Il 7 Ottobre Poteva Essere Annullato, se I$r@ele…Al Jazeera, i Verbali di Hamas. Lavinia Marchetti.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo post pubblicato da Lavinia Marchetti, a cui va il nostro grazie, sul suo profilo Substack. Buona  lettura e condivisione.

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Il 7 ottobre poteva essere annullato?

Al Jazeera mostra i documenti segreti di Hamas e le decisioni che hanno preceduto l’attacco

Al Jazeera mostra un verbale che contemplava la cancellazione dell’operazione del 7 ottobre. Altri documenti, pubblicati in Israele, rivelano che Hamas voleva ostacolare la normalizzazione fra Netanyahu e l’Arabia Saudita. Le carte del 2022, i negoziati diplomatici e le ultime inchieste israeliane permettono di ricostruire una storia politica assai più ampia di quella cominciata, per molti, alle 6:30 del 7 ottobre 2023.

L’11 febbraio 2023, durante una riunione riservata del consiglio militare delle Brigate al-Qassam, venne discussa la possibilità di annullare l’operazione che otto mesi dopo sarebbe stata conosciuta come «Alluvione di al-Aqsa». L’operazione possedeva allora un altro nome, più convenzionale, «Progetto Fahd». Il verbale mostrato da Al Jazeera il 30 ottobre 2026 riferisce che, durante la riunione, venne valutata anche la condotta israeliana. Il documento, attribuito ai dirigenti militari di Hamas, conteneva questa clausola:

«تم الاتفاق أنه في حال تم التراجع عن الاعتداءات في المسجد الأقصى والسجون يتم إلغاء العمل بالمشروع (فهد)».

«È stato concordato che, qualora cessassero le aggressioni contro la moschea di al-Aqsa e nelle prigioni, si sarebbe annullato il Progetto Fahd».

Pochi giorni fa il programma investigativo di Al Jazeera ما خفي أعظم, «Ciò che è nascosto è ancora più grande», ha mostrato alcuni verbali redatti durante le riunioni della dirigenza militare di Hamas, insieme a immagini inedite di Mohammed Deif, comandante delle Brigate al-Qassam, ucciso da Israele nel luglio 2024. Il documentario, trasmesso il 30 ottobre e accompagnato il giorno successivo da una ricostruzione scritta in arabo, permette di conoscere una parte delle discussioni che precedettero il 7 ottobre 2023 e che finora erano rimaste in gran parte oscure. Il 2 novembre Middle East Eye ha ripreso la notizia, concentrandosi proprio sulla possibilità che l’operazione venisse annullata. La testata ha precisato di non aver potuto verificare autonomamente il contenuto del documento.

Al Jazeera ha mostrato una deliberazione attribuita ai vertici militari di Hamas che contemplava la rinuncia all’esecuzione del piano se si fossero verificate alcune circostanze. La possibilità di annullare l’operazione veniva collegata, nel verbale, alla cessazione di due precise condotte israeliane. La prima riguardava la moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme Est occupata, e le incursioni nel suo complesso, compresa quella compiuta il 3 gennaio 2023 dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, scortato dalla polizia, che i palestinesi avevano denunciato come una provocazione e una minaccia allo status quo dei luoghi santi. La seconda riguardava le condizioni dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, sulle quali lo stesso Ben-Gvir, appena insediato, aveva annunciato un inasprimento delle misure restrittive, intervenendo anche sulle possibilità di visita dei parlamentari e sulle condizioni di detenzione. La clausola dell’11 febbraio, contenuta nel verbale redatto dai vertici di Hamas, subordinava dunque l’annullamento del «Progetto Fahd» a un cambiamento concreto della politica israeliana su due questioni centrali per la dirigenza.

