Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni che prendono spunto e pretesto da quell’elemento incredibile e stupendo che il mare. Buona lettura e meditazione.
§§§
UN SALTO NEL MARE
Lama Ole Nydahl: «Ogni atomo che vibra dentro di te è in connessione con ogni atomo che vibra dentro di me. Siamo l’oceano di una mente collettiva, anche se esistono molte onde e correnti all’interno di questo oceano. Lo spazio libero della mia mente e lo spazio libero della tua mente sono perfettamente uguali. Loro stessi sono l’oceano. Quando te ne accorgerai, sarai libero».
E se la Verità che libera secondo che dice Cristo combaciasse con l’accorgersi di cui dice il Lama? La Coscienza onnicomprensiva non è la Coscienza Cristica che trascende infinitamente religioni, dottrine e diritti canonici?
camminarenelsole.com: «Il Cristo è una coscienza, è il Tutto, è il modo di vedere la Vita e il mondo con gli occhi di Dio, come se in quello stato di coscienza la personalità individuale non esistesse più; o meglio, la personalità al completo servizio del Tutto, cioè di Dio».
* * * * *
Dal Post Longebility * (Facebook) traggo sia l’immagine di un’eloquenza straordinaria sia il testo che propongo qui appresso quale appendice ai miei due articoli di Ottobre 2025 intitolati Nulla può darsi fuori della coscienza.
* «Longebility è l’abilità di vivere bene una vita lunga, sana, saggia e felice. Non riguarda solo l’allungare gli anni di vita, ma il dare qualità, senso e pienezza ad ogni giorno che viviamo. È un modo di pensare, di agire e di essere che nasce prima di tutto nella mente». (longebility.com/coaching).
L’argomento, indipendentemente da religione o ateismo, riguarda ogni essere umano, poiché ogni essere umano è dotato di consapevolezza, cioè dell’acqua di mare nel contenitore, ma, ancorchè non lo sospetti, anche e soprattutto di coscienza, cioè dell’acqua del mare nel quale il contenitore è immerso e dalla quale è riempito. È opportuno ribadire: ogni essere umano è in primo luogo coscienza e, soltanto di conseguenza, consapevolezza; sennonchè (a)normalmente s’inverte il rapporto credendo che la preminenza spetti alla consapevolezza che è personale e soggettiva. Nella sua onnicomprensività e come mostra l’immagine, il mare della coscienza è comune a tutti gli esseri umani, quindi unitivo, ed eccede infinitamente – rendendoli possibili – i contenitori delle singole consapevolezze.
Premessa riguardo all’immagine proposta:
– per “mare” o “coscienza onnicomprensiva” s’intende l’ambiente universale avvolgente l’esistente, o, se si vuole, lo specchio in cui l’esistente si riflette venedo alla luce con distinzione ma senza separazione, quindi secondo il principio olistico per quale tutti i particolari, compresi gli esseri umani, sono interconnessi;
– per “contenitore” o “livello di consapevolezza” s’intende la porzione della coscienza personale, ovvero di “acqua” in cui fluttuano nozioni di varia specie che contribuiscono ad “accreditare” il contenitore, cioè la consapevolezza personale del singolo, ciò comportando, da parte del medesimo, non solo la dimenticanza del “mare”, ma il considerarsi esclusivo e quindi con la certezza della verità del proprio limitato contenuto, ovvero della propria limitata forma mentis.
Ma ora passiamo al testo.
* * * * * * * * * *
«Il mare è già lì.
La vera domanda è: quanto sei disposto ad accoglierlo?
COSCIENZA e CONSAPEVOLEZZA: due parole, una grande differenza.
Viviamo sempre immersi nella coscienza. Che tu sia una pietra, una formica, un asino o un essere umano, la coscienza è sempre presente. La differenza non è se c’è coscienza. La differenza è quanta coscienza siamo in grado di contenere e riconoscere. Qui entra in gioco la consapevolezza. Immagina la coscienza come il mare: immenso, infinito, sempre presente.La consapevolezza, invece, è come un contenitore. È ciò che ci permette di accorgerci di una parte di quel mare.
– Una pietra è immersa nella coscienza, ma non ne è consapevole. – Una formica ha un livello minimo di consapevolezza. – Un animale ne ha uno più ampio. – Un essere umano ha il potenziale di un contenitore molto più grande.
