Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e diffusione.
NON EXPEDIT
Il conservatorismo di maniera dinanzi all’apostasia sinodale
Carlo Maria Viganò

Gentile Dott. Valli,
Ho letto il commento di Mons. Viganò[1] sulle parole del Santo Padre a Parigi che lei ha pubblicato.
Insomma, secondo i paladini della tradizione, il papa sarebbe dovuto andare a dire nella capitale francese che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non dovrebbe “aprire ad ogni culto” ma solo alla vera religione, che la dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza, fraternità sono parole massoniche e che non possono trovare la loro ispirazione ultima nel Vangelo.
Non è bastato al mondo tradizionalista vedere nel cuore rivoluzionario di Parigi 800 mila persone partecipare devote alla Santa Messa, allo stadio Saint Denis 80 mila giovani cantare in latino la Salve Regina, frotte di sacerdoti confessare in strada (come non si vedeva da tempo), nel Palazzo dell’Eliseo ascoltare dal Santo Padre la difesa del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto umano e la condanna alla maternità surrogata, tutto questo in faccia ad uno sciagurato Presidente che ha voluto inserire il diritto all’aborto in Costituzione.
Io non possiedo certo la cultura di Mons. Viganò ma credo che un conto sia difendere la tradizione, altro arroccarsi su posizioni preconcette, pretendere autoreferenziali prese di posizione che ci pongono fuori dalla realtà e contro il buon senso, negare il giusto sforzo – doveroso per la Chiesa di ogni tempo – di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo, ciò che non significa rinnegare il Vangelo di Cristo e compromettersi con lo spirito del tempo.
Il Santo Padre deve annunciare Cristo all’uomo moderno, rispettandone la sensibilità e la capacità di comprensione, senza porsi necessariamente in difesa attraverso parole di lapidaria condanna che avrebbero come unico effetto quello di restare non capite e di disperdere il gregge.
Invito con tutto il cuore coloro che amano veramente la Chiesa a lavorare per la sua unità, evitando tutto ciò che possa lacerare la tunica inconsutile del Signore; e preghiamo coesi per i frutti duraturi di questo straordinario viaggio apostolico in Francia in cui abbiamo toccato con mano la grazia di Dio che converte il cuore dell’uomo, nonostante le nostre insufficienze.
È una nostra precisa responsabilità davanti a Dio: e lo è – a maggior ragione – per chi crede che la tradizione sia una fonte perenne della vita della Chiesa in una dinamica sempre nuova.
Con stima,
Pietro Piciocchi
+
Hanno riconosciuto l’ingiustizia
e le hanno dato cittadinanza.
2 Ts 2, 11-12
Caro Avvocato Piciocchi,
ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare[2]; da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile.
La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il Papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo. Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro.
La formula è semplice: noi non pretendiamo dal Papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i Papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno.
Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede.
Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata mondiale della gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere.
Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal Papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.
Ella elenca, a difesa del discorso di Leone, la tutela del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto e la condanna della maternità surrogata, pronunciate «in faccia» a un Presidente che ha iscritto l’aborto in Costituzione. Qui occorre essere precisi, perché è il punto su cui i conservatori si sentono in dovere di applaudire.
Non nego il dato: nego piuttosto la conseguenza che Ella ne trae. Una condanna della maternità surrogata e un accenno alla vita, inseriti in un quadro che assume i «diritti dell’uomo» illuministi e la Dichiarazione del 1948 come «pietra miliare del progresso morale», restano concetti astratti. O meglio: rimangono in quell’iperuranio in cui i funzionari della chiesa sinodale vogliono confinare la dottrina, mentre adeguano la pastorale alla mentalità del mondo. Quella stessa matrice rivoluzionaria dei “diritti” — sganciata dalla legge di Dio e dalla Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo — è precisamente ciò che ha permesso di dichiarare “diritto” l’aborto, e poi di costituzionalizzarlo. Chi loda il principio e depreca uno dei suoi frutti non raddrizza l’albero: ne raccoglie i frutti avvelenati mentre finge di non vedere i rovi.
