Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, grazie a Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, offriamo alla vostra attenzione la trascrizione dell’audizione del prof. Giovanni Frajese davanti alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Covid-19. Buona lettura e condivisione.
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Trascrizione dell’audizione del Prof. Giovanni Frajese alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid-19
Il presente documento si riferisce all’audizione del 20 ottobre 2026 del professor Giovanni Frajese, dottore in Scienze mediche e tecniche applicate presso l’Università degli Studi di Roma «Foro Italico», dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid-19, dedicata ai vaccini anti-Covid-19, ai possibili effetti avversi e alle questioni scientifiche e regolatorie connesse.
” È un piacere, finalmente, da membro tecnico della Commissione, poter essere udito ancora una volta, per mettere a fuoco quelli che sono i dati scientifici disponibili sia al tempo del Covid sia, soprattutto, quelli disponibili oggi, che dipingono un quadro molto più netto rispetto a quanto immaginavamo prima.
La prima slide parla di rischio-beneficio. Queste due parole sono diventate di moda durante il Covid. Venivano utilizzate da tutti, dicendo che, qualunque fosse il rischio, questo fosse assolutamente minimo e che il beneficio fosse incredibilmente alto. Almeno, questa è la narrazione che ci è stata raccontata.
È stata ripetuta talmente tante volte da diventare scolpita nella roccia, per cui chiunque provasse a dire qualcosa di differente veniva, in qualche maniera, ridicolizzato.
Peccato che la scienza non parli per dogmi, ma per dati: dati che, per esempio, i personaggi che parlano sempre di questi fattori non hanno praticamente mai portato in visione.
Tengo a precisare che non ho conflitti di interesse con l’industria farmaceutica e non ne ho mai avuti. Preciso anche che le mie opinioni sono sicuramente molto diverse da quelle dell’università presso cui lavoro, cioè il Foro Italico di Roma.
Detto questo, ciò che presento non sono opinioni. Questo voglio che sia chiaro fin dall’inizio, così come non sono mai state opinioni quelle che ho presentato anche nei precedenti incontri, quando, per esempio, la prima volta sono stato chiamato in Senato e parlavo già del rischio di miocardite e pericardite negli adolescenti. Stiamo parlando di maggio 2021.
Quindi, non è che le informazioni non fossero mai state date. Peccato che la stampa, così come sta facendo in questo momento con i lavori della Commissione, rifiuti di prendere atto di quelli che sono dati scientifici e non opinioni personali di personaggi che non si capisce perché dovrebbero mettere a repentaglio la propria carriera in cambio di non si sa bene cosa.
Il primo beneficio è chiaramente quello che il popolo ha percepito e che ci è stato raccontato: l’impedimento alla trasmissione del virus da parte di chi era vaccinato.
Questa, secondo me, era una menzogna gigantesca.
Stiamo parlando del rapporto tra benefici e rischi. Allora, iniziamo a vedere i benefici.
Ho riportato sulla sinistra quella che è la legge del 1° aprile 2021, n. 44. Sembra una legge da pesce d’aprile, non sto scherzando, per la semplice ragione che, intanto, parla di «disposizioni urgenti in materia di prevenzione del contagio da SARS-CoV-2».
Anche questo l’ho già detto cinque anni fa, faccio presente.
Dopodiché, c’è scritto l’obbligo, per tutti gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario, di sottoporsi alla vaccinazione per la prevenzione dell’infezione.
Quindi, non c’è dubbio che la legge chiedesse la prevenzione dell’infezione, da cui poi sono scaturiti il Green Pass e tutto ciò che è seguito.
Quello che vedete sulla destra, invece, è preso dall’EMA, l’ente europeo, ed è dell’altro giorno, letteralmente dell’altro ieri.
Tra le domande alle quali risponde, l’EMA spiega molto chiaramente che i vaccini contro il Covid non sono stati autorizzati per prevenire la trasmissione da una persona all’altra.
Non nel 2020, non nel 2021, non nel 2026.
Lo sta dicendo l’EMA. Lo ha già detto Emer Cooke? [Passaggio da verificare nella registrazione originale: nella trascrizione automatica compare un nome non chiaramente riconoscibile.] Ne abbiamo parlato mille volte. Forse è il caso che anche l’attuale governo e, soprattutto, quello dell’epoca si rendano conto che questa è una legge inadempibile.
È stato chiesto ai cittadini italiani, e molti sono stati costretti, specialmente quelli della mia categoria, i medici, a entrare in una sperimentazione. Perché questo era, ed era abbastanza chiaro, visto che, tra l’altro, si chiedevano i dati fino al 2024, ma con un prodotto che non era in grado, legalmente, di fare ciò che la legge chiedeva di assolvere.
Quindi, un cortocircuito privo di qualunque senso che, a cinque anni di distanza, è ancora lì, in attesa che qualcuno lo tiri fuori con la dovuta chiarezza.
Perché, se lo Stato fa una legge alla quale è impossibile ottemperare, il problema probabilmente ricade sullo Stato stesso.
Mi rifiuto di credere che, all’epoca, i personaggi che hanno parlato e che ancora oggi, ridicolmente — mi permetto di aggiungere —, parlano in televisione, per esempio dicendo che gli effetti collaterali dei vaccini non esistono e sono un’invenzione dei no-vax, non abbiano ben chiara questa cosa, così come non abbiano ben chiara tutta la letteratura scientifica, non le opinioni, che io adesso, grazie a Dio, potrò finalmente mostrare.
Quindi, la legge era sbagliata, è stata scritta sbagliata ed è rimasta sbagliata. Probabilmente, qualcuno prima o poi dovrà renderne conto.
Per quanto riguarda la trasmissione, questo è uno studio che viene odiato dalla maggior parte delle persone che hanno un’opinione diversa dalla mia rispetto a questi vaccini.
È lo studio fatto alla Cleveland Clinic, negli Stati Uniti, che analizza la possibilità di infettarsi in un gruppo di persone appartenenti alla stessa clinica, controllate nel tempo. Quindi, è uno studio svolto sul campo reale, non basato su proiezioni di chissà quale genere.
Quello che vedete sono delle linee. La linea più bassa, quella nera, rappresenta la possibilità di essere infettati nelle persone non vaccinate. È la più bassa di tutte.
La prima, quella rossa, più in alto, rappresenta la possibilità di essere infettati dal Covid-19 nelle persone che avevano fatto una dose di vaccino. Quella verde, la seconda, ancora più in alto, rappresenta le persone che avevano ricevuto due dosi di vaccino, e così via.
Il messaggio, secondo la mia lettura, è molto chiaro: più aumentavano le dosi, maggiore era la possibilità di essere infettati.
Questo al di là della fantascienza che ci è stata raccontata. Ricorderete perfettamente. Adesso ci arriviamo subito.
Quello che vedete sulla destra sono i dati presi dallo studio stesso, che dimostrerebbero, per esempio, che chi aveva fatto tre o più vaccinazioni aveva un rischio del 353% di prendersi il Covid rispetto a chi non era stato vaccinato.
Questi sono dati scientifici, ribadisco.
Che cosa, invece, ci è stato detto? Un altro beneficio, che era sinceramente ridicolo: il 95% di protezione dal manifestare qualunque forma di sintomo. Ve lo ricorderete: era l’endpoint dello studio di Pfizer e Moderna.
Questo studio è stato pubblicato su The Lancet e si intitola COVID-19 vaccine efficacy and effectiveness — the elephant not in the room.
C’è questo modo di dire in Inghilterra: «l’elefante nella stanza», cioè qualcosa che nessuno vede.
Quel 95% era relativo al placebo.
Sembra una frase che non voglia dire nulla, «relativo al placebo». Ve lo spiego in maniera molto semplice.
Se io ho cento persone da una parte e, per esempio, le vaccino, e di queste una persona prende il Covid, nel gruppo dall’altra parte ho cento persone che non prendono il vaccino e due prendono il Covid.
In termini assoluti, è chiaro che non se l’è preso quasi nessuno: una persona da una parte e due dall’altra. Stiamo parlando, per esempio, di una differenza di meno dell’1%.
Ma, se faccio il rapporto tra uno e due, improvvisamente quel numero diventa il 50% di riduzione relativa del rischio. [Esempio numerico riorganizzato per renderlo coerente con il calcolo descritto.]
Allora, capite forse un po’ meglio perché ci è stato detto che il 95% è tecnicamente corretto, ma rappresenta solamente una parte del modo di vedere la questione.
Quella che viene chiamata, invece, efficacia assoluta, che era quella che avrebbe dovuto interessare il governo e il Ministero della Salute, secondo uno studio pubblicato su The Lancet, era, per esempio, per Pfizer-BioNTech dello 0,84%.
