Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su coscienza, visione, richhezza e amore. Buona lettura e meditazione.
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L’AVANZARE DI RITORNO

Renato Longanesi, Veliero in mare aperto
Il titolo del presente articolo è dovuto ad un’espressione di Cristina Campo: l’«avanzare di ritorno» per ritrovare la rotta dopo essersi persi in mare. Ora, ciò in cui ci si perde (soprattutto quando sembra il contrario!) è la Descrizione,
«dal latino describere “scrivere, copiare, abbozzare, rappresentare”, da de “giù, via, lontano” + scribere “scrivere” dalla radice proto-indoeuropea skrib “tagliare, separare, setacciare”», (etymonline.com).
La Descrizione è una rappresentazione lontana dal fatto concreto, dal già accaduto, poiché operata dal linguaggio della ragione astratta, puramente argomentativa e relativa, che obera la Coscienza dis-traendola (traendola-via) da Se stessa, perciò rendendosi necessario il disincagliarla dalla Descrizione con un’inversione di rotta verso «l’altra riva del sé» per dirla con Henry Le Saux, un avanzare per il fatto stesso di tornare indietro, un abbandono di ogni appiglio mentale, insomma … un’apofasi.
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Francesco Pannaria: «Il retroscena del mondo fisico, l’antimondo del nostro mondo, è il mare magnum della materia pura, la tela sulla quale si ricama la storia dell’Universo».
Juliu Evola: «La coscienza non è attributo o qualità di un essere ma, al contrario, la materia di cui ogni essere è essenzialmente fatto è coscienza […]. Si tratta di una specie di ‘spazio spirituale’ che contiene e si presuppone a tutto, senza essere a sua volta compreso da nulla: su di esso si ritagliano e si articolano le varie forme sia dell’esperienza interna che dell’esperienza esterna. La stessa materia e persino ciò che volgarmente si indica come inconscio non ne sono che forme o stati particolari».
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Trattiamo qui dell’Identità, dal latino idem: stesso, medesimo, cioè la Coscienza Individuale quale “frammento” o “scampolo” non separato della Coscienza Universale, cioè dell’Alfa-Omega, dell’Immenso Grande e Immenso Piccolo, dell’IO SONO che infinitamente È prima d’ogni ex-sistenza (ciò che vien fuori, ciò che appare), quindi eternamente prima della comparsa tanto dell’Uomo quanto di ogni Civiltà e Religione e dei loro linguaggi, le quali, per quanto sacre e antiche, sono sorte fuori del Mito, cioè nel Tempo, divoratore insaziabile che prima o poi le conduce alla stasi mortale, proprio come la componente corporea umana non pervasa dalla Coscienza Universale, cioè dalla Luce Unica Immutabile Unificante, di cui Agostino dice:
«Ipsa est lux, una est et unum omnes, qui vident et amant eam: Essa è luce, è una e uno tutti coloro che la vedono e l’amano».
Certo, qui si pone il tema dell’amare la Luce che segue al vederLa. Ma La si può amare anche se non La si vede? Oppure basta sentirne il richiamo intimo in se stessi? La risposta a chi sta leggendo. Restando tuttavia di decisiva importanza la Luce che è unica e unificante ma anche inaccessibile, come ad esempio in Dante, ove «l’indicibile, fondato sulla teologia apofatica di Dionigi Areopagita, è il paradossale contenuto della scrittura paradisiaca, che funziona come una figurazione altamente retoricizzata dell’infigurabile» (iris.uniroma3.it, recensione a Marco Ariani, Lux inaccessibilis. Teologia e metafore della luce nel Paradiso di Dante).
Alla decadenza dell’Uomo, delle Civiltà e delle Religioni, è subentrata in ogni ganglio della vita terrena la pastoia stercoracea dei potentati economico-finanziari-tecnologisti, tessuta dal dispotico spirito mammonesco vecchio quanto il mondo e oggi imperversante grazie all’illegittimamente legittimato potere delle multinazionali. Mammona e Potere sono inscindibili: non può esservi l’uno senza l’altro; neanche, è bene notare, nelle istituzioni religiose: perfino la predicazione della santità (come del resto l’arte) sembra avere bisogno di Mammona! E c’è da chiedersi se i mecenati ecclesiastici e laici d’ogni tempo avrebbero finanziato le opere d’arte che oggi ci deliziano anche a costo di ridursi a vivere in un tugurio, con quattro stracci addosso e mangiando quel che capita, eventualità di cui è più che lecito dubitare.
William Blake: «Il Cristianesimo è Arte e non soldi. I Soldi sono la sua Maledizione».
