Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Cinzia Notaro a cui va il nostro grazie offre alla vostra attenzione questa intervista al prof. Massimo Viglione. Buona lettura e diffusione.
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La Chiesa e il Futuro: Massimo Viglione su Tradizione, Sincretismo e il Ruolo di Maria
Mutazione della dottrina, della prassi ecclesiale e della pastorale, dello stesso Vangelo, per adattare la Chiesa alla modernità post-umana. Alcune delle accuse mosse da alti prelati, sacerdoti e storici tradizionalisti, alla Chiesa modernista sinodale concepita dal Concilio Vaticano II, attualmente guidata da Leone XIV, il quale non sembra stia fermando il processo di demolizione della vera Chiesa fondata da Nostro Signore Gesù Cristo, sulla quale “le porte degli inferi [malgrado tutto] non prevarranno!” (Mt. 16,18).
Trattiamo questi delicati temi con il prof. Massimo Viglione, storico, saggista, intellettuale legato alla Tradizione cattolica e al pensiero controrivoluzonario, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nonché presidente della Confederazione dei Triarii, di cui è fondatore, per cercare di comprendere meglio le sfide che la Chiesa sta affrontando e cosa ci riserva il futuro. Ricordiamo che il prof. Viglione, su queste tematiche, ha scritto il libro, edito nel 2024: Habemus Papam? Papa eretico, Rinuncia, Sede vacante. L’insegnamento del passato e il dibattito dopo l’11 febbraio 2013, Roma, Edizioni del Maniero del Mirto, 2024.
Prof. Viglione siamo di fronte ad una neochiesa che vuole sovvertire l’ordine divino, manipolare la Parola di Dio mettendo al centro l’uomo, stravolgendo così il Vangelo?
Occorre usare il termine “neochiesa” con cautela e in limiti ben precisi e spiegati. La vera Chiesa di Cristo è una sola, è quella fondata da Gesù Cristo, con il mandato a Pietro, ed è la Chiesa Una, Santa, Cattolica, apostolica e romana. Da un punto di vista strettamente dottrinale, è quindi errato parlare di “neochiesa”, poiché essa non può esistere.
Tuttavia, si osserva un continuo e progressivo deterioramento, non solo morale, ma anzitutto e soprattutto dottrinale, spirituale e ideologico, del clero, fino alle più alte gerarchie, negli ultimi 60 anni, ovvero dal Concilio Vaticano II in poi, che ha raggiunto livelli parossistici dall’entrata in scena di Francesco/Bergoglio fino a oggi.
In tal senso, è possibile parlare, se non altro per comodità espositiva, di “Chiesa o clero conciliare o vaticansecondista”, in riferimento al clero odierno, che, nella sua stragrande maggioranza (ma non nella totalità, grazie a Dio) segue pedissequamente le innovazioni dottrinali, liturgiche e pastorali derivate appunto dal Concilio Vaticano II.
Questo non solo per lo sconvolgente progressivo inarrestabile allontanamento di questo clero dalla dottrina teologica (come dalla spiritualità, dalla liturgia, dall’insegnamento morale) di sempre della Chiesa tradizionale, ma anche perché lo stesso clero conciliare ha sempre ribadito in ogni maniera di essere parte attiva e costruente di una Nouvelle Église, di una Nouvelle Théologie, di una “Nuova Pentecoste”, concetto espresso primariamente da Giovanni XXIII e quindi ripreso innumerabili volte fino a oggi.
È questo stesso clero che ha dimenticato e continua a dimenticare l’insegnamento della “Chiesa preconciliare” (come essi stessi la definiscono, come se fosse una realtà a sé stante ormai morta di cui occorre cancellare il ricordo), per fondare esclusivamente sui testi del Concilio Vaticano II e del post-Concilio ogni loro insegnamento e ogni prassi pastorale. Come se la Chiesa fosse sorta nella storia nel 1962 (o, al massimo, nel 1958). Come se la Chiesa non avesse avuto venti concili precedenti, per di più tutti dogmatici, a differenza proprio dell’unico pastorale, ovvero l’ultimo, quello ormai osannato a nuovo Vangelo della nuova Chiesa.
È questo stesso clero che ha stabilito che la Chiesa non deve più in alcuna maniera condannare il mondo, ma deve “aprirsi” ad esso (come se la Chiesa precedente non fosse aperta al mondo e non avesse portato Cristo, al prezzo di milioni di martiri, in tutto il mondo in tutte le epoche). “Aprirsi” però per costoro non significa più portare il Vangelo e la conversione alle genti (come era sempre stato in precedenza), ma significa adeguarsi, sottomettersi, seguire in tutto, il mondo odierno (facendo magari solo un po’ da freno nei campi morali, ma perfino da apripista in altri, come l’immigrazionismo e, recentemente, il vaccinismo): e, in tal senso, effettivamente esiste un divario insormontabile fra la Chiesa “preconciliare” e quella post-conciliare.
Alla luce di questo e di molto altro che ora non è possibile approfondire, realmente il Concilio Vaticano II è stato uno spartiacque, che ha creato la famosa “Chiesa bella del Concilio”, con il suo “spirito del Concilio”, che soffia verso la “Nuova Pentecoste” (tutte celebri quanto eloquenti espressioni della neolingua ecclesiastica conciliare). Una “pentecoste” tutta umana, però, e che molto poco ha a che vedere con l’unica vera Pentecoste divina, che non può mai essere sostituita in alcuna maniera.
È questo stesso clero che sta modificando, edizione dopo edizione (ciascuna con un nome differente) il testo stesso delle Sacre Scritture, adeguandolo alle esigenze – del tutto laiciste e anticristiane e anche anti-umane ormai – del mondo attuale e, soprattutto, degli altri culti religiosi, sia cristiani che non cristiani e pagani. Ovvero, tradotto: sta cambiando le parole stesse del Salvatore e degli autori ispirati del Nuovo Testamento.
È questo stesso clero, che possiamo definire modernista e neomodernista (ma sono ormai qualifiche edulcorate e superate in rapporto alla tragica profondità dell’apostasia attuale), che sta costruendo in pratica una nuova versione del cristianesimo che ha sempre meno a che vedere con il Vangelo, con la legge naturale (basti pensare solo alle ultime aperture alla sodomia e all’omosessualismo praticato) e con il magistero della Tradizione della Chiesa di sempre.