Lo ripeto: 0,84%, sotto l’1%, rispetto all’obiettivo di evitare il Covid.
Questo significa chiedersi: a cosa serve il prodotto?
Pensate se avessero detto alla popolazione italiana: «Vaccinatevi, vaccinatevi. Avete, sulla base dello studio di 60 giorni che abbiamo fatto, una probabilità dell’1% di non prendere il Covid rispetto ai non vaccinati».
L’avrebbe fatto qualcuno? No. Allora spariamo un 95%.
Bene, quel 95%… Vi ricordo anche quello che è successo a tutti voi: il Covid l’avete preso da vaccinati? Sì. Avete avuto i sintomi? Sì. Dov’era quel 95%?
Secondo me, questa è una menzogna.
Anche questo è un beneficio ipotetico, quello di non manifestare i sintomi. Non vado sul tema della malattia grave e della morte, perché la narrazione si è evoluta nel tempo su questa questione, tra l’altro veramente in maniera vergognosa.
Quello che abbiamo fatto in Italia, in Europa e nel resto del mondo occidentale è stato, secondo me, semplicemente nascondere la verità. Ma finalmente, dopo cinque anni, Montagnier ce l’aveva detto: «La menzogna prende l’ascensore, la verità prende le scale». Ci mette tanto tempo, fa grande fatica, ma alla fine arriva.
Speriamo che il tempo della verità sia finalmente giunto.
Scusate il tono che sentite, perché sono tanti anni che avevo voglia di poter dire queste cose, magari a un pubblico un po’ più ampio di quello al quale sono normalmente abituato.
Ribadisco: non sia mai che le televisioni pubbliche o i giornali parlino di questi argomenti, perché evidentemente fanno paura.
Però fare lo struzzo non serve a nessuno. Non è che nascondere la testa sotto la sabbia risolva i problemi, specialmente quelli delle persone che stanno soffrendo dopo la vaccinazione.
Io ne vedo a centinaia, a migliaia ne ho viste in questi anni, e francamente sono state lasciate completamente a loro stesse.
Noi non sappiamo neanche quale sia il meccanismo di danno di questi prodotti e, quindi, non possiamo aiutarle fino in fondo. Questa situazione rimane, ad oggi, una ferita nel mio cuore ancora aperta.
Vi faccio vedere un altro dato. È stato pubblicato il 31 agosto 2026 dalla Società Europea di Medicina. Leggo il titolo della ricerca: Sudden Unexpected Death in the Pfizer Trial: A Failure of Pharmacovigilance.
Che cosa c’è scritto qui dentro?
Che è stato individuato un segnale. Per carità, lo dico subito: i numeri sono estremamente piccoli e, lo capisco, poco importanti su 40.000 persone coinvolte nella sperimentazione.
Però c’è questo dato: nel gruppo dei vaccinati ci sono state dieci morti improvvise durante la sperimentazione Pfizer, mentre nel gruppo placebo ce ne sono state cinque.
Non sono tante, sono d’accordo. Però, se utilizziamo il metodo che è stato utilizzato fino adesso, cioè l’efficacia relativa, potrei dire che, in questo caso, l’efficacia relativa è del meno 100%.
Quindi, iniziano a esserci, fin dalla sperimentazione originale di Pfizer, segnali che riguardano la morte improvvisa.
Non lo sto dicendo io: è stato pubblicato in letteratura e riguarda il trial originale.
Forse guardare i dati con un po’ più di attenzione — cosa che non è stata fatta allora e continua a non essere fatta oggi — sarebbe il caso di iniziare a farlo, visto che di morte improvvisa, credo, tutti abbiamo avuto esperienza nel nostro cerchio personale.
Io, prima del Covid, sinceramente, non avevo mai conosciuto situazioni del genere. Ho perso tre persone, della mia età, in questa maniera.
Mi dicono che è sempre successo. È sempre successo. A me prima non era mai capitato. Non so come sia stato per le altre persone.
Torniamo a uno studio che riguarda la trasmissione del virus.
Stavolta do direttamente i dati del CDC americano.
Il titolo riguarda l’efficacia di un vaccino bivalente a mRNA contro la manifestazione di sintomi da SARS-CoV-2 nel personale sanitario dell’esercito americano.
Anche questo è un dato estremamente solido perché, ovviamente, viene raccolto in maniera molto rigorosa.
Vado direttamente alle conclusioni.
Anzitutto, dico che per partecipare a questo studio le persone avevano già ricevuto da due a quattro vaccinazioni. Quindi, i dati che vi sto per dare riguardano persone che avevano già ricevuto due, tre o quattro dosi prima di entrare nello studio.
Pensate quanto erano protette, secondo la narrazione che ci è stata raccontata.
I vaccini bivalenti a mRNA contro il Covid-19 hanno inizialmente conferito circa il 55% di protezione dal Covid-19.
Quindi, stiamo già parlando di persone che avevano ricevuto tre o quattro vaccinazioni e che fanno un’altra dose di vaccino, ottenendo, secondo questi dati, una protezione per due mesi.
Il dato iniziale è del 55%.
Quindi, praticamente, il tiro di una moneta.
Comunque, secondo lo studio, la protezione diminuisce dopo due mesi.
Stiamo parlando di fare una vaccinazione, i cosiddetti booster, la cui efficacia va dal 55% al 20%.
In realtà, sulla tabella è indicato l’intervallo dai 7 ai 60 giorni.
Quale senso logico ha andare a fare un booster che mi dà una protezione di due mesi, ammesso che me la dia?
Ricordatevi che la manifestazione dei sintomi presuppone che la persona sia entrata in contatto con il virus. Quindi, più passa il tempo, più aumenta la possibilità di entrare in contatto con esso e di verificare l’efficacia, o meno, del vaccino nel prevenire l’infezione.
Qui stiamo parlando di una protezione del 20% dopo due mesi.
È inutile dirvi che nell’articolo viene sottolineata l’importanza di vaccinarsi con l’ultima dose.
C’è un controsenso logico che, oramai, è davvero ora di rompere, perché avete insistito troppo con questa visione incapace di vedere la mole enciclopedica dei dati che sono usciti a riguardo di questi prodotti e tutto quello che oggi si sa.
Perché non è più il tempo di fare questo.
Bisogna che si assumano le proprie responsabilità coloro che hanno detto che questi prodotti erano sicuri ed efficaci e che non c’era nessun tipo di problema.
Coloro che ancora oggi vanno in televisione a dire che sono sicuri ed efficaci e magari invitano anche la popolazione a vaccinarsi con questi prodotti, visto che noi, così come il resto dell’Europa, continuiamo a spendere non so quanti miliardi l’anno per acquistare questi prodotti.
Oggi diventa veramente difficile rendersi conto di che cosa si parli ufficialmente quando si fa riferimento al famoso rapporto rischio-beneficio.
Il modello ufficiale, ancora oggi, dice che, una volta iniettati, questi prodotti rimangono nel punto in cui sono stati iniettati e passano, in parte, nei linfonodi.
L’mRNA viene degradato in pochi giorni e anche le nanoparticelle lipidiche scompaiono rapidamente.
Questo è quello che ci è stato detto all’inizio e questo è quello che, ancora oggi, viene detto.
I dati, però, raccontano qualcosa di molto diverso fin dall’inizio.
Questi sono i dati di Pfizer, che mostrano la biodistribuzione di un mRNA non esattamente identico a quello utilizzato nel vaccino, perché non è stato studiato direttamente: è stato utilizzato un altro tipo di RNA.
Quello che si può vedere è che il prodotto finisce soprattutto nel fegato.
Le percentuali che vedete rappresentano la quota della dose iniettata nel braccio. Vedete che il prodotto arriva, per esempio, anche al cuore e al cervello.
Uno potrebbe dire: «Va bene, ma nel cuore c’è solamente lo 0,084% della dose».
Sì, ma intanto stiamo parlando di 48 ore e non sappiamo che cosa succeda dopo.
Questo studio sui topi, condotto da Pfizer, indica che il prodotto si distribuisce nell’organismo.
Il fatto che andasse in giro per il corpo lo sapevamo fin dall’inizio. Chiunque avesse studiato questo lavoro di Pfizer, come ho fatto io all’epoca, nel 2021, sapeva che il prodotto poteva raggiungere diversi organi.
È una storia molto diversa da quella che ci è stata raccontata e che, ancora oggi, viene raccontata.
Questo è un elemento chiave per capire quello che seguirà: perché questi prodotti possono dare effetti collaterali e perché possono raggiungere tessuti diversi.
Se ci viene raccontato che il prodotto rimane nel braccio e, al massimo, arriva ai linfonodi, non si capisce come possa raggiungere il cervello o il cuore, dove sono state descritte miocarditi e pericarditi.
