Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sull’apropriarsi di qualcosa, non in senso fisico, o forse non solo fisico. Buona lettura e meditazione.
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DELLA “PRESA DI POSIZIONE”
(PARTE 1/2)
Lo specchio, infatti, riflette l’immagine di tutti coloro che in esso si scrutano. E pur conservando la propria natura e non subendo alcuna alterazione […] tuttavia, quando gli sono messi di fronte oggetti colorati, esso cambia di aspetto, senza in verità cambiare».
Efrem il Siro
Come gli uccelli non lasciano orme nell’aria,
la sua mente non si aggrappa
alle tentazioni che le si offrono.
La sua rotta è lo stato di liberazione senza tracce,
invisibile agli altri.
Dhammapada
* * * * *
Prima di procedere attiro l’attenzione sulla contraddizione, espressa direi quasi zenisticamente da Efrem il Siro, che manda in tilt la ragione: «lo specchio cambia d’aspetto senza cambiare». Per non dire degli «uccelli che non lasciano orme nell’aria». Due “assurdità” intorno alle quali ruota tutto quanto segue, e mettono a nudo l’inabilità a levarsi in volo dell’alfabetismo intellettuale impastoiato nei suoi plumbei sillogismi.
* * *
Circa la “presa di posizione” il vocabolario Treccani dice che si tratta di:
«una definizione del proprio punto di vista, del proprio atteggiamento circa una determinata questione».
L’aggettivo possessivo «PROPRIO», a proposito del punto di vista e dell’atteggiamento, sintetizza tutti i motivi delle conflittualità che inevitabilmente scaturiscono a causa delle diverse e soggettive PROPRIETÀ che al fine non si confrontano, bensì si affrontano e si scontrano, ciascuna impegnata strenuamente a conservarsi in quanto auto-reputantesi “vera”. Di conseguenza, lo schierarsi, appunto la presa di posizione, è il primo passo verso il conflitto verbale o armato.
Hans-Georg Gadamer:
«La lente della soggettività è uno specchio deformante».
Nel Raccoglimento silente, non disturbato da alcun rumore per quanto intenso, si trova invece conferma che non c’è alcuna PROPRIETÀ da difendere poiché non c’è e non può esservi alcun PROPRIETARIO che non sia artefatto (arte factus ‘fatto con artificio’) e pertanto non c’è alcuna conflittualità che non sia altrettanto artefatta. Essere liberi dalla PROPRIETÀ, poveri di “io” e “mio”, è la vacanza (da vacare essere vuoto, libero), la vera pace:
«Beati i poveri di spirito», cioè coloro il cui spirito è vuoto, ossia distaccato (ma già lo è!) da tutto ciò che lo riempie e che, se assunto con attaccamento, lo limita in una forma che inevitabilmente si contrappone ad altre forme.
Beatitudine resa felicemente da Henry David Thoreau:
«Ciascuno di noi è ricco in proporzione al numero di cose di cui può fare a meno»,
«cose» ovviamente non soltanto fisiche ma anche psichiche e perfino spirituali.
Dilgo Khyentse Rimpoche, indubbiamente … evangelico:
«Quando un uomo ha preso in prestito un sacco di soldi, non avrà mai un momento di pace finché non avrà ripagato il suo debito. Così è con tutto il lavoro che il nostro ego-aggrappamento ci ha dato da fare; ha lasciato impronte negative sull’alaya (la coscienza ndc) simili alle cambiali. Quando il nostro karma fruttifica e vien chiesto il “pagamento”, non abbiamo possibilità di felicità e divertimento. Tutto questo perché, come dicono gli insegnamenti, non riconosciamo l’ego-aggrappamento come il nostro vero nemico».
L’ego-aggrappamento, l’artefatto: chi può dire di non doverci fare i conti?
Chuang tzu:
Ci aggrappiamo al nostro punto di vista
come se tutto dipendesse da esso.
Eppure le nostre opinioni non hanno permanenza.
Come l’autunno e l’inverno, esse scompaiono gradualmente».