In tal senso, si può anche usare, metaforicamente parlando, il termine di “neochiesa”: non perché esista o possa esistere più di una Chiesa (la Chiesa è sempre e solo una), ma intendendo appunto il fatto che nella stessa Chiesa vi è, e comanda e dirige, il clero conciliare, che di cattolico ormai ha molto poco e spesso quasi più nulla.
Come possiamo definire questo clero?
In effetti, possiamo affermare che la Chiesa è sotto occupazione nemica. Come un popolo che viene invaso da un altro e ne subisce il comando e i soprusi. Quel popolo continua ad esistere ed è uno, ma è – temporaneamente – appunto sotto occupazione nemica. Chi non ammette questa situazione, o sta di fatto con il nemico occupante (o perché non capisce nulla, come accade per la stragrande maggioranza dei battezzati, o perché non vuole ammettere la verità per convenienza egoistica), o ne è complice con le azioni di copertura e mistificazione della cruda realtà, magari invocando il dovere di obbedienza o avanzando per anni e decenni continue scuse finalizzate a negare la verità dell’apostasia generale. Ovvero, alla menzogna sistematica.
Non c’è nulla di strano, equivoco o pericoloso, nell’affermare che la Chiesa è sotto occupazione nemica. Innanzi tutto perché è la realtà delle cose. Ma anche perché – basti pensare solo a questo – lo stesso san Pio X, nella sua lotta contro il modernismo, denunciava esattamente questo pericolo: quello del “tumore interno” alla Chiesa stessa, ovvero dell’avanzata del modernismo nei gangli vitali del clero un tempo cattolico. Lo stesso Sodalitium Pianum da lui fondato, serviva appunto a prevenire e combattere tale infiltrazione, scovando gli eretici per farli ravvedere, e, se ciò non avveniva, per scomunicarli al fine di isolarli dal gregge che il papa ha il dovere di pascere e difendere, per proteggere il corpo santo della Chiesa militante in terra.
Occorre anche ricordare che questo era il piano della Carboneria nella prima metà dell’Ottocento, come rivelato dai documenti caduti in mano della polizia di Pio IX e che il santo pontefice consegnò allo storico francese Jacques Crétineau-Joly, il quale li ha riportati nel suo famoso testo L’Église romaine en face de la Révolution. In questi documenti, veniva chiaramente ordinato ai carbonari e ai settari in genere (massoni e altri) di infiltrarsi nel clero, perché, generazione dopo generazione, i loro successori sarebbero prima o poi divenuti vescovi, quindi cardinali, e infine… E “con il mignolo di Pietro al loro servizio” essi avrebbero conquistato la Chiesa Cattolica e l’avrebbero asservita alla Rivoluzione.
E come si fa oggi a negare che tutto questo non si sia compiuto dinanzi ai nostri occhi? Basti pensare al numero di cardinali e vescovi massoni del Novecento e odierni. Ecco in che senso la Chiesa è sotto occupazione nemica. Come previsto dalle sette rivoluzionarie.
Quindi, che oggi la Chiesa sia, nella sua natura umana (in quella divina è sempre immacolata e perfetta) sotto occupazione nemica, sotto “cancro”, è semplicemente evidente oltre ogni misura. È in pratica accaduto esattamente ciò che san Pio X temeva e contro cui combatteva.
I modernisti hanno vinto e da decenni, con crescente gradualità di potere effettivo, governano la Chiesa. Ma questo non vuol dire che avranno la vittoria finale. Anzi, vi sono segni sempre più evidenti di un risveglio dei “buoni” fedeli. E questo risveglio è lento, ma inesorabile. Perché Dio non abbandona la sua Chiesa.
Lei ha accennato alla questione delicata e controversa dell’obbedienza. Ci può spiegare come comportarsi nella situazione attuale?
L’obbedienza è virtù cristiana per eccellenza e necessaria alla vita quotidiana della Chiesa e di ogni fedele, specie se consacrato; d’altro canto, se le gerarchie (in maniera consapevole o meno) si sono in massima parte (non totalitariamente, sia chiaro) poste al servizio della Rivoluzione anticristiana e della menzogna eretica e dissolutiva di ogni verità, bene e bellezza, obbedire a costoro vuol dire eseguire la volontà del male e non più il bene, che è oggetto dell’obbedienza: ovvero, obbedire agli uomini equivale disobbedire a Dio. Obbedire a questi uomini di Chiesa vuol dire disobbedire alla Chiesa e contribuire alla sua distruzione. E quindi in questo caso l’obbedienza non è più virtù e pertanto non può più essere vincolante.
Certamente obbedire, nei limiti di ciò che è lecito, ai legittimi superiori è via di santificazione. Perché, come dice san Paolo, «Ogni persona sia sottoposta alle autorità superiori; perché non v’è potestà se non da Dio, e quelle che sono, son da Dio ordinate» (Rm. 13,1). Ma questo è vero – nella Chiesa come nello Stato, nella società e nella famiglia – sempre nei confini del lecito morale, e quindi del Bene, del Giusto e del Vero. E, infatti, sempre nel Nuovo Testamento troviamo insegnati i confini ideali precisi della legittima e doverosa obbedienza: «un servo non è più del suo padrone» (Gv. 15,18) ed è Nostro Signore Gesù Cristo stesso che parla. Quanto insegna sta anche a significare che la volontà delle gerarchie traditrici non può prevalere sulla volontà di Dio, principio confermato anche da: «occorre obbedire prima a Dio che agli uomini» (At. 5,29).
L’obbedienza è virtù, e pure virtù importante, in sé: nella Chiesa, come nella società civile e politica, come nelle strutture militari o lavorative o scolastiche, come in famiglia, ecc., ma sempre delimitata dall’esigenza insopprimibile della liceità morale degli ordini ricevuti e dalla legittimità dell’autorità che comanda. Quando vi è certezza assoluta o anche la consapevolezza interiore fondata e provata che l’ordine ricevuto è contrario in sé al Bene oggettivo e alla Giustizia, o, nel caso della Chiesa, anche al suo magistero perenne e infallibile, la resistenza (non entriamo nel discorso delle varie forme di resistenza e della loro liceità) è non solo legittima, ma doverosa.
