Marco Tosatti ξ ∀ ∂
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi di quanto si sta perpetrando in Medio Oriente, e che non trova nessuna eco sui grandi giornali e sui canali televisivi mainstream. Chiediamoci perché, chi ha in mano l’informazione e come la controlla. Buona lettura e diffusione.
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Il primo è questo post su Instagram. Cliccate sul collegamento per il video:

Martedì 7 luglio l’esercito israeliano ha ucciso 7 persone a Gaza. Tra questi un bambino e il direttore delle pubbliche relazioni del Comitato egiziano a Gaza.
Il Comitato Egiziano, istituito dal presidente Sisi, è il braccio ufficiale del Cairo per gli aiuti umanitari a Gaza, e si occupa della distribuzione di cibo, dell’alloggio delle famiglie sfollate nei campi allestiti a Netzarim e della rimozione delle macerie.
Mohammed Fawaz al-Wahidi era un coordinatore senior del Comitato egiziano per la ricostruzione di Gaza, dove gestiva direttamente le relazioni con i media, il coordinamento amministrativo e la logistica per la principale campagna umanitaria regionale dell’Egitto.
L’attacco con il drone è avvenuto circa un’ora prima che la nazionale egiziana affrontasse l’Argentina in uno storico ottavo di finale dei Mondiali.
Prima dell’attacco, il comitato aveva allestito grandi schermi per le trasmissioni pubbliche in diversi centri per sfollati e rifugi nella Striscia di Gaza, con l’intento di offrire un breve momento di svago alle famiglie sfollate.
L’assassinio di al-Wahidi avviene mentre
il Cairo ospita i negoziati sulla seconda fase del cessate il fuoco, con una delegazione di Hamas al sesto giorno di colloqui.
Il giorno prima dell’omicidio, Hamas ha annunciato lo scioglimento del suo organo di governo a Gaza aprendo la strada all’assunzione del governo civile da parte del Comitato Nazionale Palestinese per l’Amministrazione di Gaza, un organismo tecnico palestinese.
In passato Israele ha già ucciso membri dello staff del Comitato egiziano a Gaza: a gennaio, un drone israeliano ha colpito un veicolo che trasportava operatori del comitato intenti a filmare un nuovo campo profughi vicino a Netzarim, uccidendo cinque persone, tra cui tre giornalisti che lavoravano per il comitato.
Dal cosiddetto “cessate il fuoco” di ottobre, a Gaza l’esercito israeliano ha ucciso almeno 1077 persone, tra cui 250 bambini, 114 donne.
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Poi c’è questo post di Inside Over:

Il 6 luglio la plenaria del Parlamento israeliano ha approvato in prima lettura il disegno di legge per istituire una commissione d’inchiesta di nomina politica per indagare sulle mancanze del governo durante il massacro del 7 ottobre 2023.
L’approvazione di una commissione politica nega la richiesta delle famiglie delle vittime di una commissione di inchiesta indipendente.
L’October Council, organizzazione composta da centinaia di familiari delle vittime, sopravvissuti ed ex ostaggi del 7 ottobre, ha criticato duramente la legge, accusando il governo di tentare di insabbiare i propri fallimenti. “Questo disegno di legge vergognoso non ha lo scopo di far luce sulla verità, ma di seppellirla insieme ai nostri figli, fratelli e sorelle, genitori e amici”, ha dichiarato l’October Council.
Il testo è passato con 59 voti favorevoli.
I partiti di opposizione hanno invece deciso di boicottare la votazione, chiedendo l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale indipendente.
L’opposizione ha chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale indipendente ma Netanyahu si è fermamente opposto alla sua creazione, sostenendo che i suoi membri sarebbero scelti dal presidente della Corte Suprema, che a suo dire è prevenuto nei suoi confronti.
Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha definito il disegno di legge “una farsa ideata unicamente per insabbiare e impedire un’indagine sulla più grande catastrofe che abbia colpito il popolo ebraico dall’Olocausto “.
L’opposizione accusa Netanyahu di voler proteggere se stesso e il suo governo dalle responsabilità attraverso un’inchiesta di nomina politica.
Netanyahu non si è mai assunto esplicitamente la responsabilità dell’attentato, attribuendo invece la colpa alle forze di sicurezza, ai governi precedenti, alla magistratura e agli oppositori politici.
Il 7 ottobre 2023 1200 persone vennero uccise in Israele negli attacchi di Hamas. Il giorno dopo il massacro, le forze israeliane iniziarono il genocidio a Gaza.
#7thoctober #israel #netanyahu
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E infine questo articolo pubblicato sul substack da Lavinia Marchetti:
QUANTO VALE LA PAROLA USraeliana? ZERO!
Ripresa la guerra con l’Iran. Dal Sud del Libano mai smesso di bombardare allo Stretto di Hormuz, anatomia di un accordo tradito in poche settimane

