Il Corridoio Buio e la Serratura del Paradiso. Il Matto.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul Paradiso, ciò che ad esso conduce e la serratura di quella porta.  Buona lettura e meditazione.

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IL  CORRIDOIO AL BUIO E LA SERRATURA DEL PARADISO

 

Henry Le Saux osb: «Ci sono due tipi di persone che sono in pace: coloro che non hanno compreso nulla del mistero di Dio e credono di averlo compreso: i teologi; e coloro che hanno “realizzato” e hanno accettato di non sapere nulla di Dio».

 

Fedor Dostoevskij: «Due più due fa quattro: questa non è più vita, signori, ma l’inizio della morte».

 

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La pratica apofatica – la Via del Non sapere – che ormai da decenni mi vede impegnato sempre più convintamente, mi ha reso sensibilissimo a qualsiasi brano o aforisma che la richiama e ne conferma il pregio. Cedendo al fascino del Giappone, che considero come mia seconda patria, propongo un brano che ho trovato di estremo interesse, la cui risonanza in me è stata davvero possente. Vi è descritta una profonda esperienza spirituale legata al Buddhismo (dagli importanti riflessi sulla vita di tutti i giorni, quindi agli antipodi degli evanescenti arzigogoli concettual-verbali), ma mi piace immaginare che se qui da noi esistesse o si approntasse qualcosa di simile, sostituendo alla statua del Buddha quella di Cristo, potrebbe risultare assai utile al cammino dell’anima che è in cerca della serratura del Paradiso (Gokuraku no Jo-mae), e per trovarla percorre un corridoio al buio nel Tempio della Luce Benevola (Zenkō-ji).

 

Sì: per trovare «la Luce che brilla nelle tenebre» occorre avanzare al buio, in cui tutto quello che si crede di sapere, e col quale ci si identifica, sparisce. E sparendo ci lascia soli, soltanto noi stessi, puri, senza fronzoli, sintropici, cioè convergenti verso il proprio centro e perciò verso l’Attrattore, piuttosto che entropici, ossia divergenti in un discorrere dottrinal-teologico che si amplia e confligge, vieppiù allontanandosi dalla Luce Benevola.

 

Anticipo due frasi molto significative, di sapore indubbiamente apofatico-sintropico:

 

«La cosa che colpisce è che, lì sotto, tutto ciò su cui di solito facciamo affidamento smette di funzionare».

 

Pertanto, ciò che conta è accorgersi – ma ci vuole coraggio – di  come tutto ciò che è di natura cogito-concettuale-verbale si auto-moltiplica incessantemente, imponendosi come una smisurata e confusionaria mediazione che splende di un bagliore ingannevole, poiché inconsapevolmente – e soggettivamente – scambiato per la Luce Benevola che non è pensiero, non è concetto, non è parola, non è mediazione. Nella Stanza del Re, Luce e Coscienza, per dirla con lo Zen, sono due-non-due (ni-fu-ni). I mezzani restano fuori della porta; nel connubio fra l’amante e l’Amato sarebbero di troppo e lo impedirebbero.

 

Notevole anche la valorizzazione del buio:

 

«Quel buio, che sembra portarti via tutto, ti riconsegna alla cosa più semplice e più vera che sei».

 

Davvero apofatico Antonin Artaud: «Ciò che faccio è fuggire il chiaro per chiarire l’oscuro».

 

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Dal Post ElenaGiappone – facebook

 

Sotto uno dei templi più antichi del Giappone c’è un corridoio dove non si vede assolutamente nulla. Buio totale, nero come la pece. E proprio lì dentro, dove i tuoi occhi non servono più a niente, ti dicono che devi cercare la cosa più preziosa di tutte.

 

Il tempio si chiama Zenko-ji, ed è a Nagano, tra le montagne. Ha quasi millequattrocento anni, ed è uno di quei pochi luoghi nati prima che il buddhismo giapponese si dividesse in tante scuole rivali. Per questo non appartiene a nessuna setta in particolare: accoglie chiunque, uomini e donne, fedeli di ogni corrente, in un’epoca in cui moltissimi luoghi sacri alle donne erano vietati. Custodisce una statua che, si racconta, sarebbe tra le più antiche del Paese. Ma nessuno può confermarlo, perché quella statua non la vede nessuno: è un Buddha segreto, tenuto nascosto da secoli, che non viene mostrato neppure al sommo sacerdote del tempio. Solo una sua copia viene esposta, e soltanto ogni sei o sette anni.