Facciamo un esempio concreto, oggi purtroppo comune e tutt’altro che fantasioso: un vescovo, in base a quanto affermato nell’esortazione apostolica di Francesco Amoris Laetitia del 2016, ordina a un sacerdote di dare la Comunione ai divorziati risposati che convivono e hanno rapporti sessuali, o a una coppia di sodomiti dichiarati e pubblici (magari pure “sposati”); o ordina di pregare gli idoli (in base a quanto avvenuto in Vaticano con Pachamama o altri casi precedenti, a partire dall’incontro ecumenico di Assisi del 1986); o di predicare l’ideologia globalista post-umana (gender, ecologismo, immigrazionismo incontrollato, totalitarismo sanitario anti-umano, ecc.); in questi casi, il sacerdote ha il dovere imprescindibile di disobbedire al servo (il vescovo, ma potrebbe essere anche il papa in persona) per obbedire al Padrone (Dio, il Vangelo, la legge naturale).
Non basta dire, con evidente spirito di complicità al male, che la gerarchia è sacra perché voluta da Dio. Questo è ovvio: ma la gerarchia va seguìta sempre e solo nei confini della legittimità dell’esercizio per il quale è stata creata. Travalicando questi confini, essa smette di essere legittima e quindi perde il diritto ad essere obbedita. Perché il diritto della Legge divina e naturale è superiore alla gerarchia, di cui invece questa è serva.
Lo stesso Papa è solo il custode del Depositum Fidei: custode, non gestore, tanto meno padrone. Non può cambiarlo in alcuna maniera. Se lo fa, cade in eresia; se lo fa pubblicamente e pervicacemente, cade in scisma con sé stesso e occorre trarne le conseguenze. Si pensi solo al caso di Bergoglio con l’insegnamento eretico e a-morale di Amoris Letitia o del discorso di Abu Dabi nel 2019, dove ha affermato che tutti i culti religiosi portano a Dio, vanificando in questa maniera il Santo Sacrificio della Croce e rinnegando lo stesso Vangelo: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc. 16, 15-16)1.
Lei ha affermato recentemente, a proposito della negazione della Corredenzione e Mediazione Universale di Maria SS.ma, che la Madonna, l’Eucarestia e la SS.ma Trinità sono gli ostacoli che devono essere superati da parte della Chiesa modernista conciliare. Ci vuole spiegare?
I tre princìpi fondamentali della nostra Fede, per il clero modernista, devono essere superati perché di ostacolo insormontabile al feticcio divinizzato e pagano del “dialogo ecumenico”, e, in una visione più lontana ma fondamentale, alla futura realizzazione della religione unica globalista mondiale, ecologista e gnostica, di cui questo clero è chiaramente al servizio.
Detto brevemente e schematicamente (a buon intenditor…):
a. la Trinità: Deve essere superata perché islamici ed ebrei, essendo monoteisti assoluti, rifiutano la seconda e la terza Persona della Ss.ma Trinità, e in particolare Gesù Cristo come Uomo-Dio (soprattutto gli Ebrei);
b. l’Eucaristia: Deve essere superata perché è vista come una forma idolatrica non solo dagli altri culti religiosi (Islam, Ebraismo, ecc.) ma anche dai protestanti;
c. Maria Santissima: l’attacco a Maria è in corso da decenni. Basti pensare a questa stratosferica e vergognosissima scemenza (è il termine più educato ed edulcorato che mi viene in mente) de “La ragazza della porta accanto”.
Questa espressione, rilanciata da Bergoglio ma già usata prima di lui, è una vera e propria bestemmia ed eresia, perché nega la vera identità di Immacolata Concezione, Madre di Dio, Madre sempre Vergine, Mediatrice di tutte le grazie, Corredentrice e Onnipotenza Supplicante.
Chi di noi ha, alla porta accanto, una ragazza simile? È chiaro che definire Maria Ss.ma in tal maniera, altro non significa che svilirla di tutte le sue prerogative che la rendono unica nell’intera creazione e al di sopra dell’intera creazione (Regina del Cielo e della terra, Madre di tutti i redenti).
Si parte ora con la critica ai due dogmi non ancora definiti (ma considerati veri dalla pietà e anche dalla logica cristiana): la Corredenzione e la Mediazione Universale di tutte le grazie. Ma la meta sarà la “demitizzazione” (per usare il loro linguaggio gnostico e apostata) di Maria, che non può essere presentata ai protestanti e ai pagani come Madre di Dio, Immacolata Concezione (anche perché ciò comporta l’accettazione del peccato originale della coppia primigenia, il che è assolutamente ridicolo e intollerabile per costoro), Madre sempre Vergine e tutte le altre Sue prerogative.
La oscena, infame, mostruosa sceneggiata pagana di Pachamama in Vaticano, dinanzi a decine di vescovi e cardinali sorridenti e corresponsabili, altro non è che il messaggio di Bergoglio della progressiva trasformazione del culto mariano in culto ecologista alla “Madre Terra che soffre”.
Questi apostati piagnucolano continuamente della “sofferenza” della Madre Terra (come fosse un’entità viva pagana ilozoistica), ma tacciono scandalosamente dinanzi a quella di milioni di bambini sventrati nel grembo delle madri, o di coloro che vengono uccisi anche appena usciti dal grembo, o di coloro che sempre più sono e saranno eliminati tramite eutanasia perché ritenuti esseri inutili, o di tutti coloro che sono caduti nel meccanismo infernale di questa società (droga, immoralità fuori controllo, sodomizzazione massiccia, culto idolatrico del denaro, del potere e del successo, femminismo sovvertitore della famiglia naturale e della stessa mascolinità e femminilità come Dio le ha create, ecc.).
Il loro nemico, come da copione vatican-secondista, non è il mondo, con cui bisogna dialogare e al quale occorre piegarsi sempre, ma la legge di Dio, che al mondo non può piegarsi. Questo mondo è il loro idolo. La legge di Dio l’ostacolo. Come dimostrano ogni giorno.
Ci può fare un esempio concreto?
Di esempi ve ne sono decine, anzi, a centinaia o forse migliaia, considerati questi ultimi sei decenni. Ne porto solo uno velocemente per ovvie ragioni di spazio.
La recente intervista a mons. Savino (responsabile della CEI nel meridione italiano (https://www.youtube.com/
Addirittura il prelato arriva chiaramente ad affermare che gli omosessuali avrebbero anche il diritto di esercitare la loro sessualità senza alcuna remora di peccato morale. Ovvero, non esiste più il sesto comandamento (o magari esiste solo per le coppie composte da un uomo e una donna: per noi sì, per i sodomiti no!).
