Dell’Uno e del Tre. Il Matto.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sull’Uno e Trino. Buona lettura e meditazione.

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DELL’UNO E DEL TRE

 

trintà

Uno e Trino trifacciale

Monastero di  Santa Maria della Carità (Tulebras – Navarra)

 

Abituato ad immergermi nell’oscurità silente della Divina Assenza, in cui  pensieranti, linguaggianti, dottrinanti e legulei non possono accedere, trovo diletto nel ritornare nel mondo luminoso e sonoro delle parole e dei concetti per considerare giocosamente – perché di un gioco si tratta – ciò   che vien detto e scritto intorno ad un determinato argomento. In questa occasione, si tratta dell’Uno e del Tre, in merito ai  quali, propongo i seguenti due brani.

 

Giordano Bruno: «È noto presso i Platonici il paragone, derivante dall’insegnamento degli Egizi, per il quale la divinità abbraccia in un’unità una triade soprannaturale, nello stesso modo che nel sole c’è sostanza, luce e calore, e queste tre cose contempliamo in esso in duplice modo. […] Ancora nel sole queste tre cose (sostanza, luce e calore) si distinguono come una sostanza e due accidenti; ma nella divinità questi tre, come anche innumerevoli altri predicati che s’annoverano ad analogia di quelli, non fanno affatto nessuna distinzione».

 

Maestro Eckhart: «In tutta verità, e per quanto Dio viva, “questo Luogo” Dio stesso non penetrerà mai un momento, non lo ha mai penetrato con il suo sguardo, in quanto possiede un modo e una proprietà delle sue Persone. Questo è facilmente comprensibile, perché l’Uno di cui parlo è senza modo e senza proprietà. Perciò, se Dio dovesse mai penetrarlo con il suo sguardo, ciò gli costerà tutti i suoi nomi divini e la proprietà delle sue Persone. Deve lasciarli tutti fuori in modo che il suo sguardo penetri. Egli deve essere l’Uno nella sua semplicità, senza alcun modo o proprietà, dove in questo senso non è né Padre, né Figlio, né Spirito Santo, eppure è qualcosa che non è né questo né quello».

 

Giordano Bruno afferma che la divinità «abbraccia in un’unità una triade soprannaturale», ed assume come simbolo della triade il sole, la sua luce e il suo calore (di solito riferiti rispettivamente al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo). Da ciò si evince che la triade è divina perché è la divinità che “l’abbraccia”, quindi è grazie alla divinità una che può darsi la divinità trina. Del resto, la fonte di tutti i numeri è l’1. Di per sé un il numero non esiste, gli necessita il ripetersi dell’1. Nel nostro caso, il Tre è tre volte l’Uno. Dal canto suo, maestro Eckhart appella la divinità una «questo luogo», cioè «l’Uno nella sua semplicità, senza alcun modo o proprietà», ovvero “prima” di essere sole, luce e calore, perciò “prima” di essere Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

Stando al gioco, dico che l’immagine mostruosa, cioè prodigiosa (monstrum significa prodigio) di una testa con tre facce che rende visibile l’Uno Trino, e l’annesso triangolo descrittivo, confermano quanto riferiscono i due brani. Infatti, al centro del triangolo c’è il  termine DEUS cui non è abbinato alcun attributo, cioè la DIVINITÀ UNA, la «divinità senza distinzione» di Bruno e il “questo luogo” di Eckhart, da cui irraggiano il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il triangolo indica anche la distinzione irraggiata da «l’Uno nella sua semplicità»: il Padre non è il Figlio, il Figlio non è lo Spirito Santo, lo Spirito Santo non è il Padre.

 

Alain de Libera: «Nella nozione di una Tri-Unità divina, alcuni testi “eckhartiani” presentano affermazioni che suggeriscono l’esistenza di un Principio fondante della Trinità delle Persone, un Potere originario, un δύναμις πρώτη,( (dύnamis próte Forza prima) di cui la Trinità sarebbe come il dispiegamento o la manifestazione energetica. In Eckhart, questo Principio segreto, che sussiste da solo, circondato dal silenzio in una solitudine che nulla disturba […] sembra ricevere in generale il nome di Uno, ein, o anche di Uno Solo, einic ein».

 

Mi piace sospettare, o, se si vuole, illudermi, che la Divina Assenza, alla cui possente attrazione cerco di abbandonarmi meglio che posso, corrisponda al DEUS indicato nel triangolo, all’indistinzione di Bruno, a “questo luogo” di Eckhart.

 

Angelo Silesio: «A me non basta quel che il cherubino conosce, voglio volare oltre lui stesso, fin dove non si conosce nulla».

 

E non m’importa della distanza che me ne separa, giacché se me ne importasse, l’abbandonarmi sarebbe interessato, calcolatore, pretenzioso; sarebbe il “mio” abbandonarmi, dunque tragicamente influenzato dall’agglomerato psichico, ossia dall’«accidentale complesso di determinazioni», secondo una felice espressione di Margherita Porete, che informa e domina la coscienza, e che, come si dice, “non fa niente per niente”.

Rabi’a al-ʿAdawiyya, mistica sufi: «Non gli ho reso culto né per timore del suo fuoco, né per amore del suo paradiso. Sarei stata allora come il cattivo salariato, che lavora quando è pagato. Gli ho reso culto, invece, per amore e desiderio di Lui».

 

Margherita Porete: «Riposo in pace completamente, da sola, ridotta al nulla, tutto per la cortesia della sola bontà di Dio, senza una sola volontà di farmi muovere, qualunque sia la sua ricchezza. Il risultato del mio lavoro è sempre non voler nulla. Finché non voglio nulla, sono solo in Lui, senza di me, e tutto liberata; mentre se voglio qualcosa, sono con me, e così perdo la mia libertà».

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