Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto offe alla vostra attenzione queste riflessioni su due passi apparentemente discordanti dei Vangeli. Buona lettura e diffusione.
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« … PERCHÉ NON ERA DEI NOSTRI»
Lorenzo Monaco, Antifonario, 1396
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Marco 9, 38-40: « Giovanni gli disse: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri”. Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi».
Questo passo del Vangelo può riuscire ostico a coloro che si sono sempre limitati a ricordare l’altro, decisamente più accessibile per chiudere definitivamente – e troppo facilmente – la faccenda: «Chi non è con Me è contro di Me», con ampliamento automatico dal Singolare al plurale operato dai Cattolici che si sentono autorizzati ad affermare: «chi non è con noi è contro di noi». Che ci si può fare? È il vistoso limite della Parola-Luce ridotta ad una religione positiva che attraverso l’elaborazione teologica pretende il controllo totale dell’ambito mistico per sua natura non è esaustivamente catalogabile.
Non per nulla Maestro Eckhart afferma: «I teologi possono litigare, ma i mistici del mondo parlano a stessa lingua».
Sonoramente Emil Cioran: «La mistica è un’irruzione dell’assoluto nella storia. Come la musica, essa è l’aureola di ogni cultura, la sua giustificazione ultima».
Quindi la teologia, che non può che esprimersi nella storia e perciò nel relativo che è in basso, mai può irretire ed esaurire l’assoluto che è in alto.
E poi il Cristo è un Tipo alquanto speciale, non sempre umanamente – quindi teologicamente – afferrabile nella Sua intelligenza, altrimenti sarebbe soltanto un essere umano qualsiasi. C’è, deve esserci in Lui e nei Suoi insegnamenti un alone di Mistero, un Enigma che ha da lasciare in un umile e salutare dubbio chi pretende di seguirLo e che dev’esser pronto anche a veder demolite le proprie convinzioni:
«avete inteso che … MA Io vi dico».
Quel MA è il colpo di piccone che scalza ciò che si è inteso o che si crede d’aver inteso. Si tratta di un Insegnamento trascendente, quindi non limitato al contesto storico-geografico e ancor meno alle capacità d’intendere degli umani.
I discepoli zelanti e bigotti (d’ogni tempo e luogo) credono di essere a posto, i soli in regola, gli eletti già muniti di lasciapassare per il Paradiso. Invece, il farisaico malinteso «non era dei nostri» viene demolito dal «chi non contro di noi è per noi» del Maestro.
Focalizziamo bene: «CHI NON È CONTRO DI NOI È PER NOI».
Fra i perfetti figurano gli inquisitori irreprensibili d’ogni tempo e luogo con in mano il libro degli errori (degli altri) ed il gessetto per tracciare sulla lavagna la spartizione fra “buoni” e “cattivi”, e pronti in passato a purificare con il fuoco quelli che “non erano dei nostri”, manco a dirlo in ossequio alla … volontà di Dio.
Domanda agli specialisti in perfezione che “spiegano” agli altri: la volontà di Dio è imperscrutabile nella sua interezza sì o no? La Rivelazione l’ha … rivelata tutta sì o no? Ci sono uomini che conoscono in tutto e per tutto la volontà di Dio sì o no? Ci sono uomini che conoscono dall’Alfa all’Omega sì o no? Ci sono uomini che sono ognora infallibili in tutti i loro pensieri e in tutte le loro decisioni sì o no? In sintesi, ci sono altri Cristi sì o no? Chi se la sente di rispondere dovrebbe cavarsela con un onesto “sì” o un onesto “no”, senza imbarcarsi in dettagliate “spiegazioni” e senza tirare in ballo lo Spirito Santo che in ogni caso concede ispirazioni contenute, dunque limitate, adatte alle possibilità dell’ispirato; insomma rispondere senza aggirare la domanda che è netta e non auspica altro che un sì o un no.
Acutissimo Julio Cortázar: «La spiegazione è un errore ben vestito».
Sì: la “spiegazioni” danno la stura ad una “sfilata” interminabile, ad un vortice dialettico inarrestabile: una “spiegazione” provoca un’altra “spiegazione”, e da queste si snodano altre “spiegazioni” a ruota libera per l’insorgere della confusione generale ed il moltiplicarsi delle … lavagne con sopra scritto l’indice dei “buoni” e dei “cattivi”.