Il documentario ci permette anche di individuare i nomi dei partecipanti alla riunione e alcuni particolari delle loro valutazioni. Il consiglio militare ristretto comprendeva Mohammed Deif, identificato dal nome «Ali», Marwan Issa, indicato come «Saad», Mohammed Sinwar, chiamato «Abu Ibrahim», e Yahya Sinwar, il cui nome era «al-Hajj». Un altro particolare, a dire il vero piuttosto singolare, riguarda il grado di adesione espresso dai dirigenti alla proposta di procedere con l’operazione. Secondo la lettura del verbale pubblicata dal centro israeliano Meir Amit, Deif avrebbe espresso un consenso del 66%, Yahya Sinwar uno superiore al 70% e Marwan Issa del 70%. Mohammed Sinwar avrebbe evitato di indicare una percentuale, dichiarando che il momento dell’esecuzione doveva ancora essere deciso. Questo dimostra che durante la riunione venne discussa anche l’opportunità di passare dalla preparazione all’esecuzione. La decisione di procedere con i preparativi rimaneva subordinata all’evoluzione degli avvenimenti, come mostra la clausola di annullamento. È un particolare importante, perché ci permette di distinguere fra l’esistenza di un piano militare già pronto, o ancora in preparazione, e la decisione di eseguirlo in una data precisa.

La dirigenza militare delle Brigate al-Qassam in una riunione riservata. La data esatta della ripresa non è precisata; l’immagine è anteriore al maggio 2021 e raffigura una riunione diversa da quelle documentate nei verbali del 2023. Si tratta di un fotogramma inedito, mostrato da Al Jazeera nell’inchiesta Ma khafiya aʿẓam, trasmessa il 30 ottobre 2026. Le scritte sovraimpresse identificano i partecipanti e i rispettivi incarichi all’interno dell’ala militare di Hamas.

Al centro, in alto: Mohammed Deif, comandante dello Stato maggiore delle Brigate al-Qassam.

Al centro, in basso: Rafa Salama, comandante della Brigata di Khan Younis.

A sinistra, dall’alto verso il basso: Marwan Issa, vicecomandante dello Stato maggiore; Ahmed al-Ghandour, comandante della Brigata settentrionale; Ghazi Abu Tama’a, responsabile degli armamenti e dei servizi di supporto al combattimento; Mohammed Awda, responsabile dell’intelligence militare; Izz al-Din al-Haddad, comandante della Brigata di Gaza; Ayman Nofal, comandante della Brigata centrale.

A destra, dall’alto verso il basso: Raed Saad, responsabile della produzione militare; Mohammed Shabana, comandante della Brigata di Rafah; Hakam al-Issa, responsabile dell’addestramento; Bassem Issa, comandante della Brigata di Gaza fino al 2021; Raed Thabet, responsabile del personale; Mohammed Sinwar, responsabile delle operazioni militari.

Fonte: Al Jazeera Arabic, «ما خفي أعظم», 30 ottobre 2026. Fotogramma originale con identificazioni in arabo. Traduzione italiana dei nomi e degli incarichi.

Un secondo elemento emerge dai documenti pubblicati in Israele alcuni mesi prima dell’inchiesta di Al Jazeera. Il 15 giugno 2026 il Times of Israel ha dato conto di documenti attribuiti alla dirigenza di Hamas, recuperati secondo le autorità israeliane nella Striscia e pubblicati dal centro di ricerca Meir Amit, successivamente ripresi dall’emittente pubblica Kan. Quei verbali indicano che Hamas considerava la normalizzazione dei rapporti fra Israele e Arabia Saudita una minaccia strategica alla causa palestinese. Secondo la ricostruzione israeliana, il 2 ottobre 2023 Yahya Sinwar avrebbe sostenuto la necessità di un’azione eccezionale per ostacolare il negoziato diplomatico.

Quali nuovi elementi sono emersi?

Il rapporto pubblicato all’inizio di novembre dal centro Meir Amit, dedicato specificamente alla puntata di Al Jazeera, conferma che il documento mostrato dall’emittente contempla la cancellazione del «Progetto Fahd» qualora cessassero le azioni israeliane indicate contro al-Aqsa e nelle prigioni. L’istituto, ovviamente, contesta l’interpretazione politica proposta dal documentario richiamando la preparazione militare precedente al febbraio 2023. Sia come sia, la presenza della clausola nel materiale trasmesso è riconosciuta anche da un centro israeliano esplicitamente critico verso Hamas. Per capire che cosa aggiunga alla questione del 7 ottobre l’uscita di questi documenti occorre tornare agli ultimi giorni prima dell’attacco.