Non si capisce neanche come possa raggiungere le ovaie.
Lo dissi cinque anni fa in Senato: «Guardate che va nelle ovaie. Volete darlo ai bambini senza aver studiato la genotossicità e la cancerogenicità?».
Secondo me, il fatto che queste questioni non siano state affrontate adeguatamente grida vendetta.
Questo è lo studio del 2020, quando sono stati sviluppati i vaccini.
Andiamo avanti.
Questo è, invece, lo studio di Moderna. Anche in questo caso è stata studiata la biodistribuzione, misurata fino a 120 ore.
Ovviamente, il punto in cui si trova la maggiore quantità di prodotto all’inizio è il sito di iniezione. Poi il prodotto si distribuisce nell’organismo e si ritrova soprattutto nella milza e nei linfonodi, oltre che nel fegato.
Il fegato è un organo che filtra e metabolizza numerose sostanze presenti nell’organismo. Negli studi citati, il materiale è stato rilevato anche in altri tessuti, tra cui cuore, polmoni, occhi, testicoli e cervello.
Faccio presente che, nello studio di cui sto parlando, sono stati utilizzati ratti maschi. Non so se sia una coincidenza, ma il dato è questo.
Sappiamo, quindi, che alcuni studi hanno rilevato una distribuzione anche nei testicoli, mentre altri hanno esaminato la presenza in tessuti riproduttivi femminili.
La biodistribuzione delle nanoparticelle, come ricordava la dottoressa Frasca, è nota da tempo ed è sistemica.
A un certo punto, probabilmente, si sono resi conto che dovevano dire qualcosa di più.
Questo è uno studio pubblicato su Nucleic Acids Research nel 2026. Include direttamente il prodotto di Moderna, anche se è stato realizzato da ricercatori che lavorano per la stessa azienda.
Lo studio descrive la presenza di materiale in tessuti distanti dal sito di iniezione, tra cui cervello, ovaio e midollo osseo, con un’esposizione inferiore all’1%.
Sì, inferiore all’1%. Però, secondo la mia osservazione, il punto è che il materiale arriva comunque a questi tessuti e bisogna capire che cosa succeda successivamente.
Abbiamo, quindi, dati anche nel 2026, ribadisco ottenuti sui topi, relativi a questa biodistribuzione sistemica.
Queste domande potete rivolgerle tranquillamente anche al professor Palù, quando verrà qui tra un paio di giorni. Sarà in grado di confermarle e potrete chiedergli che cosa si sapesse in quel momento, perché questi dati erano già disponibili.
Faccio anche una parentesi.
Il professore [Palù] ha pubblicato qualche anno fa un dato in cui si afferma che, all’interno della sequenza del virus SARS-CoV-2 trasmessa dai ricercatori cinesi all’Organizzazione mondiale della sanità, è presente una sequenza genetica di 19 nucleotidi che sarebbe stata brevettata da Moderna.
Tenetelo presente, perché la possibilità che questo accada, secondo quanto riportato nell’articolo, sarebbe estremamente bassa.
È stato scritto nel lavoro stesso del professor Palù, che, a mio avviso, non ne ha mai parlato pubblicamente in maniera adeguata.
Avrete sicuramente occasione di chiederglielo tra un paio di giorni.
Che cosa significa che, all’interno di questo virus, ci sarebbe una sequenza associata a un brevetto di Moderna, la società che poi ci ha venduto il vaccino?
Sembra la trama di un film di Mission: Impossible, una chimera. Eppure, apparentemente, è andata così.
Ma ancora parliamo di pangolino e pipistrello.
Perdonatemi l’inciso: mi è venuto così.
Nel sangue umano, l’mRNA è stato ritrovato fino a 15 giorni dopo la vaccinazione.
Due elementi sono fondamentali: il sangue significa che il materiale si trova in circolazione nell’organismo e stiamo parlando di mRNA.
Quindi, secondo i dati che sto citando, l’mRNA non dura solamente poche ore o 24-48 ore, per poi essere immediatamente degradato: è stato rilevato nel sangue almeno fino a 15 giorni dopo la vaccinazione.
Un altro dato sulla biodistribuzione viene dal lavoro Biodistribution of SARS-CoV-2 lipid nanoparticles in humans, che esamina la distribuzione delle nanoparticelle lipidiche nell’organismo umano.
Questo studio, secondo quanto presentato, mostra che le nanoparticelle possono circolare nell’organismo.
Sappiamo, quindi, al di là di quelli che sono gli studi sui topi, che il vaccino non è necessariamente confinato nel muscolo deltoide.
Anche negli esseri umani, secondo i dati che vi sto mostrando, abbiamo evidenze che meritano di essere esaminate.
Ve lo dico un’altra volta, nel caso fosse sfuggito: queste non sono mie opinioni, ma dati scientifici pubblicati.
Anche l’attuale Ministero della Salute dovrebbe prenderli in considerazione, visto che questi prodotti continuano a essere offerti alla popolazione italiana, mentre permangono interrogativi sui possibili problemi associati a queste nuove piattaforme tecnologiche a mRNA.
Tra l’altro, queste piattaforme erano state studiate per anni anche nell’ambito delle terapie antitumorali, con numerose difficoltà prima della pandemia. Nel momento in cui è arrivata l’emergenza, però, la qualità degli studi e le procedure di autorizzazione sono state diverse.
Questo è uno studio molto disturbante, ve lo dico prima.
Il titolo è Detection of Pfizer-BioNTech Messenger RNA COVID-19 Vaccine in Human Blood, Placenta and Semen.
Il lavoro riferisce di aver rilevato l’mRNA del vaccino contro il Covid-19 nel sangue, nella placenta e nel liquido seminale.
Il lavoro proviene da Israele. Credo che il dato meriti di essere esaminato indipendentemente dalla provenienza geografica degli autori.
Secondo quanto riportato dagli autori, l’mRNA del vaccino sarebbe stato rilevato in campioni di individui vaccinati, includendo sangue, tessuto placentare e liquido seminale.
Il relatore sottolinea inoltre che, in una parte dei campioni esaminati, il materiale sarebbe risultato rilevabile anche a distanza di oltre 200 giorni dalla vaccinazione.
Lasciate che questa informazione arrivi al vostro cervello con l’importanza necessaria.
Oltre 200 giorni nel liquido seminale, e ci viene detto che è tutto sicuro ed efficace.
Questa è una questione che, secondo me, merita ulteriori approfondimenti.
Adesso alziamo il livello di quelle che sono le prove.
Abbiamo parlato di topi e della presenza di materiale in alcuni liquidi biologici. Qui abbiamo, invece, dati provenienti da autopsie e biopsie.
Secondo me, questi studi sono particolarmente importanti perché consentono di esaminare direttamente i tessuti.
Quando si trova, per esempio, nel cuore o nel cervello di una persona deceduta la proteina Spike associata alla vaccinazione, bisogna approfondire il significato di quel ritrovamento e verificare se vi sia una relazione causale con il danno osservato.
Il fatto che questi articoli siano pochi può dipendere anche dalle difficoltà che incontrano i ricercatori nel pubblicare lavori su argomenti controversi.
Complimenti a tutti quelli che hanno realizzato questi studi, per la determinazione dimostrata.
Sono lavori che, secondo la mia esperienza, incontrano ostacoli nella pubblicazione, perché affrontano questioni che costituiscono un problema importante.
Prima la dottoressa Frasca vi ha chiesto come mai i medici, gran parte del Ministero della Salute e alcuni scienziati non conoscano questi dati.
Intanto, non li conoscono perché non li vanno a cercare. E, se non li cerchi, difficilmente le cose ti cadono improvvisamente in braccio.
In secondo luogo, secondo me, alcuni non vogliono cercarli perché magari si sono vaccinati, hanno vaccinato i figli oppure hanno detto alla popolazione di vaccinarsi, soprattutto a quella infantile.
Ricordate che io sono sceso in campo quando l’allora governo decise che ci fosse una necessità oggettiva di vaccinare i bambini.
Una scelta che giudico vergognosa e che, secondo me, pesa ancora sulla storia della Repubblica.
Tra l’altro, si diceva che bisognasse proteggere il nonno, già vaccinato tre volte, vaccinando il bambino.
Ma, se il vaccino funziona e il nonno è protetto dopo tre dosi, perché far entrare i bambini nella sperimentazione?
Secondo me, il governo dell’epoca non è stato in grado di fare questo ragionamento né di rendersi conto dei rischi che la scelta poteva comportare.
Ci troviamo davanti a uno studio intitolato Intramyocardial Inflammation after COVID-19 Vaccination and Endomyocardial Biopsy-Proven Case Series.
Si tratta di una serie di casi riguardanti giovani pazienti, con evidenze ottenute mediante biopsia endomiocardica.
