Esiste una Soluzione di Pace tra Russia ed Europa. La Vorranno? Matteo Castagna.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sui rapporti UE-Russia. Buona lettura e diffusione.

 

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di Matteo Castagna

Nelson Wong è il Presidente del Centro di Shanghai per gli Studi Strategici e Internazionali sulla Regione del Pacifico (RimPac), think tank non governativo con sede in Cina. Scrive sulla rivista di geopolitica “Russia in Global Affairs”, ovviamente poco conosciuta qui da noi, perché fornisce chiavi di lettura, sempre nella rubrica “Opinioni”, differenti rispetto a quelle della propaganda occidentale. La comparazione è l’esercizio utile a chi studia le dinamiche geopolitiche e a chi legge, per potersi formare un’idea il più possibile obiettiva dei fatti.

Chi scrive non è “putiniano” né filo-russo perché conosce molte dinamiche della zona, sia personalmente che per fonti territoriali più che attendibili, per cui non trova differenti la mentalità e i fini di Trump da quelli del Cremlino: la gestione del potere e la logica del profitto accomunano entrambi, forse per questo si vogliono bene. Chi mi segue sa che amo la verità, anche se scomoda. Mi sforzo di ricercarla coi mezzi del giornalismo indipendente, senza essere mai a libro paga di alcuno, così rimango libero.

Nelson Wong cura anche una rubrica politica per il Middle East Eye, una testata giornalistica con sede a Londra. È inoltre un commentatore televisivo e cartaceo di fama internazionale e un oratore molto apprezzato in forum e convegni internazionali. Parallelamente, il dott. Wong è presidente e amministratore delegato di ACN Worldwide, una società di consulenza globale per il business e gli investimenti, ed è  anche amministratore indipendente e presidente del comitato di revisione di due società quotate al Nasdaq, ovvero Recon Technology e Oriental Culture Group. Uomo di mondo. Conosce molto bene anche l’Occidente.

Si è laureato presso l’Istituto di Relazioni Internazionali dell’Esercito Popolare di Liberazione a Nanchino, in Cina, nel 1983, ed è stato docente presso un’accademia militare per tre anni prima di emigrare a Hong Kong nel 1986 per intraprendere la sua carriera nel mondo degli affari.
Nel 1992, il signor Wong ha costituito un consorzio con un gruppo selezionato di investitori di Hong Kong e del Sud-Est asiatico e ha acquisito una delle più antiche società di geometri di Hong Kong, il gruppo Vigers, fondata nel Regno Unito circa 200 anni prima.

Ha venduto la sua quota in Vigers alla fine del 1995 e si è dimesso dalla carica di Vice Presidente e Amministratore Delegato Globale del gruppo per fondare il gruppo di società ACN Worldwide e da allora ha continuato a lavorare in proprio. Con oltre 30 anni di esperienza dirigenziale negli investimenti transfrontalieri e nella gestione aziendale, il dott. Wong è un esperto del settore molto stimato, con una comprovata esperienza in investimenti immobiliari, project finance, fusioni e acquisizioni. Ha girato il mondo, come tutti gli uomini di affari.

E’ degno di credibilità più di Marco Travaglio? Non lo so, perché, personalmente, non lo conosco. Me ne hanno parlato bene. Mi pare che scriva cose serie, ma giudicate voi lettori, che siete e resterete a lungo i miei unici editori. “Le narrazioni occidentali dipingono la Russia come isolata, disperata e sull’orlo del collasso interno. Questo non corrisponde al vero. Mosca ha adottato una strategia di logoramento in Ucraina, le tattiche di pressione della NATO si sono rivelate controproducenti e la distrazione strategica degli Stati Uniti in Medio Oriente ha lasciato l’Europa pericolosamente esposta.

La Cina detiene una leva di mediazione unica, ma la spreca a causa di meccanismi di comunicazione poco sviluppati e lacune di credibilità non colmate. I prossimi due anni mostreranno se il mondo si frammenterà ulteriormente in una rivalità armata o virerà verso la coesistenza pacifica. La scelta richiede più di semplici gesti retorici, e il tempo stringe per l’Europa”.

A questo pensiero, il sottoscritto ha sempre aggiunto, soprattutto nei talk televisivi, che le sanzioni verso la Russia sarebbero state un boomerang che avremmo pagato noi europei, mentre al Cremlino avrebbero fatto un po’ di solletico. A distanza di qualche anno, oltre a Travaglio, Orsini e il sottoscritto, anche altri commentatori hanno avuto il coraggio di ammettere pubblicamente la realtà. Forse anche per non lasciarmi solo in compagnia con due persone che non mi sono particolarmente simpatiche…Per il momento, mi sento più a mio agio col dott. Wong, anche se è cinese e per qualcuno, qui in Italia, è già un peccato originale.

