Ancora sull’Intrigante Caso Morlion e il Servizio Segreto Vaticano “Pro Deo”. Don Curzio Nitoglia.

 

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo di don Curzio Nitoglia, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e diffusione.

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 “APPENDICE” AL SESTO CAPITOLO 

I – L’«AZIONE CATTOLICA», MORLION E PIO XI
Introduzione
Studiando il “caso Morlion”, abbiamo visto come il modernismo sociale: “Sillon” in Francia e “Democrazia Cristiana” in Italia, sostenitori di e sostenuti da Morlion (cfr. L. Montuori, Felix A. Morlion e il servizio segreto vaticano Pro Deo, Chieti, Solfanelli, 2023), siano stati condannati dal magistero della Chiesa (Leone XIII, Graves de communi re, 1901; Pio X, Notre charge apostolique, 1910).
Ora, per capire ancor meglio quale fosse la natura del “Movimento Pro Deo” e il pensiero di Morlion (come “padre domenicano” e soprattutto come spia dell’OSS), è opportuno studiare la natura della “Azione Cattolica” come la Chiesa di Cristo l’ha concepita e l’ha strutturata e come Morlion e la  “DC” l’hanno distrutta e, inoltre, quale sia stata l’alternativa alla “Azione Cattolica” proposta dal modernismo sociale (v. Jacques Maritain, L’Umanesimo integrale, 1936 e la “Nuova Cristianità”), che ha “trionfato” con il Concilio Vaticano II e la Dichiarazione “Dignitatis humanae personae” (1965).
Pio X, Leone XIII, Pio XI e la politica
Innanzitutto, l’insegnamento di san Pio X coincide perfettamente con la teoria secondo cui, dottrinalmente, il dominio politico o in temporalibus, almeno ratione peccati, su cui son intervenuti Leone XIII (per il cosiddetto Ralliément) e Pio XI (con la condanna dell’Action Française e il rafforzamento dell’Azione Cattolica), spetta alla Chiesa; mentre tale insegnamento della Chiesa è stato negato da Morlion, dalla “Democrazia Cristiana”, dal “Sillon” e da Maurras.
Vediamo quale è stato l’insegnamento e la pratica della Chiesa, costantemente sino a Pio XII.
Pio IX, Pio XI e l’«Azione Cattolica»
Pio XI è chiamato il Papa dell’Azione Cattolica. Alcuni reputano l’Azione Cattolica intrinsecamente liberale e modernista e ritengono che sia nata con papa Ratti.
Ora, san Pio X ha insegnato: “I membri del Sillon si organizzino per diocesi sotto la direzione dei rispettivi Vescovi diocesani allo scopo di lavorare alla rigenerazione sociale, cristiana e cattolica, del popolo”.
In pratica, anche Pio X (per il Sillon) come Pio XI (per l’Action Française) propongono come soluzione alle deviazioni sociali l’Azione Cattolica. Quindi, se i nemici dell’Azione Cattolica fossero coerenti, dovrebbero accusare di modernismo anche san Pio X.
Inoltre, occorre specificare, come scrive il card. Pietro Parente, che l’Azione Cattolica non è nata con Pio XI, ma è la «denominazione moderna dell’apostolato dei laici, che è antico quanto il Cristianesimo. Come apostolato organizzato e subordinato alla Gerarchia Ecclesiastica, l’Azione Cattolica è sorta in varie nazioni di Europa durante l’Ottocento ed ebbe la sua prima grande affermazione ufficiale nel 1863, sotto Pio IX, col Congresso Internazionale di Malines. […] Attraverso sviluppi e crisi l’organizzazione arriva al pontificato di Pio XI e sotto di lui l’Azione Cattolica raggiunge una compatta struttura organizzativa in Italia e fuori. […] L’aspetto teologico dell’Azione Cattolica è definito come la ‘partecipazione’ dei laici all’apostolato gerarchico della Chiesa. […] Il rapporto dell’Azione Cattolica con la Gerarchia è di subordinazione, simile al rapporto di causa strumentale libera, alla causa principale (Gerarchia); oppure ad un rapporto di analogia, per cui l’apostolato in senso vero e proprio risiede nella Gerarchia, mentre nell’Azione Cattolica ci sarebbe solo per analogia di attribuzione».
