“Nostra Aetate” e la Nuova Chiesa Nata dal Concilio Vaticano II. Matteo Castagna.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo Castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su “Nostra Aetate”, il famoso documento conciliare sul dialogo religioso. Buona lettura e condivisione.

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di Matteo Castagna

Vatican News ha riportato la notizia della ricorrenza di uno dei documenti del Concilio Vaticano II più controversi, dibattuti, oggetto di studi e profonde critiche: la “Nostra Aetate”.  Nel sessantesimo anniversario dalla promulgazione, Prevost  ha firmato la nota “Un cammino di speranza”, alla presenza dei prefetti e dei segretari dei Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo interreligioso.

Nell’ufficio pontificio le più alte cariche vaticane hanno voluto, in perfetta linea con tutti i predecessori fedeli al Concilio, hanno rilanciato il dialogo contro odio e divisioni. Nello spirito di Assisi, inaugurato in pompa magna da Wojtyla nel 1986 e poi replicato da Ratzinger, nell’ottobre 2011, proprio per ricordare il 25° dell’incontro interreligioso promosso dal suo amato predecessore.

Salvatore Cernuzio scrive sull’agenzia di stampa della Santa Sede che “oggi, sessant’anni dopo, la Dichiarazione conciliare Nostra aetate rimane un punto di riferimento per “rifondare quella speranza nel nostro mondo devastato dalla guerra e nel nostro ambiente naturale degradato”, oltre che un paradigma per orientare scelte pastorali e teologiche […]”.

Angelo Roncalli, il “papa buono”, nel celebre discorso d’apertura del Concilio del 1962 (Gaudet Mater Ecclesia), affermò che il magistero del Vaticano II doveva essere “prevalentemente pastorale di carattere”, come specificato dal vaticanista con quell’ “orientare scelte pastorali e teologiche”. Giovanni XXIII fu onesto nello specificare quel “prevalentemente”, che significa “non solo” pastorale, perché ogni Concilio ecumenico, se è della Chiesa Cattolica, è sempre stato sia dogmatico che pastorale.

Il sito del Cesnur ricorda che Giambattista Montini durante e dopo il Concilio, specificò formalmente la portata dottrinale dei testi. Nella notifica del 16 novembre 1964 (e in successive udienze generali, come quella del 12 gennaio 1966), confermò che il Concilio aveva solo evitato di pronunciare definizioni dogmatiche straordinarie, coperte dell’ infallibilità, presentandosi come un concilio pastorale. Ritenendo, perciò, definizioni dogmatiche “ordinarie”, coperte da infallibilità quelle uscite dai documenti dell’Assise.

Di fatto, Montini aveva utilizzato termini ambigui, ritenendo “ordinarie” le definizioni “rivoluzionarie”, oltre che “straordinarie”. Su questo equivoco si espressero mons. Brunero Gherardini, mons. Marcel Lefebvre e il card. Joseph Ratzinger al fine di cercare di convincere mons. Lefebvre a non consacrare vescovi nel 1988, per restringere l’ambito di obbedienza e la facoltà di obiezione.

Fu aria fritta, de iure e de facto. Il Codex Iuris Canonici del 1917, nelle norme sul Concilio Ecumenico, regolate dai canoni dal 222 al 229, non faceva la distinzione tra dogmatico e pastorale, perché ogni Concilio ha sempre posseduto intrinsecamente la duplice natura – dottrinale (dogmatica) e pratica (pastorale) – che deriva dall’analisi teologica della dottrina della Chiesa nella sua bimillenaria Tradizione.

Ad esempio, per i Padri tridentini, il dogma era il fondamento della pastorale. Non si poteva guidare il popolo cristiano (pastorale) senza indicare chiaramente la retta via della fede (dogma). Proteggere i fedeli dalle eresie era considerato il primo dovere di carità di un pastore. E così fu sempre, anche prima, per rigor di logica.

A maggior ragione, nel 1869 Papa Pio IX, osservando e subendo un mondo in rapido cambiamento, in cui le certezze politiche e sociali crollavano nella violenza e dentro la ghigliottina dei carnefici rivoluzionari di matrice massonico-liberale, dare alla Chiesa un punto di riferimento dottrinale infallibile (il Papa) serviva a custodire e rassicurare il gregge dei fedeli. La definizione del dogma serviva a evitare che i cattolici venissero confusi dalle filosofie illuministe, razionaliste, atee, anticristiane ed anticlericali dell’epoca, svolgendo una funzione di vera e propria “guida spirituale” universale.

Quanto al Vaticano II, solo un burlone, un inconsapevole o un imbroglione, a distanza di decenni potrebbe dire che nel 1965 non è nata una “nuova Chiesa”, che ha posto le basi teologiche e, di conseguenza, pastorali, di stampo comprovatamente modernista, alle riforme successive del 1968, tra cui la formula della consacrazione episcopale e il capovolgimento della Messa. L’adeguamento al mondo ed alle sue pompe è stato graduale, è non solo visto come un bene ma perseguito come nuova evangelizzazione.

