Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, Antonello Cannarozzo, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su un evento storico della vita del nostro Paese. Buona lettura e diffusione.
Nel referendum del 1946, vinse veramente la Repubblica? Forse…
Ci sono fatti di cui non sapremo mai la verità, come la questione del referendum istituzionale del 1946 per scegliere tra Monarchia o Repubblica. Vinse quest’ultima, ma il dilemma rimane ancora insoluto: il risultato fu per il voto popolare o per i brogli? È difficile saperlo, certo non fu un esempio di trasparenza, ma ricordiamo che c’era anche un Italia distrutta dalla guerra
Antonello Cannarozzo
Il 2 giugno l’Italia festeggia la Repubblica nata nel lontano 1946 con un referendum che la vide contrapposta alla Monarchia, anche se fu il 19 giugno che venne proclamata ufficialmente.
Nel ricordare questo avvenimento, stupisce un sondaggio dello scorso anno pubblicato da Youtrend, nel quale il 15% degli intervistati affermava che oggi voterebbe per la Monarchia. Insomma, il fascino della corona è duro a morire anche se la stragrande maggioranza gli italiani, al di là degli schieramenti politici, è favorevole alla Repubblica.
Nell’anno del referendum quasi la metà gli italiani si definivano monarchici e la vittoria repubblicana portò, per chi non si rassegnava a questo risultato, a parlare di un vero e proprio imbroglio istituzionale con il voto era stato manipolato.
Una esagerazione? Può darsi, ma rileggendo le cronache e i documenti del tempo, il risultato elettorale non sembra proprio limpido, anzi, si sono addensate negli anni molte ombre sullo spoglio delle schede che ancora oggi andrebbero chiarite, proprio nell’interesse delle istituzioni repubblicane.
L’articolo che segue è una sintesi di ciò che accadde in quei giorni del 1946 volendo solo porre alcune riflessioni e non dare facili giudizi.
L’Italia del secondo dopoguerra
Torniamo indietro di due anni, al 1944, quando nel nord Italia si combatteva una violenta guerra da parte delle truppe alleate e dei partigiani contro i tedeschi e nello stesso anno a Salerno, momentanea capitale del Regno del Sud per la presenza del re Vittorio Emanuele III, si era insediato il nuovo governo italiano che tra i primi atti abbiamo la firma a Cassibile, in Sicilia, della resa incondizionata della nazione agli anglo americani.
Si delineava così, non senza gravi complessità, il nuovo assetto politico dell’Italia, tra distruzioni, povertà e ora anche l’occupazione delle forze vincitrici che dominavano e domineranno negli anni a seguire, la nostra politica e la nostra quotidianità.
Tra le prime urgenze espresse da tutte le forze politiche presenti, per avviare la ricostruzione del Paese, bisognava dare anche un nuovo assetto istituzionale attraverso il voto popolare con l’indire un referendum per confermare la Monarchia o scegliere la Repubblica.
Un cammino iniziale non senza difficoltà, dove il primo problema era la presenza, ormai ingombrante del re Vittorio Emanuele III, troppo coinvolto con il fascismo, e da molte parti veniva invitato ad abdicare in favore del figlio Umberto che avrebbe potuto condurre il Paese al referendum, con i pieni poteri legislativi.
Il 9 maggio del 1946 il vecchio re accettò la rinuncia al trono in favore del figlio e il 5 giugno Umberto divenne Luogotenente del regno e anche ultimo Re d’Italia dal 9 maggio al 13 giugno 1946.
Un giovane re che, nonostante la situazione e l’appellativo di “re di maggio” a causa del suo breve regno, nominò per la prima volta, tra gli altri, capo del Governo una personalità come Alcide De Gasperi e fu Umberto a firmare decreti ancora validi come l’autonomia siciliana e, anche se pochi lo ricordano, fu ancora lui a firmare il decreto affinché le donne potessero votare per la prima volta proprio con il referendum.
Per comprendere l’atmosfera che si respirava in quei giorni per la nostra povera Italia, si avvicinava anche il giorno giudizio o, meglio, del trattato di Pace che ci vedeva duramente penalizzati, nonostante la guerra di liberazione. Dopo due anni di laboriose trattative che incisero anche nel dibattitto referendario, il 10 ottobre del 1947 a Parigi per l’Italia, il nostro capo del governo, Alcide De Gasperi, firmava, non senza dolore, questo trattato capestro.
Oltre ad essere ridimensionati geograficamente nei nostri confini lo fummo anche politicamente, da quel giorno perdemmo per sempre la nostra vera indipendenza come Paese alla mercé dei vincitori.
Molte furono le proteste popolari e anche di politici e intellettuali, primo tra tutti Benedetto Croce, ma onestamente De Gasperi non poteva che capitolare, altrimenti per l’Italia si sarebbe aperto un baratro con conseguenze incalcolabili.