Per cui sarebbe liberale anche Pio IX, Pio X e (absit!) Gesù Cristo stesso, il quale ha raccomandato ai fedeli di seguire ed essere sottomessi agli Apostoli con Pietro a capo e ai loro successori (Vescovi e Papa).
Infine, il laicismo propugnato dal Modernismo sociale (“DC” e “Sillon”) o l’autonomia del laicato dalla Gerarchia ecclesiastica in materia di morale sociale o politica, sostenuta non solo dal Modernismo politico di “sinistra”, ma anche dal “Monarchicismo” assoluto di “destra”, come unica forma lecita di governo (Charles Maurras), si fondano su una falsa nozione di persona, e di filosofia politica, come sono state definite dalla sana teologia e filosofia patristica e scolastica e poi dal magistero della Chiesa.
L’autore che meglio di tutti ha confutato l’errore politico di Maritain è stato don Julio Mienvielle. Perciò, dovremo studiare anche la confutazione della “Nuova Cristianità” democristiana di Maritain come è stata spiegata mirabilmente da don Mienvielle.
II – MARITAIN, MORLION, MIENVIELLE E LA “NUOVA CRISTIANITÀ”
 La Filosofia politica “aristomista” di don Mienvielle
Don Julio Mienvielle, nel 1932, ha pubblicato il suo primo libro Concezione Cattolica della Politica (Buenos Aires, Corsi di Cultura Cattolica; tr. it., Lamezia Terme, Edizioni Settecolori, 2011), occupandosi di politica cattolica vale a dire universale, che vuole espandere il Regno di Cristo al di fuori della sagrestia e del campanile e portarlo a permeare tutta la realtà in Cristo, don Julio ha sempre mantenuto fermo il principio di San Tommaso secondo cui l’unico vero Fine degli uomini è Dio. Questo è il Fine ultimo; gli altri (il benessere comune temporale) sono soltanto fini prossimi o intermedi, che non vanno disprezzati (come fa lo spiritualismo esagerato o l’individualismo liberale), ma neppure assolutizzati (come fa il materialismo o il collettivismo socialista).
Don Julio citava spesso il De regimine principum (Lib. I, cap. 15) di san Tommaso dove spiega che “la Società civile o politica è come una nave, la cui navigazione ha due aspetti: solcare il mare e portare i passeggeri in porto. Ossia, la politica e il bene comune o sociale hanno un duplice compito: immanente (navigare) e trascendente (giungere al Cielo)”. Insomma, la “Civiltà cristiana” o “Cristianità” ha come fine immediato il benessere comune temporale e sociale dei cittadini, ma il suo Fine ultimo è il Sommo Bene (De regimine principum, Lib. I, cap. 16). La politica rappresenta il fine intermedio; perciò va coltivato, ma non bisogna fermarsi ad esso (S. Th., II-II, q. 58, a. 5).
Il bene dell’uomo o il suo Fine ultimo personale e il bene comune sociale e temporale sono ordinati mutuamente tra di loro e, in un certo senso, vengono a coincidere (S. Th., I-II, q. 21, a. 4, ad 3). Il bene sociale, politico o comune non può non ordinarsi come il fine prossimo a quello ultimo, al bene trascendente ed infinito dell’uomo, che è Dio.
Don Julio si rifaceva all’insegnamento del suo Dottore preferito, e da lui studiatissimo, San Tommaso d’Aquino, e all’insegnamento del Magistero della Chiesa. Don Meinvielle tramite l’Aquinate e il Magistero dei Papi mostra come la Politica sia una Virtù e non un vizio (come vorrebbero i falsi mistici o gli spiritualisti disincarnati)  e specificatamente la virtù di Prudenza, che è “l’auriga delle virtù” (Aristotele e san Tommaso), che sceglie i mezzi migliori per cogliere il proprio fine. Ora, il fine della Politica è la vita sociale degli uomini che costituiscono uno Stato. Quindi, la Politica è la Prudenza applicata al vivere sociale, come la Monastica è la Prudenza del vivere individuale e l’Economia è la Prudenza del vivere nel focolare domestico.  Don Julio ha insegnato costantemente come ordinare e subordinare in gerarchia di valori i problemi economici a quelli sociali e questi a quelli religiosi e spirituali.
