. Sarà quindi fondamentale realizzare strumenti semplici da consultare, omogenei a livello europeo e realmente utili agli agricoltori.
Va aggiunto che la presenza di varietà NGT-1 nelle aziende confinanti potrebbe comunque produrre degli effetti positivi. Pensiamo ad esempio ad una varietà NGT-1 più resistente a funghi, batteri o virus; potrebbe contribuire a ridurre la pressione complessiva di tali patogeni in un determinato territorio. Anche le aziende biologiche vicine potrebbero quindi beneficiare di un ambiente caratterizzato da una minore diffusione di alcune avversità. Ovviamente questo andrebbe verificato caso per caso e sperimentalmente.

Quali strumenti scientifici sono oggi disponibili per individuare un’eventuale presenza involontaria di materiale vegetale ottenuto mediante NGT? È sempre possibile identificarne con
certezza l’origine e la tecnica utilizzata, oppure esistono limiti analitici che possono rendere difficile questa verifica? 

Non sempre. Nel caso delle NGT-1, una modifica genetica può risultare identica a una variazione che potrebbe verificarsi spontaneamente in natura oppure essere ottenuta attraverso tecniche
convenzionali di miglioramento genetico. In tali casi è possibile identificare la variazione genetica presente, ma non stabilire con certezza se sia stata ottenuta mediante genome editing oppure
attraverso altri processi.
La stessa Commissione Europea ha riconosciuto che alcune piante NGT-1 possono non essere distinguibili da quelle convenzionali mediante sole analisi di laboratorio. Per questo motivo, l’identificazione non può basarsi esclusivamente sulle analisi genetiche, ma richiede anche informazioni documentali e di filiera. Diverso è il caso delle NGT-2, per le quali saranno definiti specifici protocolli e procedure nell’ambito degli atti attuativi della normativa europea.

Se in una coltivazione biologica viene rilevata una presenza indesiderata di materiale NGT, quali accertamenti sono necessari per stabilirne l’origine? Chi dovrebbe sostenere i costi delle analisi e come si può distinguere una contaminazione involontaria da una non conformità imputabile all’operatore?

La risposta dipende dalla categoria della pianta.
Per le NGT-1 non sempre è possibile attribuire l’origine della modifica genetica attraverso la sola analisi del prodotto, proprio perché alcune modificazioni possono coincidere con varianti naturali o convenzionali. Per le NGT-2, invece, la disponibilità di informazioni specifiche sulle modifiche introdotte consentirà controlli analitici mirati. In ogni caso, l’accertamento dovrà basarsi sull’insieme delle evidenze disponibili, comprese le informazioni disponibili sulla produzione e sulla commercializzazione del materiale. Rimangono ancora da definire alcuni aspetti relativi alla ripartizione dei costi dei controlli e alle eventuali responsabilità economiche.

Quali conseguenze può avere per un’azienda biologica la rilevazione di una presenza involontaria di materiale NGT? La normativa prevede garanzie specifiche per gli agricoltori che abbiano
adottato le misure di prevenzione richieste, ma che subiscano comunque una contaminazione proveniente dall’esterno?

Nel sistema biologico europeo il criterio centrale è il rispetto delle norme e delle misure preventive adottate dall’operatore. Una presenza involontaria non comporta automaticamente la perdita della  certificazione biologica. Anche sotto questo profilo il regolamento riconosce che, per le NGT-1, una presenza accidentale o tecnicamente inevitabile non costituisce di per sé una violazione delle norme del biologico. L’elemento decisivo è quindi verificare il comportamento dell’operatore e il rispetto delle procedure previste, piuttosto che limitarsi a rilevare la semplice presenza del materiale.

Quali criticità possono presentarsi per gli allevamenti biologici in relazione all’origine di mais, soia, cereali, foraggi e altre materie prime utilizzate nei mangimi? Quali strumenti di tracciabilità
possono consentire agli allevatori di verificare la provenienza e la conformità dei prodotti acquistati?