Compito fondamentale: INGRANDIRE IL CONTENITORE.
Ma attenzione: il potenziale non è automatico. Molti esseri umani vivono con un contenitore piccolo, spesso più limitato di quanto credano. Vivono im automatico, identificati con il corpo, i pensieri, le abitudini, le paure. Espandere la consapevolezza significa:
– comprendere meglio chi siamo, – smettere si identificarci solo con il corpo, – vivere con più lucidità, senso, libertà e pienezza, – evolvere come esseri umani, non solo “invecchiare”.
Longebility non è vivere più a lungo. È vivere a un livello di coscienza più alto».
* * * * * * * * * *
L’immagine e il brano mi danno lo spunto per notare che – e qui parlo in seguito alla mia personalissima esperienza – «un livello di coscienza più alto» resta pur sempre limitato se, per quanto lo si possa ingrandire, lo si realizza nel contenitore della consapevolezza personale, che proprio in quanto contenitore cm gà considerato, costituisce una forma e quindi un limite.
Per quanto i rispettivi contenitori di un rozzo ignorante e di un raffinato acculturato possano essere di notevole differenza riguardo all’ampiezza e contenuti, entrambi costituiscono pur sempre un limite. L’acqua che è nel contenitore è la medesima del mare, ma il contenitore è saturato e personalizzato dai contenuti che lo riempiono, costringendolo, lo si ribadisce ancora, in una forma e quindi in un limite.
Proverbio zen: «La conoscenza è imparare qualcosa ogni giorno. La saggezza è lasciar andare qualcosa ogni giorno».
Proverbio giapponese: «Una rana in un pozzo non ha conoscenza del grande oceano».
Pertanto, più che continuare a stipare il contenitore aumentando la conoscenza, cioè la consapevolezza personale, anzi personalistica, che così diventa sempre più fondamentalista e perciò sempre più limitata, è (sarebbe) opportuno, a mio avviso, uscire dal contenitore spiccando UN SALTO NEL MARE, cioè nella Coscienza. Che in ogni caso è già lì.
Per Marina Cvetaeva, in Preghiera al mare, l’oceano diventa quasi un’immagine dell’Assoluto terapeutico: «Il mio dolore infantile assopisci, sana, dissolvi».
Il mare comune e unitivo è la Coscienza Cristica cui è intimamente connessa la Coscienza Mariana, mentre il contenitore è la consapevolezza del Cristiano indottrinato, legittima ma limitata (e perciò conflittuale). È possibile tentare il SALTO APOFATICO dal contenitore della consapevolezza finita al Mare della Coscienza Infinita, ove singolarità e pluralità si amalgamano nell’«ut unum sint».
Salto apofatico, ovvero l’uscita da sé, l’evangelico rinnegamento di sé, che troviamo ancora in Marina Cvetaeva: «Io, la pagina per la tua penna. / Tutto ricevo. Io, una pagina bianca. / Io coltiverò e farò rendere in centuplo. / Io, la campagna, la terra nera. / Tu per me, il raggio e l’umida della pioggia. / Tu il Signore e Padrone / e io, terra nera e carta bianca».
Ancora il potere terapeutico del mare in Nikola Tesla: «Quando l’anima diventa un mare calmo, inizia la guarigione. Ricorda, questa è la regola d’oro. La fonte della maggior parte delle malattie è nella mente, quindi la mente può superare la maggior parte delle malattie».
§§§
Aiutate Stilum Curiae
IBAN: IT79N0200805319000400690898
BIC/SWIFT: UNCRITM1E35
***
Stilum Curiae lo trovate anche qui:
https://www.instagram.com/sanpietrotos/
https://www.facebook.com/marco.tosatti/
https://www.facebook.com/profile.php?id=100063593462822
www.linkedin.com/in/marco-tosatti-77b42a21
https://x.com/MarcoTosatti
***


11 commenti su “Un Salto nel Mare. Il Matto.”
Grazie innanzitutto per il sostegno, Enrico.
A ben vedere non esistono argomenti che non possano essere teologici e discussi a suon di Diritto Canonico o confrontati con la dottrina immutabile sulla quale però non si discute.