Secondo don Julio Meinvielle, «Il cattolicesimo integrale rifiuta di lasciarsi ridurre nell’ambito della coscienza, dell’interiorità e del privato. Il cattolicesimo integrale si afferma “sociale” in opposizione a “privato” o “individuale”. Intransigente, integrale e sociale sono i termini correlativi che rinviano ad una esigenza essenziale del Cristianesimo: il Regno sociale di Cristo» (E. POULAT, voce Integrismo, in “Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia”, diretto da F. TRANIELLO – G. CAMPANINI, Torino, Marietti, 1981, vol. I tomo 1, p. 49).
Il rifiuto del “sociale” e della vera “politica” è il costitutivo formale del cattolicesimo liberale, mentre l’impegno sociale e politico ordinato al Fine ultimo soprannaturale è l’essenza del cattolicesimo integrale ed antimodernista.
Don Julio è stato un uomo “trascendente o verticale”, cioè un uomo di Dio e orientato a Dio, ma nello stesso tempo profondamente immerso nella realtà del mondo attuale, pur non essendo del mondo. Già questa caratteristica distingue don Julio dagli spiritualisti o cristiani disincarnati (Cartesiani e Berulliani), che, per una falsa concezione della spiritualità da loro trasformata e deformata in “spiritualismo”, che esalta troppo il lato spirituale e neglige se non disprezza quello corporale dell’uomo, non imitano Gesù, il Verbo Incarnato, che è stato generato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, “si è fatto carne ed abitò tra noi”.
L’uomo è un composto di anima e corpo; inoltre è un animale naturalmente sociale il quale vive nel mondo che lo circonda, ma non deve avere lo spirito del mondo o dei mondani, che è diametralmente opposto a quello di Gesù. Gesù è vissuto nel suo tempo, dominato dal fariseismo e dal sadduceismo, ma lo ha combattuto e non si è ritratto dal mondo in cui aveva voluto venire a vivere. Egli è venuto per salvare le anime, le famiglie e le Società, confutando i sofismi dei farisei e dei sadducei e predicando il Vangelo, poiché non si può affermare la verità senza combattere l’errore.
Come si vede vi sono due errori: uno per eccesso (lo spiritualismo platonico/cartesiano), che concepisce l’uomo come un puro spirito unito accidentalmente ad un corpo, ed uno per difetto (il materialismo marxista/liberale), che concepisce l’uomo come un animale solamente materiale e sensibile. La sana filosofia (Aristotele/San Tommaso) e la Rivelazione ci presentano l’uomo come un’unità sostanziale di anima e corpo, spirito e materia. Certamente l’anima è più nobile del corpo e questo deve essere assoggettato all’anima, ma l’anima senza il corpo sarebbe il fantasma di un cadavere, il quale è stato lasciato dall’anima nel momento esatto della sua morte. L’uomo deve salvare la sua anima, però egli deve amare Dio ed il suo prossimo e quindi non può pensare solo a se stesso, ma deve preoccuparsi anche della famiglia e della polis in cui vive.
Infatti, se nella Città regna l’ordine e la Legge naturale, per l’uomo salvarsi l’anima sarà più facile. Il cattolicesimo liberale non vuol ammettere ciò e si rifugia in sagrestia abbandonando la Società in mano al “Princeps huius mundi” (il famigerato “disimpegno” di Dossetti e Lercaro, che ci ha portato ad abbandonare la società civile, che è stata occupata ieri dai sessantottini oggi dai musulmani).  Ora, tutto ciò è una contradictio in terminis; infatti “cattolico” significa “universale, aperto a tutta la realtà”, mentre “campanilismo” o “sagrestia” significa qualcosa di “particolarmente ristretto”. Il cattolicesimo è per sua natura sociale e non campanilistico o individualistico; altrimenti cesserebbe di essere universale.
