Il tempo dello Spirito, il Tempo degli Anarchi. Il Matto

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni su spirito, libertà, e radice di essa. E sul concetto di anarchia, costruito dall’alfa privativo e dal termine che indica capo, struttura di comando. Il che non è disordine….Buona lettura e meditazione.

§§§

 

 

IL TEMPO DELLO SPIRITO

IL TEMPO DEGLI ANARCHI

 

«Il fatto suona complicato, tuttavia è semplice, perché ognuno è anarchico: è appunto questo l’aspetto normale in lui. Vero è ch’esso viene condizionato fin dal primo giorno da padre e madre, da Stato e società. Sono potature, spillamenti abusivi di quella forza primigenia cui nessuno sfugge. Occorre rassegnarvisi. Ma l’elemento anarchico rimane nel fondo come un segreto, per lo più inconscio al soggetto stesso. Può prorompere fuori come lava, può distruggerlo, liberarlo. Qui occorre differenziare: l’amore è anarchico, il matrimonio no. Il guerriero è anarchico, il soldato no. L’omicidio è anarchico, l’assassinio no. Cristo è anarchico, Paolo no. (…). La storia del mondo è mossa dall’anarchia. Insomma: l’uomo libero è anarchico, l’anarchista no».

Ernst Jünger, Eumeswil

 

Si sottolinea ciò che riguarda tutti: «la forza primigenia cui nessuno sfugge, l’elemento anarchico (che) rimane nel fondo come un segreto, per lo più inconscio al soggetto stesso. Può prorompere fuori come lava, può distruggerlo, liberarlo». Si tratta di una forza super-temporale che sta prima della religione (in senso lato), poiché questa è calata nel tempo, nasce nel tempo, si organizza nel tempo, assume un linguaggio e un potere nel tempo, è anch’essa nella dimensione dellla decandenza, del divenire, dei cambiamenti, e, argomento incandescente, una forza che è può distruggere e può salvare.

 

Non è escluso che sia più o meno prossimo il Tempo dello Spirito, il Tempo degli Anarchi, una genìa di soliti pochi che non si amalgamano ad un ordine costituito, che in quanto tale non può dirsi incontaminato dalla volontà tutta mondana di farne un Potere. Ogni ordine costituito e la sua controparte trasgressiva esercitano il Potere per trattenere le masse in una condizione di appiattimento, che infine induce ciascuno a rinchiudersi nel proprio recinto spinato, da cui, al massimo, può esalare un’insoddisfazione  che in ogni caso resta sotto il pieno controllo concultante del Potere.

 

Scrive Richard Yates:

 

«È una malattia. La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità».

 

«La piccola, dannata, comoda mediocrità»: motivo prezioso per un’introspezione, per conoscersi, per sapere chi si è, per far evaporare la meschina scontatezza dell’“essere a posto”, al sicuro nel proprio bozzolo, crisalide che mai può e vuole diventare farfalla, angoletto ragnatelato in cui ognuno gestisce la propria incolumità, agevolata e  controllata dal Potere.

 

Elia Canetti rincara la dose:

 

«Non ho mai sentito parlare di un uomo che abbia attaccato il potere senza volerlo per sé, e in questo i moralisti religiosi sono i peggiori».

 

Dice l’Eccelso Anarca: «Voi siete nel mondo, ma non del mondo».

A chi si rivolge se non agli anarchi?

 

Un anarca, si badi, non è un anarchico (o anarchista come lo chiama Jünger). Mentre l’anarchico si lascia ossessionare dal Potere e lo combatte, rimanendone in qualche modo dipendente, l’anarca è libero interiormente e non si oppone per necessità, bensì si pone al di fuori, esattamente come  l’Eccelso Anarca che ha spronato a (ri)dare a Cesare quel che è di Cesare, ovvero la mammonesca moneta, lo sterco di Satana, il mezzo del Potere. Sprone evidentemente ignorato dagli addetti ai lavori che hanno tramutatato l’Autorità nel mondo in Potere del mondo.