Per gli allevamenti biologici è fondamentale poter conoscere e documentare l’origine delle materie prime impiegate nei mangimi. Questo principio vale indipendentemente dalla tecnica utilizzata per ottenere la varietà. L’origine di cereali, foraggi e mangimi deve essere adeguatamente documentata lungo l’intera filiera. Questo principio vale indipendentemente dalla tecnica utilizzata
per ottenere la varietà. Allo stesso tempo, molte varietà sviluppate mediante NGT mirano ad aumentare la resistenza a malattie e parassiti e a ridurre il numero di trattamenti necessari. La Commissione Europeaindividua tra i potenziali benefici di queste innovazioni una maggiore resilienza climatica, una migliore resistenza alle avversità e una possibile riduzione dell’utilizzo di fitofarmaci. Un miglioramento delle condizioni fitosanitarie generali di un territorio può rappresentare un vantaggio ambientale condiviso anche dalle aziende biologiche.

Se un allevatore biologico acquista mangimi regolarmente certificati e successivamente emerge una non conformità relativa a una materia prima, quali procedure si applicano? Quali garanzie
sono previste per l’allevatore che non abbia avuto responsabilità nella produzione o nella scelta della materia prima?

In questi casi occorre ricostruire il percorso della materia prima e verificare la documentazione disponibile per individuare l’origine della non conformità. È importante distinguere tra una responsabilità diretta dell’allevatore e una non conformità originata a monte della filiera.

La tutela delle produzioni biologiche rispetto alle NGT dovrebbe riguardare l’intera filiera, dalla coltivazione delle materie prime alla produzione dei mangimi, all’allevamento degli animali e ai
prodotti finali? Quali sono le principali criticità scientifiche e tecniche ancora da affrontare?

Le principali criticità riguardano soprattutto l’organizzazione della coesistenza tra modelli produttivi differenti e la definizione di regole operative chiare per tutti gli attori della filiera. La sfida è garantire che agricoltori biologici, convenzionali e utilizzatori di NGT possano operare nello stesso territorio con responsabilità ben definite e adeguati strumenti di informazione. Una volta
affrontati questi aspetti organizzativi, le innovazioni ottenute mediante NGT potrebbero generare benefici che si estendono all’intero sistema agricolo, compreso quello biologico.

Quale contributo possono offrire il CREA e il progetto TEA4IT per approfondire gli effetti delle NGT, sviluppare strumenti di rilevazione e tracciabilità e fornire informazioni scientifiche utili agli
agricoltori biologici, agli allevatori e alle istituzioni?

Il CREA, attraverso il progetto TEA4IT e le numerose attività di ricerca in corso sulle Tecnologie di Evoluzione Assistita, ha il compito di fornire evidenze scientifiche indipendenti che consentano di
valutare in modo oggettivo opportunità, limiti e implicazioni delle NGT. Questo significa anzitutto studiare le nuove varietà ottenute mediante genome editing, confrontandole con le varietà
tradizionali da cui derivano per verificarne le caratteristiche genetiche, agronomiche, produttive e qualitative. Significa inoltre sperimentarle in condizioni reali di coltivazione, per capire se e in quale misura possano contribuire a rendere le colture più resistenti alle malattie, più resilienti agli stress climatici e meno dipendenti dagli input produttivi.
Un altro contributo fondamentale riguarda la valutazione degli effetti agronomici, ambientali e socioeconomici dell’introduzione delle nuove varietà nei diversi contesti produttivi. Questi aspetti saranno particolarmente importanti nella fase di attuazione della nuova normativa europea. Ma forse il ruolo più importante della ricerca pubblica è un altro: mettere a disposizione di
agricoltori, allevatori, decisori politici e cittadini informazioni affidabili e basate su dati sperimentali. Solo conoscendo concretamente come si comportano queste varietà in campo, quali benefici possono offrire e quali eventuali criticità presentano, sarà possibile assumere decisioni consapevoli.
In questo senso il CREA e il progetto TEA4IT non hanno il compito di promuovere una tecnologia,ma di fornire le conoscenze necessarie per valutarla. E proprio questa base scientifica sarà essenziale per garantire che l’innovazione possa essere governata in modo trasparente, tutelando tutte le filiere produttive, comprese quelle biologiche. Per la prima volta dopo molti anni, la ricerca pubblica italiana ha la possibilità di valutare direttamente in campo queste innovazioni nelle principali colture di interesse nazionale. I risultati che emergeranno saranno fondamentali non soltanto per chi sceglierà di utilizzare le NGT, ma anche per chi continuerà a operare nel biologico, perché permetteranno di basare il confronto su dati scientifici e non su ipotesi o percezioni.