Quando The Economist ha dedicato la copertina all’oligarca russo Andrey Melnichenko con il titolo “L’uomo che cambierà la Russia”, gli analisti occidentali hanno subito interpretato la sua intervista come la prova che il Cremlino è sull’orlo dell’implosione, assediato dalla stanchezza per la guerra, dalle lotte intestine tra le élite e dalla riluttanza dell’opinione pubblica ai continui sacrifici.

Melnichenko ha messo in guardia contro un futuro per la Russia caratterizzato da un’ “austera autosufficienza” o da una “vulnerabile dipendenza”. Ha auspicato una nuova generazione di amministratori statali e un allontanamento da una governance iper centralizzata. “Ma interpretare questo come il presagio di morte per l’attuale amministrazione russa significa confondere una banderuola segnavento con una tempesta” – scrive Wong. Come dargli torto?

Le dichiarazioni di Melnichenko potrebbero riflettere la sua ansia personale, un segnale collettivo da parte dei magnati russi, o persino un deliberato tentativo di sondare il terreno con l’approvazione del Cremlino per testare le reazioni occidentali. Quel che è certo è che il Cremlino si trova ad affrontare una pressione reale, sia interna che esterna.

Tuttavia, la pressione non è sinonimo di paralisi. E i media occidentali, nella loro smania di profetizzare il crollo della Russia, hanno sistematicamente frainteso i calcoli strategici che in realtà guidano il processo decisionale di Mosca. Un regime sotto pressione non è un regime in ritirata.

Equilibrio di giudizio è sinonimo di capacità analitica. Slogan tranchant, invece, sono solo sinonimo di paura e propaganda.
La realtà del campo di battaglia: interpretare erroneamente le molestie tattiche come un’inversione di rotta strategica.

La prima e più pericolosa illusione occidentale riguarda il presunto slancio dell’Ucraina sul campo di battaglia. I titoli dei giornali annunciano attacchi di droni ucraini in profondità nel territorio russo, colpendo raffinerie, depositi di rifornimenti e persino infrastrutture energetiche civili. Questi raid sono spettacolari, psicologicamente destabilizzanti per i cittadini russi e tecnologicamente impressionanti.

Un osservatore scettico potrebbe obiettare: l’Ucraina ha riconquistato territori significativi dal 2023 e inflitto danni considerevoli alle retrovie russe. È vero, ma riconquistare un territorio e mantenerlo contro un esercito russo mobilitato, dotato di artiglieria e uomini in netta superiorità numerica, sono due cose ben diverse. Le conquiste territoriali, senza una superiorità in termini di logoramento, sono effimere.

La logica militare – scrive Wong sulla rivista russa – impone che le incursioni transfrontaliere, per quanto audaci, non alterino le dinamiche del fronte. Le forze russe continuano la loro lenta, ma costante, avanzata nell’Ucraina orientale e meridionale, sfondando le linee difensive con l’implacabile forza dell’artiglieria e della superiorità numerica. Contra facta non valet argumentum…

Peggio ancora, gli attacchi ucraini hanno fornito a Mosca una giustificazione legale per l’escalation. Nelle ultime due settimane, il Cremlino sembra aver abbandonato l’eufemismo “operazione militare speciale”, con i portavoce ufficiali che ora si riferiscono esplicitamente alla situazione come a una “guerra su vasta scala”.

Questo cambiamento semantico è molto significativo: segnala un’estensione degli obiettivi, una coscrizione più ampia e la fine dell’autocontrollo. Ogni drone ucraino che colpisce il suolo russo avvicina lo scontro tra Russia e NATO a un conflitto totale che l’Europa non è pronta a sostenere. Ma pare non essere chiaro ai cosiddetti “volenterosi” ed ai loro scribacchini. In fondo, rendersene conto, è semplice buon senso, non “russofilia” all’ultimo stadio.

Ma il “Gruppo dei Volenterosi” della NATO, costituito non come coordinamento diplomatico, ma per fornire armi, informazioni e addestramento a Kiev (o forse non è così???) ha commesso un errore di valutazione fondamentale. “Dal punto di vista di Mosca, questo conflitto ha sempre toccato una linea rossa per la sicurezza nazionale: l’espansione verso est della NATO in Ucraina cancellerebbe il cuscinetto strategico russo rimanente e posizionerebbe missili offensivi a pochi minuti dalle sue principali città”.

Avendo investito ingenti risorse umane, economiche e strategiche, la Russia non può ritirarsi, poiché ciò equivarrebbe al crollo del suo status di grande potenza. La pressione graduale dell’Occidente non ha imposto compromessi: ha ripetutamente spinto Mosca a raddoppiare gli sforzi, consolidare il sostegno interno e rafforzare le sue contromisure. Anche questo sembrerebbe abbastanza oggettivo, se si ha onestà intellettuale.