Quello che vedete è la presenza della proteina Spike a livello cardiaco. Viene anche ipotizzato un meccanismo di danno immunomediato, che può provocare un’infiammazione del cuore e lasciare cicatrici, di cui avete già sentito parlare, che possono poi portare ad aritmie.
Perché questo è particolarmente importante?
Anzitutto, perché, nei casi che sto mostrando, i pazienti non avevano avuto il Covid, ma erano stati vaccinati.
È stata cercata la proteina Spike, tipica del vaccino, ma anche il nucleocapside, perché altrimenti si sarebbe potuto sostenere che fosse stato il Covid stesso a causare il danno.
Secondo quanto riportato nel lavoro, il nucleocapside non era presente, mentre era presente la Spike.
Anche questo, forse, bisognerebbe dirlo a qualcuno. Magari andrebbe detto anche ai giudici e ai genitori.
È possibile, per esempio, effettuare ricerche nel cuore o in altri organi per individuare la proteina Spike e valutare un’eventuale correlazione con il danno.
Perché, se queste indagini non vengono fatte, purtroppo non disponiamo dei dati necessari.
Il lavoro seguente è stato pubblicato nel gruppo editoriale Nature, per dimostrare che questi studi vengono pubblicati anche su riviste scientifiche di alto livello.
Il titolo è Autopsy-Based Histopathological Characterization of Myocarditis after Anti-SARS-CoV-2 Vaccination.
Si tratta dei dati istopatologici relativi alla miocardite dopo la vaccinazione contro SARS-CoV-2.
Vedete un disegno tratto dalla pubblicazione. Tutto quello che vedete sulle slide, comprese le singole parole, proviene dalla letteratura scientifica: non c’è niente di mio.
Ho semplicemente cercato di semplificare il lavoro ai miei colleghi, che considero poco inclini ad approfondire questi temi.
L’immagine mostra il SARS-CoV-2, il DNA, l’arrivo al cuore e la possibilità di morte per aritmia.
La pubblicazione è apparsa nel 2023 su Clinical Research in Cardiology, rivista del gruppo editoriale Springer Nature.
In quattro pazienti che avevano ricevuto una vaccinazione a mRNA sono stati identificati segni acuti di epi-miocardite, in assenza di patologie pregresse o di altri problemi di salute, che hanno portato a una morte inaspettata.
Secondo gli autori, i riscontri autoptici indicavano una morte dovuta a uno scompenso cardiaco aritmogeno, cioè a un’alterazione del funzionamento elettrico del cuore.
La miocardite può quindi rappresentare una complicazione potenzialmente letale dopo la vaccinazione a mRNA.
Queste non sono parole mie: sono affermazioni tratte da una pubblicazione scientifica apparsa tre anni fa su una rivista del gruppo Nature.
Qualcuno ve lo ha detto? No.
Mi chiedo come mai.
Andiamo avanti.
Ci sono altri due casi autoptici, relativi al cuore e al fegato.
Probabilmente questa pubblicazione la conoscete già, perché riporta anche i nomi di Alberto Donzelli e Panagis Polykretis. Donzelli fa parte della Commissione anche come membro tecnico.
Che cosa mostrano questi casi?
Secondo quanto illustrato, mostrano la positività istologica alla proteina Spike e l’assenza del nucleocapside nel cuore e nel fegato.
Quindi, vedete che, se si effettuano autopsie in maniera accurata e si conducono le analisi necessarie, questi dati possono essere individuati.
Questo è un altro caso autoptico, relativo al cuore e al cervello contemporaneamente, in un unico paziente. Questo vi fa già vedere che, purtroppo, mi dispiace dare queste notizie, ma il prodotto può attraversare la barriera ematoencefalica, arrivare al cervello e causare tanti tipi di problemi.
In questo caso, per fortuna, il paziente non aveva una storia di Covid-19, quindi, secondo quanto presentato, sarebbe esclusa la possibilità che il responsabile fosse il virus.
La proteina S1 è stata trovata nell’endotelio, nella microglia e negli astrociti. È stata rilevata solamente nelle zone altamente infiammate, il che, secondo la mia interpretazione, significa che anche il cervello stesso era infiammato in seguito alla vaccinazione contro il Covid-19.
Mi rivolgo anche ai colleghi neurologi: magari vi renderete conto che l’aumento delle problematiche che state osservando potrebbe avere anche questo tipo di influenza.
Perché quello che fanno la maggior parte dei miei colleghi, ancora oggi, è negare qualunque cosa: questi prodotti sono sicuri ed efficaci e qualunque cosa uno pensi di correlare alla vaccinazione è pura fantasia.
Secondo me, è fantasia la storia che vi raccontate da cinque anni a questa parte. Ma state tranquilli: il tempo della verità arriva per tutti.
Anche perché, se noi siamo molto lenti, negli Stati Uniti, come vi mostrerò tra poco, stanno andando avanti. Mentre noi facciamo finta che non esista un problema di persistenza della Spike, vi anticipo che stanno già cercando una cura con anticorpi monoclonali diretta contro la Spike, che poi ci venderanno a un prezzo esorbitante.
Non sarebbe più intelligente rendersene conto adesso e magari svilupparla noi stessi, visto che non è una cosa impossibile da fare?
Visto che li ho nominati, parliamo degli americani.
Lo studio di Yale: sulla destra vedete la fotografia del sito web attuale. I ricercatori hanno trovato la Spike presente nel plasma sanguigno, in particolare la subunità S1, quella che dovrebbe degradarsi più rapidamente, fino a 709 giorni dall’ultima vaccinazione.
709 giorni vuol dire che stiamo parlando praticamente di due anni.
Io non conosco nessun prodotto in grado di mantenere un’azione farmacologica per due anni. Non so se i colleghi ce l’abbiano presente; magari qualcuno sì.
Perché poi bisognerà anche chiedersi: che cosa è successo? Perché la Spike è presente, come ci dicono i ricercatori di Yale, a 700 giorni dalla vaccinazione?
Il che vuol dire che quell’algoritmo dell’OMS è ridicolo: pensare che i problemi possano arrivare nell’arco di 28 giorni, magari nelle prime due settimane, mentre un prodotto continua in realtà a essere attivo per almeno due anni, significa che la finestra di rischio è almeno di due anni, se non di più.
Vuol dire che quello che è stato fatto, purtroppo, ed è la ragione per cui ne stiamo parlando oggi, non è finito nel 2020, non è finito oggi e, purtroppo, non sarà finito domani, finché non avremo il coraggio di guardare le cose per come sono, di guardare quello che è stato fatto e di trovare delle soluzioni.
Perché, senza soluzioni, la gente continuerà a morire e a soffrire.
La principale autrice dello studio, Akiko Iwasaki, ha dichiarato che trovare la proteina Spike circolante dopo così tanto tempo è stato sorprendente. Non sappiamo perché la proteina Spike sia ancora presente così tanto tempo dopo la vaccinazione e non sappiamo neanche se questa proteina stia causando una malattia.
È una posizione molto prudente. Ve lo dico io: secondo me, sta causando una malattia.
È stato coniato un termine, spikeopathy, ovvero patologia da Spike, e il fenomeno è stato descritto in relazione a diversi distretti corporei.
Gli americani, però, non stanno fermi.
Il Yale Covid Recovery Study, condotto presso la Yale School of Medicine, è un progetto al quale, secondo quanto presentato, è possibile partecipare anche attualmente. Serve a studiare i problemi a lungo termine e vengono raccolti campioni di sangue, saliva e probabilmente anche altri liquidi biologici, per vedere per quanto tempo persista il problema.
Sotto, invece, avete il lancio di INDIVID e i ricercatori principali del progetto SPEAR, acronimo di Spike Protein Elimination and Recovery.
Si tratta di un protocollo che sta cercando di valutare gli effetti di un anticorpo monoclonale per il trattamento del long Covid e della sindrome post-vaccinazione contro il Covid-19.
L’avete mai sentita nominare? No, perché per noi non esiste. Invece, secondo quanto sto mostrando, esiste ed è chiamata così nella letteratura: sindrome post-vaccinazione contro il Covid-19.
Il fatto che stiano cercando una terapia monoclonale, secondo me, significa non soltanto che il problema esiste, ma anche che ne sono consapevoli e stanno cercando una soluzione.
Noi che cosa stiamo facendo? Noi mandiamo Burioni in televisione a dire che va tutto bene.
La miocardite è uno dei segnali più forti che sono stati individuati.
Abbiamo uno studio pubblicato su JAMA Cardiology nel 2023, condotto su 23 milioni di residenti, che ci riporta, nella finestra di rischio di 28 giorni, 105 casi dopo una dose e 115 dopo la seconda dose.