La risposta utile è dunque: non basta dire il vero su un effetto, se si benedice la causa. Pio XI, in Quas Primas, insegnò che pace e dignità non nascono dalla ribellione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ma dal Regno sociale di Cristo. Finché quella lezione resta taciuta, le frasi «pro life» pronunciate all’Eliseo sono un correttivo cosmetico su un edificio costruito senza la pietra angolare. E nessuno meglio del Vicario di Cristo dovrebbe sapere quanto vere siano le parole del Salvatore: Sine me nihil potestis facere (Jo 15, 5).
Ella oppone alla Tradizione «il giusto sforzo — doveroso per la Chiesa di ogni tempo — di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo». È la formula più insidiosa della Sua lettera, perché suona pastorale e ragionevole. Va presa di petto.
Non Le sono ignoti gli atti magisteriali fino a Pio XII che condannano senza appello la Rivoluzione e i suoi infernali principi. Questi testi non sono «posizioni preconcette»: sono il Magistero. E chi li richiama non si arrocca: ricorda a un Papa che egli è custode della Verità rivelata, non padrone. Se oggi quel richiamo «pone fuori dalla realtà», tanto peggio per la realtà che si è costruita contro di essi. Non è il Magistero a doversi scusare con l’Eliseo, né l’erede di Pio VI a doversi umiliare all’erede di Jules Grévy, che si accompagna a un uomo in parrucca nella finzione più grottesca della normalità.
Le cito, parola per parola, il passaggio incriminato. Leone ha detto che l’Illuminismo portò «vere e proprie conquiste»; che tra queste vi è «il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa»; che libertà, uguaglianza e fraternità «rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione»; e che la Dichiarazione del 1948 è, con Giovanni Paolo II, «pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità». Su queste frasi si discute. Non sul fatto che a Saint-Denis si sia cantato in latino.
Ella chiude invocando l’unità e la tunica inconsutile, addossando la responsabilità di lacerarla a chi critica il discorso papale. È l’argomento che i conservatori usano da sessant’anni ogni volta che si tocca il nervo del Concilio, della messa montiniana, della sinodalità: va rovesciato.
La tunica la lacera chi introduce nella Chiesa un Vangelo diverso da quello ricevuto, non chi rifiuta di ratificarlo. San Paolo non invita i Tessalonicesi a «lavorare per l’unità» a costo della Tradizione: li esorta a stare saldi e a mantenere le tradizioni apprese (2 Tess 2, 15). L’unità cattolica è comunione nella Fede; non è la tregua fra chi benedice la Rivoluzione e chi la chiama col suo nome.
Le richiamo, qui, la distinzione che ho fatto in «Scisma Capitale». Quando colui che siede sulla Cattedra accetta e promuove una nozione del suo ufficio — e, con essa, una nozione della società e della libertà — incompatibile con quella definita dal Magistero perenne, egli non è più semplicemente un Papa che sbaglia in un discorso di circostanza: pone un obex, un ostacolo all’esercizio stesso del Papato. Chi gli resiste in ciò che è illecito non lacera la Chiesa: la serve. Chi invece, per non «disperdere il gregge», consente all’equivoco, si trova nella posizione di coloro di cui San Paolo dice εὐδοκήσαντες τῇ ἀδικίᾳ: che hanno riconosciuto l’ingiustizia e le hanno dato cittadinanza (2 Tess 2, 11-12).
Le rispondo dunque che l’unità non si costruisce sul silenzio intorno al punto decisivo: essa si costruisce sulla roccia di Pietro. Ogni tentativo di “resettare” la realtà si fonda sulla sabbia di un dialogo che usa il lessico di chi ha ghigliottinato i suoi figli. Invocare la tunica inconsutile per coprire la contraddizione è, alla lettera, cucire una toppa nuova su un vestito vecchio.
