Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato su Facebook da Lavinia Marchetti, a cui va il nostro grazie e la nostra ammirazione per il coraggio di avventurarsi nella lettura de Il Foglio. Il Foglio ha ricevuto, dal 1997 al 2021 un totale di 61.5 milioni di euro in contributi pubblici (le nostre tasse). Non si sa quante copie venda, perché non aderisce alla ADS (Accertamenti Diffusione Stampa). Buona lettura e diffusione.
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Stampa italiana e semeiotica: “Il Foglio” clinico
Una visita all’articolo di Meotti, dove la critica a Israele diventa sintomo dell’influenza iraniana sulle nostre menti! Non bastava l’antisemitismo nostrano!Ognuno ha le sue perversioni. Io, per esempio, una volta alla settimana mi concedo Il Foglio, sì, intendo il quotidiano, e sì, stupisce anche me, ma le perversioni funzionano così. Lo scorro, indugio su qualche titolo e, se proprio mi sento particolarmente masochista, mi infliggo anche la lettura integrale di un articolo. Qualcuno potrebbe legittimamente domandarmi perché mai una persona dovrebbe dedicarsi con tanta perseveranza a un’attività che le procura un certo disgusto. Beh, diciamo che ho sviluppato una curiosità quasi clinica per questo genere di pubblicazioni. Nella pratica medica esiste una disciplina, la semeiotica, che si occupa dello studio dei segni e dei sintomi attraverso i quali una condizione patologica si manifesta. Semplifico un po’. In pratica il medico osserva e raccoglie elementi, poi confronta ciò che rileva con quanto già conosce e cerca di stabilire se quei fenomeni, apparentemente separati, appartengano a un medesimo quadro clinico. Un sintomo isolato può significare parecchie cose, troppe, ma la sua associazione con altri segni comincia invece a orientare l’indagine. La buona medicina impone di considerare anche le ipotesi alternative, e su questo torneremo fra poco. Ecco, io faccio qualcosa di simile con una certa stampa italiana e senza dubbio è meno utile. Tuttavia la malattia politica che vedo avanzare nel nostro paese manifesta sintomi sempre più riconoscibili e io cerco di avere un quadro d’insieme, senza l’arroganza di averci capito qualcosa. Però ci sono degli schemi. Gli schemi, come i sintomi, li abbiamo tutti davanti agli occhi. L’autoritarismo guadagna terreno e ci viene presentato e venduto come una necessità della sicurezza. Chi protesta contro il genocidio palestinese viene accusato di antisemitismo con una disinvoltura che, credo, dovrebbe preoccupare in prima istanza gli ebrei stessi. Il dissenso contro il riarmo diventa un indizio di filoputinismo. Nel frattempo, la repressione delle manifestazioni viene discussa come fosse una normale faccenda di ordine pubblico. Il vocabolario cambia poco, ma cambiano i destinatari. Sono persuasa che stiamo assistendo a un progressivo deterioramento della cultura democratica italiana, e questi giornali mi aiutano a studiarne la fenomenologia. Il Giornale e certi suoi consimili li trovo francamente prevedibili, macchiettistici. Mi sembra che non ci credano neanche loro alle panzane iperboliche che sparano. Il Foglio invece conserva qualche pretesa intellettuale, qualche volta anche una certa raffinatezza argomentativa. Perciò è interessante. La perversione, del resto, cerca sempre un oggetto “misterioso”. In questo caso è la domanda: come mai persone che usano la logica sparano simili castronerie? Dove risiede la malattia? Troppo facile dire: sono pagati. Il sintomo che compare in una persona apparentemente sana può insegnare parecchio sulla malattia.
16 ottobre 2026. Il Foglio SEMEIOTICA DI UN FOGLIO MALATOHo scelto questo articolo. Avrei potuto sceglierne altri, perché il sintomo è sempre lo stesso. Dopo vi dirò qual è. Oggi ho trovato questo articolo di Giulio Meotti perfetto per una casistica molto italiana che meriterebbe di entrare in qualche antologia dedicata alla criminalizzazione del dissenso politico. L’autore, con il quale mi ero già intrattenuta criticamente nel maggio scorso a proposito delle dichiarazioni di Erri De Luca su Gaza, scrive “della guerra dell’Iran contro la mente occidentale”. Il pezzo è pubblicato sul Foglio del 16 ottobre 2026, comincia in prima pagina e prosegue nell’inserto IV. Il sottotitolo ci informa che Teheran divide le democrazie e fomenta l’antisemitismo.