…ma se facciamo un passo indietro nel tempo, quando si videro i propri figli in mano a preti incapaci e pure ignoranti o a religiose che parlano di evoluzione darwiniana o a catechisti che giocano con i pastelli invece di dare elementi di fede, allora una mamma (e un papá) deve sapere di dottrina e di teologia, solo per riparare i danni. E questo serve anche oggi nel Blog, non tanto per svergognare i vari don PP che fanno danni in diretta, ma per ricordar loro che amore e bontà assieme a pazienza e temperanza sono i primi esercizi per giungere alla santità! Questo è il primo argomento teologico, per preti e laici: essere santi!
E poi perchè giudicarli? Per la loro cattiveria che spandono ad ogni commento che sfocia spesso in ipocrisia o per la presunzione che evidenzia la loro ignoranza d’amore? Al loro giudizio ci penserà il Cielo, magari levandoceli al più presto dai piedi. Ma sono i FATTI E LE PAROLE che qui sono soggetti a un giudizio positivo o negativo e questo ci è consentito ancora, prima dell’arrivo dell’Anticristo, cari d.PP!
Quello che più dispiace è che quando c’é un articolo che finalmente non tocca teologia o falsi papi o ma prova a proporre sentimenti o dei fiori o una meditazione, ecco che qualcuno ci vede il male e l’eresia.
Puó essere che in quelle poche righe si possano intravedere dello scrittore i limiti, i suoi pregi, i desideri, forse pure le sue delusioni di vita passata ma non ci ricordiamo anche che é una persona come noi che spera, che soffre ed ama… e proprio per quell’amore oggi ci porge quello che ha, sia pure la sua passione per l’oriente, la spiritualitá di un autore sconosciuto, la dolcezza di una poesia o pure un desiderio di purezza nascosto in bianchi gigli? Non siamo anche noi pieni di esperienze passate e di speranze future? Questi preti moderni, non modernisti intendiamoci, nati nel benessere e nel comodo, che non sanno del sacrificio e del dolore, che non sanno scrivere d’amore cristiano ai loro lettori, che non sanno far trasparire la intensità della loro vocazione a Dio ed infiammarne i cuori per quei misteri… ma non glielo ha detto Bergoglio che i peccati davanti a Dio contano poco o nulla se gli uomini li spengono con l’amore per il prossimo e donando un gesto affettuoso per chi hanno vicino? A chi scrive basterebbe dire “che bello” “bravo”, “coraggio” “Dio ti ama”! Mai letti, purtroppo !
Dio si ama e si conquista anche e molto con l’amore verso le creature per le quali Egli stesso si fece uccidere, e che morte! Mai sentita un po’ di compassione, di pietà, verso le sofferenze di Gesù dai nostri don PP.: invece borbottamenti, critiche, o addirittura offese verso un altro consacrato, malignità, frasi offensive: vigliaccheria, scisma ed apostasia, ed è detto tutto di loro. Non è un giudizio… forse si possono salvare, se l’orgoglio poi lo consente e lasciamo il giudizio tremendo a Dio, il nostro sarebbe insufficiente.
Ecco quello che io vedo nei suoi articoli Matto caro, un dono di ció che lei possiede, che conosce: quello che ha e che con generosità vuole farci conoscere ed avere. Parlerá del giappone e non di Nazareth ma é altrettanto bello e generoso il suo gesto. Grazie perché a modo suo, tutto speciale, ogni suo articolo é un gesto d’amore che -solo da poco- ho capito, e me ne scuso sinceramente.
É piú sull’amore che bisogna replicare, altro che argomenti teologici(!) , invece come risponderemo a questi suoi gesti affettuosi, Enrico? Basta il mio grazie, ora? No, certo, è poco!
Sull’amore saremo giudicati e sul suo amore, Enrico, io testimonieró davanti all’Altissimo.
signora,
più la leggo e più mi viene da sorridere: a volte sembra convintamente quasi di leggere don Minutella travestito da “signora”. Forse mi sbaglio, ma lo stile, gli argomenti e perfino le invettive sembrano uscire dalla stessa scuola.
Davvero colpisce sentirla fare lezioni d’amore. Da che pulpito viene la predica.
Lei parla di misericordia, di bontà, di non giudicare, ma da mesi i suoi interventi sono una sequenza di accuse, invettive e condanne verso chiunque non condivida le sue idee. Basta rileggere i suoi commenti: scismatici, apostati, vigliacchi, preti invalidi, confessioni nulle, Chiesa corrotta, Papa illegittimo. Se questo è il suo linguaggio dell’amore, allora abbiamo idee molto diverse di cosa significhi il Vangelo.