Alla luce della normativa europea sulle NGT, quali garanzie sono già previste per gli operatori biologici e quali aspetti devono ancora essere definiti o attuati? Come sarà possibile conciliare lo
sviluppo delle nuove tecniche genomiche con la tutela delle produzioni biologiche e la libertà di scelta degli agricoltori e dei consumatori?

La normativa europea sulle NGT, adottata nel giugno 2026, entrerà pienamente nella sua fase applicativa il 17 luglio 2028. Da qui ad allora saranno definiti, attraverso specifici atti di esecuzione, diversi aspetti operativi della disciplina. Restano in particolare da chiarire alcuni elementi relativi alle misure di coesistenza, alle responsabilità e agli eventuali meccanismi compensativi. Il principio
di fondo è però già definito: consentire la coesistenza tra modelli produttivi diversi, garantendo la libertà di scelta di agricoltori e consumatori.

Se oggi un agricoltore biologico pugliese Le chiedesse: «Posso continuare a produrre biologico senza utilizzare NGT, sapendo che una presenza involontaria proveniente dall’esterno potrebbe
compromettere la conformità dei miei prodotti e il mio reddito?», quale risposta concreta potrebbe dargli sulla base delle conoscenze scientifiche e delle norme attualmente applicabili?

La risposta è sì. Un agricoltore biologico può continuare a produrre secondo il proprio metodo e la diffusione delle NGT non mette in discussione questa possibilità. Le norme europee sono state  costruite proprio con l’obiettivo di consentire la coesistenza tra diversi modelli agricoli, garantendo tutele, trasparenza e libertà di scelta. In questa prospettiva, sarebbe riduttivo descrivere il rapporto tra biologico e NGT come uno scontro tra due visioni incompatibili dell’agricoltura.
L’obiettivo comune resta lo stesso: produrre in modo sostenibile, ridurre l’impatto ambientale, contrastare le malattie e adattare le colture ai cambiamenti climatici. Se varietà più resistenti consentiranno di ridurre la pressione di patogeni e parassiti, di limitare l’uso complessivo di fitofarmaci e di preservare varietà tradizionali oggi minacciate dagli stress ambientali, i benefici potranno estendersi ben oltre le aziende che sceglieranno di coltivarle direttamente.
In altre parole, il biologico continuerà a mantenere la propria identità e le proprie regole, ma potrà operare all’interno di un sistema agricolo complessivamente più resiliente. Da questo punto di vista, il principale vantaggio delle NGT per il biologico potrebbe non essere l’uso diretto della tecnologia, bensì il contributo che essa può offrire alla sostenibilità dell’intero territorio agricolo.

Quali interventi ritiene prioritari per garantire che i costi della prevenzione, dei controlli e delle eventuali contaminazioni non ricadano ingiustamente sulle aziende biologiche che rispettano le
regole?

Sarà necessario disporre di protocolli scientificamente validati per il monitoraggio e il campionamento, registri pubblici facilmente consultabili, sistemi armonizzati di tracciabilità e criteri chiari per l’attribuzione delle responsabilità. Potranno inoltre risultare utili strumenti assicurativi o fondi specifici destinati a coprire eventuali danni economici derivanti da contaminazioni involontarie.
La sfida, dal punto di vista scientifico e regolatorio, non consiste nello scegliere tra innovazione genetica e agricoltura biologica. Consiste nel creare le condizioni affinché entrambe possano contribuire alla transizione verso un’agricoltura più sostenibile. Le evidenze disponibili indicano che le piante NGT-1 non appartengono alla stessa categoria degli OGM transgenici tradizionali e che
possono offrire nuove opportunità per affrontare malattie emergenti e cambiamenti climatici. Se utilizzate in un quadro di regole chiare e di piena trasparenza, queste innovazioni possono contribuire a ridurre la pressione sulle risorse naturali, preservare varietà locali di valore storico e aumentare la resilienza complessiva dei sistemi agricoli.
Per questo motivo la questione non dovrebbe essere se il biologico debba difendersi dalle NGT, ma come utilizzare al meglio le conoscenze e le innovazioni che esse possono generare a beneficio dell’intero sistema agricolo. Se l’obiettivo comune è produrre in modo più sostenibile, ridurre la pressione delle malattie e preservare il patrimonio varietale, biologico e NGT possono seguire strade diverse contribuendo, ciascuno con i propri strumenti, agli stessi obiettivi.

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