Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, don Curzio Nitoglia, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste ampie riflessioni su un evento che avrà luogo a Gerusalemme, e sulle sue radici storiche e religiose. Buona lettura e condivisione.
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I leader goyim: dal 2 al 6 novembre in Israele si incontrano a Gerusalemme
Il congresso dei noachidi e le sette leggi di Noè
Dal 2 al 6 novembre, si terrà a Gerusalemme un incontro tra 100 leader noachidi provenienti da venti nazioni di tutto il mondo.
I noachidi sarebbero i figli di Noè, dopo il diluvio universale, ovvero il resto dell’umanità scampata al diluvio universale. I non ebrei sarebbero i goim, vale a dire i pagani, noi che non abbiamo sangue ebraico.
Per loro, infatti, essere ebreo non è come per noi essere cristiano. Un tedesco, un francese, un russo, un cinese, se ha la fede in Gesù Cristo, è cristiano. Per loro no.
Essere ebreo, nell’ebraismo postbiblico, dopo la morte di Gesù — non in quello del Vecchio Testamento, quello di Noè, di Mosè, di Abramo, Isacco e Giacobbe — significa essere figlio di madre ebrea e nipote di nonna ebrea. Bisogna esserne sicuri. Ricordo che nel libro Essere ebreo, un’intervista di Alain Elkann a Elio Toaff, pubblicato da Bompiani nel 1994 e ristampato in edizione tascabile nel 1996, Elkann gli chiese: “Ma perché essere figli di madre ebrea e non di padre?”. E lui rispose: “Mater semper certa, pater numquam”. Vogliamo quindi essere sicuri al cento per cento che questo bambino abbia sangue ebraico nelle sue vene”. Alla domanda di Alain Elkann: “Per essere ebreo, è necessario credere a tutto ciò che propone l’ebraismo, osservare i suoi precetti ?”, la risposta è: “No, è meglio, ma non è necessario. Quello che è necessario è essere figlio e nipote di madre e di nonna ebrea”.
Allora, il pagano, il non ebreo, che vuole avvicinarsi all’ebraismo, cosa deve fare?
Toaff era un grande esperto, perché suo padre, Sabato Toaff, era stato rabbino di Livorno ed era stato allievo di Elia Benamozegh morto nel 1900 a Livorno. È stato un grande studioso di Cabala e di Talmud e ha spiegato la dottrina noachica, o noachide: le sette leggi di Noè.
Vuol dire che noi, non ebrei, noi pagani, per avvicinarci alla luce che è Israele, alla verità che è Israele, dobbiamo e possiamo farlo senza diventare ebrei osservando le sette leggi di Noè, e non i 613 precetti talmudici, rabbinici e farisaici.
Contro quei precetti si scagliava anche Gesù, dicendo che i comandamenti del Signore sono dieci e che vengono caricati sui fedeli pesi insopportabili, che non possono essere osservati.
Ebbene, l’ebraismo postcristiano, postbiblico e talmudico propone l’osservanza dei 613 precetti agli ebrei; per noi non ebrei basterebbero i sette precetti di Noè. Poi vedremo che cosa significa Noè in ebraico.
Il primo e l’ultimo sono i più importanti.
Il primo dei sette precetto di Noè vieta l’idolatria, sotto pena di morte. Chi adora un idolo — Gesù sarebbe un idolo, un uomo che si fa Dio — meriterebbe la morte, secondo questa interpretazione, così come tutti coloro che credono in lui. Quindi noi cristiani potremmo e dovremmo essere messi a morte.
L’ultimo sarebbe l’instaurazione, in tutto il mondo, di tribunali giuridici ebraici che vigilino sulla messa in pratica di questa legge: la proibizione, sotto pena di morte, dell’idolatria.
Questi tribunali sono i bet din: tribunali locali, provinciali e regionali, sottoposti alla direzione del Gran Kahal. Il Kahal sarebbe il tribunale universale e mondiale dell’ebraismo.
La riunione avrà luogo a Gerusalemme, nella residenza del presidente dello Stato d’Israele, Isaac Herzog, nato nel 1960 a Tel Aviv, e vi parteciperanno anche molti ministri del governo di Netanyahu. E’ il primo congresso ebraico dei noachidi riunito in presenza. Tutti gli altri li hanno si sono tenuti da remoto oppure per iscritto.
Il direttore e il centro di questa riunione sono il presidente e il rabbino Uri Cherki. L’amministratore delegato è Chaim Goldberg.
