Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Giulio ferri, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul ruolo di Maria nella redenzione. Buona lettura e diffusione.
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MARIA NEL DISEGNO DELLA REDENZIONE
Un percorso biblico, teologico e mistico alla scoperta del posto di Maria nel disegno della Redenzione. Dalla Genesi all’Apocalisse, attraverso la Scrittura, la Tradizione e il Magistero della Chiesa, seguiremo il mistero della Donna unita al Figlio nel compimento della salvezza.
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«Ecco la serva del Signore»
di Giulio Ferri
Dopo aver incontrato la Donna della promessa e aver contemplato in Maria la Nuova Eva, dobbiamo ora entrare nel luogo nel quale quella promessa comincia concretamente a compiersi. Non siamo più nel giardino dell’Eden, né davanti alla riflessione dei Padri. Siamo a Nazaret, in una casa sconosciuta della Galilea, davanti a una giovane donna alla quale Dio rivolge una parola capace di cambiare la storia.
Il Vangelo di Luca racconta l’Annunciazione con una sobrietà impressionante. Non ci sono scenografie grandiose, non ci sono folle, non ci sono sacerdoti o re. C’è un angelo, una ragazza, una promessa umanamente impossibile e una domanda. E poi una risposta.
«Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).
Queste parole sono diventate familiari a tal punto che rischiamo di non percepirne più la vertiginosa profondità. Le recitiamo nell’Angelus, le ascoltiamo nella liturgia, le incontriamo nella preghiera del Rosario. Ma se ci fermiamo davanti a esse senza l’abitudine della devozione, ci accorgiamo che contengono qualcosa di sconvolgente.
Maria non sta semplicemente accettando un onore. Sta accettando una missione che cambierà per sempre la sua vita. Sta accettando di diventare la Madre del Figlio dell’Altissimo. Sta accettando, insieme alla maternità, un destino che non le viene spiegato interamente.
E soprattutto sta dicendo sì a Dio prima di sapere tutto ciò che quel sì comporterà.
È questo il primo elemento sul quale dobbiamo fermarci. La fede cristiana non è anzitutto possesso di tutte le risposte. È capacità di affidarsi alla parola di Dio anche quando la comprensione non è ancora completa. Maria non riceve una mappa dell’intero cammino. Riceve una parola. E su quella parola costruisce la propria esistenza.
Il racconto lucano comincia con l’angelo Gabriele che viene mandato da Dio in una città della Galilea chiamata Nazaret, «a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe» (Lc 1,26-27). Il primo dato è quasi nascosto: Maria appartiene alla normalità della vita umana.
Non è una sacerdotessa, non è una regina, non appartiene alle élite religiose di Gerusalemme. Non viene presentata come una donna dotata di potere sociale. È una giovane promessa sposa, inserita nella concretezza di un’esistenza ordinaria. E proprio lì Dio entra nella sua storia.
Questo particolare ha una forza teologica enorme. L’Incarnazione non comincia nel centro del potere religioso o politico. Comincia nella disponibilità di una creatura. Il cristianesimo non considera dunque la materia ordinaria della vita come un ostacolo alla presenza di Dio. È precisamente dentro la vita concreta che Dio pronuncia la sua chiamata.
Maria non deve prima uscire dalla sua umanità per incontrare Dio.
È nella sua umanità che Dio la incontra.
L’angelo la saluta con parole che hanno attraversato i secoli: «Rallegrati, piena di grazia» (Lc 1,28). Il testo greco usa il termine kecharitoméne, una forma verbale che indica una grazia già ricevuta e operante in Maria. La tradizione della Chiesa ha visto in questo saluto uno dei fondamenti biblici della particolare santità della Vergine e, nella luce successiva della Rivelazione, dell’Immacolata Concezione.[1]
Non dobbiamo però isolare questa espressione dal resto del racconto. Maria è «piena di grazia» proprio perché è chiamata a una missione singolare. La grazia non è un ornamento spirituale aggiunto alla sua persona. È la condizione nella quale Dio la prepara alla sua vocazione.
Il Catechismo lo esprime con una formula di grande precisione: perché Maria potesse dare il libero assenso della sua fede all’annuncio della sua vocazione, era necessario che fosse interamente sostenuta dalla grazia.[2] Qui tocchiamo uno dei paradossi più belli della fede cristiana.
