Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Agostino Nobile, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul nostro “Risorgimento” sull’iconografia che ci è stata tramandata, e sulla realtà reale del fenomeno. Buona lettura e diffusione.
§§§
Ebrei e Risorgimento
Isacco Artom è una di quelle figure che tendono a scomparire dalla storia del Risorgimento, ma fu il braccio destro di Cavour durante tutto il periodo cruciale dal 1858 al 1861. Cavour lo assunse personalmente dopo avergli sottoposto un esame di dieci minuti di traduzione dal tedesco. Artom redigeva le risposte di Cavour al Papa. Preparava le bozze delle trattative di Cavour con Napoleone III.
Nello stesso anno, il rabbino capo di Torino, Lelio Cantoni, servì come principale agente elettorale di Cavour in città. Nel collegio elettorale di Cavour, che comprendeva il vecchio ghetto ebraico di Torino, ogni maschio ebreo adulto che sapesse scrivere aveva diritto di voto, e gli elettori ebrei votarono in blocco per Cavour. Il rabbino mobilitò gli elettori. Il primo ministro conservò il proprio seggio e, nell’anno successivo, ordinò l’invasione dello Stato Pontificio e l’assorbimento del Regno di Napoli.
Non si trattava di una cospirazione nel senso oscuro del termine. Era un’alleanza politica del tutto pubblica, condotta attraverso giornali, parlamenti ed elezioni, tra la piccola comunità ebraica dell’Italia settentrionale e lo Stato liberale piemontese. Constatiamo così che la vulgata secondo cui gli ebrei dell’Italia preunitaria erano confinati nei ghetti è una favola. Come vedremo, possedevano tra le maggiori banche del nord Italia e gran parte dell’informazione. Il premio finale di quell’alleanza era infatti basato sulla promessa di una loro partecipazione a un governo italiano unificato (cosa che non accade in Israele, dove per ottenere la nazionalità e i diritti civili è necessario essere nati da madre o nonna ebrea.)
Alla fine degli anni Cinquanta dell’Ottocento, Garibaldi e i suoi alleati lanciarono il cosiddetto “Fondo per il Milione di Fucili”. L’idea era raccogliere abbastanza denaro, attraverso sottoscrizioni pubbliche e donazioni private, per armare un’insurrezione popolare capace di affrontare un esercito regolare. Il fondo ricevette donazioni da italiani, da liberali britannici, da simpatizzanti americani e da una rete di banchieri e mercanti sparsi per l’Europa. Una quota sproporzionata di quel denaro, raccolta pubblicamente o convogliata in modo discreto, proveniva da famiglie ebree.
A Londra, il nome più importante era Sarah Levi Nathan, che gli storici oggi riconoscono come uno dei principali canali finanziari dell’intero movimento. Nacque a Pesaro nel 1819 in una famiglia ebraica con ramificazioni a Livorno e Modena. Negli anni Cinquanta dell’Ottocento, la casa di Sarah Nathan era diventata il quartier generale inglese di Mazzini, che lei chiamava affettuosamente “il grande rabbino”. Lettere cifrate entravano e uscivano dalla sua abitazione. I fondi raccolti per la causa dell’unificazione italiana venivano depositati in conti bancari da lei controllati.
Fatti. Nel corso dell’intera campagna garibaldina del 1860 circa 400 ebrei prestarono servizio tra i volontari. La spedizione è anche una storia di tangenti, propaganda e tradimenti silenziosi. Secondo la maggior parte delle valutazioni militari ragionevoli, i Borbone avrebbero dovuto sconfiggerli senza problemi. Avevano fucili migliori. Avevano artiglieria. Occupavano le alture. Invece, dopo un duro combattimento, il comandante borbonico, il generale Francesco Landi, ordinò una ritirata che si trasformò in una disfatta.
A Palermo, 16.000 soldati borbonici agli ordini del generale Ferdinando Lanza erano trincerati dietro posizioni fortificate. La città avrebbe dovuto resistere per mesi. Resistette tre giorni. Secondo numerose fonti, Lanza sarebbe stato corrotto. Il denaro utilizzato per quella corruzione proveniva in parte da fonti britanniche e dai fondi raccolti dai comitati garibaldini dell’Italia settentrionale, tra i cui principali donatori figuravano banchieri ebrei.