È curioso che proprio lei invochi il rispetto quando non ha mai mostrato rispetto per il Papa, per i vescovi, per i sacerdoti e per milioni di cattolici che rimangono in comunione con quella Chiesa che Cristo ha fondato su Pietro.
Lei parla dei “vari don PP che fanno danni in diretta”. Se scrivo è proprio per cercare di riparare, nel mio piccolo, ai danni enormi che il minutellismo continua a provocare nelle anime semplici e per smascherare ciò che di profondamente anticristiano e anticattolico si nasconde dietro chi, come lei scrive, «ci porge quello che ha, sia pure la sua passione per l’Oriente, la spiritualità di un autore sconosciuto, la dolcezza di una poesia o un desiderio di purezza nascosto in bianchi gigli». Se per lei denunciare tutto questo è da “svergognare”, continui pure. Per me non è una vergogna, ma un dovere e perfino un onore.
Quanto a Enrico, capisco bene il motivo di questo improvviso entusiasmo reciproco. Da quando ha iniziato a elogiare il suo maestro di Palermo, è diventato improvvisamente un testimone dell’amore. Se invece avesse contestato le tesi di Minutella, probabilmente sarebbe finito anche lui nell’elenco degli apostati.
Lei dice che bisognerebbe parlare d’amore e non di teologia. La capisco benissimo: non avendo argomenti teologici con cui contrastarmi, preferisce rifugiarsi nei sentimenti. Eppure arriva persino ad augurarsi che Dio «ce li tolga dai piedi». Un’espressione che ricorda il linguaggio di certi ambienti della setta del “micio di maria” – quale Maria, poi, bisognerebbe scoprirlo.
Il binomio tra teologia e carità è un falso dilemma. Il vero amore non è mai separabile dalla verità. San Paolo ci invita a vivere «secondo verità nella carità». L’amore senza verità diventa sentimentalismo; la verità senza carità diventa durezza. La Chiesa ha sempre insegnato entrambe.
Se lei fosse davvero preoccupata dell’amore per Cristo, la prima cosa che contesterebbe sarebbero proprio le tesi che feriscono l’unità della Chiesa: quelle che negano il Papa legittimo, che è il vescovo di Roma (riconosciuto dalla diocesi di Roma e da tutto l’orbe cattolico, , dividono il Corpo di Cristo, relativizzano la visibilità della Chiesa e sostituiscono la comunione ecclesiale con la fedeltà a un uomo. Questo sì che intacca l’opera di Cristo.
Per questo continuo a dire che il guru di Palermo non conduce all’unità voluta da Gesù, ma alla contrapposizione permanente. E chi alimenta divisioni nella Chiesa non rende un servizio a Cristo, anche se parla a volte d’amore. Al maligno piace molto di più una Chiesa divisa, per cui favorisce le sette, che una Chiesa unita attorno a Pietro e ai suoi successori.
Lei conclude dicendo, con una sicurezza che lascia sbalorditi, che testimonierà davanti all’Altissimo sull’amore di Enrico. Ma chi è lei? Il Vangelo dice che sarà Gesù Cristo a riconoscere davanti al Padre e ai suoi angeli coloro che lo avranno riconosciuto davanti agli uomini. Non mi risulta che abbia delegato questo compito a lei. Le ricordo che chi si arroga il diritto di essere il Cristo e di prenderne il posto che non gli appartiene, la Bibbia lo chiama anticristo
Io preferisco lasciare il giudizio all’Altissimo. Nel frattempo continuerò a difendere quella Chiesa che Cristo ha fondato su Pietro, non quella costruita attorno a un autoproclamato “piccolo resto”. Perché la Chiesa non appartiene a Minutella, a lei o a me: appartiene a Gesù Cristo.
“Io preferisco lasciare il giudizio all’Altissimo”.
Bene, allora sia coerente e la finisca di flagellare il prossimo
con la sua dottrinesca arroganza.
Lei mi fa arrossire! Comunque grazie per l’apprezzamento.
Mi rendo perfettamente conto che il mio “gesto” può apparire poco o punto ortodosso.
Non pertanto è quello che so fare e so proporre.