Il referendum
In questa atmosfera surriscaldata, fu indetto il referendum con decreto n.151 del 25 giugno 1944 da Umberto II, dove circa 28 milioni di italiani furono chiamati alle urne. Fu un’opera titanica perché in tutto il Paese le comunicazioni, sia telefoniche e sia stradali, erano inservibili, le strutture economiche inesistenti, moltissimi erano poi gli sfollati, ai quali si aggiungeva la miseria e il mercato nero che incombevano sulla gente a cui va aggiunto, cosa non da poco, che l’Italia chiamata al voto non era abituata a libere elezioni.
I problemi, come vedremo, cominciarono subito con atti denunciati dai monarchici secondo i quali si stava predisponendo un vero imbroglio istituzionale, come il fatto che tra gli aventi diritto al voto, circa tre milioni, erano esclusi dalla votazione come i cittadini di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, Trento e Zara, in quanto territori oggetto di contesa internazionale, senza contare più di un milione ancora prigionieri di guerra e detenuti all’estero.
Davanti a questo evidente incidente che poteva invalidare il quorum del voto, le autorità si impegnarono affinché questi cittadini, momentaneamente esclusi, avrebbero potuto votare in seguito in un contesto politico più sereno. Ovviamente un assurdo legale perchè votare, quando ormai si sapeva l’esito del voto, era a dir poco inficiante, ma la promessa, per quanto aleatoria, non fu mai mantenuta e questa mancata promessa ebbe uno strascico di polemiche sulla regolarità del voto.
Frattanto il governo in carica, De Gasperi–Togliatti–Nenni, sapevano delle condizioni precarie del Paese e i sentimenti assai accalorati in cui si sarebbe svolta la consultazione, per questo motivo sulla poltrona più delicata del momento, quella degli Interni, bisognava mettere una persona terza che non avrebbe dato adito a sospetti nella gestione referendaria, ma così non fu.
Al Ministro dell’Interno fu però nominato Giuseppe Romita, socialista e fervente repubblicano, il quale, tra le varie azioni ministeriali, fece stampare due serie di certificati elettorali: il 2C (normale) e 3C (sostitutivo in caso di smarrimento, distruzione accidentale, ecc.), ma il sospetto su tale legittimità fu perché vennero stampate ben ottanta milioni di schede, tre volte più degli aventi diritto al voto e a tutte le prefetture venne inviata una scorta di questi certificati sostitutivi corrispondente al 40% di quelli ordinari. Il dubbio, oltre la quantità di carta abnorme, specie in una nazione dove mancava praticamente tutto, era anche il fatto che secondo alcune testimonianze, le schede erano già segnate con il voto per la Repubblica.
A complicare le cose, anzi ad aggravarle, furono le tensioni che si crearono durante tutta la campagna elettorale assai tesa e con colpi bassi da ambo le parti, ma soprattutto al Nord dove alla propaganda monarchica fu impedita con ogni mezzo, anche violento, ad una qualche partecipazione e lo stesso re non potè visitare l’Italia settentrionale per non scatenare scontri di piazza.
La tensione e la paura che serpeggiava tra i repubblicani erano di un possibile colpo di mano dell’esercito e dei carabinieri, i cui comandi erano ancora in gran parte monarchici, ma tra i due schieramenti quelli che potevano dare una risposta violenta davanti ad un risultato negativo, perché più organizzati, erano certamente le formazioni repubblicane, specie i socialcomunisti che avevano ancora quasi intatto il loro arsenale di ex partigiani e, al momento opportuno sarebbero stato utilizzato senza alcuna remora, ma per la causa comunista tanto che, ai confini con il Friuli, il maresciallo Tito aveva schierato le sue truppe jugoslave in caso di una sconfitta repubblicana.
Per una nota di colore, davanti a tanti problemi, molti personaggi famosi dell’epoca si dichiararono a favore della monarchia, tra i più celebri ricordiamo gli attori Totò, Gino Cervi, Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, il tenore Mario Del Monaco e il campione Gino Bartali. Tra gli intellettuali Valentino Bompiani, Benedetto Croce e Carlo Emilio Gadda, Indro Montanelli e curiosamente il futuro fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, ma a nostro avviso, però, la curiosità più importante fu che proprio i primi due presidenti della Repubblica, Enrico de Nicola e Luigi Einaudi erano dichiaratamente monarchici.
Brogli
Se fino a quel momento c’erano contestazioni solo teoriche, fatta di sospetti e di tanti si dice, con la testimonianza di un carabiniere, il brigadiere Tommaso Beltotto, tutto cambia e la questione diviene a dir poco imbarazzante.