A questo punto, conseguenza logica di tale folle discorso è che la Chiesa si è sbagliata per diciannove secoli (compresi – attenzione! – Giovanni Paolo II e Benedetto XVI!), mentre i Savino, i Fernández, i McCarrick, i Cupich (che sostiene l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali), i padre Martin, e tutta la gaia schiera dei figli o sostenitori indiretti di Sodoma, avrebbero ragione, perché la Legge naturale, il Vangelo e quindi i dogmi “evolvono”.
O magari si è sbagliato Dio a distruggere Sodoma e Gomorra nel fuoco… Del resto, non c’è la “Nuova Pentecoste”?
A questo infame livello è giunto il clero odierno. In tal senso, si può parlare di neochiesa, intesa come una chiesa opposta e occupante la vera unica Chiesa di Cristo.
È doveroso e giusto ricordare che chi più di ogni altro ha avuto il coraggio di denunciare tutto questo e smascherare tutte le complicità occulte, fino a quelle di Bergoglio (e non solo), è stato senza dubbio Mons. Carlo Maria Viganò, che ha raccontato quanto ha potuto verificare di persona negli anni del suo servizio attivo nella Chiesa istituzionale e la complicità silenziosa delle altissime gerarchie della Chiesa conciliare. E paga il fio per questo coraggio.
Come valutare il rilancio del Concilio di Nicea che sta mettendo in atto Leone XIV?
La decisione di ripromuovere la grandezza del Concilio di Nicea (325 d.C.) nel 1700mo anniversario, dopo sei decenni di silenzio sui concili precedenti l’ultimo, può apparire agli ingenui e ai furbacchioni come cosa buona in sé, ma in realtà ha uno scopo ovvio, scontato: la negazione dell’introduzione, nel successivo Concilio di Costantinopoli (391 d.C.), del Filioque (lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio) nel Credo niceno.
Questa aggiunta è stata pretestuosamente utilizzata dai bizantini per rompere con Roma (da Fozio nel IX secolo fino a Michele Cerulario nel 1054) e giungere al Grande Scisma d’Oriente. Pertanto, è chiara la volontà di “accontentare” i cosiddetti “ortodossi” su una questione teologica oggi sentita come molto astratta (ma che invece non lo è affatto) al fine dei dettami dell’idolatrico “dialogo ecumenico”.
Nicea, senza Filioque, unisce con gli “ortodossi” molto più di Costantinopoli col Filioque. E, infatti, alla Messa di Nicea Leone XIV, durante il Credo, non ha pronunciato il Filioque. Ha recitato cioè, il Credo niceno, non quello costantinopolitano-niceno.
Il problema, però, è che il Credo è tutto dogmatico dalla prima lettera all’ultima. Anzi, è il paradigma della Fede cattolica. Il DNA, si direbbe oggi. Quindi, cosa faranno in futuro? Rinnegheranno più di sedici secoli di dottrina teologica dogmatica per fare contenti gli “ortodossi”? Allora, per essere coerenti dovranno anche rinnegare gli altri fondamentali elementi di divisione con gli scismatici (e anche eretici) “ortodossi”: lo stesso Primato di Pietro su cui si fonda il Papato, i dogmi mariani dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione, l’esistenza del Purgatorio.
La via per l’apostasia è sempre più aperta. E ora si capisce meglio anche l’improvvida decisione di negare i due futuri dogmi mariani, di cui abbiamo già detto prima.
Lei ha fatto cenno alla teoria modernista dell’“evoluzione dei dogmi”. Come la si può sostenere?
Occorre tenere presente che i modernisti e gli apostati non sono così ingenui da attaccare direttamente e apertamente i dogmi (nessun Papa può dire – almeno finora – che Dio non è Trinità o che Cristo non è Dio o che Maria non è la Madre di Dio). La politica del modernismo è sempre stata astuta: è quella di modificare il sentire e la percezione stessa dei dogmi nel popolo dei fedeli, tramite la pastoralità.
In concreto, questa si attua, tramite la costante prassi della predicazione – tanto orale nelle omelie che scritta nella infinita quantità di insopportabili documenti post-conciliari spesso incomprensibili al cattolico di parrocchia – e tramite una vera e propria neolingua vaticansecondesca, finalizzate a mutare la percezione stessa della fede che i cattolici rimbambiti da decenni di chiacchiere moderniste (dialogo, tolleranza, ecumenismo, immigrazionismo, pacifismo, senza considerare tutte le calunnie sulla Chiesa preconciliare e medievale e “costantiniana”) hanno, tramite anche l’ausilio della sottomissione e obbedienza alle gerarchie.
Basti pensare al fatto che oggi un qualsiasi cattolico medio si sente sempre in colpa di esistere, deve sempre sentirsi obbligato a chiedere scusa per il passato della Chiesa, deve sempre piegarsi a ogni follia del clero odierno, fino al punto magari di adorare Pachamama o credere che la religione cristiana di oggi consista nell’accogliere milioni di immigrati (in grande parte islamici) o “il grido della madre terra che soffre”, o nel proteggere l’ecosistema o magari nel combattere il patriarcato.
Loro non sono così improvvidi da mutare il testo dei dogmi nero su bianco. Semplicemente mutano il senso, il significato, la percezione del dogma in questione nella mente e nella spiritualità dei fedeli acritici, ovvero della massa dei battezzati che nulla capiscono, a partire da preti e suore. E così il dogma è bello che cambiato, senza che appaia che i papi (e le alte gerarchie) abbiano fatto nulla.
Qualche intellettuale cattolico conservatore, anche di recente cambiamento repentino e molto sospetto, ha rivendicato il fatto, al fine di difendere i papi conciliari, che nessuno di loro ha mutato la dottrina dogmatica. Questa è una furbesca e patetica manovra di “dezinfomatsiya da Scuola di Frattocchie de noantri”, degna della migliore Pravda dei tempi d’oro. Come detto, un papa non può ancora oggi mutare i dogmi frontalmente. Solo Bergoglio lo ha fatto con Amoris Letitia e in altre occasioni, come il discorso di Abu Dabi, ma lo ha fatto, appunto, “pastoralmente”, con documenti o discorsi non dogmatici in sé. Eppure, di fatto, ha mutato la percezione comune del senso del peccato insegnando modifiche sostanziali alla dottrina comune e dogmatica della Chiesa Cattolica di sempre.
Facciamo un esempio concreto. Quando qualcuno di noi fa notare che non si può dare la Comunione ai divorziati risposati o che solo nella Chiesa Cattolica vi è salvezza, la risposta dell’imbambolato o furbacchione di turno è sempre la stessa: “Ma tu forse ne sai più del papa?”. “Se Papa Francesco (o un altro pontefice conciliare) ha detto o fatto questo, chi sei tu per eccepire?”.
