Flotilla Piratata, la Protezione di un Sistema Mafioso Internazionale. Gaza, l’IDF Spara sulle Madri.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi di valutazione su quanto sta accadendo in Medio oriente. Buona lettura e condivisione.

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C’è questo post di Inside Over:

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Mercoledì 30 aprile l’esercito israeliano ha sparato a due madri in un campo profughi di Gaza: una teneva in braccio il figlio di un anno ed era la zia del poeta palestinese @mosab_abutoha , vincitore del premio Pulitzer.

A riferirlo è stato lo stesso Toha in un post su X: “Sono profondamente addolorata. Israele ha appena sparato al petto a mia zia di 30 anni mentre era seduta con i suoi tre figli piccoli in un rifugio scolastico nel campo di Jabalia. È in condizioni critiche; il proiettile le ha trapassato il petto ed è uscito dalla schiena, devastandole polmoni e milza. Al momento dell’impatto, teneva in braccio il figlio di un anno. Il bambino è caduto dalle sue ginocchia mentre lei crollava a terra ed è stato trovato sanguinante da un orecchio.”

Nello stesso post, il premio Pulitzer riferisce anche che in una telefonata suo zio gli ha riferito che “Israele ultimamente usa proiettili supersonici”.

Le munizioni subsoniche sono progettate per viaggiare al di sotto della velocità del suono, eliminando il “crack” sonico e riducendo notevolmente il rumore, specialmente se usate con un soppressore.

I proiettili subsonici sono munizioni silenziose quindi una madre che tiene in braccio il suo bambino a Gaza non saprà mai cosa l’ha colpita, mentre i suoi figli la vedranno morire, rimanendo orfani.

Dalla “tregua” Israele ha ucciso quasi 1000 persone a Gaza.

#gazagenocide

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E c’è questo post di Giorgio Aki:

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giorgio.aki
Gaza, esecuzioni di civili e torture: le confessioni dei soldati israeliani
Le testimonianze dei riservisti di ritorno da Gaza raccontano esecuzioni di civili, torture e abusi sistematici. Le confessioni raccolte da Haaretz: “Abbiamo ucciso ragazzini, bambini e anziani disarmati. Al primo cenno di rimorso i comandanti ci spingevano a sputare sui cadaveri”.

C’è un denominatore comune nei racconti dei soldati israeliani di ritorno dalla Striscia di Gaza. Le esecuzioni barbare che hanno compiuto — o alle quali hanno assistito — avevano come bersaglio palestinesi inermi, disarmati e che non costituivano una minaccia. Questo emerge già dai numerosi video diffusi in rete in questi due anni e mezzo di genocidio, ma altra cosa è leggerlo dalle parole degli stessi autori di quei massacri. I resoconti raccolti da Haaretz sono numerosi e dettagliati; per ovvi motivi rimandiamo al testo integrale.

“Non so quanti palestinesi abbiamo ucciso”
“Ero all’inferno, ma non ne ero consapevole”. L’inferno di cui parla un riservista di Tel Aviv è Khan Yunis, e i diavoli che lo abitano sono i soldati della sua unità, lui compreso. “C’erano attacchi aerei ogni singolo minuto. Le bombe da una tonnellata cadevano e ci facevano battere il cuore. Non so quanti palestinesi abbiamo ucciso in quei giorni”. Era il dicembre 2023, periodo in cui l’esercito israeliano era un mattatoio a pieno ritmo: tra il 7 e il 26 dicembre si stima siano stati uccisi circa 29 mila palestinesi (Euro-Med Human Rights Monitor).

https://it.insideover.com/guerra/gaza-esecuzioni-di-civili-e-torture-le-confessioni-dei-soldati-israeliani.html

 

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marchetti, flotilla

Poi c’è questo post di Lavinia Marchetti a commento dell’atto di pirateria compiuto da Israele nel Mediterraneo, in violazione di ogni legge internazionale, con l’incredibile silenzio dell’Unione Europea e degli Stati i cui cittadino sono stati brutalizzati. 