Papa Pacelli ha insegnato: “Dalla forma data alla Società, a seconda che sia in accordo o no con le Leggi divine, dipende il bene o il male delle anime. Dinanzi a questa considerazione e previsione, come potrebbe essere lecito per la Chiesa […] rimanere spettatrice indifferente davanti ai pericoli a cui vanno incontro i suoi figli, tacere o fingere di non vedere situazioni che […] rendono difficile o praticamente impossibile una condotta di vita cristiana?” (Pio XII, Radiomessaggio “La solennità”, Pentecoste 1941).
L’uomo non può vivere da solo, ma ha bisogno di altri esseri umani per formare prima una Società imperfetta (la famiglia) e poi una Società perfetta (lo Stato, che è l’unione di più famiglie). Naturalmente l’uomo è animale razionale e sociale (ossia intelligente, libero e vivente in società o polis). Rifiutare l’elemento politico o sociale dell’uomo è innanzitutto un errore filosofico o antropologico, che ha una falsa concezione dell’uomo e inoltre sfocia nell’errore teologico dell’individualismo religioso o cattolicesimo liberale, che rifiuta il Regno sociale di Cristo e della sua Chiesa sul mondo e l’universalità del Cristianesimo romano, che per questa nota si distingue da tutte le “Chiese” nazionali.
Don Julio ha cercato di conoscere, illuminare dare una spiegazione del “perché” delle vicende storiche e sociali del suo tempo per “restaurare tutto in Cristo”. Attenzione! “Tutto”, anche la sfera temporale, sociale, politica, economica e filosofica, ma “in Cristo” non su qualsiasi altro fondamento perituro (Maurras, Mussolini …), che è sabbia e non roccia. “Petra autem erat Christus” (San Paolo).
La vera concezione di “Economia” secondo l’«aristomismo»
Un secondo libro di filosofia politica di don Julio si intitola Concezione Cattolica dell’Economia (Buenos Aires, Corsi di Cultura Cattolica, 1936). Esso è la normale e logica continuazione e specificazione del primo. Infatti, come la Politica è la Prudenza sociale, l’Economia è la prudenza domestica.
Aristotele e san Tommaso hanno distinto l’Economia, che è l’arte del risparmiare e far quadrare il bilancio per il retto andamento del focolare domestico, dall’Affaristica, Crematistica o Pecuniativa, che è l’arte di arricchirsi come fine e non come mezzo ordinato al benessere della famiglia.
Come si vede il mondo moderno tutto proteso all’arricchimento e al benessere puramente materiale come fine ultimo è schiavo dell’Affaristica, che ipocritamente chiama Economia, ma della quale è la deformazione.
Don Julio dopo aver dato i princìpi della sana filosofia politica, offre ai suoi lettori i princìpi dell’Economia o del retto vivere materiale delle famiglie ordinato a quello soprannaturale. Aveva ben capito che la plutocrazia giudaica e massonica stava strozzando l’Economia delle famiglie cristiane.
Fu così che approfondì il problema scrivendo il suo terzo libro: L’ebreo nel mistero della storia, (Buenos Aires, Associazione Giovanile dell’Azione Cattolica, 1937). A questo fece séguito I tre popoli biblici nella lotta per il dominio del mondo (Buenos Aires, Adsum, 1937), che tratta dello stesso tema e l’amplia approfondendolo.
Contra errores Maritain
Gli anni Trenta furono gli anni della polemica di don Julio contro Jacques Maritain che nel 1936 aveva scritto L’Umanesimo integrale, in cui proponeva la dottrina di una nuova cristianità laicista e aconfessionale (tipicamente democristiana, cattoliberale, in armonia con Montini e Morlion), la libertà come un Fine ultimo ed Assoluto, il valore supremo della persona umana anche quando aderisce all’errore e fa il male (preparando la Dichiarazione del Concilio Vaticano II “Dignitatis humanae personae”, 7 dicembre 1965), e si schierava in Spagna a fianco dei rossi contro la reazione del generalissimo Francisco Franco.
