Della “Presa di Posizione” (Parte 2/2). Il Matto.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto offre alla vostra attenzione la seconda parte delle riflessioni sulla Presa di Posizione. La prima la trovate a questo collegamento. Buona lettura e diffusione.

§§§

 

DELLA “PRESA DI POSIZIONE”

(PARTE 2/2)

 

Nel Raccoglimento silente non può darsi alcuna granitica “presa di posizione”, alcun ferreo punto di vista, non può vantarsi alcuna PROPRIETÀ, quindi non c’è alcun punto di difesa e di attacco, non c’è né vittoria né sconfitta, ovvero alcun chiassoso, autoreferenziale e pretenzioso agglomerato psichico fatto di pensieri e desideri, ossia l’artefatto che il soggetto, identificandovisi, organizza stabilmente a modo suo, ponendolo ad auto-giustificazione del proprio comportamento conflittuale.

 

Il Raccoglimento silente realizza invece un AUTO-ESPROPRIO, una rinuncia, una catarsi, un impoverirsi, un lasciar andare ogni pensiero, ogni parola e ogni desiderio, quindi ogni granitico punto di vista, ogni soggettivo ed intransigente atteggiamento, insomma ogni inamovibile “presa di posizione” che alfine costituisce un blocco, un irrigidimento, un isolamento individuale o di gruppo, insomma una diavoleria nel senso etimologico del termine.

Marco Vannini (il maiuscolo è mio):

 

«Bisogna che l’anima “muoia”, ossia che nel distacco si perda la EINGENSCHAFT, la APPROPRIATIVITÀ, che costituisce l’essenza stessa dello psichismo, e in questa “morte” dell’egoità psichica compaia lo spirituale. Nella storia delle religioni si manifesta infatti il fenomeno del soggetto che ha perduto se stesso proprio in quanto soggetto, egoità psichica, e perciò si identifica con l’assoluto, col divino».

 

«Se – dice Maestro Eckhart – io fossi di intelletto così ampio da comprendere tutte le immagini che mai gli uomini hanno avuto, ed anche di tutte quelle che sono in Dio, ma in modo da essere privo di attaccamento personale ad esse, sì da NON APPROPRIARMI di nessuna di esse nel mio agire o non agire, col prima o col dopo – ma, al contrario fossi libero e vuoto in questo momento presente […] – allora davvero sarei “vergine” senza essere ostacolato da nessuna immagine, proprio come lo ero quando ancora non ero».

 

Per chi è dotato della non scontata, anzi rara sensibilità animica, il «NON APPROPRIARMI» di Eckhart è espresso in modo apofatico, succinto e penetrante da Mariangela Gualtieri; brano inconcepibile da chi si sente vivo affermandosi  soltanto pensando e parlando (il maiuscolo è mio):

 

«Chiedo la forza del tirarsi indietro, la forza di ogni rinunciante, la forza di ogni digiunante e vegliante, la forza somma del non fare, del non dire, del non avere, del non sapere. La forza del NON è quella che chiedo. NON, NON, NON: che parola splendida questo NON».

 

«NON» che trova riscontro in Antoine de Saint Exupery (il maiuscolo e mio):

 

«La perfezione si ottiene non quando non c’è più da aggiungere, bensì quando NON C’È PIÙ NULLA DA TOGLIERE».

 

Il “luogo” ove transitano i pensieri e i desideri, con il loro continuo apparire e scomparire (spesso, per non dire sempre, inavvertito), è la Coscienza, il cui simbolo, non per nulla, è lo Specchio. La Coscienza  è l’In-sé-così-com’è, nella sua pura arcaica libertà; è la Sicceità: sic-est (è così), che però nel soggetto è impedita da qualsivoglia punto di vista assunto irremovibilmente, ossia, è bene ripeterlo, dall’agglomerato psichico – l’artefatto – illusoriamente fissato dal soggetto come PROPRIETÀ,  vale a dire “pro domo sua”, a cui il soggetto stesso non può fare a meno di improntare il proprio comportamento, il suo essere condizionato, la sua personalità. Così, ogni “domo sua” si costituisce come un bunker al di fuori del quale, neanche a dirlo, c’è il nemico.

