Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attennzione questa intervista in tema di energia nucleare. Buona lettura e condivisione.
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Nucleare, la nuova sfida italiana: cosa cambia dopo la legge del 23 settembre?
Il 23 settembre 2026 il Senato ha approvato definitivamente la legge delega che introduce un nuovo quadro normativo per il ritorno dell’energia nucleare in Italia.
La legge affida al Governo il compito di definire, attraverso successivi decreti legislativi, la disciplina relativa alla produzione di energia nucleare, alla scelta e autorizzazione degli impianti, alla sicurezza, alla gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi, oltre agli aspetti economici e al coinvolgimento dei territori. È un passaggio destinato a riaprire un confronto che in Italia dura da decenni e che coinvolge questioni tecnologiche, economiche, ambientali e di sicurezza. Ma cosa significa, concretamente, parlare oggi di ritorno al nucleare?
Quali tecnologie sarebbero disponibili? Quali sarebbero i costi e i tempi? E quanto può essere realmente decisivo il nucleare nel percorso di decarbonizzazione e di sicurezza energetica del nostro Paese?
Per affrontare questi interrogativi abbiamo scelto di confrontarci con il professor Gianfranco Caruso, Professore Ordinario di Impianti Nucleari presso la Sapienza Università di Roma. La sua attività scientifica si concentra principalmente sull’ingegneria nucleare, sulla termoidraulica e sulla sicurezza degli impianti nucleari, sia a fissione sia a fusione. Nel corso della sua lunga carriera ha realizzato una vasta produzione scientifica: è autore di oltre 230 pubblicazioni, circa 60 relazioni tecniche, 3 libri didattici e 4 capitoli di manuali. Tra le sue opere figura Esercitazioni di Impianti Nucleari, un testo dedicato allo studio e alla risoluzione di problemi relativi agli impianti nucleari e alla termotecnica dei reattori. I suoi studi riguardano temi di grande importanza per il settore, come il trasferimento di calore, la termoidraulica bifase, la sicurezza dei reattori e le tecnologie nucleari per la fissione e la fusione. È quindi un interlocutore particolarmente qualificato per aiutarci a comprendere, con un approccio scientifico e tecnico, il ruolo dell’energia nucleare e le prospettive delle tecnologie nucleari. Partendo dunque dalla nuova legge approvata dal Parlamento, questa intervista vuole affrontare il nucleare senza fermarsi agli slogan, mettendo a confronto opportunità e criticità: dai vantaggi della produzione elettrica programmabile alle questioni dei costi e dei tempi di costruzione, dalla sicurezza alla gestione dei rifiuti radioattivi, dagli SMR al rapporto con le rinnovabili, fino al problema delle competenze e della ricostruzione di una filiera industriale nazionale. L’obiettivo è capire non soltanto perché l’Italia stia tornando a parlare di nucleare, ma soprattutto quali condizioni tecnologiche, economiche e regolatorie sarebbero necessarie per trasformare la nuova legge in una scelta energetica concretamente realizzabile.
Prof. Caruso il 23 settembre il Parlamento ha approvato definitivamente la legge delega sul nucleare sostenibile. Dal punto di vista tecnico, che cosa cambia concretamente e quali decisioni devono ancora essere prese?
La legge delega, recentemente approvata, fornisce essenzialmente l’indirizzo politico-legislativo necessario se vogliamo che il nostro Paese rientri nella produzione di energia nucleare.
Questo indirizzo è necessario per superare tutto il vuoto normativo derivato dai referendum, quello di 40 anni fa e quello più recente, di circa 15 anni fa. La legge affida quindi al Governo il compito di emanare dei decreti legislativi e stabilisce una cornice per il rientro della produzione elettrica da fonte nucleare.
Le decisioni che devono ancora essere prese riguardano soprattutto l’emanazione dei decreti legislativi, nei quali si comincia a entrare nel vivo. I tempi previsti dalla legge sono di un anno, ma è molto presumibile che vengano emessi con una certa rapidità, cioè prima della scadenza.
Con i decreti legislativi, il passo fondamentale e più importante sarà la definizione e il potenziamento delle funzioni dell’autorità di sicurezza nucleare.
La legge parla di “nucleare sostenibile”, ma che cosa significa realmente questo termine dal punto di vista di un ingegnere nucleare?
