Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questa intervista con Alfredo De Matteo su un argomento di grande attualità Buona lettura e diffusione.
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L’ESPIANTO DI ORGANI E’ PREDAZIONE ?
Un donatore dichiarato clinicamente morto era stato preparato per l’espianto degli organi, quando i medici hanno visto che era ancora vivo (rimandiamo al link sotto) . Come si spiega ?
Lo abbiamo chiesto ad Alfredo de Matteo Dottore in psicologia clinica, articolista e saggista. Già membro del Comitato per la Marcia Per la Vita (dal 2011 al 2019) è socio della “Confederazione Triarii” e del gruppo “Renovatio 21” ( rimandiamo ai rispettivi link sotto).
Ha collaborato con l’agenzia d’informazione “Corrispondenza Romana” , le riviste “Radici Cristiane” e “Famiglia Domani”.
R. La morte è la cessazione di tutte le funzioni vitali di un organismo, che sono riconducibili sostanzialmente a tre: sistema nervoso, respiratorio e cardiocircolatorio, ossia la cosiddetta tripode vitale. Tuttavia, per avere la certezza che la morte sia avvenuta è necessario riscontrare sul corpo i segni inequivocabili dell’inizio del processo di decomposizione: il rigor mortis, la rigidità cadaverica, l’algor mortis, il raffreddamento del corpo, il livor mortis, il ristagno e la coagulazione del sangue.
La morte è un evento complesso perché l’uomo, in virtù dell’unione sostanziale con un’anima spirituale, non è un semplice insieme di organi e tessuti e né il suo principio vitale può essere identificato in un organo specifico. Esiste unanime consenso nel ritenere certamente viva una persona cosciente e certamente morto un corpo putrefatto o allo stato iniziale della putrefazione. La morte, intesa come il distacco dell’anima dal corpo, è collocabile nello spazio temporale compreso tra questi due stati. Un terzo stato dell’essere tra la vita e la morte non esiste.
È possibile dunque affermare che l’unico parametro che consente di ritenere certo l’avvenuto decesso di un individuo è l’inizio del processo di decomposizione del corpo, il cui oggettivo riscontro definisce il punto di non ritorno alla vita. I numerosi casi di morte apparente stanno a dimostrare che fra il momento della morte accertata e quella reale esiste sempre e comunque un periodo più o meno esteso di vita latente.
La cosiddetta morte cerebrale è una finzione medica con cui si è preteso, contro ogni logica ed evidenza scientifica, di identificare la morte stessa con la cessazione irreversibile, o presunta tale, delle sole funzioni cerebrali. Nel soggetto dichiarato cerebralmente morto abbondano i segni della vita, come ad esempio il battito cardiaco e la sudorazione (che tendono ad aumentare di frequenza e intensità nel momento dell’incisione effettuata dal chirurgo); è altresì possibile riscontrare la presenza di movimenti spontanei del corpo, tant’è che per effettuare l’operazione di espianto è necessario paralizzare il soggetto e talvolta si procede anche alla somministrazione di farmaci anestetizzanti. Può capitare che il malato si risvegli o dia palesi segni di vita (nel senso che non possono essere ignorati, talmente sono evidenti) poco prima di essere sottoposto all’operazione chirurgica, ma sono casi relativamente rari, anche se ampiamente documentati. La realtà è che tutte le persone definite clinicamente morte sono ancora vive, fino a prova contraria, al di là del fatto che possano risvegliarsi prima dell’operazione oppure no.
D. Forse perchè il concetto di morte cerebrale elaborato nel 1968 da un comitato dell’Università di Harvard non avrebbe alcun fondamento scientifico e quindi l’ espianto degli organi sarebbe un crimine contro l’umanità, il diritto alla vita, alla libertà, all’integrità della persona, alla difesa dei malati che hanno perso la coscienza e la cura secondo la propria volontà ?