 

Annah Arendt:

 

«Oggi è raro incontrare persone che credono di possedere la verità; ci confrontiamo invece constantemente con quelli che sono sicuri di avere ragione».

 

Ecco quindi che la “presa di posizione” ritenuta irrinunciabile prende a costituire un attaccamento identificativo, un condizionamento, una forma – un artefatto – della Coscienza che in Sé non ha forma ed è vuota come lo Specchio. Si tratta pertanto di un’auto-reclusione – scambiata per libertà! – nella prospettiva del proprio bunker, come già visto individuale o di gruppo, le cui strette feritoie non permettono che una limitata visuale.

Cormac McCarthy:

«La vostra immagine del mondo è incompleta in un modo davvero straordinario e anomalo. Vedete solo quello che volete vedere».

 

Si badi: si vede solo quello che si vuole vedere. Come dire con estrema auto-miopia. Si finisce per credere solo al frammento dell’intero che si può vedere dalle feritoie della blindata EINGENSCHAFT.

 

Il Raccoglimento silente comporta l’auto-ispezione che mette in grado di individuare il processo di oscuramento della Coscienza, ovvero di maculazione dello Specchio, che sopravviene nel soggetto ancora non disposto a «lasciare la presa», in giapponese omoi no o tebanashi: “aprire la mano del pensiero”, la mano solitamente rattrappita sulla PROPRIETÀ. Si può notare come al praticante del Raccoglimento silente, nel suo impegno a «lasciare la presa» corrisponda l’evangelico mercante che, saputo di una «pretiosa margarita», va, vende tutti i suoi averi e la compra: sublime scambio teandrico per il quale una perla immarcescibile viene data in cambio di … un sacco di spazzatura!

«Pretiosa margarita» che non è niente di cui si può pensare e immaginare! Niente di cui parlare e scrivere migliaia di pagine … di spazzatura.

 

Perciò è da notare che è stato possibile enunciare i vari dogmi perché c’è un Dogma Primevo, cioè un Insegnamento che per la sua Orginalità non può essere espresso e che si può realizzare soltanto per una disposizione mistica che rinuncia a comprenderlo con l’intelletto e la ragione che sono inesorabilmente arrancanti dopo di Esso.

 

L’auto-ispezione permette di individuare la vocina afona ma incistita e perentoria che sibila: «è come dico io», la quale fa immediatamente comparire sulla scena quelli che «hanno torto», ciascuno dei quali, manco a dirlo, afferma «è come dico io», per il cannoneggiamento reciproco fra bunker.

Perciò il Puro Comportamento, pacifico e pacificante, non può scaturire da alcun artefatto, da alcuna PROPRIETÀ, da alcun punto di vista, da alcun ego-aggrappamento, da alcuna proterva “presa di posizione”, che il monaco giapponese Takuan Soho indica con moshin: “la mente-ghiaccio” o “mente illusa”, distinguendola da honshin:  “la mente acqua”, o “mente giusta”.

 

Così, ecco il koan (dilemma irrisolvibile dalla logica e dal ragionamento): insieme allo Specchio immobile-imperturbabile, che «cambia di aspetto, senza in verità cambiare», anche l’Acqua è simbolo della Mente che non ristagna ma scorre limpida lasciandosi dietro ogni ostacolo. Infatti, l’ideogramma 流 nagasu/nagareru significa corrente, flusso, ed è formato dal radicale dell’acqua氵che indica una relazione con i liquidi o la fluidità, e da 㐬 che suggerisce un’azione continua o movimento. Lo si ritrova in ki no nagare: flusso dell’energia vitale” (di basilare importanza nelle Vie marziali ma non solo). Interessante anche lo shintoista  Kannagara No Michi: “La Via del fluire con gli Dèi”, come anche l’espressione idiomatica nagare ni mi wo makaseru, che significa “seguire il flusso” o “lasciarsi trasportare dalla corrente”, riflettendo un atteggiamento di accettazione virile e adattamento di fronte alle circostanze della vita. Cristianamente, abbandono alla Divina Provvidenza, secondo che dice zenisticamente Jean Pierre de Caussade:

 

«Bisogna essere distaccati da tutto quello che si prova e da ciò che si fa, per camminare nella via in cui non si vive più che in Dio e nel dovere presente».