Ella teme «parole di lapidaria condanna» che resterebbero incomprese. Ammesso e non concesso che i Cattolici, ogni tanto, tirerebbero un sospiro di sollievo se udissero non un mediatore, un conciliatore, un diplomatico, un ecumenico, un filantropo, un globalista, un immigrazionista, un massone o un pagano, ma un Papa che finalmente parla da Papa. Ma anche concedendoLe l’esigenza della pedagogia, non posso concederLe che la pedagogia obblighi a dire il falso.
Un Pontefice poteva, all’Eliseo, ricordare l’eredità cristiana della Francia — Clodoveo, San Luigi, Santa Giovanna d’Arco, le Carmelitane di Compiègne — e aggiungere, con mitezza, che la libertà cristiana non è la libertà del 1789; che l’uguaglianza delle anime dinanzi a Dio non è l’egualitarismo che ha livellato altari e troni; che la fraternità evangelica ha un Padre celeste, e che senza quel Padre diventa la fratellanza delle Logge. Poteva dire che la «giusta laicità» non consiste nel mettere la vera Religione allo stesso rango delle false, e che Nostro Signore è Re anche delle nazioni in cui vige un regime repubblicano che si professa laico. Poteva, venerando la Corona di Spine a Notre-Dame, ricordare che quella Corona è di un Re, e che quel Re non si concilia con il motto coniato per deporLo.
Nulla di tutto questo è «autoreferenziale». È il catechismo. Se oggi suona inaudito, è perché da decenni si è preferito l’applauso dell’Eliseo alla voce di Pio VI.
Caro Avvocato, non La tratto da avversario. La Sua lettera è sincera per il timore di una Chiesa che «si pone fuori dalla realtà», anche se sono decenni che gli imbarazzanti tentativi di compiacere il mondo rendono patetici i suoi mitrati fautori. Quel timore va rispettato ma corretto: la realtà della Chiesa non è lo specchio del mondo, è il giudizio di Cristo sul mondo. Chi ama davvero la Chiesa non le chiede di diventare credibile agli occhi di un Presidente che ha fatto dell’aborto norma costituzionale; le chiede di rimanere credibile dinanzi a Dio. Poiché l’inizio della saggezza è il timore del Signore (Pr 9,10).
Concludo ricordandoLe che la Tradizione non è «una fonte perenne in una dinamica sempre nuova», se per dinamica si intende la riconciliazione col liberalismo che il Sillabo ha dichiarato impossibile. La Tradizione è la trasmissione integrale del Depositum fidei, senza tagli e senza innesti. Chi la custodisce non lacera la tunica: impedisce che la si sostituisca con la livrea tricolore.
I martiri della Vandea, i sacerdoti di settembre, le contadine di Angers non hanno bisogno che noi li usiamo come randello. Hanno bisogno che un Papa, passando sulle pietre bagnate del loro sangue, non lodi il motto in nome del quale furono martirizzati. Se questo richiamo «disperde il gregge», allora quel gregge era già stato disperso da chi gli ha insegnato che obbedire all’errore è virtù e che resistere alla menzogna è scisma.
Le ho scritto perché la Sua lettera non rappresenta un caso isolato: essa costituisce il manuale, per così dire, con cui, dopo ogni gesto «positivo» di questo pontificato, si chiederà ai Cattolici di lasciarsi convincere dall’emozione della piazza senza guardare ai principi che nel frattempo vengono sovvertiti. È esattamente il meccanismo descritto in «Scisma Capitale». Conviene smontarlo ora, con calma e con dottrina, prima che diventi il senso comune anche di chi si dice amico della Tradizione.
Con gratitudine per la franchezza con cui Ella ha scritto,
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
Viterbo, 1 Ottobre 2026
S.Remigii Episcopi et Confessoris
[1] https://x.com/CarloMVigano/status/2103846439860285851?s=20
[2] https://www.aldomariavalli.it/2026/09/28/una-lettera-sul-papa-alleliseo-e-la-risposta-di-duc-in-altum/
§§§
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12 commenti su “Non Expedit. Conservatorismo di Maniera dinanzi all’Apostasia Sinodale. Mons. Carlo Maria Viganò.”