«Il parallelo positivo dell’anarchista è l’anarca», scrive Jünger.

Dunque l’anarca è nel mondo ma non del mondo, di conseguenza è libero dal mondo, non impastoiato con il Potere pluricefalo gestito da coloro che sono del mondo, giacché senza il mondo il Potere non avrebbe dove attecchire.

 

Il Potere è onnipervadente e camaleontico: ovunque stabilisce le regole ed esige la loro osservanza. È nelle mani di pochi nei confronti delle masse e mostra il suo carattere impositivo di fronte al quale, tra le masse, i trasgressori, quindi gli anarchici, costituiscono a loro volta un Potere trasversale, un Potere anarchico, il Potere che si mette di traverso a se stesso. Così il Potere vive del suo  contraddittorio e conflittuale dispotismo pluricefalo. Nel mondo il conflitto è inevitabile poiché al Potere che vuole affermarsi si oppone il Potere che lo contrasta. Lo schierarsi comporta inevitabilmente l’essere del mondo e quindi alle dipendenze del Potere. L’anarchico si schiera e cade nella trappola. L’anarca non si schiera e perciò non resta condizionato: egli è nel mondo ma non del mondo, proprio come l’Eccelso Anarca, Rappresentante esemplare del Non-Potere e della Pura Autorità.

Strumento del Potere è il linguaggio, ovviamente pluricefalo e coercitivo anch’esso.

* * * * *

Andrea Nicolini in La gioia dell’irriducibile:

«Nella Lezione inaugurale di Semiologia letteraria tenuta al Collège de France il 7 gennaio 1977, Roland Barthes pronuncia una frase destinata a diventare famosa non solo tra i linguisti: “la lingua non è né reazionaria né progressista; essa è semplicemente fascista”.

 

In questa che non è un’invettiva contro l’uso della lingua, ma contro la sua stessa struttura, Barthes voleva sottolineare il doppio vincolo che lega il linguaggio all’essere umano. Se infatti da una parte il linguaggio è ciò che permette di esprimere tanto i propri pensieri quanto le proprie emozioni, dall’altra è strutturato in modo rigido incanalando e orientando quegli stessi pensieri ed emozioni in modo eteropico. Da questo  incontro/scontro con il linguaggio emerge, secondo Barthes, quella triste verità per cui “parlare, e a maggior ragione discorrere, non è, come si ripete troppo spesso, comunicare: è “sottomettere” (M. Foucault) tanto gli altri quanto se stessi ad una struttura che intrappola il soggetto quanto più questi cerca di esprimersi. Da qui il suo fascismo, un fascismo che sembra essere senza scampo poiché non emerge dal suo contenuto – che può essere fascista o non esserlo affatto – ma dalla sua stessa struttura. Ora, se consideriamo la lingua fascista per struttura, allora dobbiamo ritenere fascista anche l’istituzione. Come la lingua infatti, ogni istituzione è strutturata in modo molto preciso permettendo ai suoi membri di esprimersi solo attraverso delle regole rigidamente determinate».

* * * * *

Il fascismo esercitato dalle istituzioni del mondo è contrastato dalle istituzioni, anch’esse del mondo e sedicenti “antifasciste”, che invece, sempre attraverso il linguaggio, sono fautrici fasciste della destrutturazione. Ma il gioco non cambia poiché è sempre il Potere camaleontico che si autocombatte, per un verso strutturando e per un verso destrutturando, servendosi del linguaggio opportunamente manipolato e adattato alla bisogna.

 

La libertà che si oppone al Potere è essa stessa Potere: al Potere può opporsi soltanto il Potere. Il Potere vive del Potere, del pluricefalo se stesso. Soltanto gli anarchi ne restano immuni.

 

L’Autorità – spirituale o civile che sia – tramuta inesorabilmente in Potere, perciò dipende dal Potere che è un ente reale. L’Autorità stabilisce un linguaggio impositivo, dunque un Potere che non sopporta il Potere che la contraddice e le resiste, quest’ultimo non senza la tentazione di spodestare il primo.