 

L’ORDINARIA DELICATEZZA
di Lavinia Marchetti
Il comunicato israeliano: “L’operazione si è svolta pacificamente e senza vittime”.
LA MAFIA DI STATO IN ISRAELE.
PREMESSA
Bisogna cominciare da un’osservazione che parrà cinica, e che invece è soltanto onesta: ciò che si vede nelle fotografie dei membri dell’equipaggio della Flotilla, i lividi al fianco, le pupille dilatate sotto un’arcata orbitaria gonfia, la spalla immobilizzata in fasciatura, il proiettile di gomma rimasto nel costato come souvenir, le braccia segnate dai polsini di plastica, il setto nasale fratturato, è la prassi. Nessun eccesso o lo sbandamento, non prendiamole come l’errore individuale di un soldato che ha perso la testa. È il protocollo di accoglienza standard che le forze israeliane riservano a chiunque non gli va a genio. È, di più: è la versione mite del protocollo. Ai partecipanti della Sumud Flotilla, italiani, spagnoli, francesi, brasiliani, parlamentari europei, sindacalisti, medici, attivisti, è stato concesso quanto Tsahal non concede mai a un palestinese. Ad esempio rimanere vivi, tornare indietro a raccontarlo, mostrare le ferite davanti a una telecamera nella propria città. Le fotografie esistono perché le facce europee delle vittime hanno un valore di scambio diplomatico. I corpi palestinesi non hanno questo privilegio, i corpi palestinesi in media, quando va bene, fanno statistica.
Va detto, dunque, prima di ogni altra cosa, e con la freddezza necessaria: sono stati delicati! Hanno picchiato risparmiandosi. La «delicatezza» è strettamente proporzionale al colore del passaporto.
METODI MAFIOSI E CONTINUITA’
Ho già scritto, in Schegge da un genocidio, che la violenza israeliana contemporanea non è violenza eccessiva né eccezionale, semmai una violenza totale, nel senso letterale di una violenza che investe simultaneamente la vita biologica (la fame, la sete, la malattia non curata, la nascita resa impossibile), la vita relazionale (la distruzione delle famiglie, dei vicinati, dei legami amicali, dei luoghi del lutto), la vita simbolica (la distruzione dei cimiteri, la demolizione delle moschee, la gogna nei video TikTok dei soldati che indossano la biancheria delle donne sfollate), la vita istituzionale (la decapitazione delle università, l’annichilimento degli archivi, l’eliminazione dei medici, dei pediatri, dei traduttori). La stessa procedura, peraltro, è da decenni applicata in scala ridotta nel Sud del Litani, secondo la dottrina Dahiya elaborata da Gadi Eizenkot dopo il 2006 e oggi confluita nel manuale operativo dell’Operazione Oscurità Eterna. Sono due laboratori della stessa officina.
Quello che la Sumud Flotilla aggiunge, e che giustifica il fatto stesso di scriverne, oltre il dovere immediato della solidarietà, è la dimostrazione che il dispositivo non si esercita soltanto entro perimetri arabi. Esce in mare, intercetta cittadini europei, applica loro una forma calibrata della stessa “operatività”. Calibrata, ma non altra. È la Cosa Nostra che, dopo aver sgominato il quartiere, manda un avviso rispettoso al consulente venuto dal nord che si era permesso di curiosare. Il consulente torna a casa con un occhio nero e capisce. È il metodo che la mafia, nel suo lessico interno, chiama «mandare a dire»: non parlare direttamente, far parlare il corpo, il corpo dell’avversario, al posto proprio.
I PALESTINESI E I LIBANESI NON TORNANO QUASI MAI
I corpi della Flotilla tornano a Roma, a Madrid, a Barcellona, a San Paolo, a Istanbul, tranne due Thiago Avila e il palestinese Saif Abu Keshek che sono stati trattenuti dalle autorità israeliane, sappiamo bene perché. A loro sarà riservato un trattamento palestinese. I corpi dei palestinesi che facevano la fila al furgone delle farine a Khan Younis, dei bambini bombardati nelle tende di Mawasi, delle puerpere morte di sepsi nei reparti senza acqua sterile dell’al-Ahli, non tornano. Ne sono morti, in due anni e mezzo, in quantità che la storia farà fatica anche solo a nominare. La «delicatezza» riservata agli europei è la firma esatta della disparità che giustifica il viaggio. Le ferite, quelle leggere, quelle che si possono fotografare e mostrare, sono il tributo minimo che lo Stato mafia esige per avervi acconsentito. Era il tributo previsto. Era la ricevuta. È, anche, la prova che il viaggio aveva ragione di esistere.
