Il Corridoio Buio e la Serratura del Paradiso. Il Matto.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul Paradiso, ciò che ad esso conduce e la serratura di quella porta.  Buona lettura e meditazione.

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IL  CORRIDOIO AL BUIO E LA SERRATURA DEL PARADISO

 

Henry Le Saux osb: «Ci sono due tipi di persone che sono in pace: coloro che non hanno compreso nulla del mistero di Dio e credono di averlo compreso: i teologi; e coloro che hanno “realizzato” e hanno accettato di non sapere nulla di Dio».

 

Fedor Dostoevskij: «Due più due fa quattro: questa non è più vita, signori, ma l’inizio della morte».

 

* * * * * * *

La pratica apofatica – la Via del Non sapere – che ormai da decenni mi vede impegnato sempre più convintamente, mi ha reso sensibilissimo a qualsiasi brano o aforisma che la richiama e ne conferma il pregio. Cedendo al fascino del Giappone, che considero come mia seconda patria, propongo un brano che ho trovato di estremo interesse, la cui risonanza in me è stata davvero possente. Vi è descritta una profonda esperienza spirituale legata al Buddhismo (dagli importanti riflessi sulla vita di tutti i giorni, quindi agli antipodi degli evanescenti arzigogoli concettual-verbali), ma mi piace immaginare che se qui da noi esistesse o si approntasse qualcosa di simile, sostituendo alla statua del Buddha quella di Cristo, potrebbe risultare assai utile al cammino dell’anima che è in cerca della serratura del Paradiso (Gokuraku no Jo-mae), e per trovarla percorre un corridoio al buio nel Tempio della Luce Benevola (Zenkō-ji).

 

Sì: per trovare «la Luce che brilla nelle tenebre» occorre avanzare al buio, in cui tutto quello che si crede di sapere, e col quale ci si identifica, sparisce. E sparendo ci lascia soli, soltanto noi stessi, puri, senza fronzoli, sintropici, cioè convergenti verso il proprio centro e perciò verso l’Attrattore, piuttosto che entropici, ossia divergenti in un discorrere dottrinal-teologico che si amplia e confligge, vieppiù allontanandosi dalla Luce Benevola.

 

Anticipo due frasi molto significative, di sapore indubbiamente apofatico-sintropico:

 

«La cosa che colpisce è che, lì sotto, tutto ciò su cui di solito facciamo affidamento smette di funzionare».

 

Pertanto, ciò che conta è accorgersi – ma ci vuole coraggio – di  come tutto ciò che è di natura cogito-concettuale-verbale si auto-moltiplica incessantemente, imponendosi come una smisurata e confusionaria mediazione che splende di un bagliore ingannevole, poiché inconsapevolmente – e soggettivamente – scambiato per la Luce Benevola che non è pensiero, non è concetto, non è parola, non è mediazione. Nella Stanza del Re, Luce e Coscienza, per dirla con lo Zen, sono due-non-due (ni-fu-ni). I mezzani restano fuori della porta; nel connubio fra l’amante e l’Amato sarebbero di troppo e lo impedirebbero.

 

Notevole anche la valorizzazione del buio:

 

«Quel buio, che sembra portarti via tutto, ti riconsegna alla cosa più semplice e più vera che sei».

 

Davvero apofatico Antonin Artaud: «Ciò che faccio è fuggire il chiaro per chiarire l’oscuro».

 

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Dal Post ElenaGiappone – facebook

 

Sotto uno dei templi più antichi del Giappone c’è un corridoio dove non si vede assolutamente nulla. Buio totale, nero come la pece. E proprio lì dentro, dove i tuoi occhi non servono più a niente, ti dicono che devi cercare la cosa più preziosa di tutte.

 

Il tempio si chiama Zenko-ji, ed è a Nagano, tra le montagne. Ha quasi millequattrocento anni, ed è uno di quei pochi luoghi nati prima che il buddhismo giapponese si dividesse in tante scuole rivali. Per questo non appartiene a nessuna setta in particolare: accoglie chiunque, uomini e donne, fedeli di ogni corrente, in un’epoca in cui moltissimi luoghi sacri alle donne erano vietati. Custodisce una statua che, si racconta, sarebbe tra le più antiche del Paese. Ma nessuno può confermarlo, perché quella statua non la vede nessuno: è un Buddha segreto, tenuto nascosto da secoli, che non viene mostrato neppure al sommo sacerdote del tempio. Solo una sua copia viene esposta, e soltanto ogni sei o sette anni.