Il 5 ottobre 2023, secondo il documentario di Al Jazeera, Mohammed Deif presiede una riunione dello stato maggiore delle Brigate al-Qassam, durata sei ore. Durante l’incontro vengono esaminate le condizioni della preparazione militare e gli obiettivi operativi. Il verbale attribuisce alla dirigenza la constatazione che la situazione ad al-Aqsa e nelle carceri aveva raggiunto un livello considerato intollerabile. Sul piano politico veniva, di fatto, preso atto dell’assenza di progressi e Netanyahu veniva accusato di avere disatteso precedenti intese.

Nel documentario appare una testimonianza particolarmente importante, che potrebbe aiutare a comprendere il rapporto fra la preparazione militare e i negoziati politici. Uno dei dirigenti delle Brigate al-Qassam intervistato da Al Jazeera afferma che, parallelamente alla preparazione dell’operazione, la direzione di Hamas avrebbe attribuito priorità ai contatti politici, nel tentativo di ottenere un cambiamento della condotta israeliana ad al-Aqsa. Il miliziano sostiene che la dirigenza del movimento si fosse rivolta a tutti i mediatori disponibili e che le autorità israeliane avessero respinto ogni tentativo. Se il verbale dell’11 febbraio contemplava la cancellazione del Progetto Fahd qualora fossero cessate determinate condotte israeliane, attraverso quali interlocutori Hamas avrebbe cercato di ottenere quel risultato? E soprattutto, quali comunicazioni furono effettivamente trasmesse al governo israeliano? La testimonianza suggerisce l’esistenza di iniziative diplomatiche parallele ai preparativi militari, sulle quali al momento non sappiamo nulla.

Il documento indica come obiettivo principale la sconfitta della Divisione Gaza dell’esercito israeliano, incaricata del controllo militare del confine con la Striscia, e la cattura di soldati israeliani. Le istruzioni operative mostrate nel documentario prevedevano di colpire le postazioni di osservazione e le comunicazioni dell’esercito nei primi minuti, compromettendo la capacità di coordinare una risposta all’infiltrazione. Deif firma l’ordine definitivo. L’inizio dell’operazione viene fissato alle 6:30 del 7 ottobre. Il piano mirava a colpire postazioni militari. L’attacco provocò anche l’uccisione di civili in diverse località.

L’inchiesta di Al Jazeera contiene anche testimonianze che aiutano a comprendere chi fossero gli uomini coinvolti nella preparazione dell’operazione. Fra gli studiosi intervistati da Tamer al-Misshal compare Paola Caridi, giornalista e storica italiana che ha dedicato molti anni allo studio del movimento palestinese, oltre che autrice di Hamas. Dalla resistenza al regime. Il giornalista le chiede quale importanza abbia assunto Mohammed Deif nella storia dell’organizzazione e Caridi risponde in modo preciso che:

«Mohammed Deif ha acquisito importanza come figura leggendaria perché è sopravvissuto a sette tentativi di assassinio, per la sua personalità riservata e per l’assenza della sua immagine dalla scena pubblica. Il fatto stesso che fosse impossibile vederlo ha contribuito a tutto questo. Sono stati questi elementi a renderlo una figura quasi leggendaria».