 

Sotto l’altare che la custodisce passa quel famoso corridoio buio. Si chiama “o-kaidan meguri”. Scendi una scala stretta, e all’improvviso il mondo si spegne. Non c’è una candela, non un riflesso, non un filo di luce. Avanzi a tentoni, con la mano destra appoggiata alla parete di legno, a piccoli passi, senza sapere dove finisce il muro né quanto manca all’uscita. E mentre cammini cerchi, con le dita, una pesante serratura di metallo fissata alla parete. La chiamano la serratura del Paradiso. Si trova esattamente sotto il Buddha nascosto, ed è il punto più vicino a lui a cui un essere umano possa arrivare. Toccarla, dicono, significa stringere un legame col Buddha e assicurarsi la luce dopo questa vita.

 

La cosa che colpisce è che, lì sotto, tutto ciò su cui di solito facciamo affidamento smette di funzionare. Gli occhi non vedono. Non puoi pianificare il percorso, non puoi guardare avanti, non puoi controllare dove metti i piedi. Ti restano solo due cose: una mano sul muro, e la fiducia che, continuando ad avanzare, prima o poi arriverai.

 

Chi lo ha fatto racconta sempre le stesse sensazioni. I primi passi sono i più duri: il corpo si irrigidisce, la mano stringe il legno, la voglia di tornare indietro è fortissima. Poi qualcosa cede. Smetti di cercare con gli occhi una luce che non c’è, e cominci a fidarti delle dita. Il tempo si allunga, non sai più quanti passi hai fatto né quanti ne mancano. E quando finalmente la mano incontra il metallo freddo della serratura, arriva un sollievo che chi pretende di vedere sempre tutto non conoscerà mai: la gioia di aver trovato qualcosa proprio là dove eri certo che non ci fosse niente.

 

Noi, davanti al buio, ci blocchiamo. Vogliamo vedere tutta la strada prima di muovere il primo passo. Pretendiamo le garanzie, la mappa completa, la certezza di come andrà a finire, e finché non le abbiamo restiamo fermi sulla soglia, a rimandare. Ma certi tratti della vita sono esattamente come quel corridoio: un lutto, una malattia, un cambiamento grande, una scelta di cui non puoi conoscere l’esito. Lì gli occhi non bastano. Lì puoi solo tenere una mano sul muro e fare il passo successivo, e poi un altro, al buio.

Quel passaggio insegna una cosa scomoda e gentile insieme: che non devi vedere tutto il cammino per poterlo percorrere. Ti basta sentire la parete sotto le dita. Ti basta fidarti che un passo, anche piccolo, anche cieco, ti porta comunque più vicino all’uscita di quanto faccia lo stare immobili ad aspettare una luce che, in certi periodi, semplicemente non arriva.

 

Non è un caso che questo rito viva dentro un tempio che ha sempre accolto chiunque: uomini e donne, ricchi e poveri, fedeli di ogni scuola, in secoli in cui moltissimi luoghi sacri sceglievano con cura chi lasciar entrare. Là sotto, nel buio, le differenze spariscono davvero. Non conta chi sei, come sei vestito, quanto vali agli occhi del mondo: sei soltanto una persona che avanza a tentoni come tutte le altre, con una mano sul muro e un po’ di paura nello stomaco. Quel buio, che sembra portarti via tutto, ti riconsegna alla cosa più semplice e più vera che sei.

 

Torno con la mente a quel corridoio nei momenti in cui vorrei avere tutte le risposte prima di decidere. Quando scopro che sto aspettando di “essere sicura” per cominciare qualcosa, e intanto non comincio mai. Mi resta addosso quell’immagine della mano sul legno: l’idea che la fiducia non sia vedere dove vai, ma muoverti lo stesso, sapendo che il muro c’è, e che ti accompagna.

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Vale la pena di evidenziare:

 

«Vogliamo vedere tutta la strada prima di muovere il primo passo. Pretendiamo le garanzie, la mappa completa, la certezza di come andrà a finire».

 

Ecco irrompere «i teologi che non hanno compreso nulla del mistero di Dio» e  balbettano il mortifero «due più due fa quattro».

 

Ecco l’anima che se ne resta al sicuro in gabbia con le ali congelate.

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