La libertà di Maria è tanto più grande quanto più è grande la grazia che la sostiene.
La mentalità moderna tende spesso a contrapporre grazia e libertà. Se Dio interviene, pensiamo, allora l’uomo sarebbe meno libero. Se invece l’uomo è veramente libero, Dio dovrebbe farsi da parte. Il Vangelo mostra esattamente il contrario.
In Maria vediamo una libertà che non viene distrutta dalla grazia, ma liberata dalla grazia. La grazia non decide al posto di Maria. La rende capace di decidere. Questo è fondamentale anche per comprendere il significato dell’Immacolata Concezione.
Maria è preservata dal peccato originale non perché venga sottratta alla libertà, ma perché la sua libertà viene custodita e resa pienamente disponibile al bene. La santità non è una diminuzione dell’umanità. È il suo compimento.
Per questo il saluto dell’angelo produce in Maria turbamento: «A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo» (Lc 1,29). È un particolare prezioso. Maria non è una creatura automatica che riceve un ordine e lo esegue senza pensare.
Maria ascolta, riflette, domanda.
Il Vangelo ci mostra una donna interiormente viva. Il suo turbamento non è incredulità. È il segno di una coscienza che prende sul serio ciò che sta accadendo. Anche Zaccaria aveva posto una domanda all’angelo, ma la sua domanda nasce da una difficoltà nel credere alla promessa.
Maria, invece, domanda: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» (Lc 1,34). La differenza è sottile ma decisiva. Maria non dice: «Non può accadere». Dice, in sostanza: «Come accadrà ciò che mi viene annunciato?». La sua domanda non chiude la porta alla parola di Dio. La apre.
E Dio risponde: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra» (Lc 1,35). La risposta dell’angelo non è una spiegazione scientifica. Non potrebbe esserlo. Il mistero dell’Incarnazione supera le categorie ordinarie della generazione umana. È una rivelazione.
Il Figlio che nascerà da Maria sarà «santo» e sarà chiamato «Figlio di Dio». Qui il tema della nostra ricerca incontra necessariamente il primo dogma mariano. Maria non è semplicemente una madre che genera un uomo straordinario. È la Madre di colui che è il Figlio eterno del Padre e che, assumendo la natura umana, diventa realmente suo Figlio secondo la carne.
La maternità divina e il consenso dell’Annunciazione sono dunque inseparabili. Maria non dice sì a una maternità genericamente religiosa. Dice sì alla maternità del Verbo incarnato. E questo significa che il suo sì possiede già una dimensione cristologica assoluta.
Maria dice sì a una persona prima ancora di comprenderne pienamente il mistero.
Questa è forse una delle definizioni più profonde della fede. La fede non consiste nel comprendere Dio prima di amarlo. Consiste nell’accogliere la parola di Dio e, attraverso quella parola, affidarsi a colui che parla.
Maria non possiede il Figlio prima di pronunciare il suo sì. Non ha ancora davanti agli occhi il volto del Bambino. Non conosce ancora Betlemme, Nazaret, Cana, il Golgota, il sepolcro vuoto. Conosce soltanto una parola.
E crede.
Per questo Elisabetta, qualche tempo dopo, pronuncerà una frase che rappresenta quasi il commento divino al mistero dell’Annunciazione: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45). Elisabetta non dice semplicemente: beata colei che è diventata madre. Dice: beata colei che ha creduto.
La maternità è inseparabile dalla fede che l’ha preceduta. È qui che possiamo comprendere una delle intuizioni più belle della Tradizione cristiana, ripresa anche da sant’Agostino: Maria concepisce Cristo nella fede prima ancora di concepirlo nel grembo.[3]
Non significa, naturalmente, che il concepimento fisico sia secondario o simbolico. Significa qualcosa di molto più profondo: il corpo di Maria accoglie ciò che il suo cuore ha già accolto nella fede. Prima che il Verbo diventi carne nel suo grembo, la parola di Dio diventa obbedienza nella sua libertà.
Il grembo viene dopo il cuore. L’Incarnazione è un evento corporeo reale, ma non è un evento puramente biologico. È un evento personale, nel quale la libertà di una donna viene coinvolta attraverso la fede.