Un ingegnere nucleare interpreta questo termine dal punto di vista tecnico-scientifico, più che comunicativo.
Il concetto si allinea con l’inclusione del nucleare nella Tassonomia dell’Unione europea per le attività sostenibili, approvata nel 2023, che fissa vincoli molto stringenti sulle emissioni lungo il ciclo di vita degli impianti e sulla gestione del combustibile.
Gli aspetti caratteristici sono le emissioni bassissime o nulle di anidride carbonica durante l’intero ciclo di vita. Le emissioni nucleari sono addirittura più basse di quelle dell’eolico.
Un altro aspetto è la chiusura del ciclo del combustibile, che significa minimizzare i rifiuti nucleari ad alta attività attraverso varie metodologie, proprie delle nuove generazioni di reattori.
Infine c’è l’efficienza nell’uso delle risorse territoriali. Il nucleare è sostenibile anche da questo punto di vista, perché per unità di energia prodotta occupa un’area sul territorio che, a parità di energia, può essere anche 100 volte inferiore rispetto alle rinnovabili.
Quali sono i principali equivoci scientifici e tecnici nel dibattito italiano sul nucleare?
Quello che noto quando ascolto il dibattito sul nucleare è una certa errata sovrapposizione tra i reattori di vecchia generazione e i sistemi nuovi della cosiddetta generazione 3+, che comprende gli ultimi reattori di grande taglia costruiti, oppure i nuovi reattori di piccola taglia e quelli addirittura di quarta generazione. Sono tecnologie per certi aspetti molto diverse.
Prevale una concezione errata sul quantitativo e sulla natura dei rifiuti nucleari. Si immaginano quantità che non esistono: i rifiuti nucleari sono alla fine ridotti a volumi molto limitati, ampiamente gestibili attraverso sistemi di confinamento e, eventualmente, attraverso lo stoccaggio geologico per quelli più pericolosi.
C’è poi una confusione sul rischio. In tutta l’attività umana si pensa che esista il rischio zero, ma il rischio zero è irrealistico dal punto di vista ingegneristico. Questo principio va applicato a qualunque attività umana, non solamente al nucleare.
In ogni caso, se parliamo di rischio nucleare, nei reattori moderni la possibilità di un incidente grave per l’impianto non significa necessariamente che ci debbano essere conseguenze all’esterno. Attualmente viene stimata una probabilità di incidente grave dell’ordine di uno ogni milione di anni di funzionamento di un reattore, e questo rischio si sta ulteriormente abbassando con i nuovi progetti.
Nucleare e rinnovabili vengono spesso presentati come alternative, ma dal punto di vista tecnico possono essere complementari?
Sì. Questo è un altro equivoco quando si parla di nucleare presentandolo come alternativa alle rinnovabili.
Chi crede nella necessità di intraprendere questa strada vede indubbiamente le due tecnologie in sinergia, non come fonti in competizione, ma integrate in un mix energetico decarbonizzato.
Le rinnovabili non sono programmabili, soffrono di intermittenza e hanno necessità di un sistema di backup che può essere fornito dal gas oppure dalle batterie ad accumulo elettrochimico, che sono costose e hanno anche un certo impatto sull’approvvigionamento di materie prime critiche.
Il nucleare si pone l’obiettivo di sostituire completamente il gas, una fonte che ha un potenziale di inquinamento legato all’utilizzo di combustibili fossili, e di ottimizzare eventualmente l’utilizzo delle batterie.
Quindi è un discorso di complementarietà e non di alternativa.
In un sistema elettrico sempre più basato sulle rinnovabili, quanto è importante la capacità del nucleare di produrre energia in modo continuo e quali problemi di flessibilità e integrazione può creare?
In realtà i problemi di flessibilità e integrazione vengono affrontati inserendo nel mix di produzione energetica, insieme alle rinnovabili, il nucleare.
Il nucleare ha un fattore di utilizzo, o fattore di capacità, superiore al 90%. Questo garantisce stabilità alla rete, alla frequenza e alla tensione, limitando i rischi di blackout o di taglio forzato che possono verificarsi con le rinnovabili.
