Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Giulio Ferri, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul dogma dell’Immacolata. Buona lettura e diffusione.
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Maria, l’Immacolata (Parte I)
di Giulio Ferri
Il mistero della Grazia che precede
Dopo aver contemplato Maria come Madre di Dio e come sempre Vergine, arriviamo ora a una verità che ci porta ancora più indietro: non più soltanto al momento nel quale Maria concepisce il Verbo, né alla sua maternità verginale, ma al primo istante della sua stessa esistenza. Il terzo dogma mariano ci chiede infatti di guardare Maria prima ancora che possa compiere qualunque atto, pronunciare qualunque parola, scegliere qualunque cosa. Ci conduce là dove la creatura non ha ancora fatto nulla, ma già è raggiunta dalla Grazia.
È precisamente questo il significato dell’Immacolata Concezione: Maria, nel primo istante della sua concezione, fu preservata immune dalla macchia del peccato originale, per singolare grazia e privilegio di Dio, in vista dei meriti di Gesù Cristo, Redentore del genere umano. Questa è la definizione solenne proclamata da Pio IX l’8 dicembre 1854 nella costituzione apostolica Ineffabilis Deus.
Occorre anzitutto sgombrare il campo da un equivoco che, ancora oggi, è sorprendentemente diffuso. L’Immacolata Concezione non riguarda il concepimento di Gesù, ma quello di Maria. Non significa che Maria abbia concepito Gesù senza un padre umano: questo appartiene al mistero dell’Incarnazione e della nascita verginale, che abbiamo già contemplato. Qui la domanda è un’altra: come cominciò l’esistenza della donna che Dio aveva scelto per essere la Madre del suo Figlio?
La risposta della Chiesa è radicale: Maria cominciò la propria esistenza già raggiunta dalla Grazia in una maniera singolare. Non fu semplicemente santificata dopo essere entrata nel mondo; fu preservata dal peccato originale fin dal primo istante della sua concezione. E questo dettaglio — “dal primo istante” — è tutt’altro che secondario. Esso costituisce il cuore stesso del dogma.
Prima ancora del nostro sì
Qui il mistero dell’Immacolata introduce una prospettiva che tocca direttamente l’antropologia cristiana. Noi siamo abituati a pensare la vita spirituale come una sequenza di azioni: l’uomo ascolta, comprende, sceglie, si converte, risponde, cade e si rialza. In Maria, invece, la Chiesa ci invita a contemplare qualcosa che viene prima dell’agire.
Prima del suo sì all’Annunciazione c’è un sì di Dio a lei.
Prima della sua risposta c’è un dono.
Prima ancora che Maria possa dire «Eccomi», la Grazia l’ha già raggiunta.
Questo non significa che Maria sia stata privata della libertà. Significa piuttosto che la libertà, in lei, non nasce dalla distanza da Dio, ma da una Grazia che la precede e la rende capace di rispondere pienamente. L’Immacolata non è dunque la negazione della libertà umana: è una delle più alte rivelazioni di ciò che la libertà può essere quando non è deformata dal peccato.
È questo uno dei punti nei quali il dogma mariano diventa immediatamente anche filosofico. La modernità ci ha abituati a identificare la libertà con l’autonomia: sono libero quando nessuno mi precede, quando nulla mi è dato, quando posso determinare me stesso senza ricevere da altri il senso della mia esistenza. La fede cristiana propone invece una concezione molto più radicale: la creatura è libera non perché non riceve nulla, ma perché può ricevere il bene e aderirvi.
Maria è l’immagine perfetta di questa libertà ricevuta.
La Grazia non la rende meno persona, ma più persona. Non cancella la sua volontà, ma la libera dalla schiavitù del peccato. Non sostituisce il suo «fiat», ma rende possibile quel «fiat» nella sua pienezza.
Che cos’è il peccato originale?
Per comprendere l’Immacolata dobbiamo però fermarci su una parola che oggi rischia di essere fraintesa: peccato originale.