La considerazione di Caridi è molto importante anche alla luce delle immagini che Al Jazeera ha ottenuto dalle Brigate al-Qassam. Infatti, per anni, soprattutto dopo il tentativo di assassinio del 2006, erano circolate voci poi diventate informazioni secondo le quali Deif aveva perduto gli arti e sarebbe stato costretto a muoversi su una sedia a rotelle. Nelle registrazioni lo vediamo camminare e partecipare alle riunioni del comando militare, discutere con Marwan Issa e altri dirigenti. Sempre nel documentario ci sono filmati nei quali compare insieme a Yahya Sinwar e Ismail Haniyeh. Deif è stato un uomo pressoché invisibile per decenni. I filmati mostrano che Deif continuava a esercitare funzioni di comando e mettono in luce la scarsa attendibilità delle valutazioni formulate dai servizi di sicurezza israeliani. Questa segretezza, come osserva Caridi, aveva contribuito alla fama del comandante. Nel documentario vengono mostrati incontri fra i principali dirigenti militari e registrazioni di attività riservate che si sono svolte durante gli anni nei quali Israele cercava di individuare Deif. Tutto questo rende ancora più importante il verbale dell’11 febbraio 2023, perché Deif vi compare con il nome convenzionale «Ali» e partecipa, assieme a Sinwar e agli altri dirigenti, alla delibera sul Progetto Fahd.

Questi documenti aprono nuove domande e offrono altre chiavi di lettura. Quello che mi interessa riguarda la decisione precedente, in particolare il rapporto fra la pianificazione militare e la situazione diplomatica dei primi giorni di ottobre. Tre giorni prima della riunione presieduta da Deif, secondo il materiale pubblicato da Kan, Sinwar aveva partecipato a un incontro durante il quale venne discussa la minaccia rappresentata dal processo di normalizzazione fra Israele e Arabia Saudita. Il verbale gli attribuisce la convinzione che fosse diventata necessaria un’azione eccezionale capace di ostacolare quel processo.

Dobbiamo tenere presente che tutto questo accadeva dopo mesi di negoziati diplomatici attraverso i quali gli Stati Uniti di Biden cercavano di ottenere il riconoscimento reciproco fra Israele e il regno saudita. La posta in gioco economica era considerevole. Se l’accordo fosse stato raggiunto, Riyadh avrebbe ottenuto importanti garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti e nuove possibilità di cooperazione strategica ed economica. Tra l’altro, per Netanyahu, la normalizzazione avrebbe significato un successo diplomatico di enorme rilievo, consolidando la posizione regionale di Israele senza aver minimamente risolto la questione dell’occupazione dei territori palestinesi.

Alla fine di settembre 2023 il negoziato appariva abbastanza avanzato. Così avanzato da produrre dichiarazioni pubbliche piuttosto ottimistiche. Mohammed bin Salman, intervistato dalla televisione statunitense, aveva parlato di progressi verso la normalizzazione. Netanyahu, intervenendo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, aveva celebrato la possibilità di un nuovo accordo regionale e affermato che ai palestinesi doveva essere impedito di esercitare un diritto di veto sui trattati di pace fra Israele e gli Stati arabi.

Netanyahu il 22 settembre 2023 all’ONU pronunciò queste parole (vi invito a risentire tutto il discorso)

“Da molto tempo cerco di raggiungere la pace con i palestinesi.

Però credo anche che non dobbiamo concedere ai palestinesi un diritto di veto sui nuovi trattati di pace con gli Stati arabi.

I palestinesi potrebbero trarre grandi benefici da una pace più ampia. Dovrebbero far parte del processo, però non dovrebbero avere un diritto di veto sul processo. E credo anche che fare la pace con un maggior numero di Stati arabi aumenterebbe, in realtà, le possibilità di raggiungere la pace fra Israele e i palestinesi.

Vedete, i palestinesi rappresentano soltanto il 2% del mondo arabo. Finché crederanno che il restante 98% rimarrà in uno stato di guerra con Israele, quella massa più grande, quel mondo arabo più vasto, potrebbe alla fine soffocare, dissolvere, distruggere lo Stato ebraico.

Perciò, quando i palestinesi vedranno che la maggior parte del mondo arabo si è riconciliata con lo Stato ebraico, saranno anch’essi più propensi ad abbandonare la fantasia di distruggere Israele e ad abbracciare finalmente un percorso di pace autentica con esso.

Per anni, il mio approccio alla pace è stato respinto dai cosiddetti esperti. Ebbene, si sbagliavano.

Con il loro approccio, per un quarto di secolo non abbiamo concluso un solo trattato di pace.

