Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla vera fraternità. Buona lettura e diffusione.
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Un cuore solo e un’anima sola: il ritorno alla vera fraternità cristiana
La prima comunità cristiana ci lascia una testimonianza che dovrebbe farci riflettere profondamente sulla nostra fede e sul modo in cui viviamo oggi la fraternità.
Negli Atti degli Apostoli leggiamo: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune» (Atti 4,32).
I primi cristiani non si limitavano a incontrarsi per pregare o ad ascoltare l’insegnamento degli apostoli. Si conoscevano, condividevano il pane, si prendevano cura dei più deboli e cercavano di rispondere ai bisogni gli uni degli altri. Erano uniti dalla fede in Gesù Cristo e sentivano di appartenere a un’unica famiglia.
Oggi, invece, ci ritroviamo insieme per celebrare l’Eucaristia, ascoltiamo la Parola di Dio, preghiamo e ci scambiamo il segno della pace. Poi, terminata la celebrazione, ciascuno ritorna alla propria vita, spesso senza sapere nulla della persona che gli è stata accanto. Ci sono persone che frequentano la stessa chiesa da anni e che, nonostante questo, non si conoscono veramente. Non sanno se un fratello sta attraversando un momento difficile, se una famiglia ha bisogno di aiuto, se qualcuno è malato, se un anziano vive nella solitudine o se una persona porta nel cuore una sofferenza che non riesce a condividere con nessuno.
Possiamo essere vicini fisicamente e lontani interiormente. Possiamo sedere uno accanto all’altro durante la preghiera senza sentirci realmente fratelli nella vita quotidiana. E allora dobbiamo porci una domanda importante: siamo diventati una comunità di persone unite dalla fede oppure siamo soltanto individui che frequentano lo stesso luogo religioso?
La fede cristiana non può ridursi a un rapporto personale con Dio vissuto senza alcuna responsabilità verso gli altri. Certamente, ciascuno è chiamato a pregare, a convertirsi e a crescere spiritualmente, ma l’incontro con Cristo dovrebbe aprire il cuore al prossimo, renderci più sensibili alla sofferenza altrui e insegnarci a vivere nella comunione. San Giovanni scrive: «Se uno dice: “Io amo Dio”, e odia suo fratello, è un bugiardo» (1 Giovanni 4,20). Queste parole ci ricordano che l’amore verso Dio deve manifestarsi anche nel modo in cui trattiamo le persone che ci circondano.
Non basta parlare di carità se poi rimaniamo indifferenti davanti a chi soffre. Non basta pregare per i poveri se, potendo aiutarli, ci giriamo dall’altra parte. Non basta chiamarci fratelli se non troviamo mai il tempo per ascoltarci, sostenerci e condividere le difficoltà della vita. La fede autentica non ci chiude in noi stessi, ma ci rende capaci di riconoscere nell’altro una persona che merita attenzione, rispetto e amore.
Quando gli Atti degli Apostoli raccontano che i primi cristiani avevano ogni cosa in comune, non significa che fossero obbligati a rinunciare a ogni proprietà privata o che non avessero diritto alla propria intimità. Significa che i beni non erano considerati soltanto strumenti per il proprio benessere, ma anche possibilità concrete per soccorrere chi era nel bisogno.
In Atti 2,44-45 leggiamo che i credenti condividevano ciò che possedevano e distribuivano secondo le necessità di ciascuno.
Questa condivisione non riguardava soltanto il denaro.Cristo. Si condividevano il tempo, il cibo, l’ospitalità, la preghiera, le preoccupazioni e la responsabilità della vita comune. Nessuno avrebbe dovuto sentirsi abbandonato mentre altri vivevano nell’abbondanza e avrebbero potuto aiutarlo. La fraternità diventava così una testimonianza concreta dell’amore di Cristo.
