C’è questo post di Inside Over:

“L’odio viscerale per Netanyahu, che pervade un intero schieramento politico, non sarà di alcun aiuto di fronte alla minaccia nucleare iraniana”.
Lo dice il testo che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha postato su X il 25 ottobre, due giorni prima delle elezioni, insieme all’immagine generata con l’intelligenza artificiale di un fungo atomico sopra una città che somiglia a Tel Aviv.
Il testo è dello scrittore Yuval Blumberg. Per cui l’indagine sul Qatargate, che coinvolge alcuni collaboratori del premier accusati di aver ricevuto soldi per promuovere l’immagine del Qatar, e lo scontro sulla leva per gli ultraortodossi, sono “un’enorme cortina fumogena” che nasconde il lavoro da finire in Iran.
“Abbiamo altri due anni di Trump per portare a termine il lavoro in Iran”, scrive Blumberg citato da Netanyahu. “Le generazioni future non ci perdoneranno se lasceremo sfuggire questa storica opportunità. Un simile obiettivo non potrà essere raggiunto con un primo ministro tenuto per la gola dai Fratelli Musulmani e da chi fiancheggia il terrorismo. Chi vota un leader che non saprà completare la missione espone sé stesso e la propria famiglia al pericolo di un secondo Olocausto”.
Su X a Netanyahu risponde Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore dell’IDF, leader del partito di centrodestra Yashar e principale sfidante di Netanyahu.
“Netanyahu, sei in preda all’isteria. Come in ogni campagna elettorale, sempre lo stesso metodo di bugie e paura. Questa volta minacci i cittadini israeliani di distruzione di massa. E questo dopo che non hai raggiunto gli obiettivi della guerra contro l’Iran”.
Nelle ultime settimane i critici hanno accusato Netanyahu di spingere per riaprire la guerra con l’Iran per influenzare o rinviare il voto, lui nega.
Eisenkot aveva già attaccato il premier sull’Iran il 24 ottobre. Sei mesi fa, ha ricordato su X, Netanyahu diceva che l’Iran non era più una minaccia esistenziale per Israele, ora dice che ha ripreso il programma nucleare e vuole annientarlo. “Ecco come appare un bugiardo in fase di collasso”, scrive Eisenkot.
Si vota il 27 ottobre. “Netanyahu, fra tre giorni arrivo a sostituirti”, chiude Eisenkot.
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E intanto quella che certa feccia del nostro mestiere continuaa descrivere come l’unica democrazia del Medio Oriente lo dimostra nei fatti.
Israele ha respinto cinque giornalisti stranieri e una ricercatrice nelle due settimane prima delle elezioni del 27 ottobre.
L’ultima è Francesca Cicardi, corrispondente per il Medio Oriente del sito spagnolo elDiario.es. Il 22 ottobre, poche ore prima del volo, le autorità israeliane le hanno revocato il permesso d’ingresso, anche se ha un accredito valido dell’Ufficio stampa del governo.
Martina Stefanoni, giornalista di Radio Popolare, sta per partire per Tel Aviv quando le viene improvvisamente revocato il visto. Era già stata in Israele l’anno scorso: questa volta aveva anche l’accredito ufficiale. “Una intollerabile censura da parte del Paese che si definisce l’unica democrazia del Medio Oriente”, ha dichiarato la direttrice della radio milanese, Lorenza Ghidini.
Nemmeno Sylvain Mercadier, corrispondente del quotidiano francese L’Humanité, riceve una spiegazione del perché non le venga permesso l’ingresso.
La giornalista italiana Serena Bilanceri scrive per il quotidiano tedesco Taz. Il ministero israeliano per la Diaspora rivendica di averla fatta respingere per due articoli del 2025 in cui chiedeva sanzioni contro Israele per Gaza e la Cisgiordania.
Sophia Goodfriend è una ricercatrice ebrea, vive in Israele a periodi da dieci anni. All’aeroporto Ben-Gurion la rimandano indietro per il “rischio di immigrazione clandestina”.
Secunder Kermani, inviato della tv britannica Channel 4, atterra a Tel Aviv l’11 ottobre e si sente dire che non può entrare. Gli agenti, racconta il giornalista, gli chiedono se pensa che Israele stia commettendo un genocidio a Gaza. Entra solo dopo che Channel 4 contatta i diplomatici israeliani.
In Italia il Partito democratico ha presentato un’interrogazione al ministro degli Esteri Antonio Tajani sul caso Stefanoni.
Dall’inizio del genocidio, Israele non lascia entrare a Gaza i giornalisti stranieri, se non al seguito dell’esercito.
Nello stesso periodo, l’IDF ha ucciso 300 giornalisti palestinesi nella Striscia.
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E nel frattempo Israele continua ad ammazzare civili a Gaza, anche se dovrebbe esserci, da un anno, una tregua.