In realtà, secondo me, il quadro è molto più grave di questo, perché gran parte della scienza che si occupa di questi argomenti non ha soltanto i freni: ha il bavaglio e, già che ci siamo, anche una benda davanti agli occhi, perché nessuno vuole vedere il problema.
Il problema riguarda troppe persone e, quindi, fa paura.
C’è stato anche un controllo positivo. La dottoressa Frasca ha citato prima un altro studio. Questo è un lavoro importante, condotto sull’intera popolazione sudcoreana.
È stato realizzato sia sui tumori, sui quali tornerò più avanti, sia su altri fenomeni.
Per quanto riguarda la miocardite, il rischio dopo la vaccinazione sarebbe aumentato del 720%, mentre quello della pericardite del 275%.
È uno studio retrospettivo condotto sull’intera popolazione coreana, nel quale sono stati esaminati i dati ospedalieri. Secondo la mia interpretazione, si tratta di dati difficilmente contestabili.
Poi abbiamo uno studio pubblicato nel gruppo Nature, perché è bene far sapere che non sto parlando soltanto di articoli di scarso rilievo.
L’articolo, apparso su Scientific Reports, individua i dieci farmaci più frequentemente associati a segnalazioni di miocardite e pericardite.
Quello che vedete nei cerchi, nella parte azzurra, sono i vaccini a mRNA, che rappresentano, secondo i dati illustrati, la maggior parte delle segnalazioni nel sistema di farmacovigilanza considerato.
Leggo dalla prima voce: il vaccino contro il vaiolo presenta 311 segnalazioni, mentre i vaccini a mRNA contro il Covid ne presentano 26.670.
Ricordatevi che le segnalazioni spontanee di eventi avversi sono sottostimate, secondo alcune stime, anche di cento volte.
Se a 26.670 aggiungiamo due zeri, a quanto arriviamo? A circa 2.600.000.
Ecco l’entità del problema di cui stiamo parlando, secondo questa interpretazione. Non stiamo parlando, a mio avviso, di una questione necessariamente rara e transitoria.
Questo studio riguarda specificamente la popolazione norvegese degli adolescenti.
Ci tranquillizza, per modo di dire, perché segnala un aumento dell’incidenza dell’appendicite acuta e delle reazioni anafilattiche. Per queste ultime, nella trascrizione dei dati presentati compare un aumento del rischio del 1.600%, anche se gli autori invitano a interpretare i risultati con cautela, visto il numero limitato di casi.
La seconda dose, invece, era associata a un aumento dell’incidenza di reazioni anafilattiche, linfoadenopatia, miocardite e pericardite nell’analisi.
Quello che vedete sotto riguarda invece la mortalità. È un dato che, secondo me, non viene menzionato e che sono andato a cercare nelle tabelle supplementari.
I numeri sono piccoli, quindi lo preciso per tranquillizzare, ma faccio presente che nel gruppo dei non vaccinati, composto da 495.000 persone, ci sono stati 41 decessi nel periodo esaminato.
Nel gruppo dei vaccinati ce ne sono stati 109, più del doppio.
Evidentemente, secondo il tono ironico del mio commento, sarà una coincidenza, anche se il dato è simile a quello che avevamo visto precedentemente.
Andiamo avanti.
Il prossimo studio riguarda l’associazione tra la sierologia per SARS-CoV-2, lo stato vaccinale e l’infarto miocardico.
Quello che vedete sono due livelli di un parametro fondamentale, che, a quanto mi risulta, sarebbe stato recentemente escluso da alcune procedure del Servizio sanitario nazionale: le IgG contro la proteina Spike.
Invito chi ha ricevuto soprattutto numerose vaccinazioni a informarsi sulla possibilità di misurare questi anticorpi nel sangue.
Perché? Perché, secondo me, possono fornire informazioni sulla risposta immunitaria a distanza di anni.
Le barre che vedete più in alto, sulla destra, rappresentano i livelli di IgG anti-Spike nelle persone vaccinate. Quelle più in basso rappresentano invece i livelli di IgG nelle persone, come me, che sono guarite dal Covid ma non si sono vaccinate.
Chiaramente, secondo i dati illustrati, c’è una differenza importante.
A mio avviso, il fatto che questa differenza possa persistere per cinque anni sarebbe indicativo di un’alterazione del sistema immunitario. Ma anche qui, secondo me, facciamo finta di non sapere niente.
Questo articolo, pubblicato su Vaccine, indica che livelli più elevati di immunoglobuline IgG specifiche sarebbero associati a una maggiore possibilità di sviluppare un problema cardiaco grave oppure uno shock cardiogeno dopo un evento cardiaco.
Questa è una cosa che, secondo me, sarebbe opportuno rendere nuovamente possibile da misurare, così che ciascuno possa avere un’idea di quello che è successo nel proprio caso.
Lo studio condotto sull’intera popolazione coreana mostra anche quelli che sarebbero gli eventuali problemi associati alle patologie autoimmuni.
Come vedete, ci sono una linea blu e una linea rossa. Se le due linee sono sovrapponibili, tendenzialmente significa che non emergono differenze.
Ci sono anche segnali apparentemente positivi: per esempio, nella malattia di Behçet sembra che la vaccinazione contro il Covid-19 abbia un effetto protettivo.
Per il lupus, invece, una patologia molto complessa, sembrerebbe esserci un effetto peggiorativo.
Adesso vi faccio vedere la cosa più importante.
Nella figura, quando il punto si discosta verso destra rispetto alla linea centrale, significa che è indicato un aumento del rischio.
Per esempio, nella fascia di età inferiore ai 40 anni, lo studio sulla popolazione coreana mostra un aumento del rischio di miocardite che, nella trascrizione dei dati presentati, viene indicato come pari al 12,53. Credo che si tratti di un valore da verificare nella pubblicazione originale, perché non è chiaro se sia un rapporto di rischio o una percentuale.
Per la pericardite viene indicato un valore di 5.390%, mentre per la sindrome di Guillain-Barré l’aumento sarebbe del 6%, un dato più contenuto.
Quando i dati riguardano l’intera popolazione, secondo me, non possono essere ignorati. Bisognerebbe iniziare a prenderli molto seriamente e a rendersi conto dell’entità del problema di cui stiamo parlando.
Questo è un articolo pubblicato nel World Journal of Cardiology nel 2025, intitolato Risk Stratification for Future Cardiac Arrest after COVID-19 Vaccination.
Parla della stratificazione del rischio e degli anticorpi anti-Spike in relazione a futuri arresti cardiaci dopo la vaccinazione contro il Covid-19.
L’articolo è associato al cardiologo McCulloch.
Nell’immagine si vede abbastanza chiaramente, secondo la mia interpretazione, il meccanismo proposto: le IgG prodotte non attaccherebbero più la Spike, ma diventerebbero immunoglobuline associate a una condizione di tolleranza.
La Spike potrebbe poi essere stimolata dall’esercizio fisico o dal rilascio di ormoni surrenalici, come adrenalina e noradrenalina, soprattutto durante la notte, tra le tre e le sei del mattino.
Purtroppo, ci sono stati casi di morte improvvisa durante la notte. Il meccanismo viene ipotizzato anche attraverso la presenza della Spike, come vi ho mostrato negli studi autoptici.
Quindi, mi dispiace, ma, secondo me, esiste un segnale importante che riguarda la vaccinazione contro il Covid-19, la morte improvvisa, la miocardite e la pericardite.
Il problema non è ancora risolto e bisognerà che qualcuno se ne faccia carico.
Non andava affrontato cinque anni fa? Oggi non so veramente che cos’altro dire. Sono passati cinque anni. Se vogliamo aspettarne dieci, fate voi.
Questo studio è sempre del gruppo Nature e si intitola SARS-CoV-2 Disrupts the Integrity of the Human Blood-Brain Barrier Model in the Absence of Infection.
In pratica, secondo quanto illustrato, la proteina Spike può compromettere l’integrità del modello di barriera ematoencefalica anche in assenza di infezione.
Vedete come viene specificato anche nel titolo.
Lo studio, pubblicato sul Journal of Neurovirology, mostra che la barriera ematoencefalica può essere interessata da fenomeni infiammatori sia dal lato del cervello sia dal lato del sangue. Il materiale può attraversarla e, secondo l’interpretazione proposta, contribuire a creare problemi.
Questo è uno studio condotto sull’intera popolazione sudcoreana e riguarda possibili problemi di natura psichiatrica.
Non ve l’avevano mai detto?
Se il materiale può attraversare la barriera ematoencefalica, mi dispiace, ma anche questa è una questione da prendere in considerazione.
I ricercatori hanno individuato segnali relativi a insonnia grave, narcolessia, ansia, attacchi di panico, agitazione e brain fog, cioè nebbia mentale.