La battaglia di Calatafimi, celebrata dai libri scolastici italiani come un miracolo di coraggio patriottico, fu più una transazione che una battaglia. La conquista di Palermo, lo stesso. Il crollo dell’esercito borbonico in Calabria alcuni mesi dopo, lo stesso. Le camicie rosse di Garibaldi entrarono in città trovando spesso i comandanti locali semplicemente scomparsi, con le tasche più pesanti di quanto fossero state la settimana precedente.
Anche la macchina propagandistica, che fece apparire tutto ciò come una spontanea insurrezione popolare, fu costruita artificialmente. Ogni battaglia diventava una vittoria eroica. Ogni defezione diventava una sollevazione popolare. Ogni soldato borbonico diventava un codardo. Ogni ufficiale borbonico diventava un tiranno. L’opinione pubblica britannica, già favorevole all’unificazione italiana per ragioni liberali e anticlericali, lesse quei resoconti e contribuì economicamente alla causa. In Italia lo stesso effetto fu amplificato da una rete di giornali liberali. Il più importante di questi a Torino era L’Opinione, diretto dal giornalista ebreo Giacomo Dina. Lo stesso Isacco Artom, segretario di Cavour, trascorse gli anni Cinquanta collaborando con L’Opinione.
Il Crepuscolo di Milano, un altro importante giornale liberale dell’epoca fondato da Carlo Tenca, pubblicò anch’esso articoli di Artom. Non si trattava di giornali ebraici in senso religioso. Erano giornali liberali, anticlericali e favorevoli all’unificazione che semplicemente avevano una significativa presenza ebraica tra redattori e lettori. Essi presentarono gli eventi del 1860 in modo ben preciso: il Regno borbonico era arretrato; il Papa era un tiranno; Garibaldi era un eroe, l’unificazione era inevitabile, popolare e giusta.
I contadini siciliani si unirono a Garibaldi perché era stata promessa loro della terra. Garibaldi, tuttavia, non mantenne la parola. Quando nell’agosto del 1860 i contadini di Bronte insorsero chiedendo la redistribuzione delle terre che era stata loro promessa, Garibaldi inviò il suo luogotenente Nino Bixio a reprimere la rivolta. Bixio fece fucilare i presunti capi, tra cui un poveretto mentalmente disabile, e soffocò l’insurrezione. La stampa dedicò poca attenzione all’episodio, l’Opinione quasi non ne parlò.
La narrazione della liberazione popolare continuò indisturbata, mentre nelle città della Sicilia centrale le persone che avevano rischiato la vita in nome di quella liberazione venivano represse dagli stessi uomini per i quali si erano sollevate. Questa selezione dei fatti, la scelta di enfatizzare alcuni eventi e di nasconderne altri, fu opera della stampa liberale. E la stampa liberale del 1860 era, secondo questa interpretazione, in misura significativa diretta, finanziata e letta dalla borghesia ebraica dell’Italia settentrionale.
Porta Pia è una delle porte delle Mura Aureliane, all’epoca parte dello Stato Pontificio. Progettata da Michelangelo Buonarroti, rappresenta una delle sue ultime opere. Il 20 settembre 1870 fu il teatro dello scontro tra le truppe del Regno d’Italia e quelle dello Stato Pontificio: la Breccia di Porta Pia segnò la fine del potere temporale dei papi e l’annessione di Roma al Regno d’Italia.
Sotto il comando del luogotenente generale Raffeale Cadorna, a ordinare l’apertura del fuoco contro Porta Pia fu il capitano d’artiglieria Giacomo Segre. Esistono diverse interpretazioni sulla scelta di affidare questo compito a un ebreo. Secondo le fonti storiografiche, papa Pio IX avrebbe minacciato la scomunica contro chiunque avesse attaccato Roma; per questo, si sarebbe scelto un ebreo, per il quale la scomunica non avrebbe avuto alcuna rilevanza. In realtà, per gli anticlericali la minaccia della scomunica non aveva alcun peso. È più verosimile che Segre fosse stato scelto come simbolo revanscista.
Per il 21 ottobre fu organizzato in fretta un plebiscito. La votazione riguardava l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna. Il risultato ufficiale, riportato negli atlanti storici dell’epoca, fu un travolgente “sì”. In quello che era stato il Regno di Napoli, 1.302.064 elettori avrebbero votato a favore e 10.312 contro. In Sicilia, 432.053 votarono sì contro 667 no. Questi numeri, che in alcune aree attribuiscono all’annessione un margine superiore al 99%, non sono presi alla lettera dagli storici autorevoli.
