Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul Mistero. Buona lettura e meditazione.
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UNA BOCCATA D’ARIA
IL LABIRINTO DEL DUOMO DI LUCCA
UN SIMBOLO SACRO LEGATO AL MITO GRECO

«Quello di cui hai bisogno ora è aria fresca, aria fresca, aria fresca!». Fedor Dostoevskij
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«Non sono né vivo né sano, né morto né malato; allora soltanto comincerò a vivere e a star bene, quando troverò l’uscita di questo labirinto. A tal fine tutto son rivolto, a questo solo mi adopro».
Francesco Petrarca
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L’argomento è affascinante. Ognuno, se ne accorga o meno, ha il proprio labirinto in cui raccapezzarsi. Ma stavolta propongo e taccio.
il Matto
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da FINESTRE SULL’ARTE del 5/12/2024
Chi visita il Duomo di Lucca, ovvero la Cattedrale di San Martino, il più importante edificio di culto della città, uno straordinario monumento romanico-gotico colmo di opere d’arte fondamentali (spicca, su tutte, il commovente monumento funebre di Ilaria del Carretto, capolavoro di Jacopo della Quercia), non potrà far a meno di notare la presenza di un labirinto inciso sul pilastro della terza arcata della facciata, quella di destra.
È un simbolo che ha attraversato secoli di storia e che continua a incuriosire i visitatori, offrendo una testimonianza unica delle tradizioni spirituali e artistiche medievali. Non si tratta solo di un elemento decorativo o architettonico, ma di un simbolo ricco di significati che si intrecciano con la storia religiosa e culturale di Lucca. In realtà, non sappiamo molto di questo labirinto, ma per comprendere appieno il valore dell’incisione è necessario esplorare la sua posizione, il suo significato, oltre che il contesto: non è del resto inusuale trovare raffigurazioni di labirinti nel contesto di chiese medievali, e il dedalo inciso sulla facciata del Duomo di Lucca non fa eccezione.
Quando si arriva nei pressi del portale del Duomo è difficile non notare il labirinto, data la sua posizione centrale, facilmente notabile da fedeli e visitatori che si avvicinano alla chiesa (è scolpito, come detto, su una colonna del pilastro situato sotto l’arcata che sovraintende una delle porte laterali della cattedrale), e viste anche le sue dimensioni tutt’altro che contenute (il labirinto è alto e largo più d’un metro). La sua forma geometrica si sviluppa su una serie di curve strette che si intrecciano a formare un percorso labirintico, un tracciato che sembra invitare a riflettere sul cammino spirituale dell’uomo. Sebbene il labirinto sia ormai parzialmente usurato dal passare del tempo, la sua leggibilità rimane piena e, soprattutto, il suo fascino rimane intatto: la sua figura continua a essere studiata dagli storici dell’arte per i suoi significati e le sue implicazioni storiche.
La scelta della collocazione del labirinto è simbolica: posizionato accanto a una delle porte principali della cattedrale, sembra fungere da portale verso una riflessione profonda sul cammino dell’anima umana verso la redenzione: questo il significato da attribuire ai labirinti che troviamo raffigurati nelle chiese medievali. Il più celebre, simile a quello del Duomo di Lucca, è probabilmente quello che si trova sul pavimento della Cattedrale di Chartres in Francia, mentre più vicino a Lucca è il labirinto di Pontremoli, nella chiesa di San Pietro.
Questo simbolo invita dunque fedeli e pellegrini (non si dimentichi che Lucca si trovava lungo le vie di pellegrinaggio che dal nord Europa conducevano verso Roma, lungo quei percorsi cui oggi ci riferiamo con le espressioni “via Francigena”) a riflettere prima di intraprendere il viaggio spirituale che lo attende all’interno della chiesa. E proprio questa relazione tra la struttura architettonica e il simbolismo del labirinto è uno degli aspetti che contribuiscono a conferire al Duomo di Lucca il suo fascino.
Il labirinto del Duomo di Lucca è accompagnato da un’iscrizione in latino che cita direttamente il celebre mito greco di Dedalo e Teseo. Il testo recita:
«Hic quem / Creticus / edit Deda/lus est / Laberint/hus deq/o nullu/s vader/e quivit / qui fuit / intus / ni These/us grat/is Adrian/e stami/ne iutus».