 

Assonanza per niente sorprendente con quanto afferma il sufi Abu’l-Husayn:

 

«Il Sufi è colui che non è attaccato a nulla, e niente gli si attacca. Il Sufismo è un’essenza senza forma».

 

Mirabile sintesi cristiano-islamica De Caussade-Abu’l-Husayn:

 

«Un’essenza senza forma» che compie il «dovere presente»,

 

ovvero una povertà di spirito che agisce qui ed ora.

 

Non è roba da Matti?

§§§

 

Aiutate Stilum Curiae

IBAN: IT79N0200805319000400690898

BIC/SWIFT: UNCRITM1E35

***

Banner 250x115

17 commenti su “Della “Presa di Posizione” (Parte 2/2). Il Matto.”

  1. Ritorno ogni tanto a leggere quanto si scrive sul silenzio, sulla mistica, che si afferma facciano capolino in ogni esperienza religiosa ed umana e mi dico: belle parole.
    E mi sembra che proprio queste, di contro, in fondo in fondo, tradiscano, misconoscano la realtà stessa di ciò che si vorrebbe presentare quale “mistica”.
    Senza, infatti, la produzione di pensieri come immagini, che innegabilmente vengono prodotte da puro materiale organico, che chiamiamo cervello umano, e tradotte in parole-suoni, come sapremmo della reale esistenza di mistica?
    La mistica è forse realtà esistente che viene annullata, annichilita dalla parola e perfino dalla stessa produzione di pensiero e conseguente moto di comunicazione?
    O è parola di ciò che non è? Di ciò che ci si illude come sperimentabile?

  2. Caro Il Matto,
    “unicuique faber fortunae suae”.
    Così è.
    Se ciascuno costruisce la propria fortuna, cioè il proprio Destino, quale Destino ha costruito ciascuno di noi, ogni cosa?
    Un Dio ( cioè un movimento ) onnisciente, onnipotente, buono?
    Se Dio è buono ma incapace di porre rimedio al male, allora non è onnipotente.
    Se Dio non è buono ma solo onnipotente e non pone rimedio al male vuol dire che è malvagio, crudele.
    Se Dio non è nè buono, nè onnipotente, non possiamo chiamarlo Dio.
    Quale Destino, quindi, costruisce ciascuno di noi: anzi ogni cosa, cioè la realtà stessa?
    Nessun Destino, nessun Dio bisognoso d’amore, che non sia in divenire sempre diverso ed il medesimo: la Natura.
    Gv7,39: “…οὒπω γὰρ ἧν πνεῦμα”
    = non c’era ancora un vento. Ovviamente prima/dopo la Natura.

  3. Carissimo Non Metuens Verbum.
    Certo, la verità possiede ciascuno di noi ed anche ogni cosa, tutto.
    È ciascuno di noi che s’illude di “possedere” la verità.

  4. Carissimo IL MATTO, tu scrivi, scambiando con Adriana1:
    “Dobbiamo dunque ammettere che l’unica risposta (facile) è il fatalismo?”
    Il fatalismo è l’altro nome del Dio.
    In fondo sarebbe anche confortante come la melodia di Orfeo.
    Peccato che l’uomo lo riduca a Dottrina per una questione di…. giustizia, di sopravvivenza del più forte hic et nunc.
    L’uomo è destinato dalla Natura ad attuare in Natura l’Umanità!