Ecco come si cambiano i dogmi. Non nero su bianco, ma nella prassi quotidiana con la complicità del quasi intero corpo ecclesiastico odierno.
Pertanto, coloro che si fanno portavoce del fatto che i papi conciliari non avrebbero mutato la dogmatica, mentono sapendo di mentire. Specie chi è colto e preparato (almeno, dovrebbe esserlo). Costoro, in gran parte, sono i conservatori, che, per l’appunto, conservano le successive modifiche della fede sempre “un passo indietro”, divenendo così i massimi alleati della Rivoluzione nella Chiesa.
I conservatori e moderati, fingendo di non capire questo, di fatto divengono le stampelle di soccorso della devastazione apostatica del clero odierno. In altri termini, gramscianamente parlando, sono gli “utili idioti” del Nemico. In politica come nella Chiesa.
E chi li segue, li segue in tutto. Anche nell’essere utile idiota.
Papa Leone XIV sta seguendo la stessa direzione del precedente pontificato riguardo l’Agenda 2030 su questioni climatiche, ecologiche e via di seguito?
Hanno appena dichiarato (riportato in Lifesitenews, 27 novembre) che quattro documenti di Leone XIV seguono interamente la via tracciata da Bergoglio. Lo dicono loro, quindi, non possono esservi dubbi.
Ma dirò di più: a me sembra che sul piano dell’omosessualizzazione forzata della società e pure su quello del trans-ecologismo, l’attuale stia marcando il passo in maniera ancora più radicale del predecessore.
Sebbene abbia dimostrato di essere un uomo di preghiera e fede, sebbene abbia scelto stranamente (non coerentemente, però) un nome “classico”, sebbene abbia rinunciato recentemente a pregare in una moschea in Turchia (a differenza di tutti i suoi predecessori visitatori di moschee e sinagoghe), egli sta portando avanti perfettamente l’Agenda 2030, a volte più e meglio di Bergoglio.
I documenti di Fernandez sono da lui firmati. Essendo egli il capo della Chiesa e avendo firmato, è corresponsabile, anzi, è il primo responsabile, di quanto dichiarato in tali documenti. A partire dalla pubblica promozione dell’omosessualismo.
Pertanto, è sempre più ridicolo e patetico e complice del male il tentativo dei conservatori di far credere che il colpevole sia Fernandez, per salvare Leone. Se è il papa, lui è il responsabile supremo dei suoi cardinali e vescovi. A partire da Fernandez. Peraltro, avendo apposto la sua firma, continuare a perseverare nella menzogna è diabolico.
Leone XIV è sicuramente più devoto, umanamente più gradevole anche (ma non è che ci volesse molto, però), di Bergoglio. Ogni tanto dice e fa qualcosa di buono, in linea con la tradizione, specie dal punto di vista spirituale. Ma al contempo sta portando avanti – avanti, appunto, quindi oltre – il programma di Bergoglio. E ciò è sempre più evidente a chi non vuole colpevolmente farsi cieco.
La verità è che la situazione della Chiesa Cattolica odierna è talmente caotica, sovvertita, perfino per certi versi misteriosa, che è difficile avere certezze assolute sulla realtà stessa delle cose. Per questo troviamo inutili e fuorvianti tante polemiche e divergenti posizioni sulla questione dell’autorità. Tanto, nessuno sa veramente come stanno le cose agli occhi di Dio.
Il vero cattolico deve rimanere tale, pregare moltissimo, santificarsi e santificare, testimoniando sempre e comunque la verità di sempre, nella Tradizione di sempre. Tutto il resto, non è nelle sue mani. Ma in quelle di Dio, in cui occorre riporre ogni preghiera fiduciosa e speranza.
Come può la Chiesa mantenere la sua verità esclusiva in un mondo che promuove il pluralismo religioso? Come si esce da questa Babilonia e cosa fare per non esserne complici? E, soprattutto, come rispondere alla crisi di fede che molti vivono a causa dei cambiamenti dottrinali, rimanendo tentati di abbandonare la Chiesa per non perdere la propria anima?
Di fronte a questa “Babilonia”, la Chiesa deve mantenere la sua verità esclusiva rimanendo fedele alla verità di sempre. Voler piacere al mondo, vuol dire diventare del mondo. Per di più, senza nemmeno acquisire la simpatia del mondo.
Vuol dire, insomma, senza giri di parole, tradire. Chi? Ma Dio, ovviamente. E chi tradisce Dio, tradisce la Chiesa e i fedeli, ed è quindi alleato dell’inferno.
Questa oggi è una scelta personale. Il cattolico vero deve rimanere costantemente fedele nella vita, nel pensiero, nell’azione, nella parola alla verità cattolica di sempre. Ciò comporta, nella prassi quotidiana, il frequentare esclusivamente sacerdoti e vescovi fedeli e rimanere fedeli all’unica Messa di sempre (il Rito Romano Antico, o Messa Apostolica).
Occorre che vengano create comunità che mantengano “il seme della verità”. Quanto noi stiamo cercando di fare.
Non bisogna abbandonare la Chiesa. Che “Fuori della Chiesa non v’è salvezza” è dogma della fede cattolica. Solo nella Chiesa Cattolica e nei sette sacramenti si trova la salvezza eterna.
Padre Pio consigliò, riferendosi ai giorni dell’apostasia: “non date più retta a nessuno, restate solamente fedeli al Vangelo e alla dottrina di sempre”.
Non date più retta a nessuno! Solo alla Verità di sempre. Ecco, cosa bisogna fare. Perché il servo non è più del suo Padrone. In attesa dell’intervento del Padrone.
Bisogna fare della propria vita un apostolato nel senso più tradizionale del concetto. E questo è quanto noi cerchiamo di fare, pur con tutti i nostri evidentissimi limiti, ogni giorno della nostra vita. Pagando il prezzo. Perché ogni apostolo di Cristo deve essere pronto a portare la sua croce.
È il tempo della mietitura in cui i vittoriosi saranno coloro trovati fedeli allo sposo che sta per ritornare?
Non ci è dato di sapere come e quando arriverà la fine del mondo. Si può ritenere con serena convinzione che siamo nell’Apocalisse, poiché tutto si sta rivelando, persone comprese, che cadono una dopo l’altra. Ma non sappiamo quanto dureranno i tempi profetizzati nell’Apocalisse. E a che punto di essi noi siamo ora.