LA MAFIA. PARALLELISMI
Provo a inventariare i parallelismo perché sull’operazione condotta nella notte fra mercoledì 29 e giovedì 30 aprile 2026 dalla Shayetet 13, l’unità d’élite degli incursori della Marina israeliana, l’equivalente locale dei Navy SEAL, a settanta miglia nautiche dalla punta ovest di Creta, in acque internazionali, a oltre mille chilometri dalle coste di Tel Aviv, queste caratteristiche appaiono tutte insieme, come in un manuale didattico di criminologia organizzata.
(a) L’azione fuori giurisdizione, alle porte di casa altrui. Il primo gesto della mafia è sempre la rivendicazione di una giurisdizione che non le appartiene. Il boss decide chi può transitare nel suo quartiere anche quando il quartiere è la pubblica via. Israele non ha intercettato la Flotilla a tre miglia dalle coste di Gaza, dove avrebbe potuto invocare, contro ogni evidenza, ma comunque invocare, il proprio blocco navale. Le navi da guerra di Tel Aviv hanno percorso più di mille chilometri di mare libero per intercettare in pieno Mediterraneo orientale, a quattordici miglia dalle acque territoriali greche, sessantacinque imbarcazioni a vela piene di civili disarmati. Il messaggio è chiaro: il mare attorno a Gaza, il mare attorno a Cipro, il mare attorno a Creta, il mare, in generale, è cosa nostra. Chi si avvicina paga il pizzo in lividi, in telefoni gettati a mare, in barche lasciate alla deriva. È l’identica logica di Cosa Nostra che fa pagare il racket a un negoziante di Catania come a uno di Bagheria, perché il territorio è quello che il padrino dichiara essere il suo, non quello che la legge gli riconosce.
(b) La punizione corporale come segnatura. La mafia non uccide soltanto, soprattutto marchia. Lo zigomo aperto, l’occhio nero violaceo, il setto deviato, sono firma di un’organizzazione che vuole essere riconosciuta. Lo schiavone palermitano lasciava il sasso in bocca al traditore non per ucciderlo meglio, ma perché la salma raccontasse in quale codice si era violata una regola. Le facce della Flotilla, fotografate dagli stessi attivisti il giorno della liberazione, esibite a Eye On Palestine, condivise da decine di migliaia di persone, sono una firma. Sono lo stesso sasso in bocca: lo Stato che le ha prodotte vuole che le si veda. Non gli interessa nasconderle. Gli interessa che la prossima barca, partendo, sappia. E che chi resterà a casa, vedendole, capisca che il prezzo della solidarietà è il prezzo iscritto in una arcata sopraccigliare aperta, in un setto fratturato, in una spalla immobilizzata in una fascia di cotone bianco fotografata davanti a una finestra di un fortino sul deserto del Negev.
(c) La sceneggiatura intimidatoria precedente al gesto. Si guarda quasi sempre alla violenza, quasi mai alla regia della violenza. La cronaca dell’abbordaggio, come la stanno restituendo da bordo gli inviati Andrea Sceresini per il manifesto e Alessandro Mantovani per il Fatto Quotidiano, è un piccolo capolavoro di teatro mafioso: gommoni veloci senza luci che fanno lo slalom in piena notte fra le barche a vela; almeno una dozzina di droni in volo a bassa quota; jammer che mettono fuori uso simultaneamente le radio VHF e i collegamenti Starlink, cioè isolano fonicamente le vittime, come si fa col terrore in un vecchio film noir che taglia il telefono prima di entrare; traccianti, fari, laser puntati addosso, urla in ebraico, mitra spianati con i mirini laser sui giubbotti di salvataggio degli attivisti seduti in cerchio. Tutto questo apparato di guerra, una squadriglia di navi da guerra moderne contro gente in mutande con il passaporto in mano, non serve tatticamente a vincere. La resistenza era già stata annullata: l’addestramento della Flotilla prevede esplicitamente la resistenza passiva, mani in alto, niente reazione, deposito dei telefoni in mare per non consegnarli intatti. Tutto questo apparato serve a stabilire un rapporto. È il rituale del soldatino di Cosa Nostra che fa baciare la fotografia del santo padrino al neoaffiliato: un sacramento al rovescio, in cui il battesimo è dato da chi ti tiene il fucile in faccia.