Chandrakirti:
«L’attaccamento al proprio punto di vista e l’avversione ai punti di vista degli altri non sono altro che concepimento. Quindi, se prima superi l’attaccamento e l’aggressività e poi analizzi, sarai liberato».
Proverbio giapponese:
«Atte jigoku nakute gokuraku: possedendo, l’inferno; non possedendo, il paradiso».
«Non accumulate» dice il Cristo, mentre la presa di posizione, lo schieramento, l’ego-aggrappameno, l’artefatto, insomma la PROPRIETÀ, è certamente un «tesoro sulla terra dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano». Per «accumulare tesori in cielo» occorre non accumulare in terra. Occorre la Povertà. Quanto più si accumula nello spirito, tanto più esso si appesantisce e non può elevarsi. Quanti più si è vuoti-poveri, tanto più si è liberi, investiti dalla Verità.
Wu Hsin:
«Ciò che da molti viene chiamato pace è
semplicemente l’assenza di disturbo.
La vera pace non può essere disturbata;
Risiede al di là della portata del disturbo».
E non c’è dubbio che soltanto la povertà di spirito, cioè l’ASSENZA DI PROPRIETÀ, sia «al di là della portata del disturbo». Per questo non è azzardato affermare che Francesco il Poverello non sia stato compreso che da pochissimi, autentici Poveri.
In un più che intessante brano di Georges Ivanovič Gurdjieff, l’artefatto, cioè l’ego-aggrappamento, l’autosupponente proprietario, l’ente fittizio, è chiamato “personalità”:
«Noi qui ricordiamo che l’uomo è costituito da due parti: essenza e personalità. L’essenza è ciò che è suo. La personalità è ‘ciò che non è suo’. ‘Ciò che non è suo’ significa: ciò che gli è venuto dall’esterno, quello che ha appreso, quello che riflette; tutte le tracce di impressioni esteriori rimaste nella memoria e nelle sensazioni, tutte le parole e tutti i movimenti che gli sono stati insegnati, tutti i sentimenti creati dall’imitazione: tutto questo è ‘ciò che non è suo’, tutto questo è la personalità. L’essenza è la verità dell’uomo; la personalità è la menzogna. Come separare ciò che ci appartiene da ciò che non ci appartiene? Nel lavoro su di sé vi è un momento molto importante: quello in cui l’uomo incomincia a distinguere tra la sua personalità e la sua essenza. Il vero ‘Io’ di un uomo, la sua individualità, può crescere solo a partire dalla sua essenza».
V’è da precisare – ed è questa, tra l’altro, la nota più dolente circa le congreghe tradizionali – che all’APPROPRIAMENTO non sfugge nemmeno l’Insegnamento Primevo, che invece di costituire motivo di unione viene interpretato inevitabilmente secondo le soggettive “prese di posizione”, cioè secondo i vari artefatti, quindi con un primo passo di reciproco allontanamento cui segue il disfacimento della congrega in fazioni e sottofazioni l’una contro l’altra armate.
Il punto di vista, quindi non la vista dell’intero, e il relativo comportamento sono indissolubilmente legati nella “presa di posizione”, cosicché ognuno è e vive secondo la SUA PROPRIETÀ quale frantumazione dell’intero, che non può non rivelarsi conflittuale.
«Il comportamento è lo specchio su cui ognuno mostra chi è veramente», dice Goethe. Perciò il comportamento è l’estrinsecazione dell’artefatto.
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8 commenti su “Della “Presa di Posizione”. (Parte 1/2). Il Matto.”
Adriana carissima,
me lo sono proprio gustato il tuo intervento e te ne ringrazio.
I metodi ascetici sono molteplici e persino contrastanti tra di loro.
Per quel che risulta a me dalla pratica apofatica (e solo di questo posso riferire) , non necessariamente il paradosso di Thoreau ha da essere inteso in maniera estremistica. Si tratta di un distacco catartico che va realizzato passo dopo passo, con pazienza e costanza, come si dice “ci vuole un vita”. Trovai conferma di ciò ormai tanti anni addietro, grazie ai miei modestissimi approcci esoterici (che tali sono rimasti😄). Precisamente, nella Tavola di Smeraldo vi sono quattro parole che non mi hanno mai abbandonato ed hanno costituito una guida sicura: “DOLCEMENTE, CON GRANDE INDUSTRIA”.