La fiducia è riposta nella promessa divina che “Le porte dell’inferno non prevarranno” sulla Chiesa, il che implica che la Rivoluzione nella Chiesa sembrerà prevalere, ma ciò non accadrà. Certamente, stiamo vivendo i giorni in cui sembra stia per accadere. Il che, da un certo punto di vista, ci conforta e ci fa crescere nella speranza, perché significa che l’intervento di Dio non può tardare molto.
Ma noi attendiamo il compimento della grande promessa di Fatima, ovvero il trionfo del Cuore Immacolato di Maria, sebbene questo sarà inevitabilmente preceduto da un castigo terribile per l’umanità che non si è voluta pentire e convertire, come chiesto appunto a Fatima.
Ma la speranza è virtù teologale fondamentale. Tutto quanto sta accadendo è stato profetizzato, sia nel Nuovo Testamento che in rivelazioni private riconosciute dalla Chiesa, così come la vittoria finale del Bene sul male. Noi dobbiamo solo scegliere in quale campo militare e farlo con tutte le nostre forze.
Sempre e solo al servizio della Verità nella Carità e di Colei che gli schiaccerà il capo, di cui fra qualche giorno celebreremo la vittoria eterna sul male della sua Immacolata Concezione.
1 Mi permetto di consigliare, per una breve introduzione alla questione, i seguenti testi fondamentali: di mons. Carlo Maria Viganò: https://www.aldomariavalli.it/
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6 commenti su “La Chiesa e il Futuro: Massimo Viglione su Tradizione, Sincretismo e il Ruolo di Maria. Cinzia Notaro.”
Che dire? Massimo Viglione ha sunteggiato efficacemente lo “Stato dell’arte”. Teologicamente e dottrinalmente c’è poco da aggiungere. Umanamente osservo che “è la goccia che scava la roccia” ed, almeno dagli anni ’70, tali rocce sono sempre più consumate, fino quasi ad essere irriconoscibili. Credo che ciascuno di noi possa, se solo animato di retta coscienza, riconoscere le evidenze presenti nell’articolo.
Disamina semplicemente MEMORABILE!
Bravissimo, Viglione!
Egregio Professore,
, provo a risponderLe punto per punto, con rispetto ma anche con franchezza cattolica, come Lei stesso chiede.
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1. “Neochiesa” e unica Chiesa di Cristo
Ciò che Lei afferma di pienamente cattolico
Lei ribadisce che la Chiesa è una sola, fondata da Cristo su Pietro, e che non può esistere “un’altra” Chiesa accanto ad essa. Questo è esattamente ciò che insegna la fede cattolica: la Chiesa è Una, Santa, Cattolica e Apostolica, e Cristo non abbandona la sua Sposa (cfr. Mt 16,18; Mt 28,20; Credo niceno-costantinopolitano; Concilio Vaticano I, Pastor Aeternus).
La contraddizione
Subito dopo, però, Lei descrive:
• una Nouvelle Église,
• una Chiesa “sotto occupazione nemica”,
• un clero che “di cattolico ormai ha molto poco e spesso quasi più nulla”.
Di fatto, se si sostiene che dal Concilio in poi la gerarchia, “nella sua stragrande maggioranza”, abbia edificato una sorta di altra religione, si svuota di contenuto la stessa affermazione iniziale sull’unicità e indefettibilità della Chiesa.
La dottrina cattolica ammette papi e vescovi peccatori, confusi, perfino molto infedeli; ma non ammette che l’insieme del corpo episcopale unito al Papa possa trasformarsi stabilmente nel “nemico occupante” che edifica una “neochiesa” contraria al Vangelo, perché ciò contrasterebbe con la promessa e l’assistenza di Cristo alla sua Chiesa (cfr. Mt 16,18; Mt 28,20; Lumen Gentium 25).
Così, pur dicendo che la Chiesa è una, Lei finisce per presentare come “vera Chiesa” un piccolo resto tradizionale, mentre la struttura visibile appare quasi del tutto usurpata. Questo è difficilmente conciliabile con l’ecclesiologia cattolica classica, che riconosce alla Chiesa visibile – col Papa e i vescovi in comunione con lui – la continuità storica e dottrinale con gli Apostoli (cfr. Lumen Gentium 8.20–21).
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2. Vaticano II: rottura o continuità?
Ciò che coglie giustamente
È vero che dal Vaticano II in poi vi è stato un cambiamento di stile, linguaggio e impostazione pastorale molto marcato.
È vero che “lo spirito del Concilio” è stato spesso usato per giustificare rotture e abusi che i testi conciliari non impongono (cfr. Sacrosanctum Concilium 22; Unitatis Redintegratio 11).
Dove si va oltre
Quando però Lei parla del Concilio come “spartiacque” che avrebbe dato vita a una “Chiesa bella del Concilio” opposta a quella precedente, e di fatto lo tratta come un quasi-“nuovo Vangelo” che sovverte quello di sempre, non siamo più su un terreno semplicemente critico, ma su una lettura che mette in discussione il valore stesso di un concilio ecumenico.
La fede cattolica, pur ammettendo gradi diversi di autorità nei documenti, insegna che tutti i concili ecumenici appartengono al magistero della Chiesa (Lumen Gentium 25; Dei Verbum 10). È legittimo chiedere chiarimenti, correggere interpretazioni distorte, proporre un’ermeneutica più fedele alla Tradizione, come ha indicato Benedetto XVI parlando di «ermeneutica della riforma nella continuità» (Discorso alla Curia Romana, 22.12.2005); non è invece cattolico contrapporre il Vaticano II alla Tradizione come se uno dei due dovesse essere “rigettato” in blocco.
Sostenere che per sessant’anni la gerarchia abbia “seguìto pedissequamente” un concilio oggettivamente sovversivo significa, di fatto, affermare che Cristo ha permesso alla Chiesa di tradire sé stessa proprio in un atto che, per sua natura, dovrebbe essere espressione privilegiata della Sua guida assistita dallo Spirito Santo (cfr. Gv 16,13; Dei Verbum 8).
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3. “Occupazione nemica” e teoria dell’infiltrazione
Il nucleo sano
Lei ricorda giustamente che il modernismo è stato un pericolo reale; san Pio X parlava di “nemici interni” e di «sintesi di tutte le eresie» (Pascendi Dominici Gregis). È un dato che scandali morali, carriere massoniche, connivenze politiche abbiano segnato il XX secolo ecclesiale.