(d) L’umiliazione rituale del corpo a mani legate. Una volta a bordo, l’ordine è di spostarsi a prua, mettersi in ginocchio, mani a terra. Le fascette di plastica, strette fino a tagliare la circolazione, le abrasioni nei polsi che si vedono in più d’una fotografia ne sono il sigillo, sono il vincolo materiale di un rapporto di sottomissione che la mafia conosce nei propri rituali interni: la corda al collo dell’iniziato durante la «punciuta», lo schiaffo cerimoniale del padrino, la piegatura della testa imposta al tradito. Picchiare, prendere a calci, trascinare per la coperta della nave un corpo già immobilizzato, fucilare con tre colpi una barca che driftò poi alla deriva, sono azioni che servono a stampare nel corpo della vittima la conoscenza definitiva di chi comanda. Le ginocchia abrase di chi è stato fatto strisciare, gli ematomi sulla schiena bassa che la donna nell’ultimo collage mostra sotto la manica del maglione di lana grigia, sono il bollo dell’iniziazione coatta.
(e) La punizione narrativa: il «video dell’orrore». Qui il caso del 30 aprile aggiunge qualcosa che, per quanto ne so, è senza precedenti diretti nella storia anche delle più brutali milizie contemporanee, ed è invece coerentissimo con la simbologia mafiosa. Itamar Ben Gvir, ministro ultranazionalista della Sicurezza Nazionale, ha dato istruzioni di proiettare ai 175 attivisti sequestrati, prima della deportazione, un video di quarantatré minuti che in Israele chiamano il «video dell’orrore»: un montaggio dei filmati delle violenze di Hamas del 7 ottobre 2023. Ai prigionieri ammanettati in una caserma è stato cioè imposto, come parte integrante del sequestro, di guardare. È il classico procedimento della mafia che obbliga il testimone a guardare, a guardare il pestaggio del suo amico, a guardare le foto dei propri figli che sono stati seguiti, a guardare il video del rivale fatto fuori. La proiezione coatta del filmato del 7 ottobre non aveva alcuna funzione informativa; aveva funzione ricattatoria. Diceva: «questo è ciò che ci legittima a tutto; voi siete dalla parte di chi questo ha fatto; il vostro corpo, dunque, ci appartiene». Il giornalista Andrea Sceresini, sequestrato dalla Holy Blue, unico cronista italiano catturato, e i suoi compagni di prigionia hanno avuto questo «benvenuto». È il bacio della morte trasformato in audiovisivo.
(f) L’omertà imposta: la confisca del materiale civile. Ci sono dati meno fotografabili che vanno ricordati. Agli attivisti è stato sequestrato, come riferiscono gli organizzatori e gli stessi attivisti al loro rientro dalla precedente missione del settembre 2025, e come si profila identico ora, denaro contante, telefoni, hard disk, schede di memoria, indumenti, persino le bandiere palestinesi che dovevano essere consegnate ai bambini di Gaza. Nessuna ragione operativa: era materiale civile, e tuttavia non viene restituito. È il pizzo. Il messaggio: chi entra in questa storia non torna a casa intatto. Chi tornarà a parlarne lo farà con la coscienza di aver perso qualcosa per averlo fatto.