Eppure, nel 2020, seguendo l’approccio che avevo sostenuto, abbiamo provato qualcosa di diverso e in brevissimo tempo abbiamo ottenuto una svolta straordinaria. Lavorando con gli Stati Uniti, abbiamo raggiunto quattro trattati di pace. Israele ha concluso quattro accordi di pace in quattro mesi con quattro Stati arabi: Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco.

Gli Accordi di Abramo hanno rappresentato una svolta nella storia.

E oggi vediamo tutti i benefici di quegli accordi.

Il commercio e gli investimenti con i nostri nuovi partner di pace sono in piena espansione.

I nostri paesi cooperano nel commercio, nell’energia, nell’acqua, nell’agricoltura, nella medicina, nel clima e in moltissimi altri settori.

Quasi un milione di israeliani ha visitato gli Emirati Arabi Uniti negli ultimi tre anni. Ogni giorno gli israeliani risparmiano tempo e denaro facendo qualcosa che per settant’anni era stato loro impossibile. Sorvolano la penisola arabica per raggiungere destinazioni nel Golfo, in India, nell’Estremo Oriente e in Australia.

Gli Accordi di Abramo hanno introdotto un altro cambiamento straordinario. Hanno avvicinato arabi ed ebrei.

Lo vediamo nei frequenti matrimoni ebraici celebrati a Dubai, nella dedicazione di un rotolo della Torah in una sinagoga del Bahrein, nei visitatori che affollano il museo dell’ebraismo marocchino a Casablanca. Lo vediamo nelle lezioni sull’Olocausto impartite agli studenti arabi negli Emirati. È indubbio che gli Accordi di Abramo abbiano annunciato l’alba di una nuova era di pace.

Credo però che siamo alla vigilia di una svolta ancora più straordinaria: una pace storica con l’Arabia Saudita”.

Ricapitolando. Pochi giorni prima del 7 ottobre la questione palestinese, da cui per decenni era dipesa una parte importante della politica diplomatica degli Stati arabi verso Israele, veniva derubricata come un problema capace di ostacolare accordi che avrebbero dovuto invece procedere secondo gli interessi statali arabi e israeliani e così la popolazione palestinese sottoposta a occupazione finiva per occupare una posizione marginale all’interno di un negoziato che riguardava direttamente il proprio futuro. L’Arabia Saudita continuava ufficialmente a sostenere l’Iniziativa di pace araba del 2002, che prevedeva la normalizzazione dei rapporti con Israele in cambio della fine dell’occupazione e della creazione di uno Stato palestinese. Nei negoziati condotti nel 2023, tuttavia, la questione dell’autodeterminazione palestinese era stata via via ridimensionata.

La ricostruzione pubblicata il 5 dicembre 2025 da Jacob Magid sul Times of Israel mostra che Washington e Riyadh avevano già elaborato durante l’estate del 2023 una proposta relativa alle misure che Israele avrebbe dovuto adottare nei confronti dei palestinesi. L’accordo prevedeva trasferimenti parziali di competenze territoriali e amministrative in Cisgiordania, accompagnati da altre concessioni. Ovviamente, la nascita di uno Stato palestinese sovrano rimaneva fuori dall’intesa.

Andrew Leber e Zaha Hassan hanno ricostruito questo passaggio fondamentale nello studio Time for Saudi Clarity on Normalization with Israel, pubblicato da Carnegie Endowment il 26 ottobre 2026. È un elemento raramente considerato nelle ricostruzioni delle cause del 7 ottobre. Gli autori esaminano la distanza fra la posizione ufficiale saudita, storicamente legata alla richiesta di uno Stato palestinese, e la disponibilità della dirigenza del regno a considerare un accordo con Israele attraverso concessioni troppo, fin troppo, inferiori a quell’obiettivo. La loro ricerca mostra come Mohammed bin Salman avesse progressivamente attribuito alla normalizzazione dei rapporti con Israele una funzione determinante per i rapporti sauditi con Washington, soprattutto in vista delle garanzie strategiche che il regno avrebbe potuto ottenere.