Stanotte gli Stati Uniti hanno colpito di nuovo l’Iran. Più di ottanta obiettivi, secondo il comando centrale americano, come rappresaglia per un attacco iraniano a tre navi mercantili nello Stretto di Hormuz. La notizia sembra un fulmine a ciel sereno, e invece è l’ultimo anello di una catena lunga, una catena che parte dal punto che quasi tutti fingono di dimenticare, il Libano.
IL FUNERALE E LA MENZOGNA DEL COLLASSO
Partiamo dalle immagini che l’Occidente ha visto e subito rimosso, quelle qui sotto. Ai funerali di Stato di Khamenei, durati giorni, si è riversata una folla che il Financial Times stima fra i dodici e i quindici milioni di persone, forse la più grande cerimonia funebre della storia recente, più imponente perfino di quella di Khomeini nel 1989. Quella marea smentisce da sola la propaganda che da mesi dipinge un Iran allo sbando, sul punto di crollare. Un popolo che seppellisce così il suo leader mostra una compattezza che nessun bollettino di guerra aveva previsto e che anzi forse è stata anche provocata dalla guerra stessa. Niente compatta i popoli come la guerra.
E così arriviamo al punto che non va scambiato per una coincidenza. L’attacco cade proprio dentro i giorni del cordoglio, sopra quella partecipazione di massa. Israele detesta più di qualsiasi cosa la vitalità di un nemico che dava per agonizzante, e con tutta probabilità ha premuto perché il colpo arrivasse adesso, a profanare il lutto.
LA STESSA FIRMA, GIÀ TRADITA IN LIBANO
Per misurare quanto vale la firma di Washington e di Tel Aviv basta guardare il Sud del Libano. Là, dallo scorso autunno, esiste sulla carta una tregua mediata dagli americani. Sul terreno, l’aviazione israeliana ha continuato a bombardare senza un solo giorno di pausa, con la giustificazione che si tratterebbe di colpi difensivi contro Hezbollah. Il 15 giugno Benjamin Netanyahu ha chiarito senza pudore che l’esercito resterà nella fascia di sicurezza libanese finché lo riterrà necessario, e in questi giorni ha promesso che l’occupazione non lascerà il Libano, come non lascerà la Siria e Gaza.
La dottrina è esplicita e Netanyahu la riassume nell’idea delle zone cuscinetto dentro il territorio nemico, lontano dal proprio. Tradotto, la sicurezza di Israele si otterrebbe occupando la terra altrui a tempo indeterminato. Una tregua costruita su questa premessa resta guerra sotto un altro nome, e prosegue con altri mezzi. Il Libano è la prova in scala ridotta di ciò che sta accadendo sull’intera regione.
UN PRETESTO MARITTIMO
La versione ufficiale è marittima, e traballa non appena la si guarda da vicino. Washington presenta i propri missili come reazione a certi colpi di avvertimento della marina iraniana contro tre navi mercantili che tentavano di attraversare lo Stretto di Hormuz per un varco non concordato. Quei colpi avrebbero provocato pochi danni a 3 navi che stavano violando le regole di passaggio. Per l’Iran la posta è simbolica ed economica prima che militare, stabilire che da oggi sarà Teheran a sorvegliare il transito dallo Stretto. Ottanta obiettivi colpiti per colpi contro una petroliera raccontano un’intenzione diversa da quella dichiarata.
QUANTO VALE LA PAROLA
Il diritto internazionale poggia su un principio antico quanto la diplomazia, pacta sunt servanda, i patti si rispettano. Senza quella regola nessuna firma vale la carta su cui è vergata, e la trattativa si riduce a un inganno organizzato. La teoria delle relazioni internazionali aggiunge una postilla, la forza di una grande potenza dipende dalla credibilità delle sue promesse, dalla certezza che un suo impegno tenga anche quando non le conviene più.
Misurata con questo metro, la parola americana e israeliana vale zero. Nel 2018 gli Stati Uniti avevano abbandonato l’accordo sul nucleare che avevano contribuito a scrivere. Nel 2025 hanno bombardato i siti atomici iraniani mentre i negoziati erano ancora aperti. Adesso, nel 2026, calpestano il Memorandum di Islamabad con l’inchiostro ancora umido. Chi si affida a quella firma lo fa a proprio rischio, e Teheran lo ha imparato nel modo più caro. Firmano quando gli serve una pausa, e colpiscono appena la pausa cessa di servirgli. La diplomazia, in quelle mani, è la guerra proseguita con la penna.
LA REAZIONE DI TEHERAN
Resta da leggere la mossa che verrà, e i segnali non sono confortanti. I comandanti iraniani hanno promesso una risposta schiacciante, e hanno avvertito che non tollereranno interferenze straniere nella gestione di Hormuz. Un consigliere della nuova Guida, Mohsen Rezaei, ha ha affermato “Trump intende attaccare di nuovo, e noi siamo pienamente pronti”. Teheran sostiene già di aver colpito alcune basi americane nella regione.
La logica interna spinge verso l’alto. Un potere nato dall’assassinio del proprio predecessore, sorretto dai pasdaran e privo della legittimità religiosa tradizionale, non può mostrarsi debole senza franare. La morte di Ali Khamenei ha lasciato una lesione che nessun negoziato rimargina, e ha consegnato il paese alla sua ala più militarizzata. Chi sperava che la pressione militare producesse una Teheran arrendevole otterrà con tutta probabilità il contrario, una Teheran senza più nulla da perdere, e con un solo modo di continuare a esistere, la fermezza a oltranza.
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