Questi incontri avvengono per dare la possibilità ai non ebrei, ai pagani di unirci al popolo eletto di Israele, osservando le sette leggi di Noè. E come abbiamo visto sopra, la prima è inquietante, perché, secondo la mia interpretazione, è una legge ferocemente anticristiana.
Si prevede l’istituzione di tribunali internazionali, sottoposti a un tribunale mondiale, il Gran Kahal, e quindi ai bet din.
Il direttore e il centro di questa riunione sono il presidente e il rabbino Uri Cherki. L’amministratore delegato è Chaim Goldberg.
Sono stati invitati rappresentanti e leader politici degli Stati Uniti d’America, della Gran Bretagna, dell’America Latina — molto probabilmente l’Argentina —, dell’Asia e anche dell’Africa. Non si parla dell’Europa: staremo un po’ a vedere quello che succederà.
Non parlano della Russia e spero che Putin non sia presente e funga da katechon, colui che blocca le forze del male.
Le leggi noachidi secondo Mosè Maimonide
La prima come già esposto : morte agli idolatri. Coloro che adorano un idolo dovrebbero essere messi a morte. Gesù fu condannato dal Sinedrio perché, essendo uomo, si era detto Dio e quindi, secondo i suoi accusatori, meritava la morte. Coloro che credono in Gesù, secondo questa interpretazione, meriterebbero quindi la morte.
Costoro dicono anche che l’Islam non è una religione idolatrica, perché non adora Maometto. Maometto è un profeta, un profeta del Dio unico, di Allah.
Il cristianesimo, invece, oltre ad adorare Gesù, sarebbe per loro una forma idolatrica anche perché è trinitario e rompe il concetto del Dio unico.
Poi vedremo come costoro, nella Cabala, nel Talmud e anche nel noachismo, intendano il monoteismo, che, secondo la mia tesi, sarebbe un vero e proprio politeismo.
La settima legge è l’obbligo di istituire questo tribunale di giustizia per far rispettare le sette leggi noachidi, di cui la prima è abbastanza impressionante.
Ne parlò già nel Medioevo Mosè Maimonide, nato a Cordova, in Spagna, e morto al Cairo, in Egitto, nel 1204. Ha scritto parecchie opere.
Quella che riguarda le sette leggi noachidi è la Mishneh Torah, la ripetizione della Torah, della Legge. La scrisse attorno al 1170-1180. Soprattutto nei capitoli 8, 9 e 10 parla di queste sette leggi.
La prima e la sesta secondo il rabbino di Cordova, sarebbero state date ad Adamo nell’Eden, nel Paradiso terrestre.
Invece la settima sarebbe stata data a Noè e ai discendenti di Noè, coloro che uscirono dall’arca e ricostituirono l’umanità dopo il diluvio universale. Si tratterebbe del divieto di mangiare la carne strappata a un animale vivo. Ad esempio è vietato anche se si è affamati strappare un orecchio ad un animale che passa dinanzi a me.
Secondo il rabbino di Cordova, Mosè Maimonide, autore anche della Guida dei perplessi, opera sulla quale ha polemizzato anche san Tommaso d’Aquino, l’Islam sarebbe del tutto compatibile con il noachismo e con il giudaismo, mentre il cristianesimo no.
Il cristianesimo sarebbe idolatria perché è trinitario e perché adora Gesù come Dio.
Elia Benamozegh e la purificazione del cristianesimo
Nato a Livorno nel 1823 e morto nella stessa città nel 1900, proveniva da una famiglia di origine marocchina, di ebrei sefarditi.
Ha scritto molte opere, tradotte anche in italiano e pubblicate da Marietti e Carocci negli anni Settanta, Novanta e Duemila.
Ha parlato a lungo del noachismo ed è stato maestro di Alfredo Sabato Toaff rabbino di Livorno dal 1924 al 1963 data della sua morte. Suo figlio Elio Toaff è stato rabbino di Roma fino a qualche anno fa ed è quello che accolse Giovanni Paolo II nella sinagoga di Roma il 13 aprile 1986.
Elia Benamozegh diceva che occorre purificare il cristianesimo. Vuol dire che, secondo questa visione, i cristiani sono idolatri, ma, se accettano di sottomettersi al noachismo e alle leggi noachidi, possono purificarsi, fare teshuvah, cioè pentimento. Soprattutto occorre correggere i due errori principali, che sarebbero i due dogmi fondamentali del cristianesimo: la Trinità e la divinità di Gesù Cristo.
L ‘altro errore, naturalmente, sarebbe credere che Gesù Cristo sia Dio.
Secondo la mia interpretazione, il modernismo sarebbe un figlio di questo noachismo.