Sì: il combattimento interiore – anche qui il paradosso – va condotto con dolcezza, ciò che non esclude … l’acciaio, ovvero la determinazione.
Per esercizio, meno un fendente, ovviamente … dolce, all’impulso a dilungarmi.
Un caro saluto.
Caro Matto,
ti ringrazio della cortesia.
L’esercizio della “pazienza interiore”… l’esercizio del “tiro con l’arco”.
Si sono, però, verificati straordinari miracoli anche nel tanto bistrattato mondo romano pagano: Seneca, ad es., dedicò buona parte della sua vita a compiacersi degli oggetti belli e preziosi ricevuti come segni di stima altrui, oggetti di cui amava circondarsi. Raggiunto dalla lettera imperiale, non esitò ad abbandonarli senza rimpianto, così come la propria vita, immergendosi in una vasca d’acqua calda, dopo essersi tagliato le vene dei polsi e delle caviglie fino a completo dissanguamento.
Orgoglio improvviso da maestro-filosofo, oppure il risultato di un lungo, personalissimo, tacito esercizio di “pazienza” di cui nessuno si era mai accorto? ###
Molto saggio da parte tua limitarti a parlare dell’esperienza personale; molto apprezzabile anche. Di solito la parola “pazienza” induce ad immagini di rassegnazione (spalle curve e testa bassa), o, al contrario, suggerisce l’esistenza di un’ambizione pervicace di riuscire nei propri intenti carrieristici, nonostante le umiliazioni e gli ostacoli che il soggetto debba affrontare sul proprio cammino. Il tenerla nascosta diviene indispensabile strumento di riuscita. ###
Tu, evidentemente, ti riferisci a mire differenti: a quelle che implicano la formazione del carattere e dello spirito. Hai scelto di vivere in un dojo personale in cui esteriorità e interiorità riescano ad armonizzarsi senza danneggiare nessuno (che abbia un po’ di sale in zucca).
Ho sempre rimpianto che in Occidente siano mancate “scuole” di mistica e di ascesi come nell’Estremo Oriente. Per quanto dissimili tra loro rappresentavano, comunque, una traccia utile per l’apprendista volonteroso, servivano a non abbandonarlo al caso o a quella improvvisazione che cela molte illusioni e falsità: il curriculum di Milarepa insegna…”Provando e riprovando”. ###
La frase delle Tavole Smaragdine mi sembra insegni una dolce, costante, irresistibile flessibilità: qualcosa di simile ad un Ju-Jitzu morale. Complimenti per averla fatta tua ed averla messa in pratica.
Un affettuoso saluto, A.
😊
Interessante assai.
E piacerà molto alla chiesa prevostiana perché “ecumenico”: la civiltà cristiana, di impianto greco-romano, non possiede la verità intera, quindi è opportuno complementarla con “perle” anche di altra origine.
Solo una paio di cosucce. “l’inabilità a levarsi in volo dell’alfabetismo intellettuale”: non si tratterà dell’ANalfabetismo?
E in “auto-reputantesi vera”, “auto” non sarà pleonastico? Altrimenti, subito dopo si dovrebbe dire: “auto-schierarsi”.
Per mio limite, non colgo l’ilarità o meno del suo intervento, in ogni caso la ringrazio … ecumenicamente.
Contribuisco a mia volta con quanto segue:
– con gergo calcistico: non ho fatto un “assist” alla chiesa bergogliana, che, anzi, in quanto ad un presuntuoso ego-aggrappamento (ispirato da chi?) sta dando anch’essa una prova pressoché perfetta;
– a proposito della “verità intera” propongo un estratto dall’Ambrosiaster, IV sec.:
“Omne verum, a quocumque dicitur, a Spiritu Sancto est”.
[Ogni verità, da chiunque venga proferita, viene comunicata dallo Spirito Santo].
Ed oso ripetere col Vangelo di Giovanni che lo Spirito Santo “è come il vento che soffia dove vuole, e non si sa donde venga e dove vada”.