Troppo facile la munificienza che conserva e preserva i propri privilegi mammoneschi, non escluso il ricchissimo e potente Vaticano – misericordiosamente inaccessibile ai migranti irregolari – nel quale si confonde la Chiesa cattolica. Cosicché Sorella Povertà vattelappesca e il Vangelo pure:
«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone »,
chiarissimo precetto di vivere di elemosina, dello stretto necessario, il quale certamente non consente l’“organizzazione” in cui scorre il sangue artificiale del dio quattrino sostituto esiziale del Dio trino. Dal che ne deriva che il tanto osannato Francesco di Assisi doveva essere davvero un Matto, manco a dirlo “saggiamente” predicato ma non imitato dai Sani di mente, seppure egli fosse un re, secondo che dice con felicissima espressione il sufi Gialal al-Din Rumi:
«l’uomo di Dio è un re dentro il suo saio».
Dove sono nell’“organizzazione” i re dentro il loro saio? E dove le loro umili abitazioni? Quale era la banca di Francesco di Assisi?
Chiaro che se un re possiede solo un saio ed un umile abitazione, l’“organizzazione” non è che una sovrastruttura mammonesca che esercita il Potere imponendo la spessa coltre fumogena e allucinogena della propria nomenclatura.
La decadenza testimonia la progressiva e distruttiva dimenticanza della Coscienza Universale e Individuale quale combinazione teandrica di cui il Cristo, il Divino Squattrinato, è l’eccelso esempio, e, nel contempo, la possibilità realizzativa dell’Uomo che del Cristo è immagine e somiglianza. E tuttavia non è da escludere come proprio il deteriorarsi delle Civiltà e delle Religioni, quali intermediarie fra la Coscienza Universale e la Coscienza Individuale, propizi la possibilità di riscoperta della loro intima e immmediata non dualità. Del resto, per essere riempito di vino nuovo, il calice dev’essere svuotato del vino vecchio e purificato dai suoi residui. E vino e calice sono distinti ma non separati: il vino tocca il calice, il calice tocca il vino. Come il Creatore tocca la Creatura e la Creatura tocca il Creatore. Nel tocco è il segreto della bevanda e della vita. Nel tocco la trascendenza si fa immanente e l’immanenza si fa trascendente. Nel tocco Dio si fa Uomo e l’Uomo si fa Dio. Nella necessaria relazione la concettuale differenza ontologica è superata, ché se fosse assoluta nessun tocco potrebbe darsi e la teandria risulterebbe una bufala.
Vale la pena di sottolineare come la Coscienza Individuale quale “appendice” non separata della Coscienza Universale, sia dotazione primordiale e spirituale dell’Uomo indipendentemente dalla sua religiosità che a parole nulla può aggiungervi o dal suo ateismo che a parole nulla può toglierne. Con la Coscienza Individuale, cioè con la propria Identità, ogni Uomo ci nasce, e, da notare, essa è già prima del suo primo pensiero, quindi di quanto egli elabora con quanto gli viene inculcato. Come dire che alla Coscienza non è necessario il pensiero, semmai è il contrario. Sennonché tanto i religiosi quanto gli atei sono inconsapevoli di questa dotazione che permette loro di pensare la loro religiosità e il loro ateismo: le convinzioni religiosa e atea possono infatti darsi entrambe soltanto grazie alla Coscienza Individuale che infine costituisce, appunto per il suo essere intimamente connessa alla Coscienza Universale, il tratto d’unione spirituale fra tutti gli Uomini, del quale le forme delle Civiltà e delle Religioni, informanti e quindi delimitanti la Coscienza, finiscono per incrementare l’inconsapevolezza. Davvero la «tela» (Pannaria) e lo «spazio spirituale» (Evola) costituiscono l’ambiente comune ad ogni essere vivente, quindi non solo agli Uomini.
Saadi Shirazi, poeta mistico sufi: «Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo, sono della stessa essenza. Quando il tempo affligge con il dolore una parte del corpo le altre parti soffrono. Se tu non senti la pena degli altri, non meriti di essere chiamato Uomo».
Riguardo all’Uomo, la Coscienza e la Descrizione costituiscono due poli: il primo, originario e libero, quale possibilità della Visione e della Conoscenza; il secondo, derivato e dipendente, quale esposizione dell’Interpretazione. Pertanto, la sequela è:
Coscienza ˃ Visione ˃ Conoscenza ˃ Interpretazione ˃ Descrizione
Nota: la Visione comprende la vista ma anche gli altri sensi. La Coscienza è l’Occhio – o lo Specchio – che vede, ascolta, gusta, odora, tocca e ricrea. Dal canto suo la Descrizione dell’Interpretazione può essere parlata o scritta, ciò che la rende una mediatrice irriducibilmente approssimativa tra la Coscienza da un lato, e la Visione e la Conoscenza dall’altro lato.