Quanto alla rivoluzione francese, ricordo che le promesse di “libertè, egalitè, fraternitè'”, sono sfociate dapprima nella decapitazione del sovrano e dei suoi familiari, poi in crescente fervore rivoluzionario, nella repressione del clero, almeno di coloro che non giurarono fedeltà alla Repubblica (ricorda qualcosa?), alla confisca dei beni degli ordini religiosi, fino alla guerra civile in Vandea ed al caos civile e politico che ha portato all’ascesa di Napoleone. Ecco: sarebbe stato opportuno, e direi, necessario, un giudizio completo sulla rivoluzione francese, che non si limitasse alle intenzioni -ovviamente “buone”- ma ne denunciasse gli esiti, il più importante dei quali consiste nel primo esempio di totalitarismo, durante il periodo detto del “terrore” (anche qui, ricorda qualcosa?) reso possibile, nella teoria ed in pratica, dal completo assoggettamento della Chiesa al potere statale. A tale “esperimento” si è sicuramente ispirato il marxismo, che altro non riconosce se non i rapporti economici di produzione, e la sua più importante implementazione, cioè la rivoluzione bolscevica in Russa.
Il discorso di San Paolo all’Areopago e’ storia Cristiana ed e’ certo l’ardore Evangelico che animava l’Apostolo nel prendere spunto da un altare pagano per parlare del vero Dio. Spero e prego che il Papa abbia lo stesso fine nell’ usare l’argomento dell’avversario per convertirlo e non solo per semplice diplomazia, usanza del mondo. Il tempo galantuomo ci dira’. Un caro saluto.
Carissimi Marco e Mariella, sappiate che oggi sono andata a Schio e ho offerto la via crucis anche per voi, nella speranza che il Signore vi dia la luce e il coraggio di testimoniare la vostra fedeltà a Cristo, riconoscendo BXVI ultimo Suo legittimo Vicario in terra.
E vi dia la forza di impedire agli scismatici come Viganò di scandalizzare i lettori, facendo loro credere loro che il male in Vaticano sia entrato per colpa del legittimi papi conciliari.
E peggio ancora agli scismatici Prevostiani che scandalizzani i lettori, facendo loro credere che quella massonica pro adulteri, pro gay, pro comunione sacrilega degli antipapi Jmb e Prevost sia la Chiesa Unam et Sanctam di Cristo.
Le prove?
Dopo dieci anni di gravi danni spirituali che l’eretico documento “Amoris laetitia” ha provocato, giustificando le “unioni civili” tra divorziati o separati e la possibilità di ricevere la comunione sacrilega in tale peccato mortale… un vero papa avrebbe dichiarato ERETICO tale documento contrario a Familiaris Consortio… e SCOMUNICATO il suo autore.
E invece Prevost, fedele allo stesso iniquo mandato di Bergoglio, ha già fissato dal 7 al 14 ottobre l’incontro a Roma con i pres. delle Conf. ep. mondiali e i capi delle Chiese “orientali”, assieme a undici nuclei familiari dai cinque continenti… con l’obiettivo di imporre in ogni diocesi le anticristiane vie pastorali indicate in “Amoris Laetitia”.
Prova ne è che Il pres. della Conf. Ep. Tedesca (DBK), I mons. Heiner Wilmer, collaboratore del Card. massone REINHARD MARX, membro attivo e mai scomunicato della Mafia S. Gallo, ha annunciato che, in occasione del prossimo appuntamento su “AMORIS LAETITIA” a Roma, porterà le esperienze raccolte negli incontri con diversi tipi di coppie, tra cui «COPPIE OMOSESSUALI» e persone divorziate che vivono in una seconda unione “CIVILE”…
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Caro don,
perbacco!,
da come “proietta” i suoi desiderata,
vuole “incomodarvisi” lei???
Don P. P. La Sua precisione è grande e non sempre è raggiungibile.