 

Al contrario delle istituzioni che sono del mondo, l’anarca, come l’Eccelso Anarca, se ne tiene lontano poiché è nel mondo ma non del mondo. Nel mondo l’anarca vive pienamente il Tempo dello Spirito, che non è il tempo del mondo, non è il tempo della  necessità. Il regno dell’anarca non è di questo mondo.

 

Scrive  Jünger in Irradiazioni (Diario 1941-1945):

 

«Non si è liberi quando si ha libertà, ma quando non se ne ha bisogno»,

 

osservazione radicale sull’autosufficienza interiore che ricorda lo stoicismo e l’ascetismo dei mistici. Chi non ha bisogno della libertà è già libero poiché è già nella Verità, che infatti non ha alcuna necessità d’imporsi. Chi la osteggia e chi se ne appropria è già auto-sconfitto.

 

E ancora, nel  Secondo Diario di Parigi (1942):

 

«Il momento in cui nasci è meno importante della luce che porti dentro di te»,

 

un’eco della sua idea dell’uomo come un essere che trascende la storia attraverso l’interiorità e la Luce che vi brilla.

 

Dag Hammarskjöld:

 

«Solo la consapevolezza raggiunta nell’inseguire la struggente luce interiore ci permette di comprendere cosa sia la fede».

 

«Inseguire la struggente luce interiore»: questo e non altro lo slancio dell’Anarca, più modestamente ma decisamente del … Matto.

 

Lo Spirito, cioè la Luce interiore, è ultra-mondano, divino, e perciò non può essere definitivamente posseduto e imballato in un linguaggio del Potere che nell’affermarlo suscita un linguaggio del Potere che lo contesta. La Luce è Luce, non è linguaggio, non è struttura, non è Potere, non è istituzione. Nell’uomo, il linguaggio fossilizza la Luce. Pur essendo nel mondo, l’anarca conserva la purezza primeva della propria coscienza la cui essenza è ultra-mondana, è solido nella sua nudità arcaica, non indossa, come il dormivegliante omologato, una qualsivoglia maschera del Potere, giacché per operare il Potere deve assumere una maschera, una parte, uno schieramento, tanto un porsi-con quanto un porsi-contro, in ogni caso al di sopra. Il Potere dà luogo al conflitto fra le proprie molteplici maschere. Dietro ogni maschera c’è il medesimo Potere ingannatore. L’esercizio del Potere non può riguardare che il mondo, “questo mondo”. Chiunque eserciti il Potere, tanto nel suo affermarsi quanto nel suo opporsi, è preda del mondo. L’anarca non può esser preda di chicchessia poiché non è del mondo. I predatori-plagiatori d’ogni specie sono del mondo e operano nel mondo.

 

* * * * *

Da: il pensieroforte.it

 

«Nel 1978, ad 83 anni, Ernst Jünger lasciò emergere la figura dell’Anarca dalla città di Eumeswil, una città priva di spazio e di tempo e proprio per questo luogo ideale dell’Anarca […] Eumeswil è uno dei frutti tardivi dello Stato mondiale dopo la dissoluzione degli Stati nazionali scomparsi nel cataclisma dei “grandi abbracci”, cioè del globalismo e del mondialismo che distruggono la diversità e la specificità.

[…]

Il potere, in questa città-Stato contraltare della terribile Metropolis di Fritz Lang, è nelle mani del Condor, il cui colpo di Stato ha cacciato i tribuni e il cui palazzo è denominato la Casbah, segno che il potere, sotto l’apparenza dell’ordine, cova solamente il caos. Qui vive Martin Venator, o Manuel come lo chiama il Condor sensibile alla sonorità dei nomi. È un giovane storico che di notte lavora come cameriere al bar della Casbah a diretto servizio del dittatore. Martin Venator concilia le due attività dal punto di vista sia dell’interesse storico verso la politica del Condor e dei suoi intimi, sia soprattutto in virtù del suo essere l’Anarca, quindi non contro o a favore del potere, ma ad esso intimamente estraneo, indifferente quindi tanto al servirlo quanto al combatterlo.