R.Intorno agli anni sessanta del secolo scorso alcuni chirurghi effettuarono illegalmente i primi trapianti di organi vitali prelevandoli da soggetti in coma. Il pioniere in questo campo fu il sudafricano Christiaan Barnard il quale nel 1967 effettuò il primo trapianto di cuore. Proprio allo scopo di consentire tale pratica, quindi risolvere una serie di questioni etiche e legali che da essa derivavano, la comunità scientifica internazionale convocò una commissione della scuola medica di Harward, composta da un certo numero di professionisti, tra cui un telogo, un avvocato e uno storico, che nell’agosto del 1968 definirono il criterio della cosiddetta morte cerebrale, sulla base del quale la morte veniva identificata con la cessazione irreversibile delle sole funzioni cerebrali.
L’introduzione del suddetto criterio non fu il risultato di una riflessione teorica o filosofica sulla morte, piuttosto della volontà di risolvere due ordini di esigenze pratiche: contenere il problema dei pazienti bisognosi di cure mediche adeguate (in concomitanza della scoperta delle moderne tecniche di rianimazione) e legittimare l’espianto degli organi vitali. Ad affermarlo furono gli stessi membri del Comitato di Harvard: «il peso è più grande per i pazienti che soffrono della perdita permanente dell’intelletto, per le loro famiglie, per gli ospedali, e per quanti hanno bisogno di posti letto già occupati da altri pazienti comatosi (…) Criteri obsoleti per la definizione di morte possono portare a controversie nell’ottenere organi per il trapianto». Qui si fa evidente il riferimento al problema di togliere i supporti vitali ai malati e la necessità di legalizzare la pratica dei trapianti. Per risolvere tali impedimenti in un colpo solo era sufficiente dichiarare morte le persone in stato di incoscienza: il nuovo criterio di accertamento della morte venne così ratificato e finì in breve tempo per rivoluzionare radicalmente la deontologia e la prassi medica. I casi relativamente recenti di Vincent Lambert in Francia e dei piccoli Charlie Gard e Alfie Evans in Inghilterra, così come altri tragici casi italiani, stanno a dimostrare che una volta ridefinito il criterio di accertamento della morte si è passati consequenzialmente a ridefinire il significato stesso di essere umano, attraverso l’arbitraria distinzione tra vite degne e indegne di essere vissute. In altri termini, a prescindere dalla condizione clinica e dallo stato di coscienza in cui si viene a trovare un determinato soggetto, il suo diritto alla vita è subordinato alla “qualità” della sua esistenza, che si fonda essenzialmente sulle sue capacità intellettive. Lo stretto legame tra la morte cerebrale e gli attacchi alla vita umana, con particolare riferimento alla deriva eutanasica, non è accidentale, dunque, bensì strutturale. L’intima connessione tra queste due pratiche si manifesta in maniera particolarmente evidente nella nuova frontiera dei trapianti, la cosiddetta donazione a cuore fermo (Donation after Cardiac Death). La DCD controllata fa seguito alla sospensione dei trattamenti intensivi a causa della loro supposta mancanza di proporzionalità. In pratica, il malato viene staccato dai supporti vitali, in particolare dal supporto ventilatorio, in una circostanza prevista e medicalmente controllata. Il muscolo cardiaco, già prima del prelievo e del trapianto, viene accuratamente valutato e collegato ad un sistema di circolazione artificiale che permette di verificare la funzionalità dell’organo in vista del trapianto. In altri termini, si induce l’arresto cardiaco in un soggetto malato terminale ma con un cuore sano, si attendono i venti minuti canonici previsti dalla legge italiana per dichiarare la morte cerebrale e si procede alla riattivazione dell’organo, che può essere così innestato in un altro individuo. Si tratta dunque di provocare intenzionalmente l’arresto cardiaco nel paziente per poterlo poi “terminare” depredandolo degli organi.