La Coscienza è il polo originario in quanto nulla può darsi al di fuori di essa; senza la Coscienza non può darsi né Visione né Conoscenza né Interpretazione né Descrizione. La Coscienza è l’ente primevo etereo in dote ad ogni Essere Umano, che grazie ad esso vede, conosce, interpreta e descrive. Prima di tutto c’è la Coscienza che accende* il mondo.
*dal lat. ad (movimento verso) e candeo (brillare, risplendere). Senza la Luce della Coscienza – Universale-Individuale – il Cosmo e l’Uomo rimarrebbero annichiliti in una sterile oscurità.
La Coscienza è quindi l’Essente ma anche l’Esente, dal lat. exemptus, part. pass di eximere “esimere”, libero per natura, ab-soluto, sciolto, quindi antecedente qualsiasi contenuto dovuto a Visione, Conoscenza, Interpretazione e Descrizione: contenuto che in nessun modo, se non illusoriamente, può condizionare l’Esente, limitarlo, accaparrarlo, esaustivamente inquadrarlo e gestirlo in esclusiva, analogamente allo specchio che in sé resta immacolato da ciò che vi si riflette: punto, questo, inconcepibile da che fa affidamento sulle incrostazioni del pensiero.
Infatti, l’antecedenza della Coscienza, cioè dell’Essente-Esente, è super-temporale e super-spaziale. La Coscienza già è, e mentre la Visione e la Conoscenza sono immediate, l’Intepretazione e la Descrizione giungono nel tempo e occupano uno spazio, perciò restando entro i limiti della relatività. Tempo e spazio, è da precisare, anch’essi compresi nella Coscienza che è super temporale e super spaziale e quindi comprende tutti i tempi e tutti gli spazi. In altri termini, la Coscienza è il contenitore infinito mentre tutto ciò che è immediatamente visto e conosciuto, poi tradotto e descritto, è il contenuto finito. Ed il finito mai può dar conto esaustivo dell’infinito.
IL PUNTO DOLENTE
Gli è che nell’Uomo la sequela Coscienza ˃ Visione ˃ Conoscenza ˃ Interpretazione ˃ Descrizione non è indisturbata. Infatti, essa è influenzata dall’identità fittizia dell’ego quale coacervo fisico, psichico, culturale, religioso o ateo, sentimentale e passionale che vi si appone, dal lat. ad (a, appresso) e ponere (porre, aggiungere), ossia dalla forma che avvolge la Coscienza e che funge da filtro attraverso cui hanno luogo la Visione, la Conoscenza, l’Interpretazione e la Descrizione.
Così, la Descrizione – il figurare per iscritto – costituisce una doppia barriera: una volta perché condizionata dal coacervo egoico, e una volta perché, anche se fosse la più oggettiva, raffinata e minuziosa, non è ciò che descrive. Il racconto è sempre in ritardo e relativo rispetto al vissuto; il diario reca appunti che descrivono un evento già trascorso, e mai lo scritto e la sua lettura possono rendere in tutto e per tutto l’evento non vissuto da chi lo legge. Ovviamente ciò valendo anche per il Vangelo che, per quanto ispirato, resta un racconto del quale, se non si conserva la valenza mitica più che storica, si perde l’incantesimo. Ogni evento storico può destare interesse, ammirazione o deprecazione, mai può incantare come il Mito.
Di più, non si ha mai coscienza di avere di coscienza, e questo non è un gioco di parole bensì ciò che accade di fatto, a prescindere dall’essere religiosi o atei. Non avere coscienza di avere coscienza è un sonno che coglie chiunque sia assente da se stesso, cioè dalla Coscienza, a causa del credito che si dà automaticamente all’ipnotizzante coacervo egoico, all’identità fittizia che costituisce il nucleo fondamentalista per antonomasia.
Di estremo interesse, riguardo all’argomento che si sta trattando, “l’ascolto senza intenzione” di cui in Jean Klein:
«Generalmente, noi ascoltiamo attraverso i nostri pregiudizi, i nostri desideri e le nostre paure. Ma l’ascolto senza intenzione è come una stanza vuota: tutto ciò che vi entra viene avvolto senza resistenza. In questo ascolto, i confini tra te e il mondo iniziano a dissolversi. Ti accorgi di essere lo spazio in cui i suoni, i pensieri e le sensazioni appaiono e scompaiono. L’ascolto vero è un’apertura senza scelta».
L’intenzione: non si ha il minimo sospetto di quanto sia pilotata dall’identità fittizia dell’ego, la quale costringe ad avere appunto un’intenzione, una volontà di affermazione di sé, magari, inghirlandata soggettivamente di Scritture, Dottrina e Tradizione.