Mi permetta una una domanda: siamo in pieno terremoto ecclesiastico, perché il Sig Vescovo di Spoleto – Norcia ha proibito la Santa Eucarestia nelle cerimonie BATTESIMI, MATRIMONI, FUNERALI?
Perché il Sig. Vescovo di Arezzo (oggi ad un MATRIMONIO) ha vietato l’ offertorio? quindi la Santa Eucarestia?
Ma questi Giuda della mafia di S. Gallo perché, per il potere che hanno, devono guidarmi spiritualmente alla loro depravazione?
Perché devo essere confuso per il loro potere dentro la, mia, Chiesa?
Oggi la chiesa parla più di S. Francesco, che si è spogliato della mentalità del mondo, che di Gesù Cristo che ha cambiato la mentalità del mondo
Eppure si legge nei Vangeli – sul monte Tabor e sul fiume Giordano – una voce si udì “Questi è il Figlio mio prediletto ASCOLTATELO”
Chi devo ascoltare la massoneria lussuriosa ipocrita? O la VERITÀ che è ETERNA e che AMO?
Certamente vedere al telegiornale Papa Leone annaffiare un albero nella sede dell’ UNESCO,…….forse è la vera salvezza anziché la Santa Eucarestia.
Caro Virro, La ringrazio. Ma proprio la precisione che Lei mi attribuisce ci obbliga a distinguere i fatti dalle interpretazioni.
Rispetto il Suo sfogo e ne comprendo le ragioni. Tuttavia, documentandomi, non mi risulta, almeno nei termini riferiti, che il Vescovo di Spoleto-Norcia abbia «proibito la Santa Eucaristia» nei battesimi, matrimoni e funerali, né che il Vescovo di Arezzo abbia soppresso l’Eucaristia vietando l’«offertorio». Potrebbe trattarsi, semmai, di disposizioni che prevedono in determinate circostanze la celebrazione di battesimi, matrimoni o esequie fuori della Messa. Del resto, noi sacerdoti sappiamo bene quanto spesso, purtroppo, queste celebrazioni siano vissute da non pochi più come adempimento di una tradizione sociale o familiare che come autentica partecipazione al mistero cristiano. Ciò non significa certamente svalutare l’Eucaristia, ma può porre seri problemi pastorali circa il modo più opportuno di celebrarla. In ogni caso, è cosa ben diversa dal «proibire l’Eucaristia»: bisognerebbe conoscere il testo e le motivazioni delle eventuali disposizioni prima di giudicarle. E l’eventuale omissione della processione offertoriale non equivale affatto all’eliminazione della Liturgia eucaristica.
Lo stesso vale quando si parla di «Giuda», «mafia di San Gallo» o «massoneria lussuriosa». Sono accuse enormi, che un cattolico non può trasformare in fatti senza prove altrettanto serie. Si possono criticare, anche severamente, decisioni pastorali o liturgiche; altra cosa è attribuire intenzioni, appartenenze e depravazioni che non siamo in grado di dimostrare.
E certamente non tutti i Vescovi sono sempre ciò che dovrebbero essere. Talvolta proprio noi sacerdoti subiamo dolorosamente le conseguenze di decisioni, atteggiamenti o modi di esercitare l’autorità che lasciano ferite. Ma questo non deve scandalizzarci fino ad allontanarci dalla Chiesa o a considerare i suoi Pastori come nemici. Deve piuttosto spingerci a pregare ancora di più per loro e, ciascuno secondo il proprio posto, a operare perché ciò che deve essere cambiato cambi e perché essi servano sempre meglio la Chiesa come il Signore vuole. Le debolezze degli uomini di Chiesa non rendono meno salda la promessa di Cristo alla sua Chiesa.
Quanto a Papa Leone che annaffia un albero all’UNESCO, il gesto simbolico per la pace può piacere o non piacere; ma non possiamo costruire l’alternativa: o l’albero o l’Eucaristia. Nessuno ha presentato quell’albero come fonte di salvezza.