Elia Benamozegh ebbe come allievo, Aimé Pallière, di Lione, un francese cattolico, un tipo molto inquieto, che cercava la verità e non la trovava nella Chiesa. Voleva quindi farsi ebreo.
Benamozegh gli disse di restare cattolico, ma di fare in modo che queste idee cabalistiche e talmudiche entrassero nell’ambiente ecclesiale cristiano, per giudaizzare il cristianesimo.
Sul sito www.sissinonno.org c’è un portale web dal quale si può richiedere anche il cartaceo: basta mandare una mail. C’è un lungo articolo su Elia Benamozegh, nel quale si citano le sue opere e si parla del rapporto con Aimé Pallière.
Benamozegh — lo scrive esplicitamente nelle sue opere, tradotte in italiano e pubblicate da Marietti, che era una casa editrice cattolica —, il cristianesimo sarebbe la scimmia del giudaismo. Noi cristiani, in pratica, saremmo come animali rispetto agli ebrei.
Secondo lui, il cristianesimo avrebbe rubato la centralità di Israele dal 313 ( da Costantino, fino alla fine del Medioevo, intorno al 1300 ) . Poi, pian piano, con l’Umanesimo, il Rinascimento, la rivoluzione protestante, la Rivoluzione francese, quella comunista e la laicizzazione, il giudaismo avrebbe riacquistato il ruolo centrale che aveva perso e che il cristianesimo gli aveva sottratto, soppiantandolo.
Quindi, tramite la Cabala e il Talmud, che sarebbero stati molto attivi nell’Umanesimo e nel Rinascimento toscano sotto i Medici, Pico della Mirandola e Marsilio Ficino, queste idee avrebbero influenzato anche il domenicano Giordano Bruno, morto apostata, che sarebbe stato una spia dell’Inghilterra e avrebbe ucciso anche delle persone.
Quando si dice che la Chiesa ha perseguitato Giordano Bruno, non si spiega esattamente chi lui fosse stato.
C’è un bel libro del professor Matteo D’Amico, che fece la sua tesi di laurea su Giordano Bruno poi pubblicata da Piemme negli anni Novanta. Spero che si trovi ancora. Sarebbe molto utile studiarlo e, se non si trova, si potrebbe richiederne la ristampa.
Dal Trecento-Quattrocento fino al Duemila, Israele avrebbe pian piano riconquistato questa centralità, il primato che aveva perso.
Fino al 2023, si poteva dire che queste fossero elucubrazioni di complottisti, pazzi e allucinati. Oggi, invece, basta osservare ciò che sta accadendo a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e in Siria, così come il conflitto che coinvolge gli Houthi e lo Yemen, la guerra tra Russia e Israele e le pressioni a favore di un attacco all’Iran.
Lo Stato d’Israele, se non ricevesse i soldi e le armi dall’America ( la nuova Sion ) , non potrebbe fare tutto quello che fa.
Elia Benamozegh dice : “ I goym possono avvicinarsi a noi, noi che siamo la luce dell’umanità, il sacerdozio dell’umanità, noi che siamo i veri uomini, i superuomini, se volete; voi sareste i sottouomini. Dovete però fare attenzione a questo politeismo, perché voi adorate tre dèi, mentre noi adoriamo un Dio”.
Studiando la Cabala e il Talmud si evidenzia che il vero politeismo sarebbe quello del giudaismo postbiblico, cabalistico e talmudico, perché si parla di un En Sof, una divinità indifferenziata, dalla quale emanerebbero le sefirot, ossia le dieci emanazioni divine della Cabala. Da queste deriverebbero poi altre realtà spirituali, descritte nel discorso come «eoni» e «semi di dèi», che potrebbero essere angeli buoni o cattivi. Questo Dio, quindi, non sarebbe trascendente rispetto al mondo né un Dio creatore.
Secondo questa tesi, Plotino ( 204-270 d.C. filosofo dell’antichità principale esponente del neoplatonismo ) avrebbe ripreso molte idee dalla Cabala. Ci sono anche gli scritti di un sacerdote e filosofo argentino, don Julio Meinvielle, autore del libro Dalla Cabala al progressismo, in cui affronta questi temi. Ecco che questo Dio sarebbe immanente immanente al mondo. Purtroppo, queste idee sarebbero penetrate nell’ambiente ecclesiale già con il Concilio Vaticano II, e poi soprattutto con Giovanni Paolo II.
Il Concilio Vaticano II, Paolo VI e Giovanni Paolo II
Paolo VI, nella nuova Messa in volgare ( Novus Ordo Missae ) promulgata nel 1969 modificò l’orazione del Venerdì Santo pro Iudaeis.