 

Già qui si pone una fondamentale differenza tra l’Anarca e l’anarchico (l’anarchista, come lo chiama Jünger), benché l’humus che li ha generati sia lo stesso. Tutti infatti sono anarchici e per questo famiglia, società e Stato intervengono immediatamente per condizionare e potare questa forza primigenia; tuttavia, l’elemento anarchico rimane come sottofondo, magari inconscio, ma sempre pronto a prorompere come lava. Tutto ciò che è forza agente è anarchico – l’amore, il guerriero, l’omicidio, Cristo – mentre la loro controparte borghese – il matrimonio, il soldato, l’assassinio, san Paolo – no. «La storia del mondo è mossa dall’anarchia».

 

Tuttavia, l’anarchista, e potremmo aggiungere il Ribelle, sono dei perdenti nella lotta per la libertà perché, contrapponendosi al potere, con la lotta o con il ritiro nel bosco, finiscono per lasciarsi individuare dal potere come antagonisti e quindi facilmente disinnescabili.

[…]

Il Ribelle, nella lettura jüngeriana, antagonista della società contemporanea, repressiva e politicamente corretta, finisce per essere funzionale al sistema che può vantare un’opposizione che resta tuttavia del tutto impotente. Allo stesso modo, anche l’anarchico finisce per essere facilmente contrassegnato ed emarginato; d’altronde, mentre l’Anarca può vivere in solitudine, l’anarchico è un tipo sociale che ha bisogno dei suoi simili, sia perché li ritiene, come Rousseau, naturalmente buoni, sia perché ne ha bisogno al fine di costituire un gruppo di contestazione del potere costituito […] In quanto antagonista, l’anarchico è subordinato al potere perché è caratterizzato dalla contrapposizione, dall’essere anarchico in virtù della sua volontà di annientare il potere.

«Opposizione è collaborazione» e per questo l’anarchico nuoce meno all’ordine di quanto non lo confermi. L’anarchico Dalin, nel romanzo dello scrittore tedesco, non può non fallire e la sua morte è inutile quanto beffarda e persino in qualche modo ridicola. L’Anarca, invece, conosce le regole del gioco e vi si inserisce , il che comporta il minor numero di complicazioni.

 

Così, scrive Jünger, «il parallelo positivo dell’anarchista è l’anarca», il quale, infatti, non si contrappone al monarca, al potere, ma ne costituisce il pendant; anche l’Anarca è sovrano, ma di quell’unico suddito che davvero gli interessi: se stesso.

 

“Rendi felice te stesso” è il suo principio cardine; per questo può anche servire il potere, ma come uno spettatore che si gode lo spettacolo e si compiace del compito portato a termine per se stesso e non in vista di un fine. Non a caso, sostiene l’Anarca, quanto più la partecipazione al mondo si riduce, tanto più è possibile comprenderlo con maggiore nitidezza.

Addirittura l’Anarca ha bisogno dell’autorità – sebbene non creda in essa, né quando si manifesta come tirannide, né quando si traveste da sistema democratico – poiché entrambe le forme poggiano sull’uguaglianza cui recano in sacrificio la libertà.

 

L’Anarca è piuttosto vicino all’Unico di Stirner, più volte infatti citato e discusso nel romanzo, mentre è abissalmente lontano dall’individualismo borghese, indifferente anch’esso al mondo, ma solo per egoismo e meschino tornaconto. Ma l’Anarca non è nemmeno il superuomo, il quale partecipa alle gare competitive di tipo sociale, mentre l’Anarca si accontenta dello spettacolo: «Il potere può capitare nelle mani dell’anarca per circostanze esteriori, ma sarà per lui un fastidio».