R. Prima del 1968 sulla base di quali criteri scientifici si procedeva all’espianto?
D.Prima del 1968, quindi prima dell’introduzione del rivoluzionario criterio della morte cerebrale, i trapianti d’organi vitali venivano effettuati in maniera illegale (il chirurgo e l’equipe medica potevano essere incriminati per il reato di omicidio) in quanto vigeva il criterio di accertamento classico della morte, fondato sulla cessazione di tutte le funzioni vitali di un organismo. Solamente dopo la ratifica del rapporto di Harward si poté procedere legalmente all’espianto degli organi. E’ bene ribadire che non esiste alcuna base scientifica seria che dimostri senza ombra di dubbio che quella cerebrale sia vera morte. Del resto, la tesi secondo cui la vita umana richiede un cervello funzionante è già confutata dal fatto che a livello embrionale il cervello è l’organo che si sviluppa più tardi ed è chiaro quindi che la vita è presente indipendentemente dal funzionamento cerebrale. Come può un organo che si forma relativamente tardi svolgere il ruolo di integratore centrale dell’organismo umano? Non solo, se il cervello è la «centralina» che regola tutte le funzioni dell’individuo come mai i pazienti in morte cerebrale mantengono inalterate le funzioni di base? Nella persona dichiarata morta, infatti, la circolazione sanguigna, il controllo della temperatura, il sistema metabolico e immunitario funzionano perfettamente, così come lo scambio gassoso nei polmoni che permette al paziente di respirare (ossia di metabolizzare l’ossigeno). Addirittura, le donne che aspettano un bambino possono portare a termine la gravidanza. Altro punto critico è la determinazione della presunta cessazione irreversibile di tutte le funzioni cerebrali: malgrado la ricerca scientifica abbia compiuto grandi passi in avanti nello studio del cervello essa è ben lontana dall’aver acquisito la completa conoscenza di questo meraviglioso organo. Sono gli stessi addetti ai lavori a dichiarare che benché si conosca molto a livello molecolare e cellulare si sia rimasti sostanzialmente ignoranti circa le proprietà dei circuiti che fanno funzionare l’enorme e estremamente complesso meccanismo cerebrale. Si parla infatti di milioni di cellule che formano tra loro miliardi di connessioni contemporaneamente. Com’è possibile dunque essere sicuri, allo stato delle attuali conoscenze, che tutte le funzioni cerebrali siano definitivamente compromesse? Per quanto riguarda l’attività elettrica cerebrale non esistono criteri scientifici atti a distinguere chiaramente le funzioni significative da quelle residue o presunte tali. In effetti, oltre al fatto che un tracciato elettroencefalografico può essere normale anche se piatto (ad esempio, adulti ansiosi o neonati possono presentare un tracciato piatto non patologico), le modalità di registrazione elettroencefalografica non garantiscono risultati certi, dal momento che essi possono essere influenzati da diversi fattori, tra cui l’effetto tampone provocato da importanti addensamenti di sangue all’interno del cranio. Non solo, il limite dei 2 microvolts di attività elettrica cerebrale sotto cui non ci sarebbe la vita costituisce una soglia convenzionale valida solo ai fini legali, visto che essa non corrisponde ad un ipotetico zero strumentale. Inoltre, i risultati dell’esame elettroencefalografico dipendono anche dalle cangianti tarature degli apparecchi e dall’impossibilità tecnica di amplificare segnali elettrici più bassi. Per di più, la scala grafica di registrazione su carta dei segnali elettroencefalici è talmente piccola che per osservare un’escursione leggibile di almeno 0,5 mm rilevante segni di vita sarebbero necessari tre microvolts di ampiezza, bel il 50% in più del minimo fissato per legge. Del resto, i criteri atti a stabilire la morte cerebrale sono talmente aleatori che variano da paese a paese: in Italia, ad esempio, la valutazione dell’encefalo tramite elettroencefalogramma (EEG) è obbligatoria ai fini della dichiarazione di morte cerebrale, mentre in Inghilterra tale esame non è ritenuto necessario. In linea teorica, un paziente può essere dichiarato morto oppure ancora vivo a seconda del criterio diagnostico che sceglie di seguire un determinato medico, in un determinato paese. Alla faccia della presunta oggettività delle dichiarazioni di morte cerebrale.
D.Viene esclusa la possibilità che da un morto vero e proprio si possano prelevare organi o c’ è qualche eccezione e comunque il corpo verrebbe sempre profanato?