Il nucleare ha anche una certa capacità di flessibilità operativa. I vecchi reattori ne hanno un po’ meno, mentre i nuovi reattori hanno la capacità di seguire il carico. Non devono quindi necessariamente funzionare continuamente a piena potenza, ma possono partecipare, entro certi limiti, alla regolazione e alla stabilizzazione dell’equilibrio tra la produzione e la richiesta di energia della rete.
Quando si confrontano i costi del nucleare con quelli delle rinnovabili, quali elementi bisogna considerare oltre al costo dell’energia prodotta?
Quando si parla di costi molto spesso si utilizza un parametro chiamato Levelized Cost of Electricity, o LCOE, che tradizionalmente analizza i costi al cancello della centrale, all’interno dell’impianto, e non tiene conto di tutti i costi di sistema.
Bisogna considerare che, quando la percentuale di rinnovabili sul fabbisogno diventa molto alta, si introducono costi sempre più elevati per il bilanciamento e il backup: i costi per la riserva di gas e quelli delle batterie, necessarie quando non c’è né sole né vento.
Seguono i costi di adeguamento della rete, perché la rete elettrica deve essere espansa e digitalizzata e devono essere costruite nuove infrastrutture.
Va considerato anche il consumo di suolo. Una centrale nucleare, parlando di impianti delle dimensioni delle vecchie centrali, per un gigawatt di potenza elettrica occupa poche decine di ettari. L’equivalente in impianti solari ed eolici occupa centinaia di chilometri quadrati. C’è quindi un fattore che può andare da cento a mille nello spazio occupato.
Infine, nei conteggi va considerata la vita utile degli impianti. Un impianto nucleare oggi ha una vita utile che può arrivare a 60, 70 o 80 anni, mentre per un impianto fotovoltaico o eolico si considerano oggi circa 20-25 anni. Dopo questo periodo bisogna sostituire pannelli, sistemi e altri componenti, mentre gli inverter possono avere vite medie ancora più basse.
E quanto incidono il costo del capitale e i tempi di costruzione sul costo finale di una centrale nucleare?
In una centrale nucleare il costo finale dell’elettricità è influenzato molto dal costo del capitale. Il 70-80% del costo di produzione del kilowattora è legato a quello che si chiama CAPEX, cioè il costo del capitale.
Questo costo incide molto finché non viene ammortizzato il costo della centrale, generalmente nell’arco di 15-20 anni. Successivamente la centrale può continuare a funzionare per 60, 70 o 80 anni. A quel punto, una volta ammortizzato il costo del capitale, rimane soprattutto il costo del combustibile, che per una centrale nucleare è molto basso per unità di energia prodotta e incide circa per il 20%.
Un elemento che può incidere molto è il costo del finanziamento durante il periodo di costruzione e di ammortamento. Più è alto il tasso di interesse, maggiore è l’impatto sul costo di costruzione.
L’intervento dello Stato non dovrebbe necessariamente consistere nel pagare le centrali nucleari, ma nel garantire prestiti agevolati a un tasso di interesse del 3-4%, anziché del 10%. In questo modo l’investimento può diventare sostenibile anche economicamente.
Un altro elemento che nell’esperienza passata ha inciso molto sui costi sono stati i ritardi nei cantieri. La scelta di puntare sui reattori di piccola taglia può ridurre l’entità del cantiere e, di conseguenza, anche gli eventuali ritardi rispetto a quelli che potrebbero verificarsi in una centrale di grande taglia.
È stato comunque dimostrato in diversi casi che anche una centrale di grande taglia può essere costruita nei tempi e nel budget previsti, come dimostrano i casi della Corea del Sud e degli Emirati Arabi Uniti che hanno realizzato quattro centrali nucleari in circa 12 anni, rimanendo più o meno nel budget previsto.
Detto che i reattori moderni sono diversi rispetto a quelli del passato, quanto sono diversi e quali lezioni sono state tratte dall’incidente di Fukushima?
Sul piano della sicurezza i reattori sono abbastanza diversi. L’innovazione tecnologica ha inciso proprio sugli aspetti di sicurezza.
Prima ho parlato delle generazioni di reattori: la terza generazione avanzata è quella che si vorrebbe iniziare a costruire ora, mentre la quarta generazione sarà pronta fra qualche anno e avrà ulteriori vantaggi.