Don Julio rispose che la civiltà moderna vuole l’autonomia assoluta dell’uomo di fronte a Dio e quindi, come aveva insegnato Pio IX nel Sillabo, la Chiesa non può venire a patti con essa, poiché solo Dio è Assoluto mentre l’uomo è creato, dipendente e contingente. Pio XI e l’Episcopato spagnolo sconfessarono Maritain parlando, a proposito della guerra civile spagnola, di “Crociata contro il comunismo”, di “battaglia tra Cristo e l’Anticristo”.
Don Julio, inoltre, approfondì il problema del liberalismo nel suo libro Da Lamennais a Maritain (Buenos Aires, Nuestro Tiempo, 1945) e nel 1946 pubblicò “Corrispondenza tra padre Julio Meinvielle e padre Reginaldo Garrigou-Lagrange su Maritain”, seguita da un corposo libro intitolato Critica della concezione di Maritain sulla persona umana (Buenos Aires, Nuestro Tiempo, 1948).
LA FALSA NOZIONE DI “DIGNITÀ DELLA PERSONA UMANA”
Definizione di persona
Severino Boezio definisce la persona: “Substantia individua, naturae rationalis”. San Tommaso d’Aquino: “Individuum rationalis naturae” o “subsistens in rationali natura”. Vale a dire un soggetto di natura razionale, ossia un individuo dotato di natura razionale. La persona è un soggetto fornito di intelletto e volontà libera, essa è sui juris (esiste e agisce indipendentemente da un altro soggetto), plene et perfecte (è cosciente di esistere e agisce liberamente), è autonoma nell’essere (poiché in quanto sostanza, cioè: id cui competit esse in se et non in alio tamquam in subiecto inhaesionis, non ha bisogno di un’altra realtà cui appoggiarsi) e nell’agire, infatti agere sequitur esse (poiché grazie alla sua natura razionale dirige se stessa nell’azione, in quanto è padrona dei propri atti).
La “dignità”
La dignità o valore, nobiltà è una qualità che conferisce una certa superiorità (che non tutti hanno) a qualcuno e lo distingue dagli altri.
L’uomo ha dignità solo relativamente alle creature non razionali (minerali, vegetali e animali), ma non ha una dignità assoluta o per se stesso, come invece asserisce il personalismo. La persona ha dignità solo relativamente alla natura umana nella quale sussiste, ossia la dignità umana è dovuta alla natura razionale e non appartiene al soggetto o persona in sé. La dignità appartiene direttamente e in primo luogo alla natura e secondariamente alla persona, che sussiste in tale natura razionale. Parlare di “dignità della persona umana” non è esatto, sarebbe più opportuno dire “dignità della natura umana” in cui sussiste la persona.
Il soggetto o supposito
Il soggetto non è suscettibile di più e di meno, o è soggetto o non lo è: il sasso, il broccolo sono soggetti come l’uomo, né più né meno. Quindi tutti i soggetti, in quanto tali (il sasso, il broccolo, il gatto, l’uomo), sono eguali e solo per il fatto che un soggetto sussiste in una natura determinata (minerale, vegetale, animale, razionale) si può stabilire un rapporto o scala di dignità o di valore tra i vari soggetti, non in quanto soggetti, ma a causa dell’ineguaglianza della natura (minerale, vegetale, animale o razionale) nella quale sussistono. L’uomo è più degno di un mattone o di un cipresso o di un cane, poiché sussiste in una natura razionale, che gli altri non hanno.
Divisione della dignità
La dignità si divide in a) radicale-ontologica: un soggetto o una persona, che è radicata e fondata su una natura umana razionale. Quindi radicalmente tutte le persone sono uguali, in quanto sono radicate tutte sulla natura umana e razionale, e solo questa dignità è “inamissibile” (come si dice in gergo postconciliare), cioè non può essere mai persa, contrariamente a quanto insegna il Personalismo; b) totale-morale o pratica: la persona presa totalmente, nel suo essere e agire. La dignità totale della persona è data dal suo agire, dai suoi atti buoni, mentre quelli cattivi la privano di dignità umana totale. Totalmente, non tutti sono uguali, c’è chi fa il bene ed è buono e chi fa il male ed è cattivo. Infatti l’azione propria dell’uomo è conoscere il vero (con l’intelletto) e amare o volere il bene (con la volontà). Vi sarà dignità totale-morale solo se la persona conosce il vero e ama il bene; mentre se aderisce all’errore e ama il male, perde la dignità totale-morale, anche se radicalmente conserva la natura umana e razionale.