I frutti dell’albero? Seminari vuoti, chiese vuote, protestantizzazione, soggettivismo, relativismo, apostasia. E non è finita, perché mezzo secolo è servito per cambiare la dottrina, altri 50 anni, se non di più, saranno necessari per completare l’opera per trasformare la morale, adeguandola ai tempi.

Si è iniziato con le chierichette, si finirà con le sacerdotesse e la Papessa, possibilmente lesbica, come la Pastora valdese che insegna nel Seminario diocesano di Verona. Del resto, erano così carini a pregare assieme e a scambiarsi sorrisi il 27/04/2026 Francis Prevost, in Vaticano, con Sarah Mullally, arcivescova di Canterbury,  che dal 1896, con la bolla Apostolicae curae, Papa Leone XIII stabiliva infallibilmente che la Chiesa cattolica considera le ordinazioni anglicane invalide per difetto di forma e intenzione sacramentale.

Il cardinale Giulio Mazzarino, nel suo libro “Breviario dei politici” elaborò, già nel 1684, un preciso concetto per spiegare come un leader o un negoziatore debba muoversi: “Al bisogno sappi essere ambiguo, dar ragione a tutti e a nessuno, tener aperta la possibilità di svicolare in un’interpretazione diversa delle tue parole”. Chiaro che se questo diventa anche il “Breviario dei preti”, si vanifica il celebre insegnamento di Gesù Cristo nel Discorso della Montagna: “Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”; “No, no”; il di più viene dal Maligno” (Mt. 5,37).

La pace non è venuta, le divergenze dottrinali (e pastorali) sono rimaste, le preghiere comuni con eretici e scismatici sono sacrilegi gravissimi, poiché si pongono Verità ed errore sullo stesso piano e si rende gloria, assieme, come si fosse in comunione, a chi crede e professa un altro Gesù Cristo o un altro Dio, anti-trinitario.

Avery Dulles (1918-2008) fu un gesuita statunitense, teologo e cardinale, noto soprattutto per gli studi sull’ecclesiologia, la rivelazione e la fede. Nel dibattito su Nostra aetate è importante perché formulò una critica teologica autorevole alla tesi secondo cui gli ebrei disporrebbero di una via salvifica autonoma, indipendente da Cristo e dalla Chiesa, mantenendo viva la dottrina della sostituzione, che risale alle parole di Gesù.

Il nuovo Israele è la Nuova Alleanza, con coloro che riconoscono il Messia. La Vecchia Alleanza col popolo eletto è stata superata nel Sinedrio. per cui non più la Sinagoga ma la Chiesa Cattolica conduce alla salvezza, almeno dall’anno 33 d.C. Non devono esserci fraintendimenti antisemiti, come sosteneva lo stesso Dulles, poiché il razzismo biologico è condannato e ogni ebreo desideri sinceramente diventare cristiano entra a far parte della Chiesa. A Nostra Aetate si critica aspramente la rinuncia alla missione principale della Chiesa, che è convertire, riportare nel suo seno chi se n’è allontanato, attraverso preghiera e proselitismo. Il dialogo promosso non ha portato, come prevedibile, a nulla di buono.

Manco la pace terrena si è ottenuta, perché per il cattolico vale la carità, non la filantropia umanista e la fratellanza come la propongono i liberali nelle logge, quanto la “Pax Christi in Regno Christi”. Dal 1965, infatti, abbiamo il record mondiale di conflitti stimati: 65 armati attivi nel 2025, 13 guerre; circa 60-70 conflitti oggi. Meglio che anziché continuare a “camminare insieme”, si fermino, riflettano e preghino. Si guardino attorno. Tornino al realismo aristotelico-tomista. Non si rendono conto che il Potere Temporale da almeno 40 anni decide e fa ciò che vuole, mentre la Chiesa ufficiale vengono lasciate le briciole e qualche fervorino di circostanza, senza capacità di incidere su nulla?

Nella prima fonte della Rivelazione, che è la Tradizione, e poi nella Seconda fonte ovvero le Sacre Scritture, tra le parole di Cristo e negli Atti degli Apostoli, infine nel Magistero Perenne della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, emergono due dati inconfutabili: “solo Gesù è la Via, la Verità e la Vita”. Poi: “Extra Ecclesiam, nulla salus”. Ricordiamo, comunque sempre, di non disperare, perché le porte degli inferi non prevarranno e Dio è sempre disponibile con la Sua Santa Madre Corredentrice ad accogliere i loro figli fedeli.

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2 commenti su ““Nostra Aetate” e la Nuova Chiesa Nata dal Concilio Vaticano II. Matteo Castagna.”