Queste tecnologie si differenziano rispetto alle centrali di seconda generazione, che costituiscono la quasi totalità delle circa 400 centrali che oggi operano nel mondo, perché hanno valorizzato maggiormente l’utilizzo dei sistemi passivi di sicurezza rispetto ai sistemi attivi.
I sistemi di sicurezza passivi sono basati su principi fisici naturali, come la gravità, la circolazione naturale e l’evaporazione dell’acqua. Sono in grado di mantenere in sicurezza il reattore senza alcun intervento dell’uomo e senza il presidio degli operatori. La normativa prevede almeno 72 ore, cioè tre giorni, ma in linea di principio il sistema può funzionare anche per un periodo molto più lungo.
Un incidente come quello di Fukushima, con una serie di sistemi passivi, sarebbe stato affrontato in maniera diversa, anche se tutti gli operatori avessero abbandonato l’impianto, cosa che a Fukushima non è avvenuta.
La lezione di Fukushima ha portato anche a una serie di miglioramenti sui reattori esistenti, cioè quelli della stessa generazione di Fukushima. Tutti gli operatori europei hanno effettuato stress test per simulare condizioni simili a quelle di Fukushima e valutare i margini di sicurezza in caso di eventi naturali estremi e combinati, come terremoto e tsunami.
La maggior parte dei reattori ha superato questi test. Quando qualche vecchio reattore prossimo alla fine della propria vita utile non li ha superati, è stato spento ed è entrato nella fase di dismissione.
Sono stati inoltre introdotti nei reattori ancora operativi ricombinatori di idrogeno. A Fukushima si era accumulato idrogeno, provocando le esplosioni nella parte superiore degli edifici. I ricombinatori servono proprio a evitare che si verifichino situazioni di questo tipo.
Sono stati inoltre introdotti sistemi di sicurezza nel caso di fusione del combustibile del reattore, in grado di evitare che la massa fusa si disperda raccogliendola e confinandola.
Queste sono alcune delle lezioni apprese da Fukushima e tutti i nuovi reattori delle generazioni più avanzate prevedono sistemi di questo tipo, riducendo ulteriormente la possibilità che si verifichino determinati eventi.
Esiste un rischio nucleare che non può essere completamente eliminato?
Nessun rischio può essere completamente eliminato. Il rischio zero non esiste.
Se pensiamo a qualunque attività, può accadere qualunque cosa: esiste una probabilità che accada. Il nucleare è però una delle attività umane che presenta, secondo i dati citati, un rischio residuo estremamente basso.
Questo avviene perché il rischio viene affrontato fin dall’inizio della progettazione e dell’esercizio.
C’è un principio che si chiama ALARA, As Low As Reasonably Achievable, cioè “quanto più basso ragionevolmente raggiungibile”. Tutte le situazioni potenziali di rischio vengono analizzate e affrontate per fare in modo che il rischio sia il più basso possibile.
Questo avviene nell’ambito della cultura della sicurezza del nucleare, adottando strategie come la difesa in profondità: tra la sorgente di pericolo e l’esterno viene interposta una serie di barriere, non solo fisiche ma anche procedurali e indipendenti, in modo che, se ne fallisce una, ce ne sia un’altra e, se fallisce anche la seconda, ce ne sia una terza.
Il rischio viene quindi mantenuto molto basso.
Il rischio, però, va comunicato. Bisogna innanzitutto abbandonare gli slogan ed evidenziare dati comparativi e oggettivi.
Esistono dati forniti da autorità indipendenti che analizzano il panorama energetico e che mostrano, un tasso di mortalità per unità di energia prodotta molto basso per il nucleare rispetto alle altre fonti.
L’aspetto comunicativo è quindi fondamentale. Una soluzione adottata in altri Paesi, dove il nucleare è visto con meno sospetto, come la Francia o alcuni Paesi nordici, è coinvolgere i territori attraverso comitati locali di informazione.
Fin dall’inizio della fase autorizzativa, la popolazione dovrebbe essere continuamente informata attraverso una comunicazione oggettiva e corretta.
Gli small modular reactors possono rappresentare una soluzione concreta per l’Italia? Quanto di questa tecnologia è già disponibile e quanto appartiene ancora alla fase di sviluppo o certificazione?
Sicuramente è la soluzione che il Governo ha proposto per il rientro del nucleare in Italia, anche per i motivi che ho spiegato prima.