In questo studio non è stata riscontrata la depressione, che invece è stata descritta in altri lavori.
Secondo me, questi sono segnali che richiedono attenzione.
Il messaggio più importante è questo: se la biodistribuzione è sistemica e il prodotto non rimane soltanto nel braccio, come ci è stato raccontato, allora bisogna valutare la possibilità che raggiunga diversi organi e che possa essere associato a problemi differenti. Per questo è necessario approfondire le correlazioni.
Sempre in ambito psichiatrico, possiamo vedere le segnalazioni relative ai vaccini contro il Covid confrontate con quelle dei vaccini antinfluenzali. Stiamo parlando dello stesso sistema di farmacovigilanza, ma di due prodotti diversi.
Per esempio, vengono riportati:
- Trombosi del seno venoso cerebrale, con un aumento delle segnalazioni di 437 volte rispetto agli altri vaccini.
- Un aumento di 3.000 volte nel confronto tra vaccini contro il Covid e vaccini antinfluenzali.
- Trombosi cerebrale.
- Fatica mentale ed emorragia cerebrale.
- Nebbia mentale.
- Ideazione suicidaria e autolesionismo.
- Depressione con intenti suicidi.
- Crisi psicotiche e psicosi acuta.
Queste segnalazioni, secondo quanto mostrato, sarebbero sovrarappresentate rispetto a quelle associate ad altri tipi di vaccini.
La nebbia mentale è un termine che ho imparato purtroppo dai pazienti. Non lo conoscevo: me lo hanno descritto proprio così. Mi dicono: «Guardi, ho una sorta di nebbia mentale, non riesco a concentrarmi».
È un’espressione molto efficace per descrivere il problema che riferiscono.
Questo è uno studio sull’associazione tra i vaccini contro il Covid-19 e i disturbi mestruali, condotto in Catalogna, in Spagna.
Secondo l’articolo, sarebbe tutto normale. Quello che vedete in fondo, però, è il numero di persone che hanno sviluppato amenorrea, cioè la perdita del ciclo mestruale.
Durante il periodo esaminato, su circa un milione di persone, 37.923 avrebbero sviluppato amenorrea.
37.923 persone che hanno perso le mestruazioni: vi sembra un segnale poco importante?
Ovviamente, secondo quanto riferisco, l’articolo conclude che non ci sarebbero motivi di particolare preoccupazione.
Purtroppo, posso dirvi che, nella mia pratica clinica, ho visto ragazze di 19 anni andare in menopausa dopo la vaccinazione. Ne ho viste almeno tre.
Spiegare a una ragazza di 19 anni e a sua madre che cosa significhi andare in menopausa a quell’età è una cosa che non auguro a nessun medico.
E, tra l’altro, bisogna anche chiedersi come mai sia successo.
In realtà, non posso neanche dirlo con certezza, perché non si può affermare una relazione causale senza gli approfondimenti necessari. Posso solamente dire che in letteratura esistono elementi che, a mio avviso, meritano di essere studiati.
Ma, se non approfondiamo la questione, questa rimane irrisolta.
Già che ci sono, continuo e vi dico anche gli altri dati.
Un altro studio riguarda il rischio di sviluppare miastenia grave dopo l’infezione da Covid-19 e dopo la vaccinazione.
Secondo i risultati che sto presentando, non sarebbe stato riscontrato un aumento del rischio di sviluppare miastenia gravis dopo l’infezione, mentre, per il vaccino Pfizer-BioNTech, sarebbe stato osservato un aumento.
La miastenia grave è una malattia che non si augura veramente a nessuno.
Gli intervalli riportati indicano un aumento del rischio del 76% entro 90 giorni e del 245% entro 180 giorni, cioè sei mesi.
Lo studio è apparso sull’European Journal of Neurology.
Quindi, non stiamo parlando di argomenti che nessuno legge o conosce.
Finora abbiamo parlato di possibili effetti a livello riproduttivo, cardiaco, psichiatrico e neurologico. Adesso parliamo anche di patologie come la miastenia grave.
Questo è uno studio di McCulloch pubblicato sul Journal of Gene Medicine. Mostra i diversi distretti nei quali è stata rilevata la proteina Spike: cervello, linfonodi, fegato, organi riproduttivi, cuore, polmoni, ghiandole surrenali, pelle e muscolo.
Giusto per ribadire il concetto: secondo quanto presentato, il materiale può raggiungere diversi distretti dell’organismo.
Ancora una volta mi viene da dire: colleghi, studiate, piuttosto che parlare.
Questo riguarda il rischio di sviluppare tumori.
I ricercatori hanno seguito per un anno l’intera popolazione sudcoreana, confrontando vaccinati e non vaccinati.
Mi dispiace dirlo, ma, secondo i dati che sto presentando, la possibilità di sviluppare un tumore entro un anno dalla vaccinazione sarebbe aumentata per i vaccini a mRNA, per quelli a DNA complementare e per la vaccinazione considerata complessivamente.
In particolare, vengono indicati aumenti relativi a:
- Tumore della tiroide.
- Tumori gastrointestinali.
- Tumore del polmone.
- Tumore della mammella.
- Tumore della prostata.
E qui stiamo parlando solamente di un anno.
Ribadisco che lo studio è stato condotto sull’intera popolazione: parliamo, secondo quanto riportato, di circa nove milioni di persone seguite per un anno.
Secondo la mia interpretazione, non si tratta di un segnale che possa essere ignorato, a meno che uno non voglia vederlo.
Un altro studio riguarda la vaccinazione contro il Covid e il cancro e cerca di individuare i possibili meccanismi biologici.
È stato pubblicato su Oncotarget, rivista che considero di rilievo.
La cosa più importante è il grafico che vedete in basso. Per esempio, la linea rossa scende durante il periodo dell’infezione da Covid-19, rappresentato dalla fascia compresa tra le due linee orizzontali. Successivamente, dopo la vaccinazione, la curva risale.
Leggo testualmente, secondo la mia trascrizione, che questi tumori presenterebbero:
- Una progressione insolitamente rapida.
- La riattivazione di tumori preesistenti che non erano più visibili.
- Localizzazioni atipiche, individuate a livello istopatologico.
- Coinvolgimento del punto di iniezione del vaccino o dei linfonodi regionali.
Quindi, secondo quanto presentato, anche i possibili meccanismi biologici cominciano a essere discussi in pubblicazioni scientifiche.
Questo argomento è stato nominato prima anche dalla dottoressa Frasca.
Parliamo delle particelle lipidiche, indipendentemente dall’mRNA, utilizzate nei vaccini a mRNA.
Secondo uno studio, queste particelle promuoverebbero le metastasi tumorali nei topi attraverso un meccanismo complesso.
I ricercatori affermano di aver dimostrato che le nanoparticelle possono promuovere le metastasi tumorali inducendo una risposta infiammatoria sistemica, indipendentemente dall’RNA.
Quindi, secondo quanto riferito, le stesse nanoparticelle potrebbero favorire processi metastatici.
E noi continuiamo a offrire questi prodotti, anche a persone di 80 anni o più giovani, senza che questi articoli vengano necessariamente letti o presi in considerazione.
Lo studio è stato pubblicato su Frontiers in Pharmacology nel marzo 2026.
Un’altra pubblicazione, sempre del marzo 2026, riguarda una profilazione aggiornata degli eventi avversi segnalati attraverso il sistema di farmacovigilanza.
Gli eventi sono talmente numerosi che non li elencherò tutti.
Vi faccio però presente che, tra le voci relative ai maschi, compare il termine death, cioè morte. Viene quindi contemplata anche la possibilità di segnalare un decesso come evento avverso.
Quello che vedete sulla destra rappresenta le segnalazioni di morte associate ai vaccini Pfizer, Moderna, Janssen e agli altri prodotti considerati.
Quindi, abbiamo segnalazioni di decessi per tutti questi vaccini.
Altro che soltanto prurito al braccio e febbre, che poi passa tutto.
Secondo i dati presentati, le segnalazioni di decessi sarebbero più numerose tra gli uomini che tra le donne.
C’è poi un altro problema: quello dell’eccesso di mortalità.
Questo studio riguarda l’eccesso di mortalità in Germania tra il 2000 e il 2024. È importante partire da un periodo lungo, perché altrimenti non si riescono a comprendere correttamente i fenomeni.
Le analisi di correlazione incrociata indicherebbero un’associazione tra l’aumento della mortalità inattesa e il numero delle vaccinazioni, con risultati diversi da quelli che ci si sarebbe aspettati sulla base di un effetto protettivo.
Secondo la mia interpretazione, il segnale sarebbe diametralmente opposto a quello atteso.