R.Di sicuro, non è possibile prelevare gli organi vitali da un cadavere propriamente detto, in quanto essi subiscono in breve tempo un processo di deterioramento che li rendi inutilizzabili. Ci sono alcuni organi o tessuti che possono essere prelevati post mortem, come ad esempio le cornee, e altri che possono essere prelevati da persone vive senza che ciò comporti la morte del donatore, come ad esempio il rene. In questi casi il problema morale non sussiste. Tuttavia, si tratta di una pratica medica piuttosto discutibile che mina l’integrità corporea e su cui è legittimo, forse doveroso, interrogarsi.
D.Si può parlare di eutanasia del donatore imposta legalmente per combattere anche la presunta sovrappopolazione ?
R.Certamente. Alla base della cultura di morte imperante c’è il disprezzo per la vita umana, in specie quella più innocente e indifesa, quindi tutti gli attacchi alla stessa, dall’aborto all’eutanasia, dalla fecondazione in vitro alla predazione degli organi, hanno una matrice profondamente anticristica e di conseguenza antiumana.
D.Quali le verità nascoste sul prelievo di organi , tessuti, cellule?
R.La principale verità che viene nascosta dalle istituzioni è che gli organi vengono prelevati da persone ancora in vita. La propaganda massmediatica tende ad informare il meno possibile circa i veri termini della questione (altrimenti, chi presterebbe il consenso?), di contro cerca di far leva sul sentimento e sull’emotività (la cosiddetta cultura del dono). La prospettiva di “donare” i propri organi o quelli di un congiunto per salvare la vita di un malato terminale è seducente, soprattutto per chi vive un trauma (pensiamo ai genitori di un ragazzo che si trova in rianimazione a causa di un incidente o di un malore improvviso). C’è anche da sottolineare che viviamo in un’epoca in cui il senso del trascendente si è molto affievolito, anche a livello religioso, per cui le persone sono più sensibili a certi richiami che rimandano a generici ideali di solidarietà e condivisione. Un’altra verità che si cela dietro la propaganda massmediatica sui trapianti d’organo è quella relativa alla qualità della vita dei trapiantati che è decisamente bassa, al di là degli entusiastici proclami della medicina ufficiale.
D. La legge n.91 del 1° Aprile ’99 detta il silenzio-assenso: la persona ha il diritto di opporsi all’espianto di organi/tessuti/cellule con dichiarazione autografata?
R. La legge italiana ha stabilito il principio del consenso o dissenso esplicito, sulla base di cui ad ogni persona maggiorenne viene data la possibilità di dichiarare validamente la propria volontà in merito alla cosiddetta donazione degli organi. Nello specifico, la norma 91/99 agli articoli 4 e 5 ha istituito il principio del silenzio-assenso in base a cui la mancata dichiarazione di volontà viene considerata come consenso alla donazione. Tuttavia, tale enunciato non può essere applicato, in quanto, come previsto dalla legge stessa, non è stata ancora costituita un’anagrafe informatizzata che consenta la notifica ad ogni cittadino, da parte di un Pubblico Ufficiale, di un modulo per la dichiarazione di volontà. Per cui, allo stato attuale, le principali modalità con cui è possibile esprimersi in un senso o nell’altro sono le seguenti:
presso gli uffici comunali, firmando un apposito modulo predisposto al momento del rilascio o del rinnovo della carta d’identità;
presso gli sportelli delle Aziende sanitarie locali;
attraverso una dichiarazione in carta libera completa di tutti i dati personali, datata e firmata.
Le dichiarazioni di volontà sono considerate valide ai sensi di legge e sono registrate all’interno del Sistema Informativo Trapianti, fatta eccezione per le dichiarazioni in carta libera. Tali dichiarazioni possono essere modificate in qualsiasi momento.
Nel caso in cui si scelga di non esprimersi secondo le modalità previste, il consenso viene chiesto ai parenti più stretti o agli aventi diritto. Pertanto, l’espianto può essere effettuato solo in presenza di un esplicito consenso.