 

* * * * *

Da opinione.it

 

«Martin è autenticamente libero, perché, novello stoico, egli vive l’anarchia in maniera radicale, integrale, profonda. Egli non vive l’anarchismo da trincea. La sua libertà lo rende impassibile dinanzi ai soprusi del mondo esterno. Questo aspetto è profondamente cristiano: non è un caso forse che Venator sottolinea, sin dalle prime pagine del romanzo, che il suo nome Martin è un nome cristiano e militare al contempo (si pensi a san Martino di Tours, soldato romano, consacrato dal padre al dio della guerra Marte, poi convertitosi al cattolicesimo). Ma il combattimento di Venator è tutto diverso da quello convenzionale. Sebbene la città-stato di Eumeswil sia continuamente minacciata da misteriose ed estese potenze asiatiche, capeggiate dal Khan giallo, l’anarca ha conseguito già la propria vittoria interiore».

 

* * * * *

È probabile che stia per giungere il Tempo dello Spirito, il Tempo degli Anarchi, di coloro che hanno conseguito la propria vittoria interiore o siano decisamente incamminati su tale Via, coinvolti nel mondo ma non  del mondo.

Sferzante, Julius Evola indica gli Anarchi:

«Isolati, impassibili e intransigentemente aristocratici in questo mondo di mercanti, di ingabbiati e di deviati».

L’Anarca in quanto «uomo raffinato» in George Ivanovitch Gurdjieff:

«Tratto caratteristico dell’uomo raffinato è la sua capacità di recitare alla perfezione qualsiasi parte voglia nella sua vita esteriore, mentre interiormente si mantiene libero».

 

Magnificamente Martin Venator (addirittura veggente?):

 

«Come storico sono scettico, come anarca sto in guardia […] La mia libertà personale è un vantaggio secondario. Al di là di essa, io sono pronto al Grande Incontro, all’irruzione dell’Assoluto nel tempo. Là, hanno termine storia e scienza».

 

Preziosissimi quello « stare in guardia»! e quel «sono pronto»! Ossia: vegliante! A rigore, non serve altro!

 

«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento […] voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati».

 

In chiusura, mi si perdonerà l’omologo, universale riferimento nipponico.

 

Recita il Credo del Samurai, quindi dell’Anarca:

 

«Non ho capacità: la prontezza di spirito (toi sokumyo) è la mia capacità».

 

Si tratta del medesimo spirito di cui ne La Via della Solitudine (Dokkodō) scritta dal grande anarca Miyamoto Musashi:

 

«in tutte le cose non abbiate preferenze,

siate indifferenti a dove vivete».

Senza preferenze, ossia senza stabilire ed esercitare un potere.

Indifferenza a dove si vive, ovvero cioè essere nel mondo ma non del mondo.

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7 commenti su “Il tempo dello Spirito, il Tempo degli Anarchi. Il Matto”

  1. Don Pietro Paolo

    Considerazioni di un prete cattolico:
    Il testo contiene alcune intuizioni reali e persino suggestive. Coglie, ad esempio, un punto importante: l’uomo non si esaurisce nelle strutture sociali, politiche o istituzionali, e il cristiano è davvero chiamato a non lasciarsi assorbire dalla logica del mondo, del potere, degli schieramenti. In questo senso, il richiamo evangelico a essere “nel mondo ma non del mondo” è giusto, così come è acuta la critica a molte forme di falsa opposizione che finiscono per restare interne alla stessa logica del potere che pretendono di combattere.

    Tuttavia, da cristiani, bisogna dire che il quadro generale è profondamente ambiguo e, in alcuni passaggi, non compatibile con la fede.

    Il primo problema è l’accostamento tra Cristo e l’“anarca”. Cristo non è un “anarca” nel senso jüngeriano, cioè un sovrano interiore che resta libero sottraendosi alle strutture del mondo. Cristo è anzitutto il Figlio obbediente al Padre, che entra pienamente nella storia, assume la carne, accetta la croce, raduna i discepoli, fonda una comunione visibile. Non si limita a smascherare il potere: lo vince attraverso l’amore, il sacrificio e l’obbedienza. Perciò dire “Cristo è anarchico, Paolo no” non è una semplice provocazione letteraria: è una contrapposizione falsa, perché oppone arbitrariamente Cristo alla dimensione ecclesiale e apostolica voluta da Lui stesso.