Affermava sotto giuramento di aver visto negli scantinati del ministero degli Interni, pacchi su pacchi di schede: “Così grossi che ci si potevano infilare le braccia” ed anche in questo caso tutte schede erano già segnate con la croce sullo stesso segno, cioè sull’Italia turrita che simboleggiava la Repubblica, confermando di fatto la relazione ufficiale del duca Giovanni Riano Sforza, comandante in capo dei corazzieri reali, con un racconto meticoloso di quei sacchi nelle cantine del Viminale.
Ma per cosa dovevano servire tutte queste schede già truccate dal voto? Se la storia è vera, non ci vuole molto a capire il loro utilizzo.
Nessuno, ovviamente, lo saprà mai, ma di sicuro, se sono autentiche queste testimonianze, erano la prova certa che il referendum era fasullo, tanto che in diverse zone d’Italia, nei mesi seguenti, si trovarono sacchi stracolmi di schede elettorali già votate.
Ad evitare sospetti monarchici sul Beltotto, ricordiamo che il carabiniere era stato durante la guerra elemento di collegamento con i partigiani in montagna e aveva collaborato a Roma con le forze del Cnl, ma la storia delle schede già votate e in quantità enorme fu anche nella testimonianza del gesuita Giuseppe Brunetta che raccontò che nelle cantine, questa volta addirittura del Quirinale, aveva visto casse contenti schede mai aperte, certo una anomalia, ma con il pronunciamento della Suprema Corte ogni contestazione tacque per sempre, almeno ufficialmente, e la forma repubblicana non fu mai più messa in discussione.
Ad avvallare queste testimonianze sulle schede, abbiamo una testimonianza del segretario di Togliatti, Massimo Caprara.
Alcuni anni fa, da protagonista di quei giorni, raccontava che a scrutini in corso Togliatti, da ministro della Giustizia, avrebbe chiesto al presidente della Cassazione dell’epoca, Giuseppe Pagano, di tardare la diffusione dei risultati per avere un po’ più di tempo con lo scopo di dare la possibilità a qualcuno di infilare le schede tardive e “mirate”.
Vero? Falso? Presumibilmente questa vicenda dei presunti brogli resterà un giallo irrisolto, comunque una cosa sembra assodata: lo stesso Togliatti si lasciò scappare una frase sospetta davanti al suo segretario che “I parti difficili vanno aiutati”, ma le contestazioni non finiscono certo qui.
Molti furono i racconti di quei giorni che fanno intravedere qualcosa di poco chiaro come, a spoglio ancora aperto, il 4 giugno davanti ai membri della Corte di Cassazione e dei rappresentanti delle forze alleate, membri dell’Arma dei Carabinieri avvertirono papa Pio XII che la monarchia stava vincendo e, non a caso, De Gasperi, la sera dello scrutinio quando sembrava che la monarchia stesse ormai vincendo, si affrettò a spedire un messaggio al ministro della Real Casa, il marchese Falcone Lucifero, felicitandosi per come procedeva lo scrutinio, i maligni affermarono che questa mossa era per non precludere un domani alcuna strada alla Democrazia Cristiana, qualsiasi fosse il risultato.
Nondimeno nella notte tra il 5 e il 6 giugno stranamente i risultati si capovolsero con l’immissione di una valanga di voti, di assai dubbia provenienza, come risultò dalle analisi statistiche successive che indicarono come il numero delle schede votate era assai maggiore a quello dei possibili elettori.
In questo racconto dove realtà e sospetti si intrecciano, uno dei principali argomenti dei sostenitori dei brogli fu l’andamento dei risultati proprio la notte dello scrutinio con l’iniziale vantaggio monarchico seguito dall’improvviso, mai spiegato chiaramente, recupero e vittoria repubblicana, unita al fatto che al ministero dell’Interni vi fosse, come già detto, Giuseppe Romita.
Il chiarimento di questo strano andamento dello spoglio delle schede, la diede lo stesso ministro Romita spiegando che, per un caso prettamente fortuito, arrivarono prima i voti del meridione, tutti ampiamente a favore della Monarchia, distorcendo la percezione del risultato finale, perché le schede giunte dal Nord, con tutta la sua quantità di voti, rovesciarono i risultati e, forse, per questo si creò la confusione.
Una giustificazione che a volerci credere, dissero i suoi contestatori, è troppo di comodo e, a voler essere anche un po’ maligni, diciamo pure interessato. Questo alimentò il sospetto che qualcosa di strano era successo quella notte, e si disse che il ministro aveva nascosto in un primo tempo un milione di voti già segnati come Repubblica da tirare fuori all’ultimo momento per bloccare le forze monarche che già sentivano la vittoria in tasca.