Prima, nella Messa di tradizione apostolica, si diceva Oremus et pro perfidis Iudaeis, cioè: preghiamo anche per i giudei infedeli. “Perfido” significa, per fidem: una fede sbagliata, perché nega Gesù e non ha accettato il vero Messia.
Paolo VI cambiò l’orazione nel nuovo Ordo Missae pregando per i giudei affinché fossero fedeli all’antica alleanza, come se la nuova alleanza fondata da Gesù, nuova ed eterna, con il suo sangue e con la morte in croce, non avesse mai avuto luogo. Una frase infelice e materialmente eretica poi ripresa da Giovanni Paolo II.
Appena eletto Papa, nel 1979, il 17 novembre 1980 si recò a Magonza e pronunciò nella sinagoga un discorso nel quale utilizzò l’espressione “l’antica alleanza mai revocata“.
Nel 1986, accolto da Elio Toaff, figlio di Sabato Toaff e allievo indiretto di Elia Benamozegh, disse che gli ebrei erano i fratelli maggiori dei cristiani nella fede di Abramo.
Non si tratterebbe di una semplice anteriorità cronologica, come Abramo è stato antenato di Davide e Davide antenato di Gesù, bensì di una superiorità nella fede: Abramo, infatti, credette alla promessa di Dio, che la fede cristiana riconosce compiuta in Gesù Cristo.
Nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 8, versetto 44, Gesù dice ai suoi interlocutori: «Voi avete per padre il diavolo».
Secondo questa interpretazione, Gesù afferma che Abramo desiderò vedere il suo giorno, così come i patriarchi attendevano con fede la venuta del Messia in questo mondo. Abramo ricevette una rivelazione anticipata del compimento della promessa divina e se ne rallegrò.
Al contrario, Gesù dichiara ai suoi interlocutori che hanno per padre spirituale il diavolo perché, come lui, sono omicidi e desiderano ucciderlo. Di lì a poco, infatti, lo condanneranno alla morte in croce.
Essi discendono carnalmente da Abramo, ma, rifiutando Gesù e desiderando ucciderlo, rinnegano spiritualmente la fede del patriarca, che credette alla promessa divina che trova il suo compimento in Cristo.
Infatti, quando Gesù dichiara: “Prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv 8,58), non afferma soltanto la propria preesistenza rispetto ad Abramo, ma rivela, secondo l’interpretazione cristiana, la propria identità divina: egli è il Verbo eterno, il Figlio di Dio, che partecipa della natura divina e si manifesta con l’espressione «Io Sono», richiamando la rivelazione del nome divino in Esodo 3,14.
Essi capirono che Gesù si era proclamato Dio e si chinarono per prendere delle pietre e lapidarlo. Gesù, però, si rese invisibile: non era ancora giunta la sua ora e quindi non riuscirono a ucciderlo.
Purtroppo, Giovanni Paolo II riprese nella sua prima enciclica, Redemptor hominis del 1979, questo concetto cabalistico che Paolo VI aveva già fatto passare nell’orazione pro Iudaeis del 1969. Negli anni successivi riprese queste idee e scrisse che Dio è immanente al mondo e lo vivifica dal di dentro.
Disse poi che una delle parti più importanti del Concilio Vaticano II era stata quella di far coincidere teocentrismo e antropocentrismo, mentre prima erano due concezioni filosofiche e teologiche diametralmente opposte.
Una mette Dio al centro: il cristianesimo. L’altra mette l’uomo al centro con il giudaismo, il naturalismo, la massoneria e le forze rivoluzionarie.
Ecco che, con il Concilio Vaticano II, si sarebbe arrivati a far coincidere teocentrismo e antropocentrismo: Dio e l’uomo diventerebbero una sola cosa.
Si ritornerebbe così al panteismo emanazionista di cui parlerebbero la Cabala e il Talmud.
Ecco quindi che Dio si unirebbe a ogni uomo, come dice la Gaudium et spes al numero 22, prima della promulgazione della nuova Messa del 1969.
La frase sarebbe stata voluta proprio dall’allora arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyła: il Verbo, incarnandosi, si sarebbe unito a ogni uomo.
Per noi cattolici, il Verbo ha unito a sé la propria natura umana: soltanto la natura umana di Gesù Cristo. Io ho una sola natura umana; non sono unito alle nature umane di tutti gli uomini.