    Il secondo problema è l’opposizione quasi sistematica tra Spirito e istituzione, come se lo Spirito appartenesse alla pura interiorità libera, mentre ogni forma storica, comunitaria, linguistica o sacramentale fosse già una caduta nel potere. Ma il cristianesimo non pensa così. Lo Spirito Santo non viene a cancellare l’Incarnazione, né a dissolvere la Chiesa, bensì a vivificarla. La fede cristiana non è pura esperienza interiore ineffabile: è anche parola, sacramento, corpo, comunione, autorità, missione. Certo, ogni istituzione umana può corrompersi; ma ridurre l’istituzione in quanto tale a maschera del potere significa non comprendere più il carattere incarnato e storico della salvezza cristiana.

    Il terzo punto è la concezione dell’autorità. Nel testo, autorità e potere tendono quasi a coincidere fatalmente. Ma per il cristiano non è così. Esiste un’autorità autentica come servizio, custodia, responsabilità, paternità, ordinamento al bene. Il problema non è l’autorità in sé, bensì la sua degenerazione mondana. Altrimenti si finirebbe per sospettare non solo delle istituzioni civili, ma anche della Chiesa visibile, del ministero apostolico, perfino di ogni forma di mediazione. E questo non è cattolico.

    Infine, la figura dell’“anarca” appare molto più vicina a un ideale stoico, aristocratico, autosufficiente, che non al santo cristiano. Il santo non è semplicemente colui che resta interiormente libero e distante; è colui che ama, e proprio per amore si espone, si lascia coinvolgere, soffre, serve, si dona. La libertà cristiana non consiste nel bastare a se stessi o nel rimanere spettatori superiori del mondo, ma nell’appartenere a Cristo e, in Lui, essere liberati dal peccato per amare Dio e il prossimo.

    In conclusione, il testo ha una sua forza nella critica alla mondanità, al conformismo e alle finte ribellioni interne al sistema. Ma sbaglia quando trasforma questa intuizione in una sorta di spiritualità alternativa, centrata sull’interiorità sovrana dell’“anarca”. La fede cristiana non propone l’evasione aristocratica dal mondo, bensì la trasfigurazione del mondo in Cristo; non una libertà chiusa in se stessa, ma una libertà che si compie nell’obbedienza, nella verità, nella comunione e nella carità.

    1. Prendo atto con rispetto che lei la vede così.
      Spero altrettanto da lei per come la vedo io.
      La sua Coscienza ha un’unica forma preferita. La mia Coscienza non ha una forma preferita.
      L’Essenza della sua Coscienza e della mia Coscienza è la stessa
      V’è una sola Essenza., poiché v’è una sola Radice.
      Lo scambio dialettico è niente più che un gioco.
      Il bianco e il nero si muovono sulla medesima scacchiera.

    1. gloria.tv ha rifiutato la connessione.

      Che faccio? Delle diavolerie tecniche non me ne intendo …

    2. Ora ho potuto accedere.
      Che dire? La scienza ha un Potere, anche quello di unirsi alla politica che ha un Potere.
      Insomma è sempre il Potere che fa il bello e il cattivo tempo.
      Ma soltanto qui sulla terra, perché il Potere è nel mondo e del mondo.
      L’anarca ne resta coinvolto ma non condizionato poiché è nel mondo ma non è del mondo.
      L’Eccelso Anarca è l’eccelso esempio: coinvolto fino alla morte ma intoccabile nella sua libertà.

  2. stefano raimondo

    Niente da aggiungere. C’è solo da ringraziare il Matto.

    PS – Bella la definizione di “Eccelso Anarca” (e ovviamente importante l’analogia tra l’Eccelso e gli altri anarchi citati).

    “In qualsiasi momento un uomo può mostrare come è cresciuto. In questo modo dimostra la sua libertà – fisicamente, mentalmente, moralmente, soprattutto in pericolo. Come rimanere fedele a sé stesso: questo è il suo problema. Questa è anche la pietra di paragone del poema.” (Jünger)

I commenti sono chiusi.

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