Leone XIII e S. Tommaso d’Aquino
Leone xiii insegna: “L’intelletto e la volontà che aderiscono all’errore e al male decadono dalla loro dignità nativa e si corrompono”.
San Tommaso d’Aquino scrive: “Col peccato l’uomo abbandona l’ordine della ragione, egli perciò decade dalla dignità umana, che consiste nell’essere per se stessi e nell’agire per il bene; degenerando, così in qualche modo, nell’asservimento proprio delle bestie, il quale implica la subordinazione all’altrui vantaggio (cavallo al cavaliere, e peccatore a Satana) … un uomo cattivo è peggiore di una bestia”.
Conseguenze pratiche
La conseguenza pratica è che il diritto di agire è fondato solo sulla dignità totale (la persona nel suo essere ed agire) e non sulla dignità radicale (la persona sussistente in una natura razionale). Agire male, aderendo all’errore, significa perdere la dignità totale (che consiste nell’agire bene), pur conservando quella radicale (la natura umana). Non esiste perciò per la persona umana il diritto di professare l’errore e di fare il male fondato sulla dignità della persona, la quale agendo male, smarrisce la dignità totale, che sola fonda il diritto ad agire; anche se mantiene la dignità radicale, la quale riguarda l’essere e non le azioni.
La pena di morte
Inoltre “sin dalle origini dell’umanità la pena di morte è stata sempre in vigore, e nessuno – ha mai pensato di ritenerla ingiusta – […] solo nel periodo illuministico si cominciò a dubitare della liceità della pena di morte. La reazione, sempre più vivace, fu favorita dalla mentalità liberale che preparò la Rivoluzione Francese, e indubbiamente fu provocata dalla facilità estrema con la quale si soleva infliggere quella pena […]. Di fatto i legislatori hanno dimostrato che la pena di morte non può essere né ammessa né esclusa in modo assoluto (come invece ha decretato papa Bergoglio, quando il 2 agosto 2018 ha fatto correggere il n. 2. 267 del “Catechismo della Chiesa Cattolica” di Giovanni Paolo II del 1992, sostenendo che la pena capitale è intrinsecamente cattiva e sempre illecita): Le due tesi peccano – rispettivamente –  di eccessivo pessimismo e ottimismo  nei riguardi della natura umana; ossia, non può supporsi che il cittadino sia ovunque e sempre un criminale in potenza, né che ovunque e sempre sia un santo in atto […]. Soggetto ad infinite influenze, abusando dell’arbitrio, si può abbandonare agli eccessi più incontrollati dell’egoismo e quindi risultare pericoloso per la società; e, illuminato dalle esperienze più disparate, può non solo rinsavire, ma maturarsi fino ad essere sensibile alle esigenze della vita sociale e rispettarne le leggi. [Per il diritto naturale, ndr] Se la società è una persona giuridica perfetta e autonoma, come ha il diritto di vivere, prosperare e conservarsi, così ha quello di difendersi contro chiunque tenti di sovvertirne l’ordine, minacciando il bene comune. Dunque se può difendersi solo sopprimendo il proprio nemico, lo Stato può respingere la sua aggressione infliggendogli la pena di morte. Oppure, se la difesa contro l’ingiusto aggressore è ritenuta ovunque e sempre legittima per l’individuo, anche se spinta sino alla violenta soppressione dell’avversario; a più forte ragione è legittima per un’intera Nazione, la quale personifica tutti i cittadini ed è impegnata a tutelarne i diritti. Ora l’auto-difesa dell’individuo risponde ad una legge non scritta ma naturale, che non dobbiamo né all’insegnamento, né alla Tradizione né alla cultura, ma esclusivamente alla natura per istinto; è essa dunque che nel caso che la nostra vita venga a trovarsi esposta a qualche agguato oppure alla violenza e ai colpi dei briganti o dei nemici, fa considerare lecito ogni mezzo usato per assicurare la nostra incolumità […]. Perciò se la nazione per difendersi, non potesse punire di morte il cittadino che minaccia di colpirla sovvertendo l’ordine pubblico: 1°) per non far violenza ai violenti, sarebbe violenta contro gli innocenti; 2°) renderebbe più insolenti e incorreggibili i criminali, incoraggiati a mal fare dalla debolezza dello Stato; 3°) dichiarerebbe il proprio fallimento…”.