Gli Small Modular Reactor, o SMR, sono reattori di piccola taglia, fino a una produzione di circa 300 megawatt elettrici. Si tratta quindi di reattori molto più piccoli rispetto ai grandi reattori costruiti attualmente in altri Paesi.
Il vantaggio di questi piccoli reattori è che possono essere realizzati industrialmente in serie, in maniera standardizzata e soprattutto assemblati in officina, invece di essere montati direttamente sul sito come avviene per i grandi reattori.
Questo riduce non solo le dimensioni del cantiere, ma anche i tempi di costruzione e l’esposizione finanziaria per ogni singolo modulo.
Essendo modulari, si può decidere di installarne uno, due o tre su un sito a seconda delle necessità, condividendo alcune spese. In questo modo il rischio finanziario e il costo del capitale possono essere inferiori.
Questo vantaggio emerge soprattutto quando si riesce a creare una produzione in serie. Se si costruisce un unico esemplare, il cosiddetto First of a Kind, il costo sarà molto elevato. Se invece si crea una catena industriale e se ne costruiscono 10 o 15, i costi possono diminuire.
Le dimensioni ridotte consentono inoltre di facilitare la localizzazione. Alcuni progetti possono essere installati al di sotto del livello del terreno, con vantaggi dal punto di vista della sicurezza, e possono essere collocati vicino a distretti industriali particolarmente energivori.
Dal punto di vista costi-benefici sarebbe probabilmente più conveniente costruire due o tre centrali di grande taglia piuttosto che 20 o 30 reattori piccoli. Tuttavia, per le caratteristiche del territorio italiano e per l’accettabilità sociale, la soluzione dei piccoli reattori può essere particolarmente adatta.
Per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico, diversi progetti stanno avanzando e molti sono già stati autorizzati in altri Paesi. Uno dei modelli della GE, il BWRX-300, è in fase di costruzione in Canada e potrebbe essere uno dei primi SMR occidentali a entrare in funzione all’inizio degli anni Trenta.
Alcuni progetti hanno già ottenuto autorizzazioni in altri Paesi. La terza generazione avanzata degli SMR è quindi una tecnologia che, concettualmente, sappiamo già realizzare, anche se deve essere portata su scala più piccola.
La quarta generazione è invece più indietro: è una tecnologia nuova, con ulteriori vantaggi, ma necessita ancora di tempo per arrivare alla maturità e ai relativi processi autorizzativi.
Per quanto riguarda i rifiuti radioattivi, l’Italia deve ancora completare la gestione dei rifiuti radioattivi già esistenti. È un problema tecnologico? Quanto è un problema di natura territoriale e sociale? E quanto è importante affrontare questo problema prima di avviare un nuovo programma nucleare?
Posso dire senza tema di smentita che è un problema esclusivamente di natura territoriale e sociale. Problemi tecnici o tecnologici non ce ne sono, perché dal punto di vista ingegneristico il modo di confinare o mettere in sicurezza i rifiuti nucleari è completamente risolto. Esistono moltissime soluzioni standard.
I rifiuti veramente pericolosi, quelli che fanno più paura nell’immaginario collettivo, in teoria dovrebbero essere destinati a un deposito geologico.
Per l’Italia, però, parliamo di volumi molto piccoli. Non avrebbe senso costruire un deposito geologico nazionale per le quantità di rifiuti ad alta attività che abbiamo.
La Finlandia ha costruito il deposito geologico di Onkalo, mentre la Francia sta completando il proprio progetto. In questi casi parliamo comunque di volumi relativamente piccoli.
L’eredità nucleare italiana costituita dai rifiuti radioattivi ad alta attività, dopo i processi di condizionamento e vetrificazione, corrisponde a volumi molto ridotti. Per dare un’idea, parliamo di circa 40 metri cubi.
Per quantità di questo tipo non sarebbe razionale costruire un deposito geologico nazionale. L’Europa è una comunità di nazioni e non siamo gli unici ad avere piccole quantità di rifiuti radioattivi. È quindi possibile che in futuro si arrivi a un deposito geologico comune europeo nel quale diversi Paesi possano conferire i propri rifiuti ad alta attività.
Questo riguarda l’eredità del passato.