Anche oggi dovremmo domandarci quanto siamo disposti a mettere in comune per il bene dei fratelli. Se una famiglia perde il lavoro, qualcuno se ne accorge? Se una persona è malata, qualcuno la visita? Se un anziano è solo, qualcuno lo cerca? Se un fratello attraversa una crisi, trova qualcuno disposto ad ascoltarlo senza giudicarlo? Se una persona è in difficoltà economica, esiste una comunità pronta a sostenerla con discrezione e dignità?
La carità cristiana non significa sapere tutto della vita degli altri o invadere la loro riservatezza. Significa, piuttosto, creare relazioni abbastanza profonde da permettere a una persona di chiedere aiuto senza vergognarsi e senza temere di essere umiliata. C’è una grande differenza tra rispettare l’ intimità di qualcuno e rimanere indifferenti alla sua sofferenza. Non siamo obbligati a conoscere ogni particolare della vita altrui, ma dovremmo preoccuparci almeno di sapere se i nostri fratelli stanno bene.
Una delle difficoltà del nostro tempo è l’individualismo. Siamo spesso assorbiti dai nostri impegni, dai nostri problemi e dai nostri progetti. Anche nella comunità cristiana possiamo finire per occuparci soltanto di ciò che riguarda direttamente noi stessi. A volte abbiamo paura di essere coinvolti nelle difficoltà degli altri; altre volte temiamo il giudizio, non sappiamo come avvicinarci o non abbiamo imparato a costruire relazioni profonde. Così, senza accorgercene, possiamo trasformare la comunità in un luogo che frequentiamo senza sentirci realmente responsabili gli uni degli altri.
Eppure, anche la prima Chiesa conosceva problemi e divisioni. In Atti 6,1 leggiamo che alcune vedove venivano trascurate nella distribuzione quotidiana. Gli apostoli dovettero intervenire per affrontare la situazione. Questo episodio ci insegna che la prima comunità non era perfetta, ma cercava di correggersi quando qualcosa non funzionava. La vera fraternità non consiste nell’assenza assoluta di problemi, ma nella volontà di riconoscerli, affrontarli e trovare soluzioni alla luce del Vangelo.
Per questo, quando osserviamo l’indifferenza nelle nostre comunità, non dobbiamo limitarci a lamentarci. Dobbiamo anche chiederci che cosa possiamo fare per cambiare le cose. Possiamo cominciare con gesti semplici: fermarci a parlare con chi conosciamo poco, telefonare a una persona che non vediamo da tempo, visitare un malato, ascoltare chi attraversa un momento difficile, condividere ciò che abbiamo con chi ne ha bisogno. Possiamo imparare a chiedere «Come stai veramente?» e, soprattutto, trovare il tempo per ascoltare la risposta.
Anche le comunità possono fare molto, creando occasioni di incontro nelle case, piccoli gruppi di condivisione, servizi di ascolto e iniziative concrete di solidarietà. Non è sufficiente organizzare tante attività se poi le persone continuano a sentirsi sole. Una comunità è viva quando i suoi membri imparano a conoscersi, a sostenersi e a portare insieme il peso della vita.
Gesù ci ha lasciato un segno preciso per riconoscere i suoi discepoli: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Giovanni 13,35). Non ha detto che gli altri ci avrebbero riconosciuti soltanto dalle nostre preghiere, dalla nostra conoscenza delle Scritture o dalla partecipazione alle celebrazioni. Ha indicato anche l’amore reciproco, un amore che deve diventare visibile nelle azioni quotidiane.
La celebrazione dell’Eucaristia dovrebbe educarci alla comunione tra i fratelli.
Essere un cuore solo e un’anima sola significa comprendere che appartenere a Cristo che nessuno dovrebbe sentirsi completamente invisibile proprio nella comunità che annuncia l’amore di Dio.
San Paolo scrive: «Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo» (Galati 6,2). La Chiesa non dovrebbe essere soltanto un insieme di persone che credono nello stesso Dio, ma un popolo che impara a vivere l’amore fraterno.
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