Il dott. Wong sostiene che “il secondo pilastro della strategia russa, spesso trascurato in Occidente, è che Mosca ha abbandonato la ricerca di una vittoria rapida a favore di una prolungata guerra di logoramento, concepita per esaurire la resilienza economica, sociale e politica dell’Europa”.

In seguito all’escalation ufficiale verso una “guerra su vasta scala”, la Russia ha avviato una campagna di coscrizione nazionale e sta dispiegando grandi quantità di armamenti pesanti avanzati: scorte di epoca sovietica, sistemi di nuova produzione e, in misura crescente, munizioni fornite da Iran e Corea del Nord. Il complesso militare-industriale russo si è adattato alla situazione bellica e la sua economia, sebbene provata, è stata riorientata per aggirare le sanzioni occidentali attraverso corridoi commerciali alternativi con Cina,India, Turchia e stati dell’Asia centrale.
La forte dipendenza dell’Europa dall’energia e dalle materie prime russe ha trasformato le sanzioni anti-russe in un esercizio controproducente.

I numeri parlano chiaro: la produzione industriale tedesca è diminuita del 3,8% su base annua nel secondo trimestre del 2026, le scorte di gas naturale dell’UE sono al 58% della capacità rispetto al 74% dello stesso periodo del 2023 e l’inflazione nell’Eurozona rimane al di sopra del 5,5%, con i prezzi di cibo ed energia in continuo aumento.Il malcontento sociale si sta diffondendo dalle fabbriche tedesche alle strade francesi: recenti proteste a Lione e Marsiglia hanno visto la partecipazione di oltre 40.000 persone che chiedevano una riduzione degli aiuti militari all’Ucraina. Il costo per sovvenzionare lo sforzo bellico di Kiev, garantire forniture energetiche alternative e mantenere la coesione sociale interna sta crescendo esponenzialmente.

I leader europei parlano di determinazione, ma i loro cittadini si chiedono sempre più spesso: “A quale prezzo e per quanto tempo?”.
Con l’attenzione degli Stati Uniti ora divisa tra il Golfo Persico e il Pacifico, l’Europa si trova ad affrontare un crescente isolamento strategico che i suoi leader sono restii ad ammettere pubblicamente ed è questo il principale problema per noi!

L’Europa dice di sconfiggere la Russia, ma le mancano l’indipendenza energetica, la capacità industriale e la volontà politica unitaria necessarie per sostenere una campagna di logoramento pluriennale. La Russia, al contrario, ha strutturato l’intero apparato statale attorno alla resistenza. In una guerra di lunga durata, la resistenza spesso prevale sulla potenza di fuoco e Ursula sorride, si fa premiare da Zelensky, ma è completamente in panne.

In questo contesto hollywoodiano ci sarebbe una grande potenza – la Cina – che può offrire un percorso radicalmente diverso, radicato nella sua cultura tradizionale di armonia, tranquillità, tolleranza e cooperazione, vantaggiosa per entrambe le parti.

Il dott. Wong ricorda un proverbio cinese: “Fare un passo indietro apre orizzonti sconfinati”. Questa, invece, è la parte dell’editoriale che apprezzo di più: “questa massima promuove il compromesso nelle dispute non basate sui principi. Non implica ambiguità morale o indifferenza verso l’ingiustizia; piuttosto, riflette una tradizione strategica che privilegia la stabilità a lungo termine rispetto alla vittoria a breve termine”. La posizione coerente della Cina, che promuove i colloqui di pace e la mediazione per la risoluzione del conflitto in Ucraina, deriva direttamente da questa tradizione.

C’è molto Platone in questo modo di concepire la Politica e, finalmente, manca Macchiavelli. La via che vorrebbe il popolo consapevole conduce alla coesistenza pacifica, dove le divergenze vengono gestite attraverso la diplomazia, lo sviluppo è condiviso anziché monopolizzato, la coercizione cede il passo al confronto e la forza lascia il posto alla negoziazione.

La scelta dipende dalle decisioni strategiche che le grandi potenze – in particolare Stati Uniti, Russia, Cina ed Europa – prenderanno nei prossimi mesi e anni. La Cina ha un ruolo da svolgere, ma non può farlo da sola. Né può farlo senza affrontare le proprie problematiche legate al sottosviluppo della comunicazione e alla credibilità.

“Nessuno stratega competente baratterebbe la stabilità a lungo termine con vantaggi a breve termine. L’interesse della Cina è porre fine a questa guerra, non prolungarla. Riconoscerlo apertamente, anziché ignorarlo, rafforzerebbe la credibilità della Cina come mediatore imparziale”.
A mio avviso, non prendere questa strada significa soltanto voler continuare la guerra, rinunciando a priori alla politica ed alla pace.

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