Il problema
Da questo Lei passa però a descrivere la situazione come se:
• il clero, “nella sua stragrande maggioranza”, fosse ormai passato armi e bagagli all’esercito nemico;
• la Chiesa visibile fosse un popolo interamente occupato, con pochi “partigiani” nascosti.
In questo modo, al fedele comune non rimane quasi alcun riferimento concreto, se non i gruppi che, di fatto, si auto-certificano come “unico resto fedele”.
Ma nella fede cattolica il soggetto visibile della Chiesa restano il Papa e i vescovi in comunione con lui, successori degli Apostoli (cfr. Lumen Gentium 18–21), finché la Chiesa stessa non dichiari il contrario. Se ciascuno decide da sé quando la gerarchia è ancora “vera” o è diventata “occupante”, l’unico criterio ultimo resta il giudizio individuale – esattamente ciò che rimproveriamo al protestantesimo.
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4. Traduzioni bibliche e manipolazione della Parola
È lecito e talora necessario criticare opzioni traduttive infelici o ideologiche; è legittimo preferire i testi latini tradizionali o le vecchie edizioni.
Ma affermare che “stanno cambiando le parole del Salvatore” per adeguarle ai culti non cristiani è un’accusa globale che coinvolge:
• biblisti seri,
• conferenze episcopali,
• approvazioni pontificie.
Il Concilio insegna che «spetta ai sacri pastori giudicare dell’autenticità e della retta interpretazione della Sacra Scrittura» (Dei Verbum 12. 25) e che le traduzioni destinate alla liturgia devono essere approvate dall’autorità competente (Dei Verbum 22).
Il cattolico può segnalare deviazioni, ma non può a priori considerare tutto il lavoro biblico contemporaneo come un’operazione deliberata di apostasia, senza cadere in una sfiducia sistemica verso il magistero e la sua vigilanza.
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5. Obbedienza, disobbedienza e giudizio sul Papa
La parte vera
Lei ricorda un principio fondamentale:
«Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5,29).
Né nella Chiesa né nello Stato l’obbedienza è cieca: un ordine intrinsecamente contrario alla legge di Dio non obbliga (cfr. san Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q.104, a.5). Questo è dottrina cattolica.
Lo scarto
Lei però arriva a presentare come quasi ordinaria la necessità di “disobbedire” alla gerarchia, perché la ritiene stabilmente orientata a tradire il Vangelo.
Su Amoris laetitia o su Abu Dhabi, ci sono effettivamente punti discutibili e formule infelici; ma la Chiesa non ha definito in modo autoritativo che si tratti di eresia formale. Il fedele, e tanto più il teologo, anche se lo pensa, non ha il mandato di dichiarare personalmente che il Papa è “eretico pubblico” e dunque in scisma con se stesso. Il diritto canonico afferma con chiarezza: «Prima Sedes a nemine iudicatur» (CIC 1404).
Il cattolico può chiedere chiarimenti, può sospendere l’assenso su punti non definitivi, può perfino resistere a prassi concretamente cattive (cfr. san Paolo che “resiste in faccia” a Pietro: Gal 2,11); ma non può ergersi a giudice ultimo dell’ortodossia del Papa, come se sopra Pietro ci fosse la coscienza privata. Questo scivola, di fatto, verso forme di sedevacantismo pratico, anche se non dichiarato.
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6. Trinità, Eucaristia e Maria come “ostacoli” al dialogo
Lei individua giustamente il rischio di un ecumenismo ridotto a “minimo comune denominatore”, dove ciò che definisce il cattolicesimo (Trinità, Presenza reale, privilegi mariani) viene taciuto o sfumato per non offendere nessuno.
Ed è vero che alcuni gesti interreligiosi sono stati quantomeno imprudenti, fino allo scandalo; e lo stesso Concilio mette in guardia da un irenismo che “lede la purezza della dottrina” (Unitatis Redintegratio 11).
Ma l’idea che la “Chiesa conciliare” stia coscientemente lavorando per superare la Trinità, l’Eucaristia e Maria in vista di una “religione unica globale” va ben oltre ciò che i testi magisteriali affermano.
La Chiesa, nei documenti ufficiali, non ha mai rinnegato questi pilastri: al contrario, il Vaticano II ribadisce con forza la centralità dell’Eucaristia come «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (Lumen Gentium 11), la divinità di Cristo e la realtà della Trinità (Dei Verbum 4; Lumen Gentium 2–4), e la singolare grandezza di Maria (Lumen Gentium 52–69).
Qui il rischio è di leggere qualsiasi iniziativa di dialogo come tradimento, perdendo di vista che – in linea di principio – un dialogo correttamente inteso può essere strumento di evangelizzazione e di testimonianza della verità, non necessariamente di compromesso.
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7. “Evoluzione dei dogmi”
Lei combatte giustamente l’idea modernista di un dogma che “cambia contenuto” col passare dei secoli: san Pio X ha condannato tale concezione nella Pascendi Dominici Gregis.
La Chiesa, però, parla di sviluppo del dogma (si pensi a Newman), non di immobilismo: la stessa verità può essere espressa in modo più esplicito, approfondito, preciso, senza contraddire ciò che è stato definito prima (cfr. Dei Verbum 8).
Rifiutare in blocco tutto ciò che è accaduto dopo una certa data (ad esempio, dopo Pio XII) rischia di trasformare un’epoca storica in “canone definitivo”, mentre le rivelazioni private – come Fatima – vengono talvolta caricate di un peso quasi dogmatico, che la Chiesa non attribuisce loro (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 67).
È una tensione interna: si respinge lo sviluppo magisteriale, ma si accolgono come chiave di lettura totale eventi che, per definizione, non appartengono al deposito della fede, ma possono solo aiutare a viverlo.
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8. Ciò che va riconosciuto
L’amore per il rito romano antico è legittimo e prezioso in quanto molti fedeli vi trovano una scuola di fede, di silenzio, di adorazione.
Benedetto XVI ha riconosciuto che la forma antica del rito romano «non è mai stata abrogata» e appartiene a pieno titolo alla Tradizione della Chiesa (Summorum Pontificum, art. 1).
È anche vero che la celebrazione del Novus Ordo – cioè la Messa riformata dopo il Concilio Vaticano II – in molti luoghi è stata impoverita o banalizzata, spesso in aperto contrasto con le norme liturgiche indicate dalla Chiesa stessa (Sacrosanctum Concilium 22; Redemptionis Sacramentum).