La questione dell’occupazione veniva differita e ridimensionata. L’accordo diplomatico sembrava procedere attraverso una parziale riorganizzazione delle competenze dell’Autorità palestinese, lasciando del tutto irrisolto il problema del controllo israeliano sui territori. Secondo i documenti pubblicati dal Meir Amit, questo processo rappresentava per la dirigenza di Hamas una minaccia strategica che rischiava di diventare definitiva. Una normalizzazione dei rapporti fra paesi arabi, Israele e Stati Uniti avrebbe potuto consolidare un sistema regionale nel quale la posizione di Israele risultava rafforzata, riducendo ulteriormente la possibilità dei palestinesi di incidere sul proprio futuro. La valutazione attribuita a Sinwar durante la riunione di fine settembre è piuttosto esplicita. Secondo Kan, Sinwar disse che Hamas aveva già contribuito a ostacolare il processo di Oslo e rivendicò la capacità della resistenza armata di modificare i progetti diplomatici. In una frase riportata dal Times of Israel, Sinwar afferma:

«Potremmo non riuscire a fermare il processo, però lo ostacoleremo e lo priveremo di legittimità».

Il 2 ottobre, secondo il documento citato da Kan, Sinwar considerava necessario un intervento eccezionale. Il 5 ottobre Deif approvò l’ordine finale. Adesso possiamo ricostruire la catena. La decisione di procedere con l’attacco arrivò mentre i negoziati saudita-israeliani avanzavano rapidamente. I documenti israeliani attribuiscono espressamente a Sinwar la volontà di ostacolarli. La clausola di annullamento mostrata dal documentario di Al Jazeera appartiene a una deliberazione precedente. A febbraio 2023 l’annullamento sarebbe stato possibile, a condizione che Israele cambiasse condotta. Nel frattempo le politiche di occupazione e il trattamento dei detenuti erano peggiorati. Successivamente gli accordi tra sauditi, israeliani e statunitensi stavano riducendo ogni possibilità di influenza palestinese in Medio Oriente.

I limiti della clausola di febbraio 2023

Nell’ottobre del 2024 Ronen Bergman, Adam Rasgon e Patrick Kingsley pubblicarono sul New York Times un’inchiesta fondata su dieci verbali attribuiti alle riunioni dei vertici di Hamas, sequestrati dalle forze israeliane in un centro di comando di Khan Younis. La ricerca mostrava che la preparazione di una grande offensiva era in corso almeno dal gennaio 2022. Le riunioni riguardavano la necessità di conservare le capacità militari per un’operazione maggiore, evitando di essere coinvolti in scontri che avrebbero compromesso la preparazione. I verbali descrivevano anche tentativi di coinvolgere Iran e Hezbollah, o almeno di assicurarsi il loro sostegno nel caso di una guerra più ampia.

Questo materiale introduce un limite importante all’interpretazione della clausola di febbraio. La preparazione militare era molto precedente. L’elemento importante, ricostruito dal centro Meir Amit nel rapporto del giugno 2026, mostra che già nel febbraio 2022, secondo i documenti recuperati dall’esercito israeliano, la dirigenza di Hamas aveva deciso di creare un ufficio incaricato di seguire il processo di normalizzazione regionale e di predisporre iniziative per contrastarlo. Nel corso dell’anno il tema era stato ripreso in altre riunioni, accompagnato dalla valutazione che un avvicinamento fra Israele e Arabia Saudita avrebbe rappresentato una minaccia per il futuro della causa palestinese. Quindi l’intenzione di ostacolare la normalizzazione attraverso la lotta armata precedeva di almeno due anni la riunione del Progetto Fahd. Il suo significato va ricercato nelle trasformazioni diplomatiche seguite agli Accordi di Abramo del 2020, attraverso cui Israele aveva normalizzato le relazioni con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, contribuendo a modificare una parte fondamentale della politica araba verso Israele. La questione palestinese aveva continuato a occupare una posizione centrale nella diplomazia araba, soprattutto dopo l’Iniziativa di pace araba del 2002, che subordinava la normalizzazione collettiva con Israele alla fine dell’occupazione e a una soluzione della questione palestinese. Con gli Accordi di Abramo cominciava a essere subordinata a interessi strategici che sembravano procedere in modo bilaterale. In questo contesto l’eventuale adesione dell’Arabia Saudita avrebbe conferito a quel processo un’importanza ancora maggiore. Riyadh occupa una posizione privilegiata nel mondo musulmano per ragioni economiche e per il ruolo di custode dei luoghi santi dell’Islam. Il suo riconoscimento diplomatico di Israele avrebbe prodotto conseguenze ben più ampie di quelle derivate dai precedenti accordi.

