Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questa intervista al prof. Calisi. Buona lettura e diffusione.
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«Di che legno sei fatto?»: Pinocchio e Socrate per imparare a diventare se stessi.
Il nuovo libro di Antonio Calisi propone agli adolescenti un viaggio alla scoperta di sé attraverso filosofia, letteratura e grandi domande sull’esistenza
Pinocchio e Socrate, un burattino e un filosofo, diventano compagni di viaggio in un percorso rivolto soprattutto agli adolescenti. È l’idea alla base di Di che legno sei fatto? Pinocchio e Socrate, il viaggio per diventare se stessi, il nuovo libro di Antonio Calisi, docente, teologo e sacerdote della Chiesa cattolica di rito bizantino dell’Eparchia degli Italo-Albanesi di Lungro (CS).
Calisi insegna Religione Cattolica al prestigioso Liceo Classico Statale “Socrate” di Bari, esperienza che gli permette di confrontarsi quotidianamente con il mondo degli adolescenti, le loro domande e le loro inquietudini. È inoltre maestro iconografo e ha approfondito la tradizione dell’iconografia bizantina attraverso soggiorni in Russia, Romania, Grecia e al Monte Athos.
Professore Calisi, come nasce l’idea di questo libro e che cosa l’ha spinta a scriverlo?
L’idea nasce dal desiderio di offrire agli adolescenti uno spazio nel quale potersi fermare e interrogare. Nel mio lavoro di insegnante incontro ogni giorno ragazzi che stanno attraversando una fase decisiva della loro vita: stanno cercando di capire chi sono, che cosa desiderano e quale strada vogliono percorrere. Ho pensato che Pinocchio e Socrate potessero accompagnarli in questa ricerca. Uno appartiene alla letteratura, l’altro alla filosofia, ma entrambi ci conducono verso la stessa domanda: come possiamo diventare veramente noi stessi?
Il titolo contiene una domanda molto particolare: “Di che legno sei fatto?”. Che significato ha per lei?
È una domanda che nasce naturalmente dalla storia di Pinocchio, ma che in realtà riguarda ciascuno di noi. Un pezzo di legno, nelle mani di Geppetto, può diventare qualcosa di completamente diverso da ciò che apparentemente è. Allo stesso modo, ogni persona porta dentro di sé possibilità che devono ancora manifestarsi. “Di che legno sei fatto?” significa allora: chi sei veramente? Quali sono le tue qualità, le tue fragilità, i tuoi desideri più profondi? E soprattutto: che cosa puoi diventare?
Perché ha scelto proprio Pinocchio e Socrate come compagni di questo viaggio?
Perché sono due figure molto diverse, ma profondamente complementari. Pinocchio rappresenta il ragazzo che vuole essere libero, che si lascia attrarre dalle promesse facili, che sbaglia, cade e si rialza. Socrate rappresenta invece l’uomo che non smette mai di interrogarsi e di cercare la verità. Pinocchio vive le domande attraverso l’esperienza; Socrate le vive attraverso il dialogo e la ragione. Insieme possono diventare una sorta di mappa per un adolescente che sta cercando la propria strada.
Che cosa hanno in comune, secondo lei, Pinocchio e Socrate?
Innanzitutto la ricerca di una verità che non viene consegnata già pronta. Pinocchio deve imparare attraverso le proprie esperienze. Socrate insegna che una vita non interrogata rischia di essere una vita vissuta senza consapevolezza. Entrambi, in modi diversi, ci ricordano che diventare se stessi è un viaggio. Non accade tutto in un giorno e non è un percorso privo di cadute.
Pinocchio sbaglia, cade, si perde e poi riparte. Quanto è importante, nella vita, poter sbagliare per imparare a diventare se stessi?
È fondamentale. Viviamo spesso in una società che presenta l’errore come qualcosa da evitare a tutti i costi. Ai ragazzi viene chiesto di essere sempre all’altezza, di ottenere risultati, di non fallire. Ma l’errore può diventare anche un luogo di crescita. Pinocchio sbaglia moltissimo, ma non è definito dai suoi errori. La cosa importante è che ogni caduta possa diventare occasione per comprendere qualcosa in più di se stessi.