Tuttavia, anche in caso di mancato assenso alla donazione la legge impone il distacco dai supporti vitali del soggetto dichiarato cerebralmente morto, il quale viene così lasciato morire per mancanza di cure. Occorre anche tenere presente che l’accertamento della morte cerebrale è a discrezione del medico rianimatore della struttura ospedaliera in cui è ricoverato il paziente, e alcune tecniche utilizzate nella procedura di accertamento sono altamente invasive e potenzialmente letali.
Una di queste è il famigerato test di apnea, con cui l’esaminatore si prefigge l’obiettivo di accertare l’incapacità del malato di attivare spontaneamente il riflesso del respiro. Se a seguito della sospensione temporanea del supporto respiratorio meccanico (fino a 10 minuti nella maggior parte dei paesi) i movimenti respiratori rimangono assenti fino ad un limite convenzionalmente stabilito di 60 mmhg, si ritiene che il test di apnea confermi la diagnosi di morte. Il problema è che tale procedura può causare danni gravissimi al tessuto cerebrale, dal momento che provoca l’aumento della pressione intracranica e la diminuzione della pressione sanguigna con conseguente ipossia cerebrale. In sostanza, il test di apnea può indurre un collasso irreversibile della circolazione intracranica anziché solo una temporanea riduzione del flusso sanguigno cerebrale, come dimostrano numerosi dati clinici.
Pertanto, il fatto che il suddetto test venga svolto prima di dichiarare la morte cerebrale e in vista di essa costituisce una chiara violazione dei diritti del malato. In pratica, il test di apnea spesso rappresenta il colpo di grazia che giustifica poi il prelievo degli organi.
D. Tutto ciò accade perché l’ateismo dilagante e il materialismo imperante portano a credere che l’uomo sia soltanto un cumulo di cellule destinato a finire nel nulla?
R. La civiltà occidentale nel corso dei secoli ha uniformato il suo diritto e la sua morale alla tradizione filosofica secondo cui l’essere umano è composto di anima e corpo e ha nell’anima razionale il principio vitale che lo caratterizza. Questo principio vitale di natura spirituale, come abbiamo visto, non si trova nel cuore, nel cervello né in qualsiasi altro organo, tessuto o funzione, pur essendo nel corpo. Sulla base di tale assunto, ciò che sostanzia l’uomo non è l’intelletto, né l’autocoscienza e neppure l’interazione sociale, bensì l’anima razionale che contiene in potenza l’uso di tutte queste funzioni. La vita umana inizia con l’infusione dell’anima nel corpo e termina con la separazione da esso, nel momento in cui l’organismo si dissolve nei suoi elementi. I momenti iniziale e finale della vita sono avvolti dal mistero ed è compito della filosofia indagare e speculare su di essi; la morale invece ha il compito di considerare l’essere umano più innocente e indifeso, l’embrione, come una persona, perché non si può escludere che l’anima venga infusa nell’uomo fin dal momento del concepimento e perché qualsiasi atto aggressivo nei suoi confronti rappresenta, in ogni caso, un attentato alla vita umana. Per le medesime ragioni, il principio di precauzione deve essere applicato anche all’individuo di cui non è stata accertata la morte al di là di ogni ragionevole dubbio. Questa impostazione è stata prevalente nel mondo occidentale fino agli anni sessanta per poi essere soppiantata da una visione utilitaristica e materialistica dell’esistenza. Il declino sempre più marcato del senso religioso e del trascendente ha comportato anche il declino della ragione: l’uomo moderno non è più capace di discernere con chiarezza il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, il logico dall’illogico, il vero dal falso, proprio perché ha in larga parte smarrito la fede, il faro che illumina l’intelletto umano e lo rende capace di agire secondo retta coscienza.
D.Ci sarebbero i farmaci per la cura , ma la ricerca non è libera e soggetta alla lobby farmaceutica per arrivare alla necessità dei trapianti dopo aver cronicizzato le malattie non curando al causa, ma i sintomi?