E’ poco? E’ molto? Non lo so. E’ quello che posso e tanto mi basta.
Il mio sincretismo eretico? Vedere la Coscienza Mariana e la Luce di Cristo
straripare, alla lettera!, ogniddove. Sì! pure nel Giappone!
Ed il bello (almeno per me) è che col passare del tempo questa mia visione diventa sempre
più convinta e liberatrice.
Ma ora, per esercizio apofatico, pongo un deciso stop a ciò che mi preme dentro
e vorrebbe esprimersi.
Un distinto saluto.
Ma no Enrico, lei é buono e ció le fa onore! Ma non sopravvaluti chi si dice cattolico e segue poi un falso papa e non per il fatto di seguirlo in buona fede ma per il fatto di seguire colui che non ama il suo Dio e qui, nella affermazione donpipiana riportata, non si tratta di grazia o di una illuminazione, ma di parole copiate e non viene da una consapevolezza interiore. Ogni creatura é finita (e a volte pure caduca) e sa che Dio é inconoscibile perché infinito ed eterno. É una contraddizione che lei stesso ha rilevato: Il prete ammette che Dio é piú grande della nostra comprensione e poi ci spiega cosa é Dio, negando in noi la coscienza:
“l’uomo che cerca dentro di sé una presunta coscienza universale nella quale dissolvere la propria identità.”
Quando tutto si riduce o si ferma all’amore di Dio e si dimentica che l’uomo puó esserne il contenitore, per quanto grande e inconoscibile possa essere il contenuto, si capisce che non solo d.PP non conosce Dio creatore ma neanche conosce la sua Creatura, l’uomo! Non ha capito nulla di Maria, non conosce la nostra religione. Questo é invece logico e pure Dottrinalmente vero, perché la fede (a parole) non basta senza la caritá. D. PP non ama, non sa amare e non vuole amare… peró pontifica su Dio! Chi fa cosí é giá morto, ha un pezzo di ghiaccio nel petto e… me ne dispiace.
Che dire? Non sapendo un tubo 😊, sento profondamente che è bene pensare il meglio per ciascuno.
signora,
la sua risposta conferma esattamente ciò che avevo scritto. Non replica neppure a un solo argomento teologico: preferisce giudicare il sacerdote, la sua fede, la sua carità e perfino il suo cuore.
Lei ci ricorda che Dio è inconoscibile, ma, a quanto pare, la mia coscienza invece le è perfettamente trasparente: sa ciò che credo, ciò che amo, ciò che penso e persino che nel mio petto ci sarebbe “un pezzo di ghiaccio”. Una sicurezza davvero notevole: sembra quasi che abbia scambiato il posto dell’Onnisciente per il proprio. Ma, a ben vedere, è coerente: dopo essersi attribuita il potere di decidere chi è Papa e chi non lo è, giudicare anche la coscienza e il cuore delle persone diventa il naturale passo successivo.
Dice che io non amo. È un giudizio temerario, oltre che privo di qualsiasi fondamento. La carità non consiste nel distribuire patenti di santità a chi la pensa come noi e sentenze di morte spirituale a chi dissente.
Se davvero crede che Dio abiti nell’uomo, dovrebbe ricordare anche che Egli ci ha proibito di sostituirci al Suo giudizio sui cuori. Perché c’è una cosa che traspare con chiarezza dal suo commento: non la conoscenza della mia anima, ma la presunzione di possederla.
A detta sua, caro don P.P. la Signora “non replica neppure a un solo argomento teologico”.
E quando mai la teologia, cioè il parlare e scrivere “di” Dio, è stata completamente attendibile?
Personalmente, finire in balia dei teologi è qualcosa da cui mi guardo bene!
Inoltre, la Signora evidenzia un perla donpietropaoliana: “l’uomo che cerca dentro di sé una presunta coscienza universale nella quale dissolvere la propria identità.” Quindi mentre don P.P. si permette di giudicare la coscienza del Matto, si risente se sotto pressione viene messa la sua coscienza, che in un impeto di auto-incensazione, definisce “perfettamente trasparente”.
Può bastare.
Caro Matto,
non mescoli le carte. Io non ho giudicato la sua coscienza. Lei è liberissimo di pensare e di dire tutte le fantasie che le passano per la testa: la libertà glielo consente e io la rispetto.