Socrate ci insegna soprattutto a fare domande. Perché oggi è così importante imparare a farsi delle domande?
Perché siamo sommersi dalle risposte. I ragazzi ricevono continuamente informazioni, immagini, modelli e opinioni. Ma avere molte risposte non significa necessariamente sapere chi siamo. La domanda apre uno spazio interiore. Chiedersi “perché?”, “che cosa desidero veramente?”, “questa scelta mi rende più libero?”, significa iniziare un percorso di consapevolezza. Per questo la maieutica socratica è ancora straordinariamente attuale: educare non significa soltanto trasmettere contenuti, ma aiutare una persona a far emergere ciò che porta dentro di sé.
Il libro parla di un viaggio per “tirare fuori il meglio di te”. Che cosa significa concretamente diventare se stessi?
Significa smettere, innanzitutto, di vivere esclusivamente attraverso lo sguardo degli altri. Diventare se stessi significa conoscere le proprie capacità, riconoscere i propri limiti, imparare a scegliere e assumersi progressivamente la responsabilità della propria vita. Non significa costruirsi da soli, ma scoprire la propria vocazione alla crescita. È un processo nel quale siamo chiamati a diventare ciò che possiamo essere nella nostra forma più autentica.
Viviamo in una società nella quale i giovani sono continuamente esposti a modelli e aspettative. Come possono distinguere ciò che desiderano davvero da ciò che gli altri si aspettano da loro?
È una delle sfide più difficili dell’adolescenza. Credo che la prima condizione sia imparare a fermarsi e ad ascoltarsi. Quando tutto intorno a noi grida che dobbiamo essere in un certo modo, diventa difficile distinguere la propria voce da quella degli altri. Per questo servono adulti capaci di accompagnare senza sostituirsi. Genitori, insegnanti ed educatori dovrebbero aiutare i ragazzi a porsi domande, non imporre loro un’identità.
Possiamo crescere davvero senza attraversare momenti di smarrimento?
Probabilmente no. Lo smarrimento fa parte del viaggio. Anche Pinocchio deve perdersi per comprendere quale strada non vuole più percorrere. La maturità non consiste nel non cadere mai, ma nel saper trasformare le proprie cadute in occasioni di crescita. A volte proprio nei momenti di maggiore difficoltà nasce una consapevolezza nuova.
C’è una domanda che avrebbe voluto sentirsi rivolgere quando era giovane?
Forse proprio questa: “Che cosa desideri veramente diventare?” Non “che lavoro vuoi fare?”, non “che risultato vuoi ottenere?”, ma “chi vuoi diventare come persona?”. Credo che questa sia una domanda che dovremmo rivolgere molto più spesso ai nostri ragazzi.
Dopo aver scritto questo libro, è cambiata anche la sua risposta personale alla domanda: “Di che legno sono fatto?”
Scrivere questo libro mi ha ricordato che la domanda non riguarda soltanto gli adolescenti. Riguarda anche noi adulti. Anche noi continuiamo a diventare ciò che siamo. Anche noi abbiamo bisogno di riconoscere ciò che deve ancora maturare nella nostra vita. Forse essere “di un certo legno” non significa essere già compiuti, ma essere disponibili a lasciarsi trasformare.
E, per concludere, quale domanda vorrebbe che ogni lettore portasse con sé dopo aver terminato il suo libro?
Vorrei che portasse con sé una domanda molto semplice, ma tutt’altro che facile: “Sto diventando veramente me stesso?” E, insieme a questa, un’altra ancora: “Che cosa posso fare oggi per tirare fuori il meglio di me?” Perché il viaggio di Pinocchio non appartiene soltanto a Pinocchio. È il viaggio di ogni persona che cerca la verità su se stessa e desidera diventare pienamente ciò che è chiamata a essere. Forse, alla fine, la domanda più importante non è soltanto “Di che legno sei fatto?”, ma: «Che cosa vuoi diventare?»
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