  1. Troppi sono oggi gli apostati scismatici che si permettono di accusare Cristo di aver mal governato visibilmente la Sua Chiesa nella persona dei Suoi legittimi Vicari come Paolo VI, GPII e BXVI.
    E manco si pentono di far ancora parte della chiesa massonica di satana e del suo attuale vicario Prevost che, in linea col suo predecessore JMB, impugna a sproposito le encicliche infallibili dei veri papi come “Nostra Etate”, per giustificare il “suo” falso ecumenismo; alimentare odio verso i legittimi papi conciliari e creare ulteriore odio e divisione nella Chiesa.

    Ma dopo 13 anni di evidente impostura massonica in vaticano, cosa aspettano i Cardinali di S. R. Chiesa (33 UDG) a riunirsi segretamente anche fuori della sede Apostolica “occupata” (9 UDG) per:
    🔹proclamare “invalida” la rinuncia di Benedetto XVI e la conseguente nullità del Conclave del 2013;
    🔹l’esistenza di un interregno illegittimo; 🔹e procedere, secondo le norme di Universi Dominici Gregis, ad un nuovo e legittimo Conclave?

    Se davvero vogliamo che Cristo torni a governare la Sua Chiesa e liberarla dalle mani dei nemici, spetta a noi fedeli ammonire in massa i cardinali DISERTORI.

  2. L’articolo di Matteo Castagna contiene critiche che possono essere discusse, ma attribuisce al Vaticano II e al Magistero successivo conclusioni che i testi non sostengono.

    Si può essere stanchi dell’inflazione ecclesiastica di parole come “dialogo”, “cammino”, “ponti” e “fraternità”. Lo sono anch’io quando diventano formule stereotipate. Ma da qui a sostenere che Nostra aetate abbia equiparato le religioni o oscurato l’unicità salvifica di Cristo ce ne corre.

    Nostra aetate non afferma che tutte le religioni siano vere o vie equivalenti di salvezza: dichiara che la Chiesa «nulla rigetta di quanto è vero e santo» in esse. È tutt’altra cosa. E riconoscere che lo Spirito possa operare nel cuore di uomini appartenenti ad altre religioni non significa attribuire a quelle religioni un’autonoma efficacia salvifica. Ogni salvezza viene da Cristo e soltanto da Cristo: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6); «in nessun altro c’è salvezza» (At 4,12).

    Anche sull’ebraismo occorre precisione. La Chiesa è il nuovo Popolo di Dio, ma san Paolo afferma che «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,29). Questo non significa affatto ammettere due vie parallele di salvezza: Cristo rimane l’unico Redentore.

    Il richiamo ad Apostolicae curae è poi fuori bersaglio. Dialogare con gli anglicani non significa riconoscere valide le loro ordinazioni. Benedetto XVI dialogava con loro e contemporaneamente mantenne intatta la dottrina di Leone XIII. Incontrare qualcuno non significa approvarne la teologia: altrimenti Cristo stesso, che parlava con pubblicani, samaritani e peccatori, dovrebbe essere accusato di relativismo.

    Quanto ai “frutti del Concilio” — chiese vuote, seminari vuoti, apostasia — la crisi è reale, ma post hoc non significa propter hoc. Negli stessi decenni l’Occidente, cristiano e non cristiano, è stato travolto da secolarizzazione, rivoluzione sessuale, individualismo e crisi della famiglia. Attribuire tutto al Vaticano II non è una dimostrazione, è una tesi da dimostrare. E contare persino le guerre scoppiate dopo il 1965 per imputarle al dialogo interreligioso rasenta francamente il paradosso.

    Infine, parlare di una “nuova Chiesa” nata nel 1965 apre una voragine ecclesiologica: dov’è allora rimasta la Chiesa fondata da Cristo? Dov’è la sua gerarchia visibile e la successione apostolica? E che ne facciamo della promessa: «le porte degli inferi non prevarranno» (Mt 16,18)?

    Si critichino pure abusi, ambiguità pastorali e cattive applicazioni del Concilio: materia, purtroppo, non ne manca. Ma una critica cattolica deve distinguere gli abusi dalla dottrina e soprattutto non può attribuire ai documenti ciò che essi non affermano.

    Cristo è l’unico Salvatore: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) e «in nessun altro c’è salvezza» (At 4,12). La Chiesa è il suo Corpo e extra Ecclesiam nulla salus. Ma proprio per questo non c’è alcuna contraddizione nel riconoscere che la grazia di Cristo possa raggiungere e muovere anche chi ancora non appartiene visibilmente alla Chiesa.

    Il vero nodo, dunque, è molto semplice: dove avrebbe insegnato Nostra aetate che tutte le religioni sono uguali, che tutte salvano o che Cristo non è l’unico Salvatore? SI MOSTRI IL TESTO. Perché una tesi così grave non si dimostra con le conseguenze che le si vogliono attribuire, ma con ciò che il Concilio ha realmente scritto.

    Altrimenti non siamo più davanti alla critica di un documento, ma all’accusa di una dottrina che quel documento non ha mai insegnato.

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