Secondo la Cabala, il modernismo e, purtroppo, secondo Giovanni Paolo II e il Vaticano II, nella Gaudium et spes 22 il Verbo si sarebbe invece unito a ogni natura umana, a ogni uomo, a ogni creatura, a tutta la creazione, a tutto il mondo.
Lo scrisse nel 1983/84 anche Rocco Buttiglione non considerato complottista, antisemita e antisionista in un libro pubblicato da Jaca Book, La filosofia di Karol Wojtyła, quando questi era stato eletto Papa da qualche anno. Egli spiegò come Giovanni Paolo II si fosse formato alla scuola di Mickiewicz e come, secondo questa ricostruzione, vi fosse una discendenza intellettuale da Jakob Frank e Sabbatai Zevi, i due falsi messia di cui hanno parlato Roberto Marchesini e, prima ancora, Maurizio Blondet, Gershom Scholem, studioso ebraico di origine tedesca.
Si tratta di figure che, secondo questa ricostruzione, sarebbero state falsi messia e marrani, cioè persone che fingevano di essersi convertite al cristianesimo, rimanendo ebree.
Ecco, dunque, come l’idea di Benamozegh sarebbe poi giunta a realizzarsi, secondo questa interpretazione, attraverso il modernismo, condannato dalla Chiesa, e successivamente attraverso il neomodernismo, che, a partire dal pontificato di Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II, avrebbe acquisito un’influenza crescente all’interno degli ambienti ecclesiastici, senza per questo identificarsi con la Chiesa in quanto tale.
La Chiesa è divina nella sua origine e nella sua istituzione, perché fondata da Gesù Cristo. La sua missione è condurre gli uomini alla salvezza e alla vita eterna. Essa trasmette i mezzi della vita cristiana, tra i quali il Credo, che professiamo nella fede, i Dieci Comandamenti, che orientano la nostra condotta morale, e i sette sacramenti, attraverso i quali Cristo comunica la sua grazia.
Gli uomini che compongono la Chiesa, tuttavia, sono creature umane e, in quanto tali, possono sbagliare e peccare. Questo vale per i fedeli, per i sacerdoti, per i vescovi e anche per il Papa, in quanto persona umana. La santità della Chiesa non implica, infatti, l’impeccabilità di tutti i suoi membri.
Il Papa, tuttavia, gode del carisma dell’infallibilità in determinate condizioni, secondo la dottrina definita dal Concilio Vaticano I nella costituzione dogmatica Pastor aeternus.
In particolare, l’infallibilità pontificia si esercita quando ricorrono le seguenti condizioni:
- Oggetto della definizione: il Papa definisce una dottrina riguardante la fede o la morale.
- Esercizio dell’ufficio pontificio: parla ex cathedra, ossia esercitando la propria autorità di pastore e dottore di tutti i cristiani.
- Intenzione definitiva: intende definire una dottrina che deve essere tenuta da tutta la Chiesa.
- Destinatari universali: la definizione è rivolta alla Chiesa universale, e non costituisce una semplice opinione personale, un giudizio prudenziale o un insegnamento non definitivo.
L’infallibilità, pertanto, non significa che il Papa sia incapace di peccare o che non possa sbagliare in ogni sua affermazione: riguarda esclusivamente le definizioni dottrinali che soddisfano le condizioni stabilite dalla Chiesa.
Secondo la dottrina definita dal Concilio Vaticano I, affinché il Papa sia infallibile devono ricorrere le seguenti quattro condizioni:
Primo: deve parlare di fede o di morale, ossia definire una dottrina riguardante queste materie.
Secondo: deve parlare ex cathedra, cioè esercitando la propria autorità di pastore e dottore supremo di tutti i cristiani.
Terzo: deve manifestare chiaramente l’intenzione di definire in modo definitivo una dottrina, e non limitarsi a esprimere un’opinione personale o a formulare un insegnamento non definitivo.
Quarto: deve definire tale dottrina come verità da tenersi da tutta la Chiesa, rendendola quindi vincolante per tutti i fedeli.
Un esempio è Pio XII, che nel 1950 proclamò solennemente il dogma dell’Assunzione della Beata Vergine Maria in cielo, in anima e corpo, mediante la costituzione apostolica Munificentissimus Deus.
Chi rifiuta consapevolmente e ostinatamente un dogma divinamente rivelato può incorrere nell’eresia. Se tale rifiuto costituisce una colpa grave e la persona muore senza pentirsene, rischia la dannazione eterna.
È importante precisare, tuttavia, che la condanna morale della persona e il suo destino eterno non possono essere stabiliti automaticamente sulla base di una semplice dichiarazione di dissenso: occorre considerare la sua consapevolezza e la sua responsabilità personale.