Umberto parte dall’Italia
Veniamo a questo punto all’episodio centrale di questo contestatissimo voto istituzionale: la controversia giuridica che spinse Umberto II a rifiutare il risultato e a lasciare l’Italia senza un formale trapasso dei poteri.
Un evento assai citato, per dimostrare come il re fosse a conoscenza di brogli, era l’idea che la stessa autorità giudiziaria non era molto convinta della trasparenza del voto, questo spinse il sovrano a resistere alle sollecitazioni politiche che intanto si facevano sempre più pressanti.
I brogli o le irregolarità dello spoglio erano una questione, oltre che di politica anche di diritto che riguardava, come accennato, la questione delle schede bianche e nulle.
Il 7 Giugno un gruppo di docenti di diritto dell’Università di Padova avanzò un ricorso dichiarando che, il decreto del 16 marzo che aveva indetto il referendum, era in riferimento alla maggioranza degli elettori votanti e non dei voti validi questo voleva dire che il risultato andava calcolato tenendo anche conto delle schede bianche o nulle.
In pratica ciò stava a significare che aggiungendo al computo dei risultati le schede bianche e nulle si passa chiaramente da un 54,26% a favore della Repubblica a 51,01, una differenza talmente minima di poche decine di migliaia di voti in rapporto alla Monarchia da ammettere un riconteggio dei voti e arrivare in caso estremo ad una ripetizione del referendum.
Una discrepanza che avrebbe rimesso in gioco il risultato.
Aggiungiamo che la verifica dei verbali di seggio era stata fatta assai in fretta e verificata la loro validità da funzionari mandati direttamente da Togliatti, tutti ex partigiani, che trovarono tutto perfettamente legale, ma curiosamente, già dal 10 giugno, il Ministero di Giustizia aveva fatto distruggere tutte le schede da controllare, senza una sentenza della Corte Suprema e quindi una ulteriore verifica era ormai di fatto impossibile.
Questa argomentazione di diritto venne fatta propria dal Re che pretese una pronuncia in merito della Cassazione, prima di procedere a un qualsiasi passaggio di poteri, ma quest’ultima si limitò a constatare solo i risultati senza alcuna proclamazione e rimandando tutto ad altra seduta per analizzare i tanti ricorsi.
Davanti a questa risposta ufficiale, il re chiese legittimamente di aspettare, mentre il Governo guidato da De Gasperi dava il risultato referendario per acquisito.
In questa fretta un po’ sospetta, ci fu chi vide il timore che facendo ulteriori verifiche, sarebbero venute alla luce le tante manipolazioni del voto, ma è anche vero che più il tempo trascorreva e più c’era il rischio che i due schieramenti potessero scaldarsi fino ad esplodere in manifestazioni di violenza, quietatisi momentaneamente solo per il voto.
Insomma, una situazione a dir poco incandescente con l’aggravante che in Italia erano ancora presenti le forze d’occupazione alleate e non si poteva immaginare la loro reazione davanti un Paese nel caos.
Alla fine Umberto II dovendo decidere se andare al conflitto frontale o ritirarsi con onore, da galantuomo scelse di evitare il rischio di gettare il Paese in una nuova guerra civile e questa volta ancora più devastante.
Partì dall’Italia per il Portogallo ribadendo, tuttavia, di non aver accolto l’interpretazione del risultato data dal governo, confusa e con il sospetto di brogli.
Dopo il voto referendario ci furono scontri armati, manifestazioni di monarchici specialmente al Sud e Napoli ne fu l’epicentro con alcuni morti. Una storia che racconteremo in seguito.
In conclusione, ma l’argomento è quasi infinito, a nostro avviso la vincitrice del referendum, oltre ovviamente alla Repubblica, fu la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi che ottenne il massimo rendimento in una situazione caotica perché, avendo percepito in anticipo il corso degli avvenimenti, lasciò libertà di voto ai suoi elettori, riuscendo così a saltare sul famoso sul ‘carro dei vincitori’ e a fare il pieno di voti, anche in territori monarchici del Sud, con i suoi candidati all’Assemblea Costituente, eletti in contemporanea al referendum.
Da allora il partito cattolico, fu destinato a governare l’Italia per decenni quando in quei giorni divenne la prima formazione politica del Paese, forte di 207 deputati su un totale di 566, forgiando per quasi cinquant’anni il Paese a sua immagine e somiglianza. Era nata così la nuova Italia.
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1 commento su “Nel Referendum del 1946, Vinse veramente la Repubblica? Forse…Antonello Cannarozzo.”
Speriamo che in Paradiso si possa conoscere la verità, a vergogna degli imbroglioni.
Da bambina ricordo mio nonno (morto nel ’60) che parlava di brogli. Diceva che al Sud all’epoca erano tutti monarchici.