 

Sotto l’altare che la custodisce passa quel famoso corridoio buio. Si chiama “o-kaidan meguri”. Scendi una scala stretta, e all’improvviso il mondo si spegne. Non c’è una candela, non un riflesso, non un filo di luce. Avanzi a tentoni, con la mano destra appoggiata alla parete di legno, a piccoli passi, senza sapere dove finisce il muro né quanto manca all’uscita. E mentre cammini cerchi, con le dita, una pesante serratura di metallo fissata alla parete. La chiamano la serratura del Paradiso. Si trova esattamente sotto il Buddha nascosto, ed è il punto più vicino a lui a cui un essere umano possa arrivare. Toccarla, dicono, significa stringere un legame col Buddha e assicurarsi la luce dopo questa vita.

 

La cosa che colpisce è che, lì sotto, tutto ciò su cui di solito facciamo affidamento smette di funzionare. Gli occhi non vedono. Non puoi pianificare il percorso, non puoi guardare avanti, non puoi controllare dove metti i piedi. Ti restano solo due cose: una mano sul muro, e la fiducia che, continuando ad avanzare, prima o poi arriverai.

 

Chi lo ha fatto racconta sempre le stesse sensazioni. I primi passi sono i più duri: il corpo si irrigidisce, la mano stringe il legno, la voglia di tornare indietro è fortissima. Poi qualcosa cede. Smetti di cercare con gli occhi una luce che non c’è, e cominci a fidarti delle dita. Il tempo si allunga, non sai più quanti passi hai fatto né quanti ne mancano. E quando finalmente la mano incontra il metallo freddo della serratura, arriva un sollievo che chi pretende di vedere sempre tutto non conoscerà mai: la gioia di aver trovato qualcosa proprio là dove eri certo che non ci fosse niente.

 

Noi, davanti al buio, ci blocchiamo. Vogliamo vedere tutta la strada prima di muovere il primo passo. Pretendiamo le garanzie, la mappa completa, la certezza di come andrà a finire, e finché non le abbiamo restiamo fermi sulla soglia, a rimandare. Ma certi tratti della vita sono esattamente come quel corridoio: un lutto, una malattia, un cambiamento grande, una scelta di cui non puoi conoscere l’esito. Lì gli occhi non bastano. Lì puoi solo tenere una mano sul muro e fare il passo successivo, e poi un altro, al buio.

Quel passaggio insegna una cosa scomoda e gentile insieme: che non devi vedere tutto il cammino per poterlo percorrere. Ti basta sentire la parete sotto le dita. Ti basta fidarti che un passo, anche piccolo, anche cieco, ti porta comunque più vicino all’uscita di quanto faccia lo stare immobili ad aspettare una luce che, in certi periodi, semplicemente non arriva.

 

Non è un caso che questo rito viva dentro un tempio che ha sempre accolto chiunque: uomini e donne, ricchi e poveri, fedeli di ogni scuola, in secoli in cui moltissimi luoghi sacri sceglievano con cura chi lasciar entrare. Là sotto, nel buio, le differenze spariscono davvero. Non conta chi sei, come sei vestito, quanto vali agli occhi del mondo: sei soltanto una persona che avanza a tentoni come tutte le altre, con una mano sul muro e un po’ di paura nello stomaco. Quel buio, che sembra portarti via tutto, ti riconsegna alla cosa più semplice e più vera che sei.

 

Torno con la mente a quel corridoio nei momenti in cui vorrei avere tutte le risposte prima di decidere. Quando scopro che sto aspettando di “essere sicura” per cominciare qualcosa, e intanto non comincio mai. Mi resta addosso quell’immagine della mano sul legno: l’idea che la fiducia non sia vedere dove vai, ma muoverti lo stesso, sapendo che il muro c’è, e che ti accompagna.

* * * * * * * * * *

Vale la pena di evidenziare:

 

«Vogliamo vedere tutta la strada prima di muovere il primo passo. Pretendiamo le garanzie, la mappa completa, la certezza di come andrà a finire».

 

Ecco irrompere «i teologi che non hanno compreso nulla del mistero di Dio» e  balbettano il mortifero «due più due fa quattro».

 

Ecco l’anima che se ne resta al sicuro in gabbia con le ali congelate.

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7 commenti su “Il Corridoio Buio e la Serratura del Paradiso. Il Matto.”

  1. Quando si dice il magnetismo del pensiero,
    ovvero che ogni “tipo” di pensiero attrae pensieri omologhi
    (fenomeno più serio di quanto non si creda):

    William James: “Per tutti i cambiamenti importanti dobbiamo intraprendere un salto nel buio”.