R. L’industria dei trapianti smuove enormi somme di denaro, quindi è logico pensare che “spinga” il mercato nella direzione per essa più redditizia. Del resto, la medicina dei trapianti non fa altro che trasformare un malato in un paziente cronicizzato, la cui esistenza diventa spesso un vero e proprio calvario sanitario, fatto di assunzione perenne di farmaci, frequenti visite di controllo e di maggiori probabilità, rispetto alla popolazione generale, di contrarre una serie di patologie, anche mortali. L’uso continuo e a vita dei farmaci immunosoppressori, necessari a sopprimere la risposta del sistema immunitario verso l’organo trapiantato, riduce la capacità del sistema immunitario stesso di combattere le infezioni e di distruggere le cellule tumorali. Sussiste dunque un rischio molto elevato di contrarre alcuni tipi di cancro, in particolare i tumori della pelle, come il carcinoma a cellule squamose (SCC), il carcinoma basocellulare (BCC) e il melanoma-carcinoma a cellule di Merkel (MCC), tutti potenzialmente letali. Per rendere l’idea dell’incidenza di tali patologie nei trapiantati basti dire che il rischio di contrarre l’SCC è 100 volte più alto rispetto alla popolazione generale, quello di sviluppare il BCC è di sei volte mentre è di 24 volte per l’MCC. Dal momento che il cancro della pelle non può essere prevenuto nei soggetti trapiantati, quest’ultimi devono sottoporsi a screening regolari, ancora più frequenti nelle persone con una storia personale di tumori della pelle. Attraverso una ricerca scientifica è stato scoperto inoltre che i trapiantati hanno un rischio particolarmente elevato di sviluppare melanomi che hanno già raggiunto uno stadio avanzato al momento della diagnosi. Sempre a causa dei farmaci immunosoppressori le persone che hanno ricevuto un trapianto di fegato, cuore o polmone hanno il 64 %in più di probabilità, rispetto alla popolazione generale, di sviluppare patologie cardiovascolari. Un altro aspetto che rende più probabile l’incidenza di tali malattie è l’obesità: ben il 50%dei trapiantati subisce un aumento di peso che oscilla tra il 10% e il 35% del loro peso corporeo; un problema che riguarda anche i soggetti senza una storia pregressa di accumulo patologico di tessuto adiposo. L’elenco dei problemi e delle patologie cui vanno incontro i pazienti trapiantati è decisamente lungo e meriterebbe ben altro approfondimento. In ogni caso, è piuttosto evidente come le persone riceventi un organo diventino dei clienti fissi dell’industria farmaceutica, finendo per alimentare la redditizia filiera del malato cronico.
D.Cosa ne pensa della donazione da vivente ?
R.La donazione di organi da vivente non comporta l’uccisione del donatore, pertanto non solleva problemi morali gravi. Tuttavia, si tratta di un atto che, oggettivamente, violenta troppo la natura e che quindi andrebbe evitato. Almeno questa è la mia opinione al riguardo.
D.Anche qui viene tradito il Giuramento d’ Ippocrate perché a fin di bene il medico gli arreca danno rendendolo menomato?
R.Il giuramento d’Ippocrate lo tradiscono certamente tutti quei medici che praticano gli espianti degli organi vitali, in quanto invece di prestare le cure al malato ne causano direttamente la morte.
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4 commenti su “L’Espianto di Organi è Predazione? Cinzia Notaro Intervista il dott. Alfredo De Matteo.”
Avete mai conosciuto un paziente che vive grazie a un trapianto di rene? Di cuore? Di polmoni?
Avete mai parlato con medici che dedicano la vita alla medicina dei trapianti?
Avete idea di come muoia una persona in un contesto altamente medicalizzato come i nostri cari durante il ricovero ospedaliero?
Vi prego di porvi in umile ascolto di chi ha speso anni e decenni al servizio dei pazienti mediante la conoscenza medica.
Non ho capito se ci sono problemi anche con la donazione delle cornee da un cadavere e se si quali.
Non ci si sofferma più a riflettere su argomenti che richiedono attenzione, lasciando tutto in mano alle lobby che hanno svuotato la realtà per incrementare i propri introiti malefici.
Sempre più schifato dalla medicina e dai medici dell’associazione a delinquere nota come stato.
Le ASL non sanno niente di come togliere il consenso. Il medico di famiglia può farlo ma non è detto che lo sappia fare: si trova nella seconda TAB dei vostri dati personali in fondo
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