Per quanto riguarda invece i rifiuti a bassa e media attività, i volumi sono molto più grandi e questi dovrebbero essere destinati al deposito nazionale di cui si parla.
È importante sapere che una parte significativa di questi rifiuti non deriva soltanto dallo smantellamento delle vecchie centrali: una quota rilevante proviene dagli ospedali e dall’industria, che utilizzano tecniche nucleari per lavorazioni e misurazioni. Soprattutto gli ospedali producono rifiuti a bassa e media attività.
Il deposito nazionale per questo tipo di rifiuti è quindi indispensabile e costituisce anche un obbligo per il Paese.
Non c’è, comunque, un problema di tipo tecnico: esistono in diverse parti del mondo depositi di questo tipo.
Il nucleare può realmente aumentare l’indipendenza energetica italiana considerando che uranio e parte delle tecnologie dovrebbero essere importati? Quanto è importante ricostruire una filiera industriale e competenze nucleari in Italia?
Per quanto riguarda l’indipendenza energetica, innanzitutto va considerato che, dal punto di vista quantitativo, serve molto poco uranio. Non è come per il carbone, il gas o il petrolio, per i quali servono quantità enormi.
La quantità di uranio necessaria è abbastanza limitata. L’approvvigionamento dall’estero non è un problema, perché oggi non proviene principalmente da Paesi considerati a rischio.
Una parte importante dell’uranio proviene dal Kazakistan, ma, se si volesse escludere questa fonte, le principali forniture potrebbero arrivare dall’Australia, dal Canada o dal Sudafrica. Si tratta di Paesi che non presentano, secondo questa prospettiva, particolari problemi di stabilità tali da far prevedere crisi energetiche legate all’approvvigionamento dell’uranio.
C’è poi il passaggio dalla terza generazione avanzata alla quarta generazione.
La quarta generazione potrebbe utilizzare come nuovo combustibile parte dei rifiuti ad alta attività, cioè il combustibile esaurito delle centrali attuali e delle prime centrali che verranno costruite, riducendo il bisogno di nuovo uranio.
Bruciando nuovamente questo combustibile si può ridurre la frazione più problematica dei rifiuti ad alta attività. Il problema dei rifiuti potrebbe quindi ridursi significativamente con l’arrivo della quarta generazione.
L ‘Italia, pur non essendo più un Paese produttore di energia nucleare, dispone di una filiera industriale all’avanguardia e lavora molto in Europa e nel mondo, fornendo componenti, strutture e sistemi a Paesi nucleari come la Francia e ad altri Paesi.
È quindi una filiera che va semplicemente riorganizzata. Esistono numerose aziende che lavorano nel settore: tra le altre, Ansaldo Nucleare e diverse aziende della filiera. Considerando grandi aziende, piccole e medie imprese si arriva ad almeno una settantina di realtà che potrebbero contribuire a un eventuale programma nucleare italiano.
Passando alle competenze, l’Italia dispone ancora di una base significativa. Le aziende hanno continuato a lavorare e, dal punto di vista della formazione, le università hanno continuato a formare ingegneri nucleari, anche grazie ai finanziamenti europei alla ricerca.
Molti professionisti negli anni hanno trovato opportunità in altri Paesi europei, ma anche in Italia esiste la necessità di competenze nucleari, per esempio nelle attività di sicurezza e nell’industria che lavora su commesse internazionali.
Con il passare degli anni, però, l’esperienza delle generazioni più anziane viene progressivamente meno. Quindi è il momento giusto per trasferire le competenze alle nuove generazioni.
Dopo decenni senza nuovi impianti, quali competenze rischia di aver perso l’Italia e quanto sarebbe difficile ricostruirle?
L’Italia ha probabilmente perso soprattutto la competenza legata alle operazioni, perché non ha avuto esperienza recente nella gestione operativa di grandi impianti nucleari.
Esistono comunque piccoli reattori di ricerca , alcuni vicino a Roma, Pavia e Palermo, ma si tratta ovviamente di esperienze di dimensioni limitate.
Quello che manca e che dobbiamo ricostruire è soprattutto la capacità operativa. Dal punto di vista delle competenze, però, la base esiste già.