La Chiesa non insegna che Maria sia stata preservata da una colpa personale che avrebbe potuto commettere prima ancora di nascere. Nessun uomo può avere una responsabilità morale per un atto che non ha personalmente compiuto. Il peccato originale indica invece una condizione nella quale l’umanità nasce a causa della caduta dei progenitori: una privazione della santità e della giustizia originali, accompagnata da una natura ferita e inclinata al disordine, pur senza essere completamente corrotta.
Per questo l’Immacolata non è semplicemente “una donna che non ha mai commesso peccati”. La questione è molto più profonda. Anche un uomo che, per ipotesi, non commettesse mai una colpa personale avrebbe comunque bisogno della Grazia di Cristo. Maria, invece, riceve una grazia singolarissima: viene preservata dalla condizione di peccato originale nella quale tutti gli altri uomini vengono concepiti.
Ed è qui che appare uno dei paradossi più belli della dottrina cattolica: Maria è immacolata proprio perché è redenta da Cristo.
Non è fuori dalla Redenzione. È la prima e più perfetta forma della Redenzione.
Cristo non salva Maria meno degli altri perché la preserva dal peccato; la salva in maniera più radicale, impedendo che il peccato abbia in lei ciò che ha avuto negli altri. La Redenzione può infatti essere intesa non soltanto come liberazione da una caduta già avvenuta, ma anche come preservazione dalla caduta in virtù dei meriti di Cristo.
Pio IX lo esprime con estrema chiarezza nella definizione dogmatica: Maria fu preservata dal peccato originale “in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano”.
La grazia dell’Immacolata, dunque, non è una grazia alternativa a quella di Cristo. È precisamente una grazia di Cristo.
Redenta prima della caduta
Possiamo forse comprenderlo attraverso un’immagine semplice. Se una persona è caduta in un pozzo e qualcuno la tira fuori, possiamo parlare di salvezza. Ma se un’altra persona viene trattenuta prima di cadere e viene sottratta al pericolo proprio dalla stessa forza che avrebbe potuto salvarla dopo la caduta, non diremmo che è stata salvata di meno.
Anzi, è stata salvata prima.
La differenza non riguarda la sorgente della salvezza, che è la stessa, ma la modalità con cui essa viene applicata.
Maria è redenta da Cristo in maniera preventiva.
Questa precisazione è essenziale perché impedisce di trasformare l’Immacolata in una sorta di eccezione autonoma al Vangelo. Maria non è una creatura che, grazie alle proprie qualità naturali, riesce a raggiungere una perfezione che gli altri non possiedono. Non è una specie di “superuomo” religioso. È una creatura che riceve dalla Grazia ciò che nessuna creatura potrebbe darsi da sé.
E proprio qui il dogma diventa profondamente cristocentrico. Tutto ciò che Maria è, lo è in rapporto a Cristo. Anche ciò che la distingue da tutti gli altri uomini non la allontana dal Redentore, ma manifesta con maggiore splendore la potenza della sua Redenzione.
Pio IX stesso presenta l’Immacolata in questa prospettiva: Dio, nel suo disegno eterno, preparò la Madre del Figlio e la colmò di una grazia singolare, in vista dell’Incarnazione del Verbo.
Un privilegio che non nasce nel 1854
A questo punto entra in gioco la storia.
Qualcuno potrebbe pensare che l’Immacolata Concezione sia una dottrina inventata nel XIX secolo da Pio IX. È una lettura storicamente insostenibile. Il 1854 è l’anno della definizione dogmatica, non dell’inizio della devozione o della riflessione ecclesiale sull’Immacolata.
La stessa Ineffabilis Deus ricostruisce una lunga storia di culto, riflessione teologica, interventi pontifici e tradizione ecclesiale. Pio IX ricorda, tra l’altro, l’antica celebrazione liturgica della Concezione di Maria, l’intervento di Sisto IV, le successive prese di posizione dei Pontefici e la progressiva precisazione dell’oggetto della festa.
Questo è un punto importante anche metodologicamente. Come abbiamo visto parlando della verginità perpetua, una definizione dogmatica non coincide necessariamente con l’inizio storico della fede che essa definisce. La Chiesa può giungere a formulare in modo solenne e preciso una verità che è stata a lungo oggetto di fede, culto, meditazione e controversia.
La storia del dogma è dunque anche la storia della maturazione del linguaggio con cui la Chiesa custodisce ciò che ha ricevuto.