Chiaro che nel tempo nulla è cambiato, visto che l’Istituzione, tra la fitta e inquietante foschia che l’avviluppa, continua ad esercitare il potere – non l’autorità, il potere – per promuovere “la “pace” valendosi della misericordia per chi piega la testa e, in sostituzione del rogo, dello scalpello dell’espulsione per chi la vuol tenere dritta.
Forse non aveva tutti i torti Diderot: «Attenti a chi parla per mettere ordine! Mettere in ordine significa sempre mettere gli altri sotto controllo».
Pace e ordine: quale pace? quale ordine? Stabiliti e gestiti da chi? La gestione “in nome e per conto” è pericolosa poiché rischia di scadere nell’esercizio di un potere lasciando da parte o peggio ancora travisando il Committente.
Pungente e attualissimo Valeriu Butulescu: «A volte la pace è più stressante che la guerra. Non spara nessuno. Tutti prendono la mira».
E allora, per riprendere l’inciso, ci sono uomini dalla mira infallibile il cui pensiero, le cui parole e le cui azioni centrano puntualmente il bersaglio? Uomini a cui si deve restare prostrati per esserne illuminati e senza l’ardire di accennare ad un rimettersi in piedi?
Si noti poi che quello che “non era dei nostri” era niente meno che un esorcista, quindi non proprio l’ultimo arrivato, riguardo al quale Cristo intima ai suoi seguaci bacchettoni pronti alla repressione: «non glielo proibite».
Chiaro come l’episodio mostri la figura barbina dei discepoli, che prendendo lucciole per lanterne proprio per il loro zelo applicano ante litteram il metodo inquitorio. Che Torquemada si sia ispirato ad essi?
E c’è un altro particolare piuttosto intrigante: Cristo dice di quell’esorcista: «non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me». Ora, se «non era dei nostri», di quale nome si serviva quell’esorcista? “Gesù”? Ma perché lo faceva se «non era dei nostri»? Cos’è che sfugge? Forse quell’esorcista era dei nostri su, diciamo così, un altro piano? Un piano che trascende la religione positiva? E se la Parola-Luce è una, cosa le impedisce di adombrarsi in altri nomi? Chi lo può escludere? Chi (qui riproponendosi la domanda) conosce in tutto e per tutto la volontà di Dio, ovvero i modi e i tempi della Parola-Luce?
D’altra parte, non è che nei Vangeli ci sia scritto tutto. Non per nulla in Giovanni è scritto che:
«Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere».
E se Giovanni stesse dicendo che ci sono cose che non possono essere messe per iscritto per la semplice ragione che appartengono al Mistero?
E se non si sapesse che una piccola parte di Gesù? E se i Vangeli – compresi gli Apocrifi – non rivelassero che qualche particolare di Gesù? Da Matto mi spingo ancor più in là: e se si sapesse quasi niente di Gesù, ma si pretendesse di stabilire il tutto in base al quasi niente? Com’è possibile che da quattro risicati Racconti – perché tali sono i Vangeli – si sia tratta una proliferazione oceanica di documenti, catechismi, regolamenti, diritti canonici e via dicendo? MA quel Matto di Francesco di Assisi non affermò – invano! – che l’unica regola è il Vangelo? Non è che la montagna plurisecolare di “spiegazioni” si sia costituita come un potere che avverte: “Caro amico, quello che puoi e devi pensare l’ho già pensato io per te”?
Il brano di Marco mette in risalto che possono esserci, come di fatto ci sono, alleati di Cristo che «non sono dei nostri» e «non parlano male di Lui», anzi. Un esempio beneficamente urticante è il Mahatma Gandhi:
«A me piace il vostro Cristo, ma non mi piacciono i cristiani perché essi non sono simili a Cristo».
Al Mahatma fa eco Nietzsche:
«È falso sino all’assurdo vedere in una “fede”, per esempio nella fede della redenzione per mezzo di Cristo, il segno distintivo del cristiano: soltanto la pratica cristiana, una vita come la visse colui che morì sulla croce, soltanto questo è cristiano».
Ora, quei discepoli ruffiani e pedanti, vista la gaffe che hanno preso, non solo non erano simili a Cristo ma addirittura s’illudevano di esserlo.
Concludendo, si direbbe che nel brano di Marco il Cristo ponga il principio spirituale unificante dell’ecumene che contrasta nettamente con il disintegrato integralismo (l’ossimoro è d’obbligo) cattolico, conservatore o progressista che sia (il sistema è sempre lo stesso), con il vizietto di bastonare ed escludere quelli che «non sono dei nostri».
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