E qui il mistero della Nuova Eva raggiunge il suo punto concreto. Eva aveva ascoltato una parola e aveva creduto alla menzogna. Maria ascolta una parola e crede alla promessa. Eva aveva cercato una pienezza sottraendosi a Dio. Maria riceve la pienezza consegnandosi a Dio. Eva aveva disobbedito. Maria obbedisce.
Ma ora possiamo comprendere meglio ciò che nel precedente articolo avevamo soltanto intravisto: l’obbedienza di Maria non è un gesto passivo.
È una decisione. Il «fiat» è una parola brevissima, ma contiene una persona intera. «Eccomi». Non dice semplicemente: «Va bene». Dice: «Io sono qui». È una consegna personale.
Ed è significativo che Maria si definisca «serva del Signore». La parola non indica umiliazione nel senso moderno del termine. Indica appartenenza, disponibilità, consegna. Maria si riconosce davanti a Dio come creatura. E proprio per questo diventa la creatura più libera.
La vera libertà non consiste nel non appartenere a nessuno. Consiste nell’appartenere liberamente a colui che è la Verità.
Questa frase, se compresa fino in fondo, potrebbe quasi riassumere l’intero Vangelo. Il mondo moderno identifica spesso la libertà con la possibilità di autodeterminarsi senza vincoli. Il cristianesimo propone una concezione diversa: la libertà raggiunge la propria perfezione quando la persona può donarsi liberamente al bene.
Maria è l’immagine perfetta di questa libertà. Dio non violenta la sua volontà. Non la costringe. Non la manipola. Le parla. E attende la risposta.
Qui troviamo un elemento che il Concilio Vaticano II ha espresso con una chiarezza straordinaria. Lumen gentium afferma che il Padre delle misericordie volle che l’accettazione della predestinata Madre precedesse l’Incarnazione, affinché, come una donna aveva contribuito a dare la morte, così una donna contribuisse a dare la vita.[4]
Il Concilio non sta dicendo che Maria sia una seconda causa della Redenzione sullo stesso livello di Cristo. Lo stesso testo conciliare lo precisa immediatamente: Maria servì al mistero della Redenzione «in dipendenza da lui e con lui».[5]
Questa piccola espressione è fondamentale. «In dipendenza da lui». Maria non è sorgente autonoma della grazia. «Con lui». Maria non è estranea all’opera del Figlio. È dentro una relazione di dipendenza e di cooperazione.
Ed è precisamente questa struttura che ci interesserà sempre di più man mano che avanzeremo nella nostra ricerca. Perché qui troviamo già, in germe, qualcosa che la teologia successiva svilupperà attraverso il linguaggio della cooperazione, dell’intercessione, della mediazione subordinata e, in epoche successive, della corredenzione.
Ma dobbiamo resistere alla tentazione di correre troppo velocemente.
Il titolo viene dopo il mistero.
Prima viene Maria. Prima viene il suo sì. Prima viene l’Incarnazione. Solo dopo la Chiesa si interrogherà sulle conseguenze teologiche di quella partecipazione. È una regola metodologica che dobbiamo mantenere per tutta questa serie.
Non dobbiamo leggere l’Annunciazione partendo dalla domanda: «Come posso dimostrare che Maria è Corredentrice?». Dobbiamo piuttosto chiederci: che cosa dice realmente il testo? Che cosa ha visto la Tradizione? Che cosa ha insegnato il Magistero? E fino a dove ci autorizzano questi dati a procedere?
È una differenza decisiva. Perché se partissimo dalla conclusione, rischieremmo di trasformare la Scrittura in una raccolta di prove a favore di una tesi già decisa. Se invece lasciamo parlare la Rivelazione, potremo scoprire qualcosa di più profondo.
A Nazaret Dio non chiede a Maria di compiere una Redenzione parallela a quella del Figlio. Le chiede di diventare la Madre del Redentore. E Maria accetta. Questo significa che il suo sì è anzitutto un sì alla persona di Cristo.
Ma proprio per questo è anche un sì alla sua opera. Maria accetta la maternità e, con essa, accetta il destino del Figlio. Non sa ancora tutto ciò che accadrà. Ma accetta di essere coinvolta. La sua risposta è quindi più ampia di quanto sembri.
«Avvenga di me secondo la tua parola».