Su una cosa sono pienamente d’accordo con Lei: al centro deve rimanere Gesù Cristo. Anche san Francesco ha senso soltanto perché conduce a Cristo. «Ascoltatelo» rimane la parola decisiva.
E proprio perché vogliamo ascoltare Cristo dobbiamo amare la verità anche quando giudichiamo ciò che accade nella Chiesa: correggere ciò che è realmente sbagliato, pregare perché i Pastori siano santi e fedeli, soffrire, se necessario, per la Chiesa, ma senza trasformare sospetti e interpretazioni in certezze e, soprattutto, senza perdere l’amore per quella Chiesa che Cristo stesso ha voluto e alla quale ha promesso la sua indefettibile assistenza.
Correggo la notizia: al matrimonio celebrato ad Arezzo, è stata celebrata la Santa Eucarestia.
Mi scuso con tutti
Mi scusi, invece la notizia circa il Vescovo di Norcia non è stata oggetto di rettifica. Ecco, potrebbe spiegare meglio quanto da Lei denunciato? Evidentemente negare l’Eucarestia durante la Santa Messa, in particolare durante le cerimonie religiose è qualcosa di estremamente grave.
Scrive mons. Viganò:
“Le rispondo dunque che l’unità non si costruisce sul silenzio intorno al punto decisivo: essa si costruisce sulla roccia di Pietro.”
Giusto. Viganò risponda dunque, secondo verità, alla seguente domanda, per chiarire il vero e proprio ‘punto decisivo’:
“Chi è il legittimo successore di Pietro e qual è il suo piano per la salvezza della Chiesa?”
E non ripeta, Viganò, la solita fola del ‘vizio di consenso’ (criterio puramente soggettivo e arbitrario) ergendosi implicitamente al rango — che appartiene esclusivamente al Figlio dell’uomo, per volontà del Padre Celeste — di ‘giudice di legittimi Papi’ (con quale autorità potrà mai un Vescovo giudicare l’operato di un vero Papa?!), ma piuttosto si attenga alla Legge della Chiesa (il Codice di Diritto Canonico e la Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis) per formulare un giudizio equo e oggettivo sulla ‘grande questione’ che gli ho proposto.
Rispondo io qui, sinteticamente: ‘Papa’ Prevost è un semplice ‘vicario del Vicario’, ossia uno che rappresenta l’autorità petrina senza essere lui stesso il Vicario di Cristo, con quest’ultimo che legittima il ‘rappresentante’ ma senza potersi assumere piena responsabilità per il ‘magistero creativo’ dell’altro — che spesso e volentieri non può (o non vuole…) seguire i ‘buoni consigli’ del Papa vero [che potrebbe ora chiamarsi, per grazia di Cristo, proprio ‘Papa Leone’: https://marcotosatti.com/2026/09/11/lettera-ad-un-parroco-sullobbedienza-al-papa-mons-carlo-maria-vigano/?unapproved=283304&moderation-hash=22452d1f09fdcaed433fd37112885184#comment-283304 ].
Per approfondimenti sul ‘punto decisivo’:
https://sfero.me/article/-scherzo-prete-benedetto-xvi-nome
Mons. Viganò, intervento dopo intervento, riesce purtroppo a scendere sempre un gradino più in basso. Non gli basta più criticare parole o scelte pastorali del Pontefice: ormai pretende di stabilire quando colui che siede sulla Cattedra di Pietro possa realmente esercitare il Papato.
Ed ecco comparire l’obex, l’«ostacolo all’esercizio stesso del Papato».
Il termine obex è antico e appartiene al linguaggio teologico. Ma Viganò compie qui un salto logico decisivo: tratta ogni divergenza dal Magistero precedente quasi fosse necessariamente una contraddizione della fede immutabile della Chiesa.