In Italia ci sono corsi di laurea che sono sopravvissuti in questi anni, continuando a formare ingegneri nucleari.Se il nucleare ripartisse sarebbe necessario aumentare il numero di laureati specializzati in queste discipline e potenziare anche il corpo docente, anche per far fronte ai prossimi pensionamenti.
Non servirebbero però soltanto ingegneri nucleari, ma anche ingegneri meccanici, elettrotecnici, chimici e molte altre figure professionali.
Il nucleare è inoltre un settore particolare dal punto di vista industriale, con regole specifiche, normative internazionali e una propria cultura della sicurezza. Sarebbe quindi necessaria una vera e propria “nuclearizzazione” di ingegneri e tecnici non nucleari.
Le basi ci sono, ma bisogna partire presto. Questo vale anche per la formazione non universitaria: istituti tecnici e ITS dovrebbero formare figure specializzate, per esempio saldatori qualificati per il settore nucleare, che hanno competenze specifiche diverse da quelle di un saldatore tradizionale.
Per formare nuove generazioni servono anni, quindi la formazione dovrebbe partire in anticipo rispetto all’apertura dei cantieri.
Dopo l’approvazione della legge, qual è secondo lei la questione più importante che l’Italia dovrebbe affrontare prima di decidere quali reattori costruire?
Ci sono due questioni fondamentali.
La prima è strutturare la governance e mettere ordine nelle competenze dei diversi ministeri attraverso i decreti legislativi. Ma il primo atto da fare è strutturare l’autorità di sicurezza nucleare.
Non si può fare nulla senza un quadro normativo nazionale che sia, ovviamente, armonizzato con i quadri normativi degli altri Paesi, soprattutto europei.
Un reattore che è stato approvato e autorizzato in Francia non dovrebbe ricominciare da zero il processo di autorizzazione in Italia. Se le procedure sono armonizzate, è possibile velocizzare molto il processo.
La seconda questione è il deposito nazionale, che deve essere localizzato e costruito. Anche dal punto di vista dell’accettabilità sociale è una cosa che dobbiamo fare.
Iniziare nuovi cantieri senza sapere dove verrà realizzato il deposito nazionale sarebbe una contraddizione.
Successivamente lo Stato dovrebbe contribuire al processo attraverso strumenti per una formazione diffusa a tutti i livelli e una comunicazione altrettanto diffusa.
Poi il mercato, le aziende e le grandi società potranno effettuare i propri investimenti. Senza un quadro chiaro di questo tipo, il processo diventa più complicato.
Quali condizioni tecniche, economiche e ambientali dovrebbero essere rispettate perché un nuovo programma nucleare italiano possa essere considerato sostenibile?
Innanzitutto c’è il passaggio della selezione della tecnologia migliore. Su questo si sta già lavorando.
È stata costituita una società statale, Nuclitalia, composta da Enel, Ansaldo e Leonardo, che sta analizzando i progetti ritenuti più promettenti per fornire indicazioni su una o due tecnologie, al massimo, che potrebbero essere adottate in Italia.
Queste tecnologie vengono analizzate da diversi punti di vista. Bisogna verificare, per esempio, che siano dotate di sistemi di sicurezza passivi o intrinseci e che esista una filiera di approvvigionamento tracciabile e sicura, a livello nazionale o attraverso accordi con Paesi considerati affidabili.
Lo Stato dovrebbe individuare forme di finanziamento che mantengano bassi i tassi di interesse. Come spiegato in precedenza, per costruire un impianto nucleare servono inizialmente ingenti capitali e il costo del capitale è molto significativo.
È quindi necessario trovare forme di finanziamento e di condivisione del rischio tra pubblico e privato che garantiscano un tasso di interesse ragionevole.
Infine c’è la sostenibilità dal punto di vista ambientale e sociale. È necessario un certo consenso e, soprattutto, un sistema trasparente di comunicazione e informazione.
Il deposito nazionale rappresenta una garanzia importante, così come l’adozione di processi di comunicazione trasparenti e continui, con il coinvolgimento dei cittadini e degli enti locali e, eventualmente, attraverso comitati territoriali in grado di fornire tutte le informazioni necessarie.
In questo modo l’Italia potrebbe avvicinarsi alla situazione di altri Paesi europei, come Francia, Finlandia o Regno Unito, dove il nucleare è maggiormente accettato dall’opinione pubblica.
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