Il voto fu condotto in fretta, sotto occupazione militare e, in molti distretti, per alzata di mano, senza un reale tentativo di garantire la segretezza del voto. Storici come Lucy Riall e altri che hanno esaminato gli archivi locali hanno concluso che, sebbene probabilmente una maggioranza della popolazione meridionale fosse favorevole in qualche misura all’unificazione, il margine reale non era affatto quello registrato dal plebiscito. La macchina propagandistica prese i numeri ufficiali e li rese famosi in tutto il mondo come prova che il popolo del Sud aveva scelto liberamente di unirsi alla nuova Italia.
Alla fine degli anni Sessanta dell’Ottocento, gli ebrei sedevano nel Parlamento italiano. Nel 1877 Isacco Artom, lo stesso segretario ebreo che aveva trascorso il decennio precedente scrivendo le lettere di Cavour, divenne il primo ebreo nominato al Senato italiano. Nel 1909 l’Italia contava più parlamentari ebrei di qualsiasi altra grande potenza europea, pur avendo una popolazione ebraica inferiore a quella di tutte le altre. Nel 1907 il figlio di Sara Levi Nathan, Ernesto Nathan, divenne sindaco di Roma, e da Palazzo Senatorio impartiva ordini dall’altra parte del Tevere alle guardie svizzere pontificie.
La base industriale del Regno borbonico a Napoli era considerata la più sviluppata dell’Italia preunitaria. La sua flotta mercantile era la più grande. Le fonderie di Pietrarsa erano le più avanzate. Dopo l’unificazione, queste industrie crollarono quasi immediatamente. Il nuovo governo di Torino impose al Sud un sistema fiscale settentrionale che l’economia meridionale non era in grado di assorbire. La coscrizione, che i Borbone avevano utilizzato con moderazione, divenne universale nel sistema piemontese, sottraendo giovani alle campagne proprio nel momento in cui l’economia agricola non poteva permetterselo.
Le tariffe che avevano protetto i produttori meridionali furono abolite dall’oggi al domani in nome del libero scambio con il Nord più competitivo. Nel 1862 il Sud era in aperta rivolta. Non una insurrezione di patrioti, ma una brutale guerra di guerriglia durata un decennio che gli pseudo storici chiamano “brigantaggio”. Le truppe piemontesi, combattendo sotto la nuova bandiera italiana, effettuarono esecuzioni di massa, incendiarono villaggi e fucilarono senza processo presunti simpatizzanti.
Negli stessi paesi che due anni prima avevano accolto Garibaldi come un liberatore, le stime ufficiali del governo italiano collocano il numero delle vittime nelle decine di migliaia. Alcuni storici revisionisti più recenti hanno proposto cifre fino a 100.000 morti. Il numero è controverso, ma la sostanza di ciò che accadde non lo è. Il Sud, a cui era stato detto che sarebbe stato liberato, si ritrovò invece occupato. La redistribuzione delle terre promessa non arrivò mai. Le tasse aumentarono e molti giovani senza lavoro si arruolarono nell’esercito.
Se vogliamo fare una valutazione morale onesta, di chi ne trasse vantaggio e chi ne pagò il prezzo, non può essere fatta senza mettere entrambe le facce della medaglia sul tavolo. La stessa spedizione portò l’emancipazione a 40.000 ebrei italiani, i finanziatori di Torino ottennero un Paese nel quale i loro figli potevano diventare senatori. I contadini di Bronte subirono i plotoni d’esecuzione ordinati da Nino Bixio, centomila persone morirono massacrate dai “liberatori”. Solo tra il 1900 e il 1914, circa 9 milioni di italiani in cerca di lavoro furono costretti ad abbandonare l’Italia per raggiungere le Americhe e l’Australia.
Agostino Nobile
§§§
Aiutate Stilum Curiae
IBAN: IT79N0200805319000400690898
BIC/SWIFT: UNCRITM1E35
***
Stilum Curiae lo trovate anche qui:
https://www.instagram.com/sanpietrotos/
https://www.facebook.com/marco.tosatti/
https://www.facebook.com/profile.php?id=100063593462822
www.linkedin.com/in/marco-tosatti-77b42a21
https://x.com/MarcoTosatti
***