Non bisogna però cadere nell’errore opposto e immaginare che ogni espressione patristica sull’assoluta santità di Maria equivalga già, nei termini tecnici moderni, alla definizione del 1854. Sarebbe storicamente scorretto. I primi secoli testimoniano una fortissima venerazione della santità singolare della Vergine, ma la questione precisa dell’esenzione dal peccato originale richiese un lungo sviluppo teologico.
Ed è proprio questo sviluppo a rendere interessante la storia dell’Immacolata.
Dalla santità di Maria alla questione del peccato originale
I Padri della Chiesa contemplarono Maria attraverso immagini bibliche di straordinaria bellezza. L’arca di Noè, preservata dal diluvio; il roveto ardente che non si consuma; l’orto chiuso; la città santa; il tempio di Dio: immagini che la tradizione cristiana ha progressivamente applicato alla singolare purezza e santità della Madre del Signore. La stessa Ineffabilis Deus raccoglie questa lunga tradizione simbolica.
Ma il problema teologico divenne particolarmente acuto quando la Chiesa approfondì la dottrina del peccato originale.
Se tutti gli uomini hanno bisogno della Redenzione, in che modo Maria deve essere considerata redenta?
Se Maria è veramente Madre di Dio, è possibile che sia stata concepita sotto il dominio del peccato originale?
E se Dio l’ha preservata, in quale rapporto si trova questa preservazione con l’universalità della Redenzione di Cristo?
Sono domande che non si possono risolvere con una semplice devozione sentimentale. Richiedono una riflessione sulla natura del peccato, sulla Grazia, sulla libertà e sul modo stesso nel quale Dio salva.
Ed è precisamente qui che la storia della teologia medievale diventa decisiva.
La grande questione medievale
Per molti secoli teologi e scuole si confrontarono sulla questione dell’Immacolata. Non tutti arrivarono immediatamente alla formulazione che oggi ci è familiare. La difficoltà principale non riguardava tanto l’amore verso Maria quanto il modo di conciliare due affermazioni entrambe fondamentali: tutti hanno bisogno della Redenzione di Cristo e Maria è stata preservata dal peccato originale.
La soluzione decisiva sarebbe stata quella di comprendere la preservazione non come un’eccezione alla Redenzione, ma come la sua forma più perfetta.
In questo sviluppo ha un posto particolare il beato Giovanni Duns Scoto, che elaborò con grande forza l’idea della redemptio praeservativa: Cristo può redimere una persona non soltanto liberandola da un peccato già contratto, ma preservandola dal peccato in virtù dei suoi meriti.
La logica è semplice nella sua struttura, anche se profondissima nelle conseguenze: la potenza della Redenzione non è limitata al dopo della caduta.
Cristo può essere Salvatore anche là dove il peccato non è mai entrato.
E Maria diventa così il caso supremo nel quale la grazia di Cristo appare non soltanto come medicina, ma come custodia.
Il Concilio di Trento e la strada verso la definizione
Un passaggio particolarmente importante è rappresentato dal Concilio di Trento. Nel decreto sul peccato originale, il Concilio afferma l’universalità della condizione del peccato originale, ma precisa esplicitamente che non intende comprendere nella sua definizione la Beata e Immacolata Vergine Maria. Pio IX richiamerà proprio questo elemento nella Ineffabilis Deus.
È una precisazione di grande importanza.
Trento non definisce ancora il dogma dell’Immacolata Concezione. Ma non tratta neppure Maria come un caso ordinario. La sua esclusione dal campo della definizione generale sul peccato originale lascia spazio — e offre un importante punto di riferimento — alla dottrina che la Chiesa avrebbe poi definito.
Da qui la strada prosegue attraverso ulteriori interventi pontifici, la liturgia, la devozione dei fedeli e l’approfondimento teologico.
La fede della Chiesa non cresce quindi come una costruzione arbitraria alla quale ogni epoca aggiunge qualcosa di nuovo. Cresce piuttosto come una verità contemplata sempre più profondamente, mentre le domande poste dalla storia obbligano a precisarne il linguaggio.
Pio IX e l’8 dicembre 1854
Nel XIX secolo la questione era ormai maturata al punto da rendere possibile una definizione solenne.