REFEEF LUBBAD, 17 ANNI. COLPITA ALLA TESTA MENTRE TORNAVA DA SCUOLA.
Il 22 ottobre 2026, a Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza, Refeef Lubbad stava tornando a casa dopo le lezioni. Frequentava l’undicesima classe. Secondo le informazioni diffuse il giorno successivo, la ragazza è stata raggiunta da un proiettile alla testa ed è morta.
CrossFireArabia ha attribuito gli spari alle forze israeliane, collocando l’episodio nella zona di al-Faluja, nel campo profughi di Jabalia. Non è ancora disponibile una ricostruzione indipendente completa della dinamica.
Il giorno successivo, Mosab Abu Toha – @mosababutohapoet poeta palestinese vincitore del Premio Pulitzer 2025, ha pubblicato il volto di Refeef accompagnandolo con parole durissime.
Ha denunciato il silenzio che, a suo giudizio, circonda l’uccisione dei palestinesi, accusando il New York Times e altri grandi organi d’informazione di non riservare a queste vittime la stessa attenzione concessa ad altre morti.
«Ma qui vedrete il suo volto e conoscerete il suo nome».
Abu Toha non si è fermato alla denuncia della disparità mediatica. Ha invocato giustizia per Refeef e per le famiglie palestinesi, chiedendo che i responsabili delle uccisioni vengano chiamati a rispondere delle proprie azioni.
Ha rivolto inoltre una durissima accusa ai giornalisti che, secondo lui, hanno giustificato, avallato o liquidato queste morti come insignificanti, chiedendo che le loro responsabilità non vengano dimenticate.
La storia di Refeef è quella di una ragazza di 17 anni che frequentava la scuola e percorreva la strada verso casa. Quel 22 ottobre non è mai arrivata a destinazione.
Si chiamava Refeef Lubbad. Aveva 17 anni. È stata colpita alla testa mentre tornava da scuola.
Fonti: CrossFireArabia, 23 ottobre 2026; Mosab Abu Toha, 23 ottobre 2026; Rima Anabtawi, 23 ottobre 2026.
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E intanto, nel silenzio complice dell’occidente, e in particolare del nostro sciagurato governo, Israele prosegue nella pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania. Per il video cliccate sul collegamento.

A Hebron, in Cisgiordania occupata, centinaia di famiglie palestinesi sono costrette a lasciare le loro case nel cuore della notte, a piedi e con una sola borsa ciascuna.
I soldati israeliani circondano i quartieri di al-Jalda e Ein Deir Bahha e ordinano ai residenti di andarsene con gli altoparlanti e con messaggi su Telegram. Nelle zone di Farsh al-Hawa e Abu Katila, secondo fonti locali, le famiglie cacciate sono circa 250 e non possono usare l’auto.
A Farsh al-Hawa i bulldozer abbattono un palazzo di tre piani, i negozi vicini e parte di una fabbrica, e spianano circa 7.000 metri quadrati di terreno. Agli abitanti del palazzo i soldati lasciano cinque minuti per portare via quello che possono, riferisce Al Jazeera.
Il 23 ottobre, secondo l’esercito israeliano, due palestinesi di 27 anni hanno aperto il fuoco su un battaglione di riservisti vicino a Hebron e hanno ucciso due soldati. I due palestinesi sono stati uccisi dopo uno scontro a fuoco di venti minuti.
Poche ore dopo, a quattro giorni dalle elezioni israeliane, il primo ministro Benjamin Netanyahu è arrivato sul posto con il giubbotto antiproiettile e ha ordinato l’assedio della città, che ha più di 200.000 abitanti.
“Prima di tutto agiremo per distruggere questo posto. Perlustreremo casa per casa e useremo metodi aggressivi”, scrive in un post il premier israeliano.
“Il modello del campo profughi di Jenin arriva a Hebron”, ha annunciato il ministro della Difesa Israel Katz.
Nel gennaio 2025 l’operazione Muro di ferro ha svuotato i campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams e ha fatto sfollare più di 33.000 palestinesi.
Mustafa Barghouti, segretario del partito Iniziativa nazionale palestinese, dice ad Al Jazeera che la chiusura trasforma ogni città e villaggio in una piccola prigione.
Il giornalista palestinese @AbubakerAbed, di Gaza, scrive su X: “Pulizia etnica nella Striscia di Gaza occupata e in Cisgiordania. L’Occidente civilizzato tace”.
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