Non soltanto: «Avvenga questo miracolo». È come se Maria dicesse: «Prendo posto dentro il tuo disegno». Questa è la grandezza del fiat. Ed è anche il motivo per cui la Chiesa ha sempre visto nell’Annunciazione il momento decisivo della fede di Maria.
Giovanni Paolo II, nella Redemptoris Mater, parla dell’Annunciazione come del momento decisivo nel quale Maria si abbandona completamente a Dio e manifesta quella che san Paolo chiama «l’obbedienza della fede».[6] Il Papa sottolinea inoltre che Maria risponde con tutto il suo «io» umano e femminile e che nella sua risposta sono presenti sia la grazia preveniente di Dio sia la sua piena disponibilità all’azione dello Spirito Santo.[7]
Sono parole importanti. Perché ci impediscono di pensare al «fiat» come a un semplice istante isolato. Il sì di Maria è l’inizio di una vita. Da quel momento Maria sarà Madre del Figlio. Ma sarà anche discepola.
Dovrà imparare a comprendere progressivamente il mistero. Dovrà custodire nel cuore parole che non comprende. Dovrà vedere suo Figlio crescere. Dovrà ascoltarlo parlare di una missione che progressivamente la supererà. Dovrà arrivare fino a Gerusalemme. E un giorno dovrà stare davanti a una Croce.
Tutto questo è già contenuto, come un seme, nel «fiat». Non perché Maria conosca in anticipo ogni dettaglio del futuro, ma perché chi si consegna veramente a Dio consegna a Dio anche il proprio futuro. Il sì di Nazaret è quindi una promessa che Maria fa senza conoscere ancora la forma concreta della prova.
Questo ci permette di guardare con occhi diversi anche la profezia di Simeone. Quando, qualche tempo dopo, Maria porta Gesù al Tempio, Simeone annuncia che quel Bambino sarà «segno di contraddizione» e aggiunge rivolgendosi a lei: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35).
Maria non aveva ricevuto questa parola a Nazaret. Ma la accoglie. Il suo sì non viene ritirato quando scopre che la strada del Figlio passerà attraverso la sofferenza. Ed è proprio questo che rende il suo «fiat» qualcosa di più di un consenso iniziale.
Il vero sì a Dio non consiste soltanto nel dire sì quando comprendiamo la bellezza del progetto. Consiste nel rimanere fedeli quando il progetto comincia a costare.
Qui il mistero dell’Annunciazione si apre già verso il Calvario. Non dobbiamo ancora entrarvi. Lo faremo più avanti. Ma dobbiamo riconoscere che il seme è già stato piantato.
Maria ha detto sì alla maternità. Ha detto sì al Figlio. Ha detto sì alla volontà del Padre. Ha detto sì all’azione dello Spirito. E, senza saperlo ancora pienamente, ha detto sì anche a una strada che avrebbe attraversato la sofferenza.
Per questo la libertà di Maria non può essere confusa con la semplice scelta tra due possibilità equivalenti. Il suo «fiat» è un atto di obbedienza amorosa. Non è la libertà di chi dice: «Faccio ciò che voglio». È la libertà di chi dice: «Voglio ciò che Dio vuole».
Ed è qui che la figura della Nuova Eva acquista la sua dimensione più profonda. La prima Eva aveva ricevuto un comando e lo aveva interpretato come un limite alla propria libertà. Maria riceve una chiamata e la riconosce come il luogo della propria libertà.
Eva ascolta il serpente e sospetta che Dio le stia togliendo qualcosa. Maria ascolta l’angelo e crede che Dio possa donarle qualcosa che supera ogni possibilità umana. La prima tende la mano verso ciò che vuole possedere. La seconda apre le mani per ricevere.
La differenza tra le due donne è anche la differenza tra il possesso e il dono.
E forse qui tocchiamo una verità spirituale che riguarda ogni cristiano. L’uomo moderno teme spesso che affidarsi a Dio significhi perdere se stesso. Maria mostra il contrario. Più appartiene a Dio, più diventa pienamente Maria.
La grazia non cancella la persona. La rende pienamente se stessa. È un principio che ritroveremo continuamente nella vita cristiana: Dio non ci salva rendendoci meno umani. Ci salva conducendo la nostra umanità verso il suo compimento.