Secondo San Tommaso d’Aquino (il Dottore Ufficiale della Chiesa) l’uomo peccando decade dalla dignità prossima di persona, pur restandogli la dignità remota e radicale di natura umana, e si abbassa così al livello del bruto, destinato a servire l’uomo come mezzo utile. Quindi il delinquente incorreggibile, merita di essere trattato come un animale pericoloso, per cui può lecitamente e senza peccato essere ucciso per il bene comune.   Ancora S. Tommaso spiega che “Il bene comune è superiore al bene particolare. Quindi, è giusto eliminare il bene particolare per conservare il bene comune. Ma la vita di certi uomini pestiferi impedisce il bene comune che è la concordia della società umana. Quindi, è giusto che codesti uomini siano eliminati con la morte dalla società umana.  […]. Il medico fa una cosa buona e utile quando recide un organo putrefatto che minaccia d’infettare tutto il corpo. Quindi, anche il Capo dello Stato uccide giustamente e senza far peccato, gli uomini malvagi, affinché non sia turbata la pace dello Stato…” Per San Tommaso la persona è: “Individuo di natura razionale” o “sussistente in una natura razionale”. Dunque, la persona è un soggetto di natura razionale, ossia fornito di intelletto e volontà; essa esiste ed agisce indipendentemente da un’altra, è autonoma nell’essere (poiché in quanto sostanza non ha bisogno di un’altra realtà cui appoggiarsi) e nell’agire (poiché grazie alla sua natura razionale dirige se stessa nell’azione, in quanto è padrona dei propri atti). L’unico cui dipende è Dio suo creatore e conservatore nell’essere. San Tommaso spiega che le creature intellettuali sono governate da Dio, in quanto volute per se stesse, mentre le creature non razionali sono ordinate alle creature razionali. Naturalmente ciò non significa che l’uomo non sia ordinato a Dio, suo Fine ultimo, ma solo che tra le creature la persona umana è il fine degli enti irrazionali, dei quali deve servirsi per poter giungere a Dio. Alla persona spettano diritti e doveri, ossia il diritto di poter fare ciò che occorre per conseguire il proprio Fine naturale e soprannaturale ed il dovere di farlo. La persona, in virtù della sua natura razionale, è capace di merito e di demerito, e quando agisce è tenuta a scegliere il bene e ad evitare il male, ossia ad ordinare la sua azione a Dio e allontanarla da ciò che la priva di Dio.
San Tommaso d’Aquino scrive: “Col peccato l’uomo abbandona l’ordine della ragione: egli perciò decade dalla dignità umana, che consiste nell’essere per se stessi e nell’agire per il bene; degenerando, così in qualche modo, nell’asservimento proprio delle bestie, che implica la subordinazione all’altrui vantaggio (cavallo al cavaliere, peccatore a Satana) […] un uomo cattivo è peggiore di una bestia”. Questo principio giustifica la pena di morte inflitta dall’Autorità a chi ha perso la dignità umana totale facendo il male gravemente. Altra conseguenza pratica è che il diritto di agire è fondato solo sulla dignità totale (la persona nel suo agire) e non sulla dignità radicale (la persona sussistente in una natura razionale). Agire male, aderendo all’errore, significa perdere la dignità totale (che consiste nell’agire bene), pur conservando quella radicale (la natura umana). Non esiste perciò per la persona umana diritto a professare l’errore ed a fare il male, fondato sulla dignità della persona, la quale, agendo male, smarrisce la dignità totale, che sola fonda il diritto ad agire; anche se mantiene la dignità radicale, che riguarda l’essere e non le azioni.