Si tratta dunque di un riferimento al labirinto costruito da Dedalo a Creta, dal quale nessuno riuscì a uscire, tranne Teseo, grazie all’aiuto di Arianna, che gli fornì un filo per orientarsi e trovare l’uscita; la frase, tradotta, suona proprio così:
«Questo è il labirinto costruito da Dedalo il cretese, dal quale nessuno che vi entrò riuscì a evadere se non Teseo aiutato dal filo di Arianna».
Questo mito è uno dei più noti della mitologia greca e ha ispirato non solo opere letterarie, ma anche diverse rappresentazioni artistiche e religiose nel corso dei secoli.
L’inserimento di questa leggenda nel contesto di un edificio cristiano come il Duomo di Lucca non è casuale. Il labirinto di Lucca assume così una funzione simbolica, rappresentando la vita dell’uomo come un cammino tortuoso, intricato e spesso difficile da percorrere, ma che può essere superato grazie alla fede e alla guida spirituale. Teseo, il protagonista che riesce a sfuggire dal labirinto, diventa la metafora del credente che, aiutato dalla fede (rappresentata dal filo di Arianna), riesce a superare le difficoltà della vita terrena per raggiungere la salvezza. Il centro del labirinto oggi è molto consumato, ma si è ipotizzato che in antico potesse contenere addirittura le figure di Teseo e del minotauro, circostanza che dimostrerebbe ulteriormente la derivazione del labirinto lucchese da quelli di epoca romana, come il labirinto di Cremona al cui centro si trova raffigurato proprio l’episodio dell’uccisione del minotauro da parte di Teseo.
Il labirinto come simbolo religioso, come detto, non è esclusivo del Duomo di Lucca, ma si trova in numerosi altri edifici religiosi in tutta Europa, in particolare nelle cattedrali medievali. La sua presenza in queste chiese era spesso legata alla metafora del cammino spirituale del fedele. Il labirinto non solo rappresentava il percorso intricato della vita, ma anche il viaggio di purificazione che ogni anima doveva affrontare per raggiungere la salvezza. I pellegrini, infatti, erano incoraggiati a camminare attraverso il labirinto come se fossero in cammino verso Dio, affrontando le difficoltà e gli ostacoli che la vita offre, ma con la speranza di trovare alla fine la pace eterna.
Nel caso del Duomo di Lucca, il labirinto (che è monocursale, ovvero per raggiungere il centro esiste un unico percorso obbligato) può essere interpretato come una preparazione per i pellegrini che vi giungevano attraverso la Via Francigena. Camminando lungo il labirinto, i pellegrini avrebbero potuto simbolicamente compiere il loro cammino interiore, riflettendo sulla loro spiritualità e sulle difficoltà che avrebbero incontrato lungo il percorso fisico e spirituale. Il labirinto, con le sue curve strette e i suoi angoli bui, simboleggia il cammino oscuro e tortuoso dell’anima umana, che trova però la via di uscita attraverso la fede, rappresentata dal filo di Arianna che guida Teseo. Questo simbolo di redenzione e speranza era particolarmente rilevante in un’epoca in cui la fede cristiana era vista come l’unica via per superare le difficoltà del mondo terreno.
Occorre tenere poi in considerazione la forma del labirinto: un cerchio inscritto in un quadrato, suddiviso in quattro quadranti, e ogni quadrante contiene undici circonvoluzioni del labirinto. Il numero undici si colloca tra il dieci (i Comandamenti) e il dodici (gli Apostoli), e per il suo collocarsi a metà tra due numeri positivi potrebbe esser letto come un’allusione al peccato (ci sono altri labirinti dell’arte medievale che hanno undici circonvoluzioni): quel peccato di cui l’anima deve liberarsi per arrivare al centro del labirinto, e cioè a Dio. Per questo il labirinto è monocursale: perché per arrivare a Dio c’è una sola via.
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da tragicomico.it/il-labirinto
Il percorso iniziatico del labirinto non è lineare, non è una progressione diretta verso un obiettivo prefissato. È costellato di vicoli ciechi, ritorni sui propri passi, momenti di smarrimento e confusione. Queste difficoltà rappresentano le resistenze dell’ego, i sabotaggi inconsci, le prove che l’iniziato deve superare per progredire. Non è un percorso di piacere, ma un opus contra naturam, un lavoro che va contro la tendenza naturale dell’ego a rimanere nella sua zona di comfort. Richiede impegno, disciplina, perseveranza, e soprattutto una fede profonda in se stessi e nel processo trasformativo. Occorre accettare l’incertezza, il dubbio, la possibilità di perdersi, come tappe necessarie del cammino. Il pellegrino deve imparare a fidarsi della propria intuizione, del proprio “filo d’Arianna” interiore, anche quando la logica sembra suggerire il contrario.