  5. Non Metuens Verbum

    Non mi dispiace codesta citazione: ovviamente ci è facilissimo puntare il dito contro tutti gli altri.
    Annah Arendt:
    «Oggi è raro incontrare persone che credono di possedere la verità; ci confrontiamo invece contantemente con quelli che sono sicuri di avere ragione».

    Tutto il tuo post, in generale, è pieno di intuizioni suggestive e accattivanti, ma . . . cerchiamo di non cadere in un suggestivo nichilismo, non dimentichiamo l’Essere, non siamo Sartre col suo nulla. Certo, anche san Tommaso, al culmine della sua immensa ricerca dell’Essere, vide e disse: E’ tutta paglia ! E infatti noi cristiani, non possediamo la verità, ma la Verità possiede noi.

    1. Ti ringrazio per il contributo.
      Forse il mio scrivere non è all’altezza dell’argomento, però il “nichilismo” riguarda … l’annichilimento dell’umano per lasciar essere l’Essere,
      e, almeno per me, questo non è un gioco di parole.
      Un distinto saluto.

  6. Caro il Matto,
    il sistema va su e giù…ti avevo già risposto, ma tutto è svanito (anche il tuo articolo assieme a tutti gli altri).
    Bene: anche io, come Rolando, sono rimasta affascinata dalla frase sul non aggiungere, ma, semmai togliere fino al punto giusto per raggiungere la Perfezione.
    Lo faceva Michelangelo, ed ecco il Davide e le Pietà.
    Lo faceva Giacometti, ed ecco creature asteniche e fantasmatiche.
    Domanda: quante Perfezioni esistono?
    Speriamo che questa ti arrivi.

  7. Caro Matto,
    “la perfezione ” non sta nell’aggiungere ma nel togliere fino al punto giusto…Lo faceva Michelangelo e ne uscì il Davide…lo faceva Giacometti e ne uscirono astenici fantasmatici. Non è la stessa cosa. Quante perfezioni ci sono?

    1. Quanti sono gli esseri umani: dal perfetto risvegliato al perfetto satiro.
      Ognuno si confeziona il proprio destino con le proprie mani o zampe. Consapevole o meno che ne sia.
      Argomentino gigantesco, “esorcizzato” in mille maniere.

      1. Si confeziona con le proprie mani ( o zampe ) anche l’insospettabile, ma classico vaso da fiori che ti plana sulla testa dopo un volo dal terzo piano? ( di recente, a Napoli è avvenuta la classica caduta.)

        1. Devi (dobbiamo) decidere se esiste il caso oppure il karma.
          Certo, immaginare una vita dipendente dal caso dovrebbe suonare un po’ strano: generazioni che si affannano a conoscere questo e quello con la spada di Damocle del caso che gli pende sul collo.
          Invece, molto interessante il karma, argomento che può risultare anche spaventevole, se è vero che ogni azione (karma, appunto) è seme che prima o poi fruttifica. Chi ha deciso di passare (karma) per quella via, sotto la finestra da cui cade il vaso di fiori? E il vaso di fiori cade da solo o perché qualcuno non ha (karma) provvisto a ben fissarlo?
          E chi può scandagliare in tutto e per tutto le circostanze e le relative decisioni che hanno condotto all’accadimento?
          Molto più facile dare la colpa al povero, inesistente caso.

          1. Caro Matto,
            la vittima fu una ragazza andata ad ammirare -dall’esterno-una casa storica (mi pare del 1600) molto nota.
            La “causa” fu: 1) un movimento brusco di un frugolo di pochissimi anni contro un vaso non fissato come si deve. Forse- ripeto-: forse i genitori (presenti, ma occupati per i fatti loro) avranno preso appena una multina…
            Con il karma bisognerebbe andare indietro e avanti nel tempo e nei meandri cerebrali dei protagonisti involontari. “Sta scritto” è, forse, più facile.