Infine, S. Tommaso d’Aquino asserisce che il potere pubblico non vìola il quinto Comandamento (“Non uccidere l’innocente”) se uccide il malfattore o i nemici dello Stato. La ragione è che se è lecito farsi amputare il piede per salvare il corpo intero assai di più è permesso alla Società di sopprimere un cittadino eversore del bene comune e della tranquillità pubblica: “Laudabiliter et salubriter occiditur ut bonum commune conservetur”. Lo Stato perciò può infliggere la pena di morte al colpevole, senza ledere il Vangelo e il quinto Comandamento “Non uccidere l’innocente”.
CONCLUSIONE
Nel prossimo articolo studieremo la condanna del “Sillon” da parte di san Pio X (Notre charge apostolique, 1910).
Poi torneremo a vedere, in maniera più dettagliata, le ultime gesta di padre Morlion sino al 1975, anno della sua dipartita, come le ha esposte il dottor Montuori nel suo libro Felix A. Morlion e il servizio segreto vaticano Pro Deo (Chieti, Solfanelli, 2023).
d. Curzio Nitoglia
Continua
Note
1 Ivi
2 Cfr. P. Parente, Dizionario di teologia dommatica, cit., voce “Azione Cattolica”, p. 43.
3  Mt., XXVIII, 28; Lc., X, 16; Act., XX, 28.
4 Occorre distinguere bene “spiritualismo” da “spiritualità”. Il primo è un errore filosofico che presenta la materia come intrinsecamente cattiva e quindi il corpo come non facente parte dell’essenza umana. Esso sarebbe addirittura una prigione dell’anima umana, la quale deve liberarsi dal corpo per vivere la vita razionale e spirituale. Quest’errore è stato sostenuto filosoficamente da Platone e da Cartesio, teologicamente dalle “religioni” estremo orientali (buddismo ed induismo), e dalle eresie degli gnostici e dei manichei. Invece la “spiritualità” è quella parte della teologia, che studia la vita soprannaturale dell’uomo infusa in lui da Dio gratuitamente mediante la Grazia santificante. Essa si compone di via ascetica (la lotta contro il peccato e lo sforzo d’imitare le Virtù di Cristo) e di via mistica (l’unione con Dio, mediante l’attuazione abituale e predominante dei sette Doni dello Spirito Santo, i quali ci aiutano a vivere le Virtù, che sono soprannaturali solo quanto all’essenza, in maniera eroica anche quanto al modo).
5  La Politica ed il Sociale sono co-essenziali al cattolicesimo integralmente romano, mentre l’individualismo ed il disprezzo per la Virtù della Prudenza Politica sono il costitutivo formale del cattolicesimo liberale e del modernismo politico, condannato specificatamente da San Pio X nell’Enciclica Notre Charge Apostolique del 1910.
6 San Tommaso d’Aquino nel De regimine principum si rifà ad Aristotele ed insegna che “l’uomo è naturalmente socievole e solo i mistici o i folli vivono isolati”.
7  Questo libro è stato pubblicato dalle Edizioni Effedieffe di Proceno (Viterbo) nel 2012.
8 In italiano esiste una traduzione pubblicata da don Ennio Innocenti sotto il titolo Il cedimento dei cattolici al liberalismo, Roma, 2001.
9  Migne, Patrologia Latina, 64, col. 1345.
10 S. Th., I, q. 29, a. 3, ad 2um.
11  S. Th., I, q. 29, a. 3.
12 S. Th., I, q. 29, a. 3.
13 Enciclica Immortale Dei, 1° novembre 1885.
14 S. Th., II-II, q. 64, a. 2, ad 3um.
15 Catholicus (Enrico Zoffoli), Pena di morte e Chiesa cattolica, Giovanni Volpe Editore, Roma, 1981, passim.
16 In I Politicorum, 12, 1253a; In VI Ethicorum, 7, 1150a.; S. Th., II-II, q. 64, a. 2, 3um; q. 65, a. 1, in corpore; q. 108, a. 3, 1um; De Malo, 1, a. 5; In Rom., c. 13, lect. 3.
17 Summa contra Gentiles, lib. III, c. 146.
18 S. Th., I, q. 29; III, q. 2, a. 2.
19 S. Th., I-II, q. 64, a. 2, ad 3.
20 S. Th., II-II, q. 64, a. 2.
21  S. Th., II-II, q. 64, a. 2, in corpore.

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