Ashtavakra Gita: «Mio caro, potresti recitare ed ascoltare le scritture infinite volte, ma non saresti stabilizzato all’interno fintanto che tu non abbia dimenticato ogni cosa».
E qui il punto scabroso: chi si accorge di impugnare le Scritture per la presuntuosa affermazione di sé?
Dicono i maestri zen: «Con l’intenzione, realizzare lo stato senza intenzione», appunto «un’apertura senza scelta», un vuoto magnanimo a cui è estraneo ogni partito preso, ogni schieramento, quindi uno stato imparziale e quindi giusto, inconcepibile se non ci si emancipa dalla costrizione del dualismo costruito dal pensiero.
Invece, se c’è un Ente non fondamentalista è proprio la Coscienza Universale e perciò la Coscienza Individuale; la relatività dei contenuti non insidiano la loro assolutezza, la loro libertà, la loro essenza esente. È il coacervo egoico che s’intromette, paralizzando l’assoluto nel relativo, e rinchiudendo l’Universo in una cornice. Tale illusione restando reale finché sussiste.
Guy Debord: «Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione».
Si sottolinea: la rappresentazione è lontana dal vissuto. E un mezzo potente della rappresentazione, dunque del Potere che è il regista della rappresentazione e impositore del linguaggio, perciò della Descrizione.
Michel Foucault: «Il linguaggio è uno strumento di potere che determina ciò che è possibile pensare».
E così ogni Coscienza Individuale, fin dal primo giorno della sua discesa nel mondo – ma non essendo del mondo – ascolta linguaggi che le dicono cosa pensare e cosa credere, assumendo ipnoticamente la visione del mondo suggerita dai padroni e registi della rappresentazione e dei suoi linguaggi. Spettatori passivi e incoscienti di una rappresentazione tragicomica, che mira ad impedire di accorgersi che la propria vera Identità è “dietro” la rappresentazione e del tutto ininfluenzabile da essa:
«Bene non seppi, fuori del prodigio / che schiude la divina Indifferenza»
confessa Eugenio Montale, ove la “divina Indifferenza” non è distacco sterile, bensì equilibrio conquistato, libertà interiore, che, se del caso, sa davvero discernere restando esente dal minimo coinvolgimento. Divina Indifferenza dello Specchio di Giustizia, che non emana sentenza di condanna né consegna diplomi al merito, bensì ratifica (da ratum facere rendere valido, confermare) lo stato di ognuno che – inevitabilmente – vi si riflette, cioè l’auto-giudizio implicito in tale stato. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito»: il verbo “ēgapēsen” indica un amore che non conosce alcuna preferenza. Per questo non è Dio che condanna ma è l’uomo che si condanna da sé, e ciò sembra essere del tutto ignorato tanto dai conservatori che si compiacciono di un Dio giustiziere, quanto dai progressisti che s’illudono con un Dio misericordioso che “ti ama così come sei”: siamo nella totale conflittualità insita nel dualismo.
Ora, finché sussiste, l’illusione-rappresentazione costituisce uno iato scavato dal Potere fra la Coscienza e Se stessa che è Presenza: IO SONO e nient’altro che IO SONO, marianamente immacolato da ogni attributo che può riguardare soltanto l’ambito spazio-temporale, quindi il relativo e transeunte. Virgo Potens: Potenza dell’assenza del Potere. La Verginità non esercita alcun Potere. È potente senza imporsi. Anzi è potente proprio perché non s’impone. La Verginità è arcaica, il Potere erutta nel tempo e la insidia senza sosta.
E nel momento in cui, miracolo auspicabile, un gruppo di Uomini siede e tace, praticando il triplice silenzio di desideri, pensieri e parole, ovvero lasciando decantare il coacervo egoico, ecco che le loro pure Coscienze Individuali, i loro Essenti-Esenti, costituiscono un unico circolo sovra-cogitativo, sovra-concettuale, sovra-verbale, sovra-onomastico, sovra-iconico, sovra-interpretativo e sovra-descrittivo. Nel circolo del triplice silenzio il linguaggio e la rappresentazione del Potere si dissolvono grazie al percorso a ritroso, quindi apofatico, DALLA DESCRIZIONE ALLA COSCIENZA; dalla fantasmagorica opacità del coacervo egoico ipnotico alimentato dal Potere alla Luce che è la Realtà Suprema: questo l’Esodo dall’Egitto del Potere con il passaggio del Mar Rosso dell’aggrumato psichico narcisista verso la Luce che rende liberi.
Ecco perciò l’“avanzare di ritorno”: sottrarsi al dominio mediatore del concetto e dell’onto-teo-logia, al fine di cogliere, o, meglio, farsi cogliere dall’essere sempre all’opera del Principio, della Dynamis che è libertà e potenza.
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