La ricompensa di questo arduo viaggio è però incommensurabile. Raggiungere il centro del labirinto significa scoprire il proprio centro, il proprio Sé autentico, la propria ipseità. È un’esperienza di integrazione, di ricongiungimento con la totalità del proprio essere. Si realizza quella connessione con il Divino, con la scintilla di trascendenza, con il Nous (per usare un termine gnostico) che risiede in ognuno di noi, ma che spesso rimane sopita sotto strati di condizionamenti.
[…]
Il Mito del Minotauro: il più celebre labirinto della mitologia greca, costruito da Dedalo per imprigionare il Minotauro, una creatura mostruosa con corpo di uomo e testa di toro. Teseo, con l’aiuto del filo di Arianna, riesce a penetrare nel labirinto, uccidere il Minotauro e trovare la via d’uscita. Questo mito simboleggia la lotta contro le proprie pulsioni istintuali, la vittoria della ragione sull’irrazionalità, il trionfo dell’eroe sulla bestia interiore.
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3 commenti su “Una Boccata d’Aria, il Labirinto del Duomo di Lucca. Il Matto.”
🙏
Poetico e perciò vero quel “Finché non lo fai tuo/ questo ‘muori e diventa’/ non sei che uno straniero ottenebrato/ sopra la terra scura”.
Un nugolo di considerazioni assalgono la mia mente ma … apofatizzo e te le risparmio 😄.
Piuttosto, contraccambio con Ernst Junger:
“La pianta parla diffondendo intorno a sé la propria magìa che noi attraversiamo con i nostri passi senza avvertirla, come se lacerassimo una rete tessuta con fili troppo sottili per la nostra percezione. Questo mi divenne chiaro una sera, dopo che avevo raccolto dalla sabbia delle dune un mazzo di grandi e profumati gigli imbutiformi, che gli italiani chiamano narcisi marini. Mentre camminavo, tenendolo in mano, nella penombra del crepuscolo, arrivarono in volo grandi falene nere striate di rosso, sfingi con ali vellutate, e affondarono la tromba nei fiori. Tenevo il mazzo di fiori chiari come un calice; gli insetti entrarono in mutua comunicazione da esso, con esso e intorno ad esso, in un mondo sognante.”
“La pianta parla diffondendo intorno a sé la propria che noi attraversiamo con i nostri passi senza avvertirla, come se lacerassimo una rete tessuta con fili troppo sottili per la nostra percezione. Questo mi divenne chiaro una sera, dopo che avevo raccolto dalla sabbia delle dune un mazzo di grandi e profumati gigli imbutiformi, che gli italiani chiamano narcisi marini. Mentre camminavo, tenendolo in mano, nella penombra del crepuscolo, arrivarono in volo grandi falene nere striate di rosso, sfingi con ali vellutate, e affondarono la tromba nei fiori. Tenevo il mazzo di fiori chiari come un calice; gli insetti entrarono in mutua comunicazione da esso, con esso e intorno ad esso, in un mondo sognante.”
Fonte: https://le-citazioni.it/argomenti/falena/
Probabilmente si trattava di Pancrazi… Sulle spiagge della Sardegna se ne trovano in gran numero . Molti insetti dormono, stanchi, all’ interno delle loro candide corolle. Incanti della natura…
Caro Matto,
il labirinto a Creta…R. Graves lo “razionalizzava” come una stilizzazione della danza d’amore delle gru. Via via il significato si fece più ricco- ma non per questo intellettualmente cosciente, volontaristico o fideistico. Si può anche evadere dal labirinto con altri mezzi, per altre vie
” Non lo dite a nessuno, solo ai saggi/ perchè la folla subito dileggia. Voglio fare l’elogio di una vita che agogna ad una morte tra le fiamme./ Nel fresco delle notti/ d’amore, dove ti hanno concepito/ e dove tu hai concepito, ti sorprende/ un ignoto malessere/ se, nel silenzio, splende una candela./ Non puoi più rimanere avviluppato/ nell’ombra della tenebra/ e ti travolge un nuovo desiderio/ di congiungimenti più nobili./ Non c’è distanza che ti faccia peso./ Avvinta, vinta arrivi/ a volo, e finalmente/ prendi fuoco farfalla./ Finchè non lo fai tuo/ questo “muori e diventa”/ non sei che uno straniero ottenebrato/ sopra la terra scura. ” ( W. Goethe.)
( nel testo non si cavilla se è farfalla o falena: possibili entrambe ).
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