“Sogni di Fanatici”. Gideon Levy sulla Guerra di Israele e USA contro l’Iran.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione due commenti sulla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Buona lettura e diffusione.

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Il primo è un’intervista realizzata da Chris Hedges   con il giornalista Gideon Levy, molto pessimista sul futuro che ci attende. 

Perché Israele vuole una guerra con l’Iran (con Gideon Levy) | Chris Hedges Report

 

levy hedges

Per il video, cliccate sul collegamento.

 

Questa intervista è disponibile anche sulle piattaforme di podcast e su Rumble.

Mentre la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran si intensifica, le giustificazioni del suo scoppio diventano sempre più oscure, oscillando tra timori nucleari, cambio di regime e preoccupazioni per la sicurezza regionale. In questa intervista, il giornalista israeliano Gideon Levy si unisce a Chris Hedges per andare oltre le narrazioni ufficiali ed esaminare le forze ideologiche più profonde che guidano la spinta di lunga data di Israele verso lo scontro con l’Iran sotto Benjamin Netanyahu.

Levy sostiene che la guerra non può essere compresa esclusivamente attraverso la strategia o la geopolitica, ma piuttosto attraverso una mentalità nazionale profondamente radicata. «In Israele la guerra è sempre la prima opzione, non l’ultima», spiega, indicando una cultura politica che ricorre sistematicamente a soluzioni militari mettendo in secondo piano la diplomazia. Questo aiuta a spiegare perché le lezioni dei conflitti passati – da Gaza al Libano – non siano riuscite a modificare in modo significativo la politica israeliana, anche quando quelle campagne hanno prodotto risultati discutibili.

Allo stesso tempo, le conseguenze umane sono state disastrose. Mentre la regione si destabilizza ulteriormente, Levy sottolinea l’enorme portata degli sfollamenti causati dalle azioni militari israeliane, osservando che «sei milioni di esseri umani… sono stati espulsi, sradicati, allontanati dalle loro case». In altre parole, l’impatto della guerra si estende ben oltre i suoi obiettivi dichiarati, sollevando urgenti questioni morali e strategiche.

Levy prosegue analizzando la società israeliana stessa. Mette in atto una critica feroce del panorama mediatico del Paese, sostenendo che l’autocensura abbia contaminato la società «aperta» israeliana. Levy afferma che la stampa ha volontariamente «reso Israele totalmente all’oscuro di ciò che sta accadendo a nostro nome a Gaza», isolando l’opinione pubblica dalla realtà delle proprie azioni militari.

Mentre il conflitto con l’Iran minaccia di degenerare in una guerra regionale più ampia, Levy rimane profondamente pessimista. Senza un cambiamento radicale che si allontani dal militarismo, suggerisce, Israele rischia di rinchiudersi in un ciclo infinito di violenza, le cui conseguenze finiranno per estendersi ben oltre il Medio Oriente.

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Poi c’è questo commento di Andrea Zhok su Facebook:

Tutti i segnali che arrivano dal Medio Oriente vanno univocamente in una direzione, che, per quanto apparentemente irrazionale, sembra fatale.
Tre giorni fa Trump ha parlato di 5 giorni di sospensione dei bombardamenti sulle strutture energetiche dell’Iran. La sospensione non è propriamente avvenuta, ma la coincidenza del termine dei 5 giorni con il week end, dunque con la chiusura della borsa americana, non sembra casuale. Questo fine settimana qualcosa potrebbe accadere.
Truppe americane, marines e paracadutisti si stanno ammassando in posizioni che consentono un attacco con scarsissimo preavviso.
I presunti negoziati sono caduti nel nulla. Gli USA chiedono all’Iran di dismettere ogni programma nucleare, limitare gittata e potenza dei suoi missili, abbandonare a sé stessi gli alleati nell’area (Hezbollah, Houti). L’Iran chiede l’eliminazione di tutte le sanzioni, il pagamento dei danni di guerra, il controllo futuro sullo stretto di Hormuz. Un muro contro muro senza nessuno spazio per una reale negoziazione.
E d’altro canto, che negoziazione ci potrebbe mai essere? Su che base fiduciaria? Dopo essere stati attaccati due volte durante i negoziati, per gli iraniani lo spazio fiduciario si è chiuso a tempo indeterminato.
Ergo, per quanto sin dall’inizio si fosse escluso un intervento americano boots on the ground, sembra che proprio questo debba essere alla fine l’esito.
Con quale obiettivo?
Tutto parla a favore di un tentativo di conquista dell’isolotto di Kharg: è strategico come posizione per il controllo dello stretto, è piccolo (21 kmq), è meno difeso di qualunque obiettivo in terraferma, ed è cruciale energeticamente per l’Iran.
La scommessa americana potrebbe essere che, con una superiorità nella copertura aerea, un attacco combinato marines – paracadutisti possa prendere l’isola in breve tempo.
Non senza un serio dispendio di vite umane, ma questo scenario è possibile.
La vera questione è cosa accadrà dopo.
Come gli USA dovrebbero aver imparato – dal Vietnam all’Afghanistan – e apparentemente imparato non hanno, vincere una guerra non è piantare una bandierina per una photo opportunity. La guerra si vince quando puoi imporre le tue condizioni all’avversario. Uno sbarco sull’isolotto di Kharg cosa fornirebbe come leva negoziale a Trump?
Francamente difficile capirlo.
L’unico scenario manifesto è un inutile bagno di sangue, con ulteriori gravi danni alle infrastrutture energetiche del Golfo (dunque del mondo).
Ad ogni modo siamo alle soglie di una fase decisiva.
Ci sono molti segni, segni che credo anche gli USA vedano, di un potenziale capovolgimento dei rapporti di forza nell’intero Medio Oriente.
I paesi del Golfo hanno imparato nel modo più doloroso che l’“ombrello americano” è in effetti un parafulmine che veicola tutte le saette su chi lo ospita.
L’Iraq sembra si sia liberato completamente dal controllo americano: le basi sono evacuate, le truppe statunitensi rimaste sono rifugiate in territorio curdo, il primo ministro iracheno ha chiesto al proprio (modesto) esercito di sparare sugli israeloamericani se aggrediti.
La soglia storica è oramai questa:
se l’Iran viene sottomesso, Israele diviene l’incontrastato dominus del Medio Oriente (l’area da cui proviene metà dell’energia mondiale); ne consegue l’estinzione del progetto multipolare, confinato ad un potentato asiatico (Russia-Cina-Corea del Nord);
se l’Iran resiste, gli USA potrebbero essere espulsi definitivamente dall’intero Medio Oriente, lasciando Israele in una condizione di estrema vulnerabilità (economica, più che militare). Con un Medio Oriente accessibile all’influenza BRICS gli equilibri mondiali cambierebbero completamente, aprendo letteralmente ad un’era nuova.
Se fosse un film, sarebbe il momento di munirsi di pop corn; non essendo un film, meglio munirsi di taniche di benzina.
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