Non è così. Il Magistero non è tutto sullo stesso piano. Vi sono insegnamenti definitivi e irreformabili; ve ne sono altri autentici ma non definitivi, suscettibili di sviluppo, precisazione e anche correzione o superati. Un Papa non è dunque tenuto a ripetere ogni giudizio storico, politico o prudenziale dei suoi predecessori come se appartenesse al Depositum fidei.
Prima di evocare addirittura un obex all’esercizio del Papato, Viganò dovrebbe perciò indicare quale dottrina irreformabile Leone XIV avrebbe negato. Non basta mettere le sue parole accanto a quelle di Pio VI, del Sillabo o di Quas primas e dichiarare la contraddizione: occorre stabilire natura, oggetto e grado di autorità di quegli insegnamenti.
Il diritto della Chiesa afferma invece che il Romano Pontefice possiede potestà «suprema, piena, immediata e universale» e «può sempre esercitarla liberamente» (can. 331). E aggiunge: Prima Sedes a nemine iudicatur, «la Prima Sede non è giudicata da nessuno» (can. 1404).
Questo non rende infallibile ogni parola del Papa né impedisce di criticarlo. Ma una cosa è contestare una sua affermazione; tutt’altra è trasformare quella contestazione in una teoria sull’esercizio stesso del Papato.
Ed è qui il paradosso: per difendere la Tradizione, Viganò finisce per costruire una propria ecclesiologia; per difendere il Papato, si pone nella posizione di chi ne determina le condizioni di esercizio; per denunciare lo «Scisma Capitale», imbocca una strada che porta inevitabilmente proprio allo scisma.
Continuando su questa china non mi meraviglierei più di nulla. Minutella ha già mostrato fin dove possa condurre la convinzione che Roma abbia perduto il vero Papa. Mi auguro che mons. Viganò non arrivi, dopo l’abbaglio del l’obex e dello «Scisma Capitale», all’ultimo capitolo della costruzione: scoprire che il Papa mancante sarebbe proprio lui.
Sarebbe davvero il paradosso finale: partire per difendere la Cattedra di Pietro e finire per accomodarvisi.
Vede Don PP un Papa, qualunque Papa, non puo’ incensare il motto rivoluzionario di matrice massonica (io, Lei e tanti altri lo sappiamo benissimo ) egalite’ , liberte’, fraternite’ avvicinandolo alle Scritture Evangeliche. Cristo, la cui ispirazione viene dall’ Alto, non ha nulla, ma proprio nulla, a che fare con le logge la cui ispirazione sale dal basso. Non e’ certo diplomazia tacere o saltare a pie’ pari su questo fondamentale e dirimente principio, il convenirne sulla bonta’, sa’ di pusille, nella migliore delle ipotesi o di contiguita’, nella peggiore.
Caro Giovanni, il Suo ragionamento avrebbe una conseguenza piuttosto singolare. Se il semplice assumere un’espressione presente in un ambiente pagano, filosofico o persino ostile al cristianesimo significasse approvarne l’origine e l’intero sistema ideologico, dovremmo muovere qualche rimprovero persino a San Paolo.
All’Areopago prende spunto dall’altare «al Dio ignoto» per annunciare il vero Dio (At 17,23) e cita perfino poeti pagani (At 17,28). Diventa forse pagano? No: assume ciò che contiene un frammento di verità, lo purifica e lo porta alla sua pienezza in Cristo.
Lo stesso vale per libertà, uguaglianza e fraternità. La massoneria non ne possiede il copyright: «Voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8); «non c’è Giudeo né Greco, schiavo né libero» (Gal 3,28); «Cristo ci ha liberati per la libertà» (Gal 5,1).
Il punto, dunque, non è usare quelle parole, ma quale significato si attribuisca loro e quale fondamento si riconosca. La libertà cristiana non è quella rivoluzionaria, l’uguaglianza evangelica non è egualitarismo e la fraternità cristiana non è quella massonica.
Avvicinare quelle aspirazioni al Vangelo non significa incensare la massoneria: significa semmai rivendicare a Cristo ciò che di vero l’uomo cerca, anche quando non ne conosce la sorgente.