Il punto centrale riguarda il rapporto fra la politica israeliana nei confronti di Hamas e la capacità del movimento di esercitare influenza sulla società palestinese. Nel documentario di Al Jazeera, Paola Caridi torna sulla lunga storia degli assassinii mirati con i quali Israele ha cercato di colpire la dirigenza dell’organizzazione. L’elenco citato da Caridi aiuta a ricostruire questo rapporto di forza:

«Hanno assassinato Yahya Ayyash nel 1996, che era un comandante dell’ala militare, poi hanno assassinato lo sceicco Ahmed Yassin e, circa un mese dopo, Abdel Aziz al-Rantisi. Prima ancora avevano assassinato Ismail Abu Shanab e Salah Shehadeh. Hanno dunque colpito dirigenti sia dell’ala militare sia di quella politica, tanto gli intransigenti quanto i pragmatici. Per esempio, Salah Shehadeh e Ismail Abu Shanab si trovavano agli estremi opposti dello schieramento politico. E che cosa hanno ottenuto? Nel 2006 Hamas ha vinto le elezioni. Questo significa che quella strategia aveva fallito».

Questo passaggio tocca una delle questioni fondamentali della storia del conflitto. Israele ha perseguito per decenni una politica di eliminazione fisica dei dirigenti palestinesi (la politica ha colpito anche altrove, con i cosiddetti “omicidi mirati”, in Siria, nello Yemen e in Iran), giustificandola attraverso la necessità di compromettere le capacità operative delle organizzazioni armate che gli si frapponevano. Nel caso di Hamas, gli assassinii hanno colpito anche personalità che appartenevano alla dirigenza politica e non solo all’ala militare e che avevano espresso posizioni differenti sul rapporto con Israele. Yahya Ayyash venne assassinato nel gennaio 1996 attraverso un telefono cellulare esplosivo. Salah Shehadeh fu ucciso nel luglio 2002 da una bomba sganciata su Gaza, in un bombardamento che provocò anche numerose vittime civili. Ismail Abu Shanab, considerato fra gli esponenti più pragmatici del movimento, venne assassinato nell’agosto 2003. Ahmed Yassin fu ucciso nel marzo 2004 e Abdel Aziz al-Rantisi il mese successivo. La successione di questi omicidi e le eliminazioni più recenti dei vertici di Hamas, della Guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran Ali Khamenei e di altre figure chiave del governo iraniano richiamano l’attenzione sull’inefficacia di questa politica. L’eliminazione di un dirigente può compromettere temporaneamente le capacità organizzative di un movimento e provocarne la paralisi. Eppure, fino a oggi, abbiamo visto i movimenti colpiti riorganizzarsi e talvolta rafforzarsi, come nel caso iraniano. Perché? Semplicemente perché uccidere un dirigente non risolve le ragioni politiche e sociali che hanno prodotto quel movimento di resistenza e la conseguente lotta armata (nei casi di Hamas ed Hezbollah).