Ecco, dunque, le quattro condizioni che caratterizzano l’esercizio dell’infallibilità pontificia.
Il cristianesimo primitivo e il giudaismo
All’inizio, la maggior parte degli apostoli, tutti e dodici, erano ebrei. I primi centoventi discepoli erano ebrei. Poi si spargono, essendo perseguitati a Gerusalemme, e nel mondo intero vengono a Roma, vanno in Grecia, vanno in Siria e lì il cristianesimo si apre anche al mondo pagano.
Però san Paolo e san Giovanni… Loro odiano san Giovanni, l’Evangelista, l’autore dell’Apocalisse e delle Epistole, perché è stato colui che, insieme a san Matteo, ha debellato dal punto di vista teologico il fariseismo e il giudaismo.
La frase di Matteo: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli».
Ho sentito un’intervista di Corrado Augias che parlava dei Vangeli e diceva: «I Vangeli mi piacciono tutti, odio Matteo proprio per questa frase che lui ha messo in bocca a Gesù. Se la sarebbe inventata Matteo, non si sa perché; non è di Gesù e ha causato l’antisemitismo e la Shoah».
Quindi l’autore della Shoah sarebbe il povero san Matteo, che era israelita.
Allora, ecco che san Paolo, san Giovanni e san Matteo hanno fondato un cattolicesimo romano, petrino, fondato su Pietro, e si sono agganciati alla metafisica aristotelica greco-romana.
Bisogna allora ritornare alle origini, a Plotino, allo gnosticismo, a un certo neoplatonismo, lasciando da parte la metafisica aristotelica, la patristica e soprattutto la scolastica di san Tommaso d’Aquino.
Il Vangelo, per Benamozegh, è inferiore al fariseismo perché ha distrutto l’amor patrio.
Mentre il fariseo amava Israele come suo fine ultimo, come divinità, il cristianesimo invece dice: no, noi dobbiamo predicare un Regno dei Cieli che sarà dato dopo questa vita a tutti gli uomini di tutte le razze, purché abbiano la fede e le buone opere.
Perché, se ho la fede senza le opere, io credo e poi bestemmio, rubo, uccido. La fede senza le opere è morta.
Allora, ecco che per lui, invece, quello che conta per Benamozegh è l’amor patrio, l’amore di Israele. Il cristianesimo avrebbe rovinato questo amor patrio.
All’origine del cristianesimo c’è Roma, la stessa Roma, Edom, che ha distrutto il Tempio di Gerusalemme. Poi Pietro va a Roma; un Papa romano prende il posto di Costantino. Il palazzo di Costantino, San Giovanni in Laterano, era il palazzo di Costantino, e lì va il Papa.
Bisognerebbe quindi combattere contro gli edomiti, contro i romani, contro l’Impero romano moderno, che sarebbe la Chiesa cattolica, apostolica e romana.
Quindi, qui io grossomodo ho racchiuso tutto.
6. La massoneria e il noachismo
Sì, hai messo il dito sulla piaga. Già nelle Costituzioni di Anderson si parla della religione noachica. Quindi l’ideale della massoneria sarebbe Israele, ma coloro che non nascono israeliti possono avvicinarsi mediante il noachismo.
La massoneria sarebbe proprio questa istituzione, voluta dal giudaismo cabalistico e talmudico per fare in modo che i goym si avvicinassero all’ebraismo e rovesciassero l’altare e il trono cattolico, cioè i regnanti cattolici.
Perché, se Israele si fosse rivelato subito dicendo: «Io vi dico di rivoltarvi contro il Papa, contro i re e contro i sovrani cattolici», i goym, i non ebrei, anche se fossero stati un po’ rivoluzionari, non avrebbero accettato, perché Israele non era ben visto, come oggi non è ben visto.
Se uno vede quello che fa realmente Israele — secondo la mia interpretazione —, lo avrebbe sempre fatto quando ha perseguitato Gesù, quando nell’Antico Testamento ha perseguitato i profeti e li ha uccisi, quando ha fatto mettere in croce Gesù e ha fatto uccidere gli apostoli.
San Giovanni è l’unico che non è morto martire. Lo hanno buttato in una caldaia di olio bollente a Roma, a San Giovanni in Porta Latina, ma ne è uscito illeso per miracolo. Ci hanno provato, però.
Ecco quindi che, se Israele non si fosse mascherato dietro la massoneria, non avrebbe raggiunto questi obiettivi. La massoneria sarebbe questo terz’ordine di Israele, questo chierichetto, questo sagrestano di Israele, che deve fare il ruolo di ponte tra Israele e l’umanità.