(g) La firma sotto costrizione, ovvero la deportazione travestita da legge. Il 28 marzo 2026, lo si tenga a mente, perché è una data giuridicamente significativa, il Parlamento israeliano ha approvato una nuova legge ad personam, anzi ad multitudinem: la riduzione da settantadue a ventiquattro ore del termine di espulsione per gli attivisti delle missioni verso Gaza. Una legge fatta dichiaratamente per la Flotilla. Il bacio della morte mafioso prevede sempre, dopo la dimostrazione di forza, un «riconciliarsi» formale: la vittima firma, davanti al boss, una qualche dichiarazione (che non protesterà, che non parlerà, che smetterà di lavorare in quel quartiere). I 175 della Global Sumud Flotilla, prima dell’espulsione, quest’anno verso Creta e non verso Ashdod, perché trattenerli in Israele «esporrebbe a critiche e condanne ancora più nette», dovranno firmare una rinuncia a tornare in Israele per cinquanta o cent’anni. La firma sul modulo di deportazione è il sacramento finale dell’iniziazione coatta. Lo Stato che ti ha sequestrato in mare aperto ti consegna alla porta di casa con una promessa scritta in pugno: di non ripensarci.
(h) Il giornalista è l’ultimo a entrare. La mafia conosce una sola regola tassativa: il testimone non si avvicina. Sceresini per il manifesto è stato sequestrato, unico giornalista catturato, mentre Mantovani del Fatto Quotidiano, sulla Vivi/Sabra, e Chiara Sgreccia di Domani sono fortunatamente sfuggiti perché le loro imbarcazioni si trovavano nel gruppo che è riuscito ad allontanarsi verso le acque greche. Le radio erano già state jammate. Le ultime parole di Sceresini, registrate poco prima della perdita del segnale, sono «ci stanno intercettando». È la procedura che vediamo applicata a Gaza dall’ottobre 2023 con un numero di giornalisti uccisi che, a dato del Comitato per la Protezione dei Giornalisti del 2026, supera ormai duecentosessanta persone, il bilancio più sanguinoso della storia del giornalismo dal 1945. La mafia conosce una sola minaccia sistemica, quella del testimone, e la reprime con la sistematicità del proprio principio costitutivo.
(i) Il ridicolo come arma di vittoria. Una variante non secondaria del metodo. Mentre l’assalto era ancora in corso, il portavoce del ministero degli Esteri israeliano gestito da Gideon Saar pubblicava sui social l’immagine dei preservativi rinvenuti nelle barche, «love boat», «crociera», «provocazione di Hamas». Il primo ministro Benjamin Netanyahu si congratulava con la Marina e derideva i sequestrati: «Continuerete a vedere Gaza su YouTube». Il generale della riserva Eliezer Marom, ex comandante della Marina, ai microfoni di Radio 103FM li definiva «terroristi che imperversano sul mare» invocando metodi «più aggressivi». Alla vittima non basta togliere la libertà, l’incolumità, il telefono, la barca: bisogna anche toglierle la dignità dell’avversario. La derisione è il pizzo simbolico. Il padrino non chiede solo che il taglieggiato paghi, chiede che paghi sorridente, che ringrazi, che si vergogni di aver provato a far altro. La cronaca di Roma del 1° maggio 2026, la piazza che grida «blocchiamo tutto, di nuovo», è la prima risposta italiana che dice che non si è disposti a pagare il sorriso.
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5 commenti su “Flotilla Piratata, la Protezione di un Sistema Mafioso Internazionale. Gaza, l’IDF Spara sulle Madri.”

  1. È interessante notare che di fronte a queste stragi hitleriane la “signora” Segre è sparita da un bel pezzo dai radar. Qualcuno ha notizia?

  2. I governanti israeliani che hanno impartito gli ordini di assaltare i naviganti e poi proseguire con le vessazioni e i furti non sono uomini. Dobbiamo iniziare a renderci conto che sono ” diavoli” agenti del Male.
    PS preciso di non aver già scritto questo commento

  3. Non Metuens Verbum

    Senti in TV pensosi commentatori che fanno la distinzione tra il cattivo Letamiahu e il buon popolo di Israele. Come fare differenze tra Lucifero e Barbariccia.

  4. Non Metuens Verbum

    Senti in TV pensosi commentatori che fanno la distinzione tra il cattivo Letamiahu e il buon popolo di Israele. Come fare differenze tra Lucifero e Barbariccia.

I commenti sono chiusi.

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