          2. Adriana cara,
            ” ‘sta scritto’ è più facile”. D’accordo.
            Dobbiamo dunque ammettere che l’unica risposta (facile) è il fatalismo?
            Se è così, a che l’affanno filosofico-teologico per stabilire come dovrebbe essere l’uomo?
            Oppure il fatalismo è una causa seconda che obbedisce ad una causa prima chiamata “volontà di Dio”?
            E se è volontà di Dio che si muoia con un vaso che piomba sulla testa, che altro c’è da fare se non tacere?
            Mica si vorrà discutere la volontà di Dio!
            Anzi, un vaso in testa che risuta mortale non è altro che un “provvedimento” del Creatore per riportare a Sé un’anima tutto sommato divinamente privilegiata! Non è meraviglioso?
            Ciao.

          3. Caro Il Matto,
            “unicuique faber fortunae suae”.
            Così è.
            Se ciascuno costruisce la propria fortuna, cioè il proprio Destino, quale Destino ha costruito ciascuno di noi, ogni cosa?
            Un Dio ( cioè un movimento ) onnisciente, onnipotente, buono?
            Se Dio è buono ma incapace di porre rimedio al male, allora non è onnipotente.
            Se Dio non è buono ma solo onnipotente e non pone rimedio al male vuol dire che è malvagio, crudele.
            Se Dio non è nè buono, nè onnipotente, non possiamo chiamarlo Dio.
            Quale Destino, quindi, costruisce ciascuno di noi: anzi ogni cosa, cioè la realtà stessa?
            Nessun Destino, nessun Dio bisognoso d’amore, che non sia in divenire sempre diverso ed il medesimo: la Natura.
            Gv7,39: “…οὒπω γὰρ ἧν πνεῦμα”
            = non c’era ancora un vento. Ovviamente prima/dopo la Natura.

  8. Carissimo IL MATTO,
    tante belle parole culminanti in queste:
    «La perfezione si ottiene non quando non c’è più da aggiungere, bensì quando NON C’È PIÙ NULLA DA TOGLIERE».
    Tu citi Marco Vannini.
    Questi va oltre il cristianesimo!
    Ed andare oltre il cristianesimo significa intuire che nessuno ci può indurre in tentazione, neppure Dio, se ogni uomo è Perdono per gli altri e per se stesso.
    Perdono anche per Gesù, che con le ultime due invocazioni insegnate: “e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Male”, ha smentito tutte le altre richieste che precedono.
    Se non perdoniamo, non saremo perdonati. Ma se perdoniamo non abbiamo più bisogno di essere liberati da alcun Male.
    Perdono. E silenzio mistico.

    1. Caro Rolando,
      a proposito del Padre nostro, nel testo greco non ti impressiona l’uso dei verbi all’imperativo?

      1. Carissima Adriana1, certo che sì. L’uomo comanda e più si trova insicuro più comanda.
        Questo anche appare ‘trasmesso’ circa la preghiera ‘supposta’ insegnata da Gesù!
        Eppure avrebbe affermato in pari tempo che “il Regno è già in mezzo a voi”. Soddisfando così la finalità della funzione propria Messia degli ebrei!
        Ma l’imperativo rivela anche un’altra amara verità ben colta da Eraclito: “Pregare gli dei è come parlare con i sassi”.
        L’uomo recalcitra perchè la nicchia in Natura vorrebbe crearsela a propria convenienza, invece è imposta dalla Tike, dal destino, dalla Natura stessa. Non ci resta altro che lasciarci affascinare dalle melodie di Orfeo, qui descendit ad Inferos.
        I capelli del nostro capo son tutti contati. E… “la giustizia è la volontà del più forte”, come ha lasciato scritto una grande mente Frank Plumpton Ramsey, supervisor di Wittgenstein quando quest’ultimo presenta la sua tesi di dottorato a Cambridge per essere esaminato da Russell e Moore.
        Ciao.

I commenti sono chiusi.

Se hai letto « Della “Presa di Posizione” (Parte 2/2). Il Matto. » ti può interessare:

Torna in alto