I massoni sono gli eletti, gli iniziati. Normalmente il massone è un intellettuale, una persona ricca, facoltosa, che frequenta anche i club che sarebbero l’anticamera della massoneria, come i Rotary, il Rotaract per i giovani e i Lions. Lì per lì sembrano cose innocue, ma sarebbero proprio l’anticamera della massoneria.
Di questo hanno scritto ebrei convertiti al cristianesimo: il rabbino Drac, Paul Drac, nel 1840; poi ebbe come allievi due fratelli, Lémann, Giuseppe e Agostino, che divennero sacerdoti.
Hanno scritto molti libri, come anche Drac, che sono davvero illuminanti, perché spiegano che, per capire veramente che cos’è l’ebraismo, bisogna ricorrere a questi autori: ebrei convertiti oppure ebrei molto colti, che spiegano senza peli sulla lingua che cosa siano la Cabala, il Talmud, il noachismo e il cristianesimo.
Ti direbbero apertamente: «Tu sei un pappagallo, una scimmia, uno scimpanzé, e devi essere il nostro servo».
Quindi la massoneria avrebbe proprio questo ruolo. Purtroppo, sì.
Il Medioevo e la società feudale
Nel Medioevo esisteva il feudalesimo, una società sulla quale ci sono state raccontate storie che non corrispondono alla realtà.
Nel 1975, all’università, il filosofo e docente Lucio Colletti, comunista, ci fece studiare la metafisica di Aristotele e la storia della filosofia medievale.
In seguito, approfondii lo studio della filosofia medievale e lessi i libri di Étienne Gilson. Gilson, studiando e criticando la filosofia del Medioevo, si rese conto che quell’epoca non era il periodo di oscurantismo che gli avevano descritto al liceo e all’università.
Studiò gli autori dall’Alto al Basso Medioevo e produsse opere che, a distanza di quasi un secolo, conservano la loro importanza. I suoi studi mostrano come la società medievale non debba essere idealizzata, ma nemmeno considerata un’epoca di ignoranza, perché ha prodotto grandi figure e opere: i Padri della Chiesa, san Tommaso d’Aquino, Dante Alighieri, Giotto e Cimabue, oltre alle magnifiche cattedrali romaniche e gotiche.
Basta pensare a ciò che il Medioevo ha prodotto anche in campo musicale, a cominciare dal canto gregoriano. Se confrontiamo queste espressioni artistiche con molta della musica contemporanea, quest’ultima può apparire, ai miei occhi, di una povertà sconcertante. Lo stesso giudizio critico si potrebbe esprimere nei confronti di alcune manifestazioni dell’arte e della filosofia contemporanee.
Anche la società feudale, inoltre, era caratterizzata da forme di organizzazione corporativa: tra il nobile e il contadino esistevano artigiani, mercanti e lavoratori organizzati, in molti casi, in corporazioni che tutelavano gli interessi dei propri membri e regolamentavano le rispettive attività.
La Chiesa interveniva anche per difendere i deboli e i poveri. Gli ordini cavallereschi riconosciuti dalla Chiesa, almeno secondo i loro ideali e in determinate circostanze, si proponevano di proteggere i deboli dalle prevaricazioni e dagli abusi dei potenti.
Non bisogna quindi pensare che le monarchie antiche e medievali fossero assimilabili, sotto ogni aspetto, alla monarchia sabauda, durante la quale si verificarono episodi repressivi come quello del maggio 1898 a Milano. In quell’occasione, il generale Fiorenzo Bava Beccaris ordinò di sparare sulla folla che protestava contro il rincaro del pane. Le vittime furono numerose, tra cui anche persone estranee agli scontri, e la repressione provocò una profonda indignazione.
Ricordo anche che, alcuni anni fa, durante la pandemia di COVID-19, un sindacalista della CGIL, successivamente passato a Forza Italia, avrebbe invocato il ricorso a metodi repressivi simili a quelli di Bava Beccaris, arrivando a sostenere che si dovesse sparare sui manifestanti.
Ciò che colpisce, in un’affermazione del genere, è che provenga da una persona che ha ricoperto un ruolo sindacale in un’organizzazione nata per tutelare i lavoratori.
Nella storia italiana, la repressione violenta delle proteste popolari si verificò anche sotto una monarchia che si presentava come moderna e costituzionale. Nel Medioevo, invece, esistevano istituzioni e autorità, tra cui la Chiesa, che talvolta intervenivano per limitare il potere dei sovrani. La scomunica di un imperatore poteva indebolirne notevolmente l’autorità politica e la legittimazione religiosa, anche se non comportava automaticamente la sua caduta.