Non posso dirvelo in maniera troppo categorica, ma è questo che, secondo me, emerge dall’articolo.
In Germania si osserva un eccesso di mortalità che, secondo la mia lettura, coincide temporalmente con la distribuzione su larga scala dei vaccini.
Per il momento, lasciamo questo dato aperto.
In Inghilterra troviamo un’analisi analoga. Andiamo a vedere direttamente i decessi.
Le curve mostrano la mortalità per Covid-19 tra vaccinati e non vaccinati nel periodo compreso tra aprile 2021 e maggio 2023.
Anche qui, secondo la mia interpretazione, emerge un eccesso di mortalità che richiede di essere spiegato.
Due casi potrebbero essere una coincidenza, ma, quando i dati si ripetono, bisogna approfondirli.
In Giappone troviamo un altro studio. In questo caso, l’autore è molto più esplicito e chiede direttamente la revoca dell’autorizzazione e il ritiro dal mercato di questi prodotti.
Il primo grafico, sulla sinistra, è stato pubblicato su Science, Public Health Policy and Law e mostra il numero di decessi segnalati dal 1977 al 2025 in Giappone.
La barra in alto a destra riguarda i vaccini genici contro il Covid-19; il resto del grafico riguarda gli altri prodotti.
Se questo non è un segnale, considerando che viene utilizzato lo stesso sistema di segnalazione, francamente non so che cosa lo sia.
Sulla destra si vedono invece il numero di dosi somministrate e i periodi in cui sono state somministrate, il numero di nuovi casi positivi, indicato nella figura B, e gli altri indicatori.
Secondo la mia interpretazione, non emerge il grande effetto protettivo sulla trasmissione che ci era stato prospettato. Anche per quanto riguarda le persone gravemente danneggiate e i decessi, i dati, a mio avviso, richiedono un approfondimento.
Questo articolo è uscito quattro giorni fa.
Ecco la differenza, secondo me, tra qualcuno che studia e qualcuno che fa finta di studiare.
L’articolo, pubblicato sul Journal of Toxicology, elenca quelli che gli autori considerano problemi ancora irrisolti relativi alle tecnologie vaccinali a mRNA.
Io lo sottoporrei direttamente al Ministero della Salute.
Tra i punti indicati figurano:
- La potenziale alterazione del metabolismo cellulare e delle funzioni immunitarie.
- Il rischio di un bersagliamento non specifico, cioè la possibilità che il prodotto raggiunga cellule diverse da quelle previste.
- La necessità di misurare accuratamente la dose e la durata della produzione della proteina Spike.
- Il potenziale rischio infiammatorio associato alle nanoparticelle lipidiche.
- Il possibile rilascio o trasferimento di RNA e proteina Spike attraverso i liquidi biologici.
- La necessità di comprendere meglio le possibili interazioni tra esosomi, particelle virali non infettive e nanoparticelle.
- Le possibili associazioni con il cancro.
- La possibile interazione con i meccanismi di integrazione genetica.
Perché, se non sappiamo quanto dura la produzione della proteina Spike, di che cosa stiamo ancora parlando?
Esiste anche una questione chiamata shedding, cioè il possibile passaggio di materiale biologico attraverso i liquidi corporei. Ne abbiamo parlato prima, citando il lavoro israeliano.
Eppure, secondo me, continuiamo a fare finta che tutto questo non esista o non abbia importanza.
Bisogna cercare di comprendere il rischio delle interazioni tra gli esosomi, le particelle virali non infettive e le nanoparticelle lipidiche, le possibili associazioni con il cancro e le eventuali interazioni con il genoma.
Non so se avete capito il punto che sto sollevando: se un materiale persiste per due anni nell’organismo, bisogna comprendere quale sia il meccanismo responsabile. Non sappiamo ancora dove, non sappiamo ancora come, ma, a mio avviso, la questione va studiata.
Questa è l’unica cosa che, francamente, avrei preferito non dover dire.
Tra l’altro, mentre stiamo parlando, non ho certezze su tutto quello che sto affermando. Fino a questo momento vi ho presentato dati; questa, invece, è una mia opinione personale, che potete assolutamente mettere da parte.
A mio modesto avviso, se qualcosa rimane persistente per quattro o cinque anni, bisogna approfondire la questione.
Io vedo, nei vaccinati, valori di IgG anti-Spike che arrivano anche a 18.000, a fronte di un valore di positività pari a 33, per rendervi conto dell’ordine di grandezza, a cinque anni dall’ultima vaccinazione.
Detto questo, torno alla domanda iniziale e mi avvio alle conclusioni.
Rischi o benefici?
Ci metto il punto interrogativo.
Il beneficio, fatemi capire qual era: quello 0,84% o 0,86% di possibilità di evitare, in qualche maniera, di manifestare il Covid durante il periodo studiato, cioè due mesi?
Oppure la storia che ci è stata raccontata, secondo cui il vaccino ci avrebbe protetto dalla trasmissione del virus?
Per questa narrazione a me è stata tolta per nove mesi la possibilità di fare il medico.
Tra l’altro, da guarito, l’Ordine dei medici ha avuto il coraggio di scrivermi una lettera dicendo che avrei dovuto vaccinarmi due mesi dopo.
A un medico guarito viene chiesto di vaccinarsi contro la malattia che ha appena avuto.
Io non l’avrei fatto. Lascio a qualcun altro il giudizio sul fatto che tanti colleghi, invece, lo abbiano fatto.
L’unica parte davvero importante della legge del 1° aprile 2021, il pesce d’aprile fatto agli italiani, secondo la mia interpretazione, è quella finale:
«Nell’ipotesi di danno ulteriore alla salute del soggetto sottoposto al trattamento obbligatorio, è prevista comunque la corresponsione di un’equa indennità in favore del danneggiato».
Questa è la cosa che dovete fare: comprendere che cosa è realmente successo e quante persone abbiano sofferto a causa di questo intervento farmacologico, che considero scriteriato.
Bisogna abbassare i muri dell’umiltà, anche da parte dei colleghi, e rendersi conto che, di fronte a tutto quello che stiamo vedendo, invece di escludere a priori la vaccinazione, bisogna iniziare a considerarla tra le possibili diagnosi differenziali, quando clinicamente appropriato.
C’è bisogno che tutto questo arrivi alle persone.
Ve lo dico da uno che, purtroppo, ha visto centinaia di persone danneggiate dopo la vaccinazione, perché mi sono esposto pubblicamente ormai cinque anni fa e, da allora, molte persone sono venute a cercarmi.
Quella sofferenza la vedo ogni giorno nella mia pratica clinica.
E dover dire alle persone: «Guarda che non ho una cura», è molto difficile.
Posso dare qualcosa che, in qualche maniera, aiuti, ma, se non conosco la fisiopatologia del danno e la sua eziopatogenesi, cioè che cosa succede esattamente, non potrò mai curarle in maniera seria.
E con questo, francamente, arriviamo alle conclusioni.
I vaccini mRNA non rimangono nel braccio, finiscono nel sangue e negli organi, cervello e organi riproduttivi inclusi. Punto, prendetene atto.
La distribuzione in tutto il corpo significa la possibilità di numerosi effetti collaterali e la necessità di studiarli per poterli correlare e aiutare chi ne ha bisogno, perché se non si possono correlare, la gente soffre e viene completamente lasciata da sola.
La spike persiste nel corpo almeno 706 giorni, ma non sappiamo davvero né quanto né perché.
La spike e gli mRNA sono coinvolti nei tumori: segnali statistici e meccanismi biologici lo dimostrano. La spike può indurre miocardite e pericardite e portare a morte improvvisa aritmogena, secondo dati autoptici pubblicati.
Lo Stato deve prendere la situazione in mano, diffondere le informazioni adeguate alla classe medica e studiare senza paura i molti punti oscuri a livello scientifico della questione. Perché, se non lo fate, noi rimarremo sempre in questo limbo, nel quale le persone continueranno a soffrire.
Diventa un dovere morale e una responsabilità, credo anche dell’attuale Governo, fare in modo che le informazioni che abbiamo dato oggi qui non rimangano relegate a quella comunicazione che continua a informare una bolla estremamente piccola di popolazione, ma abbiano il coraggio di mandarle dove devono essere mandate: sui telegiornali oppure sui giornali a tiratura nazionale. È ora, forse, che questa cosa finalmente venga svelata, perché di tempo ne è passato anche troppo.
Ho avuto due abbozzi di procedimenti disciplinari dall’Ordine dei medici, abbozzi perché non sono mai arrivati in fondo. Anche la prima volta che mi hanno chiamato perché rispondessi di quello che avevo detto pubblicamente, mi sono presentato con un’ampia letteratura al seguito e hanno deciso di non sentirmi.