  2. la signora di tutti i popoli

    Questo articolo in verità a me è piaciuto perchè non contraddice ma conferma i valori della nostra fede cattolica, anche se proposto da chi, secondo un prete sempre con la bava alla bocca, si é rivelato (per lui) un seguace di don Minutella (cosa falsa). Direi che anzi ricorda una bella omelia di B.XVI sul buio esistenziale.
    Lo so, sono priva di fantasia e in questo commento metto poco di mio ma quando si pronuncia sull’argomento un papa del calibro di Ratzinger onestamente chi potrebbe mai permettersi di interloquire? Come potrei inventare qualcosa e annoiarvi con un mio pensiero, giusto o errato che sia, per ciò che è giá chiaro, luminoso?
    Ecco che per noi cattolici il “buio”, nell’esempio del tempio di Zenko-ji, assume un significato importante che non si ferma alla poco banale affermazione che solo Dio è la giusta luce sul cammino dell’uomo.
    Magari le persone di oggi vedessero il buio come una allarmante assenza di Dio, del Quale invece se ne fregano, ma piuttosto sono spiazzate per la inaspettata assenza delle luci-guida del mondo; sarebbe bello che questi fessi l’improvviso buio (ma è una sensazione per me poco probabile, vista l’imbecillità che c’é in giro) possa spingerli ad una consapevolezza nuova: a meditare cioè che fino a quel “black out” ogni loro certezza poggiava solo su cose effimere. Cose incapaci di garantire per sempre una vita comoda e duratura: insomma la felicità!
    Quanto poi accorgersi che la vita, con i lumi di Cristo, possa davvero squarciare il buio della loro esistenza, ció porterebbe certamente all’anticamera per il Paradiso o meglio al dischiudersi della serratura di quel cancello benedetto. Ma per impedire che affiori negli uomini questa ulteriore consapevolezza sta lavorando Prevost, un tizio americano che invece propone di vivere alla luce di Wood, ma non sono un’esperta sull’argomento: ce lo spiegherà senza dubbio don PP. del Dicastero per le Tenebre Vaticane.
    Aggiungo solo le parole dell’ultimo papa, ringraziando di cuore il Matto del Blog e Dio che ci ha dato Benedetto e il suo Magistero, luce “attinica” che distrugge i germi del Male.
    (7 aprile 2012:) “Il buio veramente minaccioso per l’uomo è il fatto che egli, in verità, è capace di vedere ed indagare le cose tangibili, materiali, ma non vede dove vada il mondo e da dove venga. Dove vada la stessa nostra vita. Che cosa sia il bene e che cosa sia il male.
    Il buio su Dio e il buio sui valori è la vera minaccia per la nostra esistenza e per il mondo in generale. Se Dio e i valori, la differenza tra il bene e il male restano nel buio, allora tutte le altre illuminazioni, che ci danno un potere così incredibile, non sono solo progressi, ma al contempo sono anche minacce che mettono in pericolo noi e il mondo. Oggi possiamo illuminare le nostre città in modo così abbagliante che le stelle del cielo non sono più visibili. Non è questa forse un’immagine problematica del nostro essere illuminati? Nelle cose materiali sappiamo e possiamo incredibilmente tanto, ma ciò che va al di là di questo: Dio e il bene, non li riusciamo più ad individuare. Per questo è la fede, che ci mostra la luce di Dio, la vera illuminazione, essa è un’irruzione della luce di Dio nel nostro mondo, un’apertura dei nostri occhi per la vera luce.”

    1. 🙏
      Dispiace (ma fino a un certo punto) che don P.P. veda (con la sua limitata forma mentis)
      qualcosa di disdicevole quando qualcuno si trova in tutto o in parte in sintonia con il Matto,
      quasi che ciò costituisca un attentato alla fede cattolica di cui egli
      si fa puntualmente freddo e meccanico apologeta.
      Ma va bene cosi.

  3. Per chi è per Cristo, con Cristo e in Cristo tutto è grazia, cioè occasione per fare l’esperienza salvifica e consolante di Dio.

    La tenebra può essere assenza di luce esteriore, cioè un problema per la vista delle cose terrene, senza esserlo interiormente.
    Il cieco Bartimeo, che grida “abbi pietà di me” a Gerico, ci vedeva molto meglio di tanti curiosi e indifferenti spettatori della presenza del Signore.
    Il cieco nato, guarito a Gerusalemme, si fida al buio delle parole del Signore, tornando alla luce degli occhi; ciechi quelli che dicono di vedere.
    La cecità temporanea spinge San Paolo da Anania a Damasco: doveva andare là per arrestare quelli come Anania, ma va da lui da bisognoso.