L’argomento, se fossimo seri, avrebbe anche un suo perché. La Repubblica islamica iraniana possiede apparati di propaganda, come tutti gli stati e, sempre come tutti gli stati, ma molto meno di quelli occidentali, ha sviluppato operazioni di influenza all’estero. Alcune sono state documentate dalle autorità statunitensi. Nel febbraio 2019, per esempio, il Dipartimento del Tesoro americano sanzionò la New Horizon Organization, accusandola di aver favorito attività di reclutamento e raccolta di informazioni a beneficio della Forza Quds dei Guardiani della rivoluzione. Esiste, in questo caso, un fatto preciso, con un’organizzazione individuata. Non starò a fare il giochino dei contrari, ovvero a contare quante operazioni di tal fatta abbiano condotto la CIA, il Mossad o l’MI5. Meotti riprende invece un rapporto del Simon Wiesenthal Center pubblicato il 14 ottobre, The War for Western Minds: Iran’s Thirty-Year Campaign to Divide the West, che ricostruisce trent’anni di attività iraniane dirette a influenzare l’opinione pubblica occidentale attraverso l’antisemitismo. Secondo il rapporto, la propaganda iraniana sarebbe riuscita a far circolare determinati argomenti presso ambienti politici assai diversi, compresi settori della destra radicale americana e organizzazioni progressiste impegnate contro Israele. L’obiettivo sarebbe stato quello di indebolire la coesione delle democrazie occidentali. A me sembra che siano riuscite benissimo da sole con le classi dirigenti messe al comando, ma tant’è. Andiamo avanti.
Fin qui, si potrebbe aprire una discussione sulla qualità delle prove, distinguendo le operazioni clandestine documentate dai fenomeni di circolazione spontanea delle idee. Meotti, però, racconta con grande disinvoltura l’incontro fra estremisti di destra e militanti progressisti all’interno delle iniziative organizzate da Teheran, fino a descrivere un’ostilità condivisa verso gli ebrei, Israele e gli Stati Uniti. Mi interessano soprattutto le conseguenze di questa associazione. Un neonazista può condannare un bombardamento israeliano perché odia gli ebrei, e un ebreo antisionista può condannare quello stesso bombardamento perché ritiene criminale uccidere dei civili. Hanno espresso la medesima condanna. E allora? Seguendo il ragionamento di Meotti, dovremmo dedurne una qualche affinità ideologica, magari persino un’intesa politica. Sarebbe come sostenere che un antifascista e un industriale fascista, entrambi contrari a una determinata legge di Mussolini, condividessero per questo la stessa concezione della società. La coincidenza dell’oggetto della critica ci dice pochissimo sulle ragioni di chi la formula. Per stabilire un’affinità politica occorre esaminare quelle ragioni, e per sostenere l’esistenza di un coordinamento servono prove. Una distinzione abbastanza elementare, che tuttavia sembra sfuggire a chi ha già deciso da quale parte collocare i colpevoli.