Maria è la prima a mostrarlo in una forma assolutamente unica. Ma c’è ancora qualcosa. L’Annunciazione non è soltanto il luogo nel quale Maria riceve una missione. È anche il luogo nel quale Dio stesso mostra qualcosa del suo modo di agire.
Dio avrebbe potuto semplicemente entrare nella storia. E invece chiede un consenso umano. Non perché ne abbia bisogno come di una condizione imposta dall’esterno, ma perché ha scelto liberamente di realizzare il suo disegno attraverso la libera cooperazione di una creatura.
Questo è uno dei punti teologicamente più delicati e, nello stesso tempo, più affascinanti. Dio è onnipotente. Maria è creatura. La sproporzione è infinita. E tuttavia Dio ha voluto che una parola umana — «fiat» — precedesse, dal lato della creatura, l’evento dell’Incarnazione.
Il mistero non sta nel fatto che Maria diventi necessaria a Dio. Sta nel fatto che Dio abbia voluto rendere significativa la libertà di Maria. Questa distinzione ci protegge da due errori opposti.
Da una parte, non dobbiamo trasformare Maria in una sorta di dea necessaria al compimento della Redenzione. Dall’altra, non dobbiamo ridurla a uno strumento puramente passivo. La Chiesa sceglie una terza via.
Maria è creatura. Maria dipende dalla grazia. Maria dipende da Cristo. E proprio per questo coopera realmente.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, riprendendo la tradizione di sant’Ireneo e il Vaticano II, afferma che Maria, dando il proprio assenso alla parola di Dio, si offre totalmente alla persona e all’opera del Figlio e serve al mistero della Redenzione «sotto di lui e con lui».[8]
È una formula che merita di essere custodita. «Sotto di lui». «Con lui». Non «al posto di lui». Non «accanto a lui» come se fossero due redentori equivalenti. E neppure «senza di lui».
La cooperazione di Maria è tutta relativa a Cristo. È da Cristo che riceve la grazia. È per Cristo che viene preparata. È con Cristo che serve il mistero della Redenzione. È in Cristo che la sua maternità acquista il significato universale che la Tradizione le riconoscerà progressivamente.
E allora possiamo comprendere meglio anche una frase che potrebbe apparire paradossale: la grandezza di Maria consiste precisamente nel fatto che tutto ciò che è, lo riceve. Riceve la grazia. Riceve la chiamata. Riceve il Figlio. Riceve la missione. Riceve la forza per perseverare.
E proprio ricevendo tutto, diventa capace di donare tutto. Questa è la logica della grazia. E questa è anche la logica della maternità cristiana. Maria non produce il Salvatore come se la salvezza provenisse da lei. Lo riceve. E, ricevendolo, lo dona al mondo.
Il suo grembo diventa così il luogo nel quale il dono di Dio passa attraverso una creatura per raggiungere l’umanità. Forse è questo il punto nel quale il mistero della Nuova Eva comincia davvero a superare la semplice analogia con Eva.
Eva era stata chiamata «madre di tutti i viventi» (Gen 3,20). Maria diventa Madre di colui che è la Vita. E attraverso il Figlio, la sua maternità acquista una dimensione che la Chiesa comprenderà sempre più profondamente. Non ancora pienamente visibile. Non ancora sviluppata in tutte le sue conseguenze. Ma già presente.
Per questo il fiat di Nazaret non è una parola chiusa nel passato. Ogni volta che la Chiesa recita l’Angelus, ogni volta che un cristiano pronuncia il proprio «sì» alla volontà di Dio, torna a risuonare qualcosa di quella risposta.
Naturalmente nessuno può ripetere la missione di Maria. La sua maternità divina è unica. La sua vocazione è irripetibile. Ma ogni creatura può imparare da lei la grammatica della fede: ascoltare, accogliere, fidarsi, obbedire, donarsi.
Maria è la prima discepola perché è la prima ad accogliere Cristo. E proprio perché lo accoglie, diventa Madre. Questa unità tra fede e maternità è una delle chiavi più profonde del mistero mariano.
Maria diventa Madre del Verbo perché prima diventa serva della Parola. (9)
La serva precede la Madre. L’obbedienza precede la maternità. Il consenso precede l’Incarnazione. E la fede precede la contemplazione. È una sequenza che non dovremmo mai dimenticare.