Esistevano inoltre le corporazioni, che furono abolite in Francia durante la Rivoluzione francese, in particolare con la legge Le Chapelier del 1791, espressione di una concezione liberale che rifiutava i corpi intermedi e le organizzazioni professionali capaci di frapporsi tra l’individuo e lo Stato.
A mio giudizio, la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese devono essere analizzate anche in relazione alle trasformazioni economiche, sociali e politiche che contribuirono a produrre. La Rivoluzione industriale, tuttavia, ebbe origini autonome e precedette la Rivoluzione francese, per cui non può essere considerata semplicemente un suo prodotto.
Ritengo inoltre che la Rivoluzione francese, pur proclamando i principi di libertà, uguaglianza e fraternità, abbia favorito anche l’affermazione di nuove élite e di nuovi rapporti di potere. Da questa prospettiva, si può criticare la distanza tra gli ideali proclamati e la realtà sociale ed economica che ne seguì.
Se si studia attentamente la storia, dunque, ci si accorge che sono necessarie numerose distinzioni. Non si può idealizzare il Medioevo, così come non si può liquidarlo come un’epoca di ignoranza e oscurantismo. Occorre esaminare le istituzioni, le condizioni sociali, le opere culturali e le contraddizioni di ciascuna epoca, evitando generalizzazioni semplicistiche.
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3 commenti su “I Leader Goyim Noachidi: dal 2 al 6 Novembre Incontro a Gerusalemme. Don Curzio Nitoglia.”
Chissà se fra i leader noachidi italiani sarà presente anche qualche “cattolico”conservatore. Ah saperlo…
Anche quando dice cose tutto sommato condivisibili, Nitoglia mostra tutti i suoi limiti, dialettici, storici e più latamente culturali. A parte il fatto che scrive malissimo e si segue a malapena, come si fa a dare retta a uno che in mezza riga scarica non solo Platone, ma tutto il platonismo (e, di conseguenza, tre quarti della patristica e della stessa dogmatica, anche se non lo può dire espressamente) come se fosse in sé sentina di errori? E che ritiene l’aristotelismo scolastico l’unica filosofia accettabile? Alla fine dell’Ottocento la Chiesa trovò nella scolastica medievale una struttura di pensiero solida e sicura per formare il clero, in un quadro di caos educativo e di grave crisi di identità culturale. Fu una mossa giusta e certamente diede buoni frutti (l’editio leonina, la rivalutazione del pensiero medievale etc.) Ma per una parte del clero, specialmente quella bassa, che di filosofia conosceva quel tanto che aveva imparato sui manuali del seminario, una versione irrigidita e stereotipata del tomismo divenne l’unico pensiero ammesso. Cessò persino di esserr filosofia, divenne dogmatismo puro. Tommaso, che leggeva Aristotele, Averroè e persino il giudeo Maimonide (e avrebbe letto Platone, se lo avesse avuto a disposizione) non ha nulla a che fare con ‘sta roba. Tommaso leggeva Proclo (Elementatio Theologica, ma forse a Nitoglia è più nota la parafrasi che passa sotto il nome di Liber de Causis) sapendo benissimo che era neoplatonico, non lo gettava alle fiamme perché pericoloso. Il cardinal de Vio, il commentatore per eccellenza dell’Aquinate, lesse Erasmo e interpretò il pensiero di Tommaso in maniera estremamente indipendente. Giovanni di San Tommaso, forse il più grande tomista del ‘600, fu amico e protettore di Giansenio e probabilmente lettore di Cartesio. Il cardinal Gerdil, il più grande apologeta del ‘700, era addirittura un malebranchista. La Chiesa ha sempre avuto un approccio duttile in questo campo. Gente come Nitoglia sembra la caricatura dell’inquisitore, ottuso, poco colto e fanaticamente ossessionato dall’aristotelismo. Non so se ci è o ci fa, ma sinceramente ha poca importanza: ha importanza il fatto che il suo “magistero”, propagato da molti cattolici conservatori, sta plasmando una comunità intellettualmente chiusa e dall’orizzonte a dir poco ristretto
sempre ricche di notizie e di spunti le analisi storiche di Nitoglia, il quale tuttavia è il primo a sapere molto bene che la corretta lettura della Storia è quella teologica: dapprima sotto traccia, e oggi sempre più manifesta, è la guerra spietata che il demonio sta muovendo alla Città di Dio.