Caridi ci ricorda che nel gennaio 2006, dopo questa successione di assassinii, Hamas vinse le elezioni legislative palestinesi, ottenendo la maggioranza assoluta dei seggi. Al di là della crisi di credibilità che attraversava Fatah, Hamas vinse le elezioni dopo una lunga serie di operazioni israeliane che avevano colpito la sua dirigenza. Forse quelle operazioni avevano persino contribuito ad accrescere il peso politico dell’organizzazione. La politica israeliana di contrasto ad Hamas si fondava sull’eliminazione dei dirigenti e non risolveva le condizioni che alimentavano il sostegno al movimento. Negli anni successivi Israele avrebbe alternato campagne militari e tentativi di contenimento di Hamas nella Striscia, fino alla convinzione, diffusa prima del 7 ottobre, che l’organizzazione fosse sufficientemente dissuasa dal condurre una grande offensiva, anche perché i governi Netanyahu avevano autorizzato e incoraggiato i trasferimenti di denaro del Qatar nella Striscia, contribuendo al mantenimento economico del sistema di governo controllato da Hamas. Le carte uscite nel 2026 consentono di interrogare anche quella convinzione secondo cui Hamas fosse un “nemico utile”. La dirigenza militare di Hamas aveva continuato a preparare un’operazione di vasta portata, e nei suoi verbali la questione dei rapporti regionali di Israele figurava fra le preoccupazioni strategiche. Il problema storico che emerge dalle parole di Caridi riguarda soprattutto la capacità delle autorità israeliane di comprendere un’organizzazione che avevano ripetutamente tentato di indebolire attraverso l’uccisione dei suoi dirigenti. La domanda potrebbe sembrare inopportuna, visto che non ho la risposta. Va formulata comunque. Quale effetto voleva ottenere Israele? Rinforzare Hamas o indebolirla? C’è un piano utilitaristico che va considerato. I servizi israeliani sono molto efficienti. Avevano davvero sottovalutato le capacità di Hamas? Avevano considerato che, dopo anni di fallimenti e di omicidi mirati, la decapitazione dell’organizzazione potesse rafforzarne le ragioni politiche? Non ho alcuna risposta in merito. Mi limito a porre le questioni.

La cosa certa è che il 7 ottobre venne preparato da Hamas anche per modificare il rapporto di forza con Israele. La decisione finale fu presa in una fase nella quale i negoziati diplomatici regionali sembravano avvicinarsi a un accordo di enorme importanza. La lettura dei documenti mostra che la dirigenza di Hamas riteneva che quel processo avrebbe compromesso ulteriormente il futuro politico dei palestinesi.

Al di là della questione sollevata da Haaretz sul fatto che Netanyahu fosse stato avvertito dell’attacco per ben due volte, i nuovi documenti più che dare risposte aumentano le domande. Ad esempio, quale rapporto esistesse fra le intese che Netanyahu era accusato di avere disatteso e la clausola di annullamento contenuta nel verbale di febbraio. Non sappiamo se le condizioni dichiarate dalla dirigenza militare furono oggetto di comunicazioni effettive con i mediatori israeliani. La domanda più importante riguarda il peso che ebbe nella decisione finale la prospettiva di un accordo saudita-israeliano fondato su concessioni limitate ai palestinesi.

La pubblicazione delle nuove carte modifica, almeno in parte, la lettura delle informazioni di cui disponiamo. I verbali consentono di conoscere un processo di preparazione che si sviluppa nel corso degli anni, accompagnato da valutazioni sulle condizioni politiche di Gaza e sul futuro diplomatico della questione palestinese. Il negoziato saudita-israeliano entra così nella ricostruzione del 7 ottobre come un elemento che i dirigenti di Hamas consideravano strategicamente decisivo.


Fonti documentarie. Al Jazeera, ما خفي أعظم, puntata del 30 ottobre 2026, e ricostruzione dei verbali del 31 ottobre. Times of Israel, 15 giugno 2026; centro di ricerca Meir Amit, rapporto del 15 giugno sulla normalizzazione saudita-israeliana e analisi del documentario di Al Jazeera.

Per la documentazione del 2024, Ronen Bergman, Adam Rasgon e Patrick Kingsley, Secret Documents Show Hamas Tried to Persuade Iran to Join Its Oct. 7 Attack, New York Times, 13 ottobre 2024. Per i negoziati diplomatici, Jacob Magid, Times of Israel, 5 dicembre 2025, e Andrew Leber e Zaha Hassan, Time for Saudi Clarity on Normalization with Israel, Carnegie Endowment, 26 ottobre 2026. Per gli avvertimenti precedenti all’attacco, Haaretz, inchiesta di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, settembre 2026, e Times of Israel, 8 settembre 2026.

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