Questi abusi, purtroppo frequenti, meritano di essere corretti con forza.
Tuttavia, occorre ribadire con piena chiarezza cattolica che “Messa riformata” non significa in alcun modo “Messa protestante”.
La Messa riformata:
• è una Messa cattolica, perché promulgata dal legittimo Papa e celebrata da sacerdoti validamente ordinati;
• è un vero Sacrificio, non un semplice memoriale simbolico (cfr. Concilio di Trento, Sess. XXII);
• rende realmente presente il Corpo e il Sangue di Cristo, come ogni Messa validamente celebrata;
• santifica ex opere operato, cioè per opera stessa del sacramento, quando celebrata secondo i libri approvati dalla Chiesa.
Eventuali abusi liturgici, pur gravissimi, non toccano la validità della Messa, così come gli abusi morali dei sacerdoti non invalidano i sacramenti che amministrano.
Confondere la riforma liturgica con un cedimento dottrinale al protestantesimo è un errore storico e teologico: la dottrina cattolica sul Sacrificio eucaristico, sulla Presenza Reale e sulla Messa come atto di culto dovuto a Dio non è mai stata negata dal magistero, né pre- né postconciliare.
Il punto centrale
È del tutto legittimo che un fedele, un sacerdote o una comunità preferisca la liturgia tradizionale, se la percepisce più adeguata ad alimentare la propria fede e a esprimere il senso del sacro.
Ma tale preferenza deve convivere con il riconoscimento che:
ogni Messa celebrata secondo i libri liturgici approvati dalla Chiesa, compresa la forma ordinaria del rito romano, è validamente sacrificio, rende realmente presente il Sacrificio di Cristo e ha piena efficacia santificante per i fedeli che vi partecipano con rette disposizioni (cfr. Concilio di Trento, Sess. XXII; Catechismo della Chiesa Cattolica 1362–1372).
Negare questo, anche solo implicitamente, non significa più criticare abusi o impoverimenti rituali, ma mettere in questione la stessa autorità della Chiesa nella regolazione della liturgia – una potestà che la Chiesa ha sempre rivendicato e che appartiene al suo munus di santificare (cfr. Sacrosanctum Concilium 22; Lumen Gentium 26).
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9. Ciò che in Lei resta profondamente cattolico
Nonostante le esagerazioni e le derive di linguaggio, nel Suo discorso restano elementi fortemente cattolici, che meritano di essere valorizzati:
1. Amore per la verità dogmatica
Lei difende con forza l’immutabilità della fede, la realtà del peccato, del giudizio, dell’inferno, il primato di Cristo Re (cfr. Eb 13,8; Mt 25,31-46; Col 1,13-20).
2. Devozione mariana autentica
Onora l’Immacolata, crede nel suo ruolo nella redenzione ( che nell’intervista avrebbe dovuto spiegare, visto che l’unico Redentore non può essere che l’Uomo-Dio, Gesù Cristo), attende il trionfo del suo Cuore, in sintonia con la grande tradizione mariana della Chiesa (cfr. Ineffabilis Deus; Lumen Gentium 62).
3. Serietà verso i sacramenti e la liturgia
Vuole che il culto sia centrato su Dio e non sull’uomo, che la Messa sia sacrificio e adorazione, non spettacolo (cfr. Lumen Gentium 11; Sacrosanctum Concilium 2.7).
4. Consapevolezza dei limiti dell’obbedienza
Ricorda che non si può mai obbedire a un comando che contraddice la legge divina o il magistero perenne (cfr. At 5,29; san Tommaso, Summa Theologiae II-II, q.104).
5. Senso della battaglia spirituale
Non minimizza l’azione del demonio e la necessità di prendere posizione (cfr. Ef 6,10-18; 1Pt 5,8-9).
Il problema è quando questi elementi, buoni in sé, vengono congiunti a una sfiducia quasi assoluta verso il magistero vivente e la gerarchia nel suo complesso, fino a sfiorare una “ecclesiologia del piccolo resto” che guarda alla Chiesa visibile quasi solo come a un corpo occupato, anziché come alla Sposa ferita ma ancora assistita dal suo Sposo.
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10. Una via realmente cattolica oggi
Un cattolico, oggi, può e deve:
• denunciare gli abusi e le ambiguità reali;
• amare e difendere la Tradizione dottrinale e liturgica;
• essere assiduo nel partecipare alla S. Messa, non importa in quale rito
viene celebrata;
• formarsi seriamente, anche sui concili pre-moderni (cfr. Dei Verbum 8-10).
Ma, nello stesso tempo, è chiamato a:
• riconoscere che il soggetto della Chiesa resta il Papa con i vescovi in comunione con lui (Lumen Gentium 18-23);
• non trasformare ogni gesto o documento recente in prova di apostasia globale;
• evitare di parlare e agire come se esistesse, accanto alla Chiesa cattolica, una “vera Chiesa pura” costituita da pochi gruppi auto-selezionati (cfr. Lumen Gentium 8; Catechismo 811–822).
La via cattolica è più faticosa e meno “soddisfacente” sul piano polemico, ma è l’unica pienamente conforme alla fede:
restare nella Chiesa, soffrire per le sue piaghe, non rinnegare né la Tradizione né il magistero vivo, né cedere al modernismo, né alla tentazione – altrettanto pericolosa – di una scissione pratica.
Ave Maria! Grazie per le speciali precisazioni don Pietro.
Veronica Cireneo
Complimenti vivissimi al professor Massimo Viglione, semore preciso ed esaustivo nelle sue esposizioni , oltre ad essere un coraggioso testimone della Verità tutta intera ( cioè di NSGC che, come ben sappiamo, è Via, Verità e Vita). Concordo pienamente ( lo vado ripetendo da tempo) sulla divisione del clero sinodalconciliare in complice, opportunista e pavido ( la triade clericale neomodernista). Obbedienza e suppliche a costoro ?… manco a oarlarne, lontani dagli occhi, lontani dal cuore. Al piccolo resto (di cui cerco indegnamente di far parte) tocca reaistere, resistere e ancora resistere, come disse quella vota il giudice Saverio Borrelli quando il Presidente Berlusconi annunciò di voler fare la riforma della giustizia. Sursum corda, quindi in alto i cuori, ché la vita del cristiano, del cattolico, è una militia, una lotta continua contro il potere delle tenebre ed i suoi collaborazionisti. LJC – Catholicus
Fedelta, e’ questa la condizione in cui deve trovarci, in vita o in morte nulla importa.
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