Ma non avrò forse il diritto, e direi anche il dovere come sacerdote, di confrontare quelle idee con la fede cattolica che vivo fin dalla nascita e che, per mandato della Chiesa, sono chiamato a insegnare?
Lei continua a confondere il giudizio sulle persone con il discernimento sulle idee. Sono due cose completamente diverse. Io non ho mai detto di conoscere la sua coscienza; ho semplicemente rilevato che alcune sue affermazioni sono incompatibili con la Rivelazione cristiana e con la dottrina della Chiesa.
Che la cosiddetta Signora le faccia da sponda, elogiandola mentre difende le tesi minutelliane, non mi sorprende affatto. Difatti, se c’è da combattere il papa e la chiesa, anche forze avverse si alleano. Mi sorprende invece un’altra cosa: che chi si proclama difensore della fede cattolica finisca poi per sostenere posizioni che stridono apertamente con la Rivelazione, con il Magistero e con la stessa natura della Chiesa.
Quanto alla teologia, lei domanda quando sia stata “completamente attendibile”. La risposta è semplice: la teologia è un servizio alla fede e vale nella misura in cui resta fedele alla Sacra Scrittura, alla Tradizione e al Magistero. Se invece ciascuno sostituisce la fede della Chiesa con le proprie intuizioni personali, non siamo più nel campo della teologia, ma delle opinioni. E tra le due, da sacerdote, continuerò sempre a preferire la fede della Chiesa alle fantasie dei singoli.
Considerazioni di un prete CATTOLICO.
Il problema di questo testo non è l’uso di immagini suggestive come il mare, il contenitore o il salto nell’oceano. Il problema è che, sotto un linguaggio apparentemente spirituale, si propone una visione incompatibile con la fede cattolica.
Quando si afferma che la “Verità” di cui parla Cristo potrebbe coincidere con una generica “coscienza onnicomprensiva”, si svuota il cristianesimo del suo centro. Per la fede cattolica la Verità non è uno stato di coscienza, non è un risveglio interiore, non è la scoperta di essere parte di un tutto cosmico. La Verità è una Persona: Gesù Cristo.
Ancora più grave è l’identificazione del Cristo con una “coscienza cristica” che trascenderebbe religioni, dottrine e diritto canonico. Questo non è cattolicesimo: è un miscuglio di buddhismo, new age, gnosticismo e spiritualismo contemporaneo. Cristo non è una energia universale né un livello superiore di consapevolezza. È il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per la nostra salvezza.
Anche l’idea che il dogma, la dottrina e la fede della Chiesa siano soltanto un “contenitore limitato” dal quale occorre liberarsi con un “salto apofatico” è profondamente errata. Nella tradizione cristiana l’apofasi non consiste nel superare la Rivelazione, ma nel riconoscere che Dio è infinitamente più grande di ciò che possiamo comprendere, senza mai negare ciò che Egli stesso ha rivelato.
In questo testo il peccato scompare, la grazia scompare, la Croce scompare, i sacramenti scompaiono, la Chiesa scompare. Rimane soltanto l’uomo che cerca dentro di sé una presunta coscienza universale nella quale dissolvere la propria identità.
È esattamente il contrario del Vangelo. Il cristiano non si salva immergendosi in una coscienza cosmica. Si salva incontrando Cristo, convertendosi, ricevendo la grazia e vivendo nella comunione della Chiesa.
Il mare di cui parla il Vangelo non è l’oceano indistinto della coscienza universale. È l’oceano infinito dell’amore di Dio che si è rivelato in Gesù Cristo. E tra il Cristo della fede e la “coscienza cristica” dei movimenti new age c’è la stessa differenza che esiste tra la Rivelazione divina e una suggestiva fantasia spirituale
“.. ma nel riconoscere che Dio è infinitamente più grande di ciò che possiamo comprendere”.
Bravissimo! A volte si comprende senza sapere che si sta comprendendo!
Può succedere che la Grazia agisca così nei confronti del graziato che ne resta inconsapevole.
Peccato che nella sua foga apologetica, caro don P.P., lei mandi tutto a carte quarantotto
con la la sicumera, come al solito, di chi Dio lo conosce.
Però, una piccola illuminazione l’ha avuta e non le sfuggirà più
poiché è conservata nel suo inconscio.
E chi può sapere se un giorno non ne riaffiorerà?