– A proposito di alfabetismo la invito a considerare il mio articolo JOSÉ BERGAMÍN, ELOGIO DELL’ANALFABETISMO O DELLA POESIA PURA
– a proposito del pleonasmo “auto-reputantesi vera” la sua osservazione è ineccepibile.
Un distinto saluto.
Caro Matto,
rileggendo…ho dedotto che il, da te citato, paradosso di Thoreau: ” Ciascuno di noi è ricco in proporzione al numero di cose alle quali è disposto a rinunciare “,
( giudizio “apparentemente” ricco di sapienza e di equilibrio ), se compiutamente accettato e condiviso, ci porta dritti, dritti alla pratica del Sorushinbutso (Buddha nel proprio corpo).
3000 giorni di digiuno cui seguono altre crescenti privazioni sotterra…permettono al corpo e allo spirito di vivere eternamente in una condizione di beatitudine: una pratica che durò almeno 800 anni ( e che, forse, segretamente, viene ancora praticata da qualche parte ).
Lungi da me l’intento di polemizzare nei confronti di alcune (profonde) concezioni dell’Estremo Oriente… Al contrario: a livello di principi “pratici” vi trovo fortissime analogie con quelli cristiani di estrema mortificazione del proprio corpo, con la macerazione non solo fisica, bensì anche spirituale, con la raccomandazione di disprezzare ed evitare “devotamente” ogni bellezza e gioia visibile e tangibile, (comprese quelle regalataci dall’Arte), e, non da ultimo, con il forte, impaziente desiderio di sottrarsi alla propria vita terrena materiale. Quindi, alcune linee di comportamento “esemplari” del Cristianesimo occidentale assomigliano non poco a quelle estremo-orientali-tradizionali ( nonostante alcune -notevoli- differenze tra le weltanschauung di partenza ).
Trovo perciò particolarmente assurde le obiezioni che vengono accampate al tuo “scandaloso” esotismo. Obiezioni e ammiccamenti che echeggiano qualche chiacchiera da cortile condominiale della immarcescibile ” Casalinga di Vigevano ” e che, ahimè!, non sanno presentarsi in dignitose vesti di interventi animati da sapienza ed amore cristiano.
Concludo: come avrai ben capito, io non amo troppo gli estremismi. Che Simeone viva raggranchito sul capitello di una colonna, o che tu, assai più comodamente, mediti a gambe incrociate su un tappeto di proporzioni minuscole, che cosa cambia per il corpo e per l’anima di un disgraziato (magari di un non Gayo fratello-nessuno?) costretto dalla sorte a dormire all’aperto, sopra cartoni di risulta? Le accoglienze e le aperture a parole dell’Istituzione, i dogmi vecchi o quelli “in fieri” possono, forse, in qualche modo, alleviargli l’esistenza? Al contrario, possono, unicamente, contribuire ad elargirgli le tonnellate di sofferenza indispensabili per permettergli- almeno- di rincantucciarsi nel posto-curva più periferico del Paradiso.
I rimedi umanitari di massa ( ad es. le docce di serie con l’imprimatur papale per i barboni costretti all'”Atto d’Amore”) credo servano a ben poco. Mi lusinga la fantasia che Giacomo il Giusto l’avrebbe pensata allo stesso modo. ###
Con affetto e ammirazione per la tua pazienza, A.
Caro Matto,
il discorso sulla proprietà materiale e mentale è assai intrigante. Mi ricorda il film disperatamente ironico di Bunuel: “Simone del deserto”, (il vecchio, celebre stilita).
P.S. : ti è piaciuto il raccontino del Bon Sauvage? Mi basta un sì o un no il più apofatico possibile. 😷
Sì 😊
Figura interessantissima quella dello stilita: un vero … apofatico.
Per quanto mi riguarda, si può essere stiliti anche senza porsi in cima a una colonna. Ovviamente per periodi di tempo assai più limitati: che so, diciamo almeno 40 minuti ogni giorno? Seduti su un tappetino quadrato o rotondo, come in cima alla colonna, dove sparisce il mondo e … chi è seduto. Ah! Provare per credere! 😉
Ciao.
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