    C’è anche una tenebra radicalmente buia: il peccato o anche la passione ingannatrice. Chi è ingannato è nel buio pur vedendo la luce.
    Nella parabola (Lc 11,33) Gesù parla di un “occhio complicato” (cattivo) che rende tenebroso anche il corpo. La luce in te può essere tenebra.
    Il vangelo non è mai banale e in ogni parola del Signore i chiaroscuri non creano ambiguità, ma smascherano inutili illusioni di “essere in controllo”.
    Non è nemmeno il caso di prendere il vangelo a frasi in stile “baci perugina”, perchè certe frasi stanno a suggello di precedenti e di un contesto: la “generazione malvagia” che cerca un segno (visibile) e non le sarà dato, se non quello di Giona. Cioè la morte, il sepolcro e la resurrezione.

    La luce la mette Dio, in Cristo. La potenza divina squarcia anche il buio dei sepolcri. Noi siamo bisognosi di una luce che non possiamo darci.
    Abbiamo una mente fervida anche se gli occhi sono malati; ma nel peccato invincibile spegniamo la vita spirituale e non apriamo a Dio che bussa.
    Abbiamo un anima fatta per la verità e per l’eternità, liberi da una vita in scadenza: ma possiamo chiudere fuori la vera luce.
    Ecco dunque perchè “quando il tuo occhio è semplice, anche tutto il tuo corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso”.

    Il rifiuto di Cristo, luce del mondo, dipende dal fatto che questa luce vera non è riconosciuta, tanto meno amata né desiderata.
    La causa sta nelle “opere malvagie”. Perciò San Giovanni il battista predicava di “fare opere di conversione”.
    Il “fare il male”, declinato in ogni sfaccettatura, odia la luce vera che è la rivelazione del Bene (Dio).
    Anzi: il fare il male ama anche il buio esteriore (la segretezza, l’ipocrisia, l’inganno), perchè l’apparenza ne copra la sostanza.
    Ovviamente nulla di ciò che viene agito furbescamente rimane ignoto a Colui che legge nel cuore. Di qui il giusto giudizio finale.

    L’occhio da tenere pulito è quello interiore, dove si vede una luce che non ha a che fare con il sole, la luce elettrica e quella psichedelica.
    La poca fede pensa che sia raro che Dio entri a squarciare la penombra dell’anima e invece l’anima sgombra dal peccato facilmente è illuminata.
    Anche un tempo di oscurità interiore, l’aridità vissuta dai santi, viene visitata Se almeno c’è stata la lotta contro il peccato.
    Anzi: nel caso di Paolo la cecità esteriore vince la convinzione e la missione malvagia, fattasi condizione per l’incontro con la luce accecante.

    Non mancano i chiaroscuri, ma c’è sempre un punto di fuga per l’osservazione anagogica: dal punto di vista di Dio si vede tutto meglio.

  4. Don Pietro Paolo

    Come gli altri pubblicati prima,
    Il testo ha certamente immagini suggestive: il buio, il cammino a tentoni, la fiducia, la ricerca della luce. Tutto questo può essere letto anche cristianamente, perché la fede non è possesso arrogante di Dio, ma cammino umile dentro il Mistero.

    Tuttavia, cattolicamente, bisogna stare attenti a un punto decisivo: la “via del non sapere” non può diventare disprezzo della Rivelazione, della dottrina, della teologia e della Chiesa. Il cristiano non cammina nel buio assoluto: cammina nella fede, illuminato da Cristo, dalla sua Parola, dai sacramenti e dal Magistero.

    La teologia non è il nemico del Mistero. È il balbettio umile della Chiesa davanti a Dio che si è rivelato. Certo, una teologia superba può diventare arida; ma senza dottrina si finisce facilmente non nel Paradiso, ma nel labirinto del soggettivismo spirituale.

    Il buio cristiano non è il vuoto buddhista: è la notte della fede di san Giovanni della Croce, dove l’anima non perde Cristo, ma viene purificata per unirsi più profondamente a Lui.

    Perciò sì al silenzio, sì all’umiltà, sì alla consapevolezza che Dio supera ogni concetto umano. Ma no a una mistica che mette tra parentesi Cristo, la Croce, l’Eucaristia e la Chiesa visibile.

    La vera “serratura del Paradiso” non sta in un corridoio oscuro, ma nel costato aperto di Cristo, nella sua Croce, nei sacramenti e nella fede della Chiesa cattolica.

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