Perché ci permette di comprendere anche il significato della parola «serva». Maria non è serva perché vale poco. È serva perché riconosce Dio come Signore. E proprio riconoscendo Dio come Signore diventa libera.
È qui che la spiritualità mariana smette di essere sentimentalismo e diventa una scuola di vita. La vera devozione a Maria non consiste soltanto nel contemplare i suoi privilegi. Consiste nell’imparare da lei il movimento interiore attraverso il quale la creatura passa dall’autosufficienza all’affidamento.
Maria non trattiene il dono. Non possiede il Figlio per sé. Lo riceve e lo offre. Da Betlemme al Tempio, da Cana alla Croce, il suo cammino sarà sempre più profondamente segnato da questa logica.
Maria è grande perché non trattiene nulla di ciò che Dio le affida.
Ed è proprio qui che il nostro itinerario può compiere un ulteriore passo. Abbiamo visto la Donna della promessa. Abbiamo incontrato la Nuova Eva. Abbiamo contemplato il suo «fiat». Ora dobbiamo chiederci che cosa accade quando questa donna, dopo aver dato al mondo il Salvatore, interviene nella sua vita pubblica.
A Nazaret Maria dice: «Avvenga di me». A Cana dirà: «Fate quello che vi dirà». Tra queste due frasi esiste un legame misterioso. La prima riguarda l’accoglienza del Figlio. La seconda riguarda l’orientamento degli uomini verso il Figlio.
La prima apre la porta all’Incarnazione. La seconda inaugura un modo nuovo della sua presenza nell’opera del Figlio. E qui il mistero della Madre comincia ad assumere una dimensione nuova.
Non più soltanto Madre del Redentore.
Ma Madre che conduce verso il Redentore.
È il prossimo passaggio della nostra ricerca. E sarà proprio a Cana, nel segno dell’acqua trasformata in vino, che dovremo domandarci quale significato abbia la parola di Maria quando, rivolgendosi ai servi, pronuncia una delle frasi più brevi e più decisive di tutto il Vangelo:
«Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5).
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[1] Cfr. Lc 1,28. La tradizione cattolica legge il saluto dell’angelo alla luce dell’intero sviluppo della Rivelazione. Il Catechismo della Chiesa Cattolica collega «piena di grazia» alla santità singolare di Maria e alla sua preservazione dal peccato originale: CCC 490-492.
[2] Catechismo della Chiesa Cattolica, 490 e 494. Il Catechismo sottolinea che la grazia sostiene il libero assenso della fede di Maria all’annuncio della sua vocazione.
[3] Cfr. sant’Agostino, Sermo 215, 4; De sancta virginitate, 3, 3. La Tradizione agostiniana insiste sul fatto che Maria concepì Cristo prima nella fede che nel grembo: antequam eum conciperet corpore, mente concepit. Il tema non sostituisce la realtà fisica dell’Incarnazione, ma ne illumina la dimensione personale e spirituale.
[4] Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 56: «Il Padre delle misericordie ha voluto che l’accettazione da parte della predestinata madre precedesse l’incarnazione».
[5] Ivi. Il testo conciliare precisa che Maria «servì al mistero della redenzione in dipendenza da lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente». Questa formula è fondamentale per distinguere la cooperazione subordinata di Maria dall’unica e perfetta opera redentrice di Cristo.
[6] Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater, 13. Il Papa presenta l’Annunciazione come il momento decisivo della fede di Maria e interpreta il suo consenso come piena «obbedienza della fede».
[7] Cfr. ivi. Giovanni Paolo II sottolinea che la risposta di Maria coinvolge «tutto il suo “io” umano, femminile» e comprende sia la cooperazione con la grazia preveniente sia la disponibilità all’azione dello Spirito Santo.
[8] Catechismo della Chiesa Cattolica, 494; cfr. Lumen gentium, 56. Il Catechismo riprende esplicitamente sant’Ireneo: Maria, con la sua obbedienza, viene posta in relazione con la salvezza dell’uomo, sempre però nella dipendenza da Cristo e nella grazia.
[9] Cfr. Giovanni Paolo II, Udienza generale, 18 settembre 1996. Il Papa afferma che Maria, pronunciando il suo «sì», fu pienamente libera davanti a Dio e che la sua risposta rappresentò una partecipazione reale, benché subordinata, all’opera della salvezza.
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