Forse era più comodo che non mi sentissero, piuttosto che dovessi spiegare in maniera molto chiara che tutto quello che avevo detto era assolutamente documentato.
Credo che la forza di un ricercatore sia quella di non aver paura, soprattutto quando può utilizzare alle spalle una letteratura che all’epoca non era abbondantissima e oggi lo è.
La letteratura scientifica impone questo: la scienza vuole che si guardino entrambi i lati della bilancia. Non è che si può continuare a dire che è sicuro ed efficace dal 2020 a oggi, come se nel frattempo la letteratura non avesse prodotto migliaia di pubblicazioni scientifiche, perché veramente non è più tollerabile.
Sono stato sospeso per nove mesi perché chiunque avesse scritto quella legge sull’obbligo vaccinale per i sanitari non aveva previsto l’esclusione per chi era guarito, come me.
Ho preso il Covid andando a visitare i pazienti nelle loro case, sono guarito dal Covid, tutto quanto certificato. Francamente, chiedere a un medico che ha avuto la patologia due mesi prima, e quindi è pieno di anticorpi, di andarsi a vaccinare perché la legge lo prevede, mi dispiace.
È un atto di sudditanza psicologica che ho deciso di non subire. Ho preferito non lavorare per nove mesi, con grande dignità.
Alla fine di questi nove mesi è arrivata la Meloni, che ha detto che avrebbero accorciato queste sospensioni, e sono rientrato, mi sembra, il primo novembre o quando è stato.
Direi disturbi del ciclo mestruale a livello endocrinologico, problemi di vario genere a livello tiroideo, autoimmuni, morbo di Graves, tiroidite di Hashimoto, malattie autoimmuni di tutti i tipi.
Molto spesso, però, le persone arrivano con un quadro fatto di sintomi: bruciori e sensazioni di spilli in diverse parti del corpo, che si spostano con il passare del tempo; nebbia mentale; incapacità di concentrarsi; debolezza estrema; patologie autoimmuni della pelle; comparsa di herpes zoster, molto spesso.
Il vero problema è quello che non è stato ancora messo a fuoco e che in America, come vi ho fatto vedere, stanno studiando: l’effetto di questi prodotti sul sistema immunitario, globalmente parlando.
Spesso ai pazienti faccio questo esempio per cercare di semplificare le cose. Dobbiamo immaginare che il nostro sistema immunitario sia fatto da 100 soldati. Normalmente questi 100 soldati sono divisi: cinque vanno a cercare un tumore, cinque un batterio e cinque altri tipi di patogeni. Si dividono per tutto il corpo.
Se invece uno ha un’iperproduzione di anticorpi, per esempio le IgG anti-proteina S, anti-spike, a livelli mostruosamente alti, significa che una percentuale del sistema immunitario viene costantemente impiegata.
Qui sono numeri assolutamente immaginari, quindi prendeteli con il beneficio dell’inventario. Immaginiamo che il 20% del sistema immunitario sia costantemente impiegato a tollerare la spike. Questo lascia l’80% del sistema immunitario a fare il lavoro che prima facevano in 100.
Ci riesce, ma non così bene, perché le risorse sono ridotte.
Se poi a questo si aggiunge un grande stress, che spesso queste persone vivono, con sofferenza e stress, si innesca un meccanismo endocrinologico: viene prodotto cortisolo dalle ghiandole surrenali. Il cortisolo, l’ormone della risposta allo stress, è però immunosoppressivo.
Quindi magari quell’80% diventa il 60%, e allora i problemi iniziano veramente a emergere. Perché, se io ho mezzo sistema immunitario che funziona, chiaramente non è una questione di se, ma di quando.
Entrambe le proteine spike sono sintetiche.
Io non parlo di caso, io ne do una certezza, poi uno la prende come vuole: c’è il laboratorio.
No, proprio no, continuiamo a proporre la stessa cosa.
È come se tutto quello che io ho fatto fosse inutile. Guardate, io ho fatto una panoramica: potrei parlare tre ore di quello di cui vi ho parlato oggi, mostrandovi tutto quello che nel frattempo ho studiato, ma non ho portato perché l’università mi insegna che bisogna cercare di essere concisi, altrimenti si perde anche l’interesse delle persone.
Però, di fatto, il vero problema è che c’è una letteratura che straborda comunque di segnali di ogni genere.
La cosa più triste è vedere che soprattutto gli Ordini dei medici e il Ministero della Salute, questa questione purtroppo ancora oggi va detto, non la prendono per niente in considerazione. È un deficit inaccettabile cinque anni dopo, proprio perché la mole di letteratura scientifica è talmente vasta che io, per esempio, mi rifiuto di credere che il professor Schillaci queste cose non le abbia mai lette. E se non l’ha mai fatto, forse è il caso che lo faccia.
Lo Stato deve comunque prendersi cura delle persone dopo che ha imposto un obbligo.
Ribadisco quanto detto precedentemente: un obbligo con un prodotto che non era in grado di fare ufficialmente quello per cui siamo stati obbligati a vaccinarci.
Il fatto che la proteina spike riesca a rimanere nel nostro organismo così tanto tempo è un problema importante. Qui posso solo, ribadisco, ipotizzare. Purtroppo penso che ci sia qualcosa a livello genico. Non so se accade a livello mitocondriale o nucleare.
Una cosa abbastanza nota è che, per esempio, il nucleo della cellula ha recettori per gli estrogeni e che la spike può attivare questi recettori e magari passare all’interno del nucleo.
Il nucleo è la parte più protetta della nostra cellula, il sancta sanctorum, là dove non dovrebbe entrare proprio niente.
Però gli studi di genotossicità e carcinogenicità, l’ho detto nel 2021, non li abbiamo fatti e non li abbiamo fatti neanche adesso. E adesso che ci sono tutti questi segnali anche a livello tumorale, prima vi ho parlato in maniera abbastanza chiara di aumento delle metastasi nei tumori, non stiamo più parlando di ipotesi peregrine.
C’è un articolo che non ho presentato dove la sequenza del plasmide di Pfizer è stata trovata come sequenza all’interno di un tumore della vescica. È un singolo caso, ma lì ovviamente significa che c’è un tumore e c’è stato qualcosa che non avrei mai voluto vedere.
Il vero problema è che sono passati cinque anni, ribadisco, e la nostra conoscenza di questi prodotti è tendenzialmente ferma lì.
Perché, se l’assunto è che tutto quello che riguarda l’mRNA che verrà prodotto non venga più sperimentato, è passata questa sorta di granitica verità che i vaccini mRNA sono sicuri ed efficaci.
Le case farmaceutiche non fanno più neanche gli studi sulle persone, li fanno solo sui topi, perché dicono: «Cambiamo le lettere dell’mRNA, abbiamo già tutti deciso che sono sicuri ed efficaci».
Per cui la scienza è morta, se non ve ne siete accorti.
Grazie per le parole che sono state pronunciate, perché sono veramente una boccata d’ossigeno.
Lo farò insieme ad alcuni colleghi. Faremo tutto quello che è necessario per mettere un pochettino a fuoco le questioni più importanti e magari, all’interno delle istituzioni, si potranno fare questi tipi di studi anche in tempi abbastanza veloci, in maniera da poter produrre, per una volta, qualcosa all’avanguardia, piuttosto che aspettare sempre che dagli Stati Uniti ci arrivi la pappa pronta. Sarà un grande piacere.
È particolarmente preoccupante perché stiamo parlando di materiale genico. Ve lo spiego in maniera molto semplice, tra l’altro credo che potrebbe diventare un’altra domanda.
Nell’EMA c’è una categoria di farmaci che si chiamano terapie geniche. Le terapie geniche sono caratterizzate da acidi nucleici, mRNA o DNA, inseriti in un carrier, cioè in un trasportatore, per esempio le nanoparticelle lipidiche.
Stiamo parlando esattamente dei cosiddetti vaccini a mRNA.
C’è un algoritmo dell’EMA rivolto all’industria farmaceutica che dice che, se l’acido nucleico è portato all’interno di sostanze carrier, come i nanolipidi, e il target del tuo farmaco è una malattia infettiva, allora non è una terapia genica: diventa un vaccino.
Quindi quella che è una terapia genica a tutti gli effetti, per ragioni incomprensibili a livello scientifico ma puramente regolatorie, in base al regolamento dell’EMA, se è rivolta a patologie infettive, per esempio il Covid-19, cessa di essere una terapia genica e magicamente diventa un vaccino.
Il problema è che non è un vaccino: è una terapia genica e funziona come terapia genica.
Allora forse iniziate a capire qual è la mia preoccupazione: se il materiale genico mi va a finire negli spermatozoi e, Dio non voglia, nelle ovaie, stiamo parlando di un danno che riguarda la persona o di un danno generazionale?
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