Pio IX non procedette semplicemente sulla base di una propria devozione personale. Prima della definizione volle interrogare l’episcopato cattolico. Nel 1849 inviò un’enciclica ai vescovi del mondo chiedendo quale fosse la devozione dei fedeli verso l’Immacolata, quale fosse il loro giudizio sulla possibilità di una definizione e quali desideri intendessero manifestare. La Ineffabilis Deus riferisce che le risposte furono largamente favorevoli alla definizione.
Il papa consultò inoltre teologi e cardinali e procedette attraverso un lungo lavoro preparatorio.
Infine, l’8 dicembre 1854, nella Basilica di San Pietro, pronunciò la definizione dogmatica.
La formula è di una precisione straordinaria: Maria fu preservata “nel primo istante della sua concezione”, “per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente”, “in vista dei meriti di Gesù Cristo”, “da ogni macchia di peccato originale”. Pio IX conclude affermando che questa dottrina è stata rivelata da Dio e deve quindi essere creduta fermamente da tutti i fedeli.
Non è una frase devozionale.
È una definizione dogmatica.
E tuttavia, proprio dentro questa formula così precisa, si nasconde una domanda che va molto oltre la precisione terminologica: che cosa significa per una creatura essere raggiunta dalla Grazia prima ancora di poterle rispondere?
La Grazia viene prima
Qui comincia, forse, il vero cuore del dogma.
Noi tendiamo a pensare la santità come il risultato di una lunga serie di conquiste: preghiera, sacrificio, virtù, rinunce, fedeltà, opere buone. Tutto questo è reale e necessario nella vita cristiana. Ma l’Immacolata ci costringe a rovesciare l’ordine del nostro pensiero.
Prima di tutto c’è un dono.
Prima di ogni merito c’è la Grazia.
Prima di ogni risposta c’è una chiamata.
Prima di ogni opera dell’uomo c’è l’opera di Dio.
Maria non è immacolata perché ha saputo diventare immacolata. È immacolata perché Dio l’ha preceduta con la sua Grazia. Questo non rende irrilevante il suo sì. Lo rende possibile.
La santità di Maria non è dunque il trionfo dell’uomo che si costruisce da sé. È il trionfo della Grazia in una creatura che, proprio perché preservata dal peccato, può rispondere a Dio con una libertà non deformata. Ed ecco che il dogma dell’Immacolata comincia a parlare anche all’uomo contemporaneo.
In un’epoca nella quale l’uomo vuole continuamente produrre se stesso, definirsi, costruirsi, autodeterminarsi e perfino salvarsi attraverso le proprie capacità, Maria appare come una realtà quasi scandalosa: la creatura perfetta è anzitutto la creatura che riceve.
Non conquista la Grazia.
La accoglie.
Non si dà da sé la propria perfezione.
La riceve.
Non diventa grande opponendosi a Dio.
Diventa grande perché si lascia colmare da Lui.
E forse proprio qui l’Immacolata comincia a illuminarci il mistero della libertà: essere liberi non significa non avere ricevuto nulla, ma poter dire sì a Colui dal quale tutto abbiamo ricevuto. La Grazia che precede Maria non cancella il suo cammino: lo fonda.
E il suo cammino, a sua volta, ci condurrà verso una domanda ancora più profonda: che cosa accade alla libertà di una creatura quando il peccato non è più il principio che la divide interiormente?
È qui che il dogma dell’Immacolata, oltre la storia e oltre la definizione, comincia ad aprire il suo mistero filosofico e mistico.
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1 commento su “Maria, l’Immacolata (Parte I). Giulio Ferri.”
Egregio don (?) Giulio Ferri, perfavore, mi spieghi il significato di questa sua frase che a mio avviso è eretica: “L’Immacolata Concezione non riguarda il concepimento di Gesù, ma quello di Maria. Non significa che Maria abbia concepito Gesù senza un padre umano:..”
Mi scusi ma a me risulta che è grande VERITÀ di fede che il Concepimento di Gesù in Maria è avvenuto per opera dello Spirito Santo. E per questo sarà chiamato Figlio del Dio Altissimo.