GLI EBREI «FANTOMATICI» E LA COLPA PER ASSOCIAZIONEPrendiamo il caso di Jewish Voice for Peace, organizzazione ebraica statunitense impegnata contro il sionismo e le politiche israeliane. Meotti la chiama «fantomatica organizzazione ebraica antisraeliana». Fantomatica, addirittura. Una delle organizzazioni ebraiche antisioniste più conosciute negli Stati Uniti, che pubblica documenti rigorosi (io li leggo!), organizza manifestazioni pacifiche e interviene pubblicamente da decenni, all’improvviso per Meotti diventa “fantomatica”. Il lettore potrebbe credere di trovarsi davanti a qualche sigla inventata per dare una parvenza di legittimità ebraica alle campagne ostili a Israele. E invece si tratta di un’organizzazione reale, pubblica, con una storia lunghissima che chiunque può ricostruire. Sarebbe bastata anche una ricerca su Google. Evidentemente, a Meotti costava fatica. Ho voluto allora consultare il rapporto originale del Simon Wiesenthal Center. E ho trovato un dettaglio che Meotti avrebbe fatto bene a riferire ai lettori. Nell’appendice dedicata ai soggetti esaminati, il rapporto specifica espressamente che a Jewish Voice for Peace non viene attribuito alcun coordinamento con lo Stato iraniano. La sua inclusione riguarda il ruolo che gli autori ritengono essa svolga nella circolazione di determinati argomenti politici. Il centro sostiene che tali argomenti possano favorire gli obiettivi della propaganda iraniana, distinguendo questa valutazione dall’esistenza di un rapporto organizzativo con Teheran. Capite la differenza? Io posso scrivere domattina che Israele esercita un regime di apartheid sui palestinesi, e l’ho in effetti scritto mille volte. La mia affermazione potrebbe essere ripresa da un giornale iraniano. Potrebbe perfino essere utilizzata da un apparato di propaganda per sostenere una campagna contro il governo israeliano. Qualcuno potrebbe allora prendere l’interesse iraniano per la mia affermazione come prova del fatto che essa, a ritroso, rientri nella campagna iraniana contro il grande Satana occidentale. Peccato che resti interamente da dimostrare un rapporto fra me e quell’apparato. E la fondatezza dell’accusa di apartheid continuerebbe a dipendere dalla documentazione disponibile sulle politiche israeliane, cioè dai fatti. Si chiamerebbe giornalismo. Ma ci ho rinunciato a pretenderlo. Peraltro questo dovrebbe apparire elementare a chiunque abbia familiarità con il metodo storico. Eppure la distinzione tende a scomparire in quelle pseudoanalisi che trasformano la convergenza politica in indizio di contaminazione ideologica. Si stabilisce che un argomento giovi agli interessi di Teheran, poi si esaminano tutti coloro che lo sostengono. La loro inclusione in un elenco produce un effetto insinuante, anche qualora l’autore dell’elenco dichiari che mancano prove di coordinamento. Lo hanno già fatto con i presunti filoputiniani. Ora ci sono i filoayatollah. Ve lo ricordate il maccartismo? Il procedimento raggiunse una notevole diffusione. L’appartenenza a un’organizzazione, la partecipazione a un incontro o la semplice vicinanza a persone sospettate di simpatie comuniste potevano diventare materia d’accusa. Naturalmente, le circostanze storiche sono differenti. Il principio logico che mi interessa è la trasformazione di un rapporto indiretto in un elemento accusatorio, con la conseguente inversione dell’onere della prova.
Vorrei tornare all’esempio di Jewish Voice for Peace, particolarmente istruttivo. Il 28 febbraio 2026 l’organizzazione ha pubblicato una dichiarazione contro gli attacchi militari statunitensi e israeliani all’Iran. Nello stesso documento ha denunciato apertamente la repressione esercitata dal governo iraniano contro la propria popolazione, riconoscendo le aspirazioni democratiche dei manifestanti. Ora, secondo quale criterio dovremmo classificare quella dichiarazione? La condanna dei bombardamenti americani la rende funzionale agli interessi iraniani. La denuncia della repressione compiuta dal governo di Teheran si oppone agli interessi del medesimo governo. Quale delle due posizioni dovrebbe essere considerata autentica? Meotti la sa lunga, senza dubbio. La domanda riguarda la possibilità di pensare politicamente senza essere immediatamente arruolati in uno dei campi che si contendono il mondo. E dovrebbe interessare parecchio chi si dichiara difensore delle democrazie liberali. Il rapporto contiene inoltre un’affermazione che necessiterebbe di un intero saggio a sé. La campagna Deadly Exchange, sviluppata da Jewish Voice for Peace a partire dal 2017, viene esaminata come esempio della diffusione di argomenti capaci di attribuire a Israele una responsabilità nelle pratiche repressive della polizia americana. La campagna denunciava i programmi di cooperazione e formazione fra apparati di polizia statunitensi e istituzioni israeliane. Gli autori del rapporto riconoscono che le critiche a questi programmi circolavano già prima delle conferenze iraniane alle quali attribuiscono una funzione decisiva nella successiva diffusione di determinate accuse. E allora il problema è assai semplice. Se una critica esiste già autonomamente, quali prove permettono di stabilire che la sua successiva diffusione dipenda dall’intervento iraniano? Quale ruolo hanno avuto le organizzazioni che l’hanno elaborata? E soprattutto, i programmi di cooperazione denunciati esistono oppure sono stati inventati? Il rapporto affronta una parte di queste questioni, offrendo una propria interpretazione dei rapporti fra gli attivisti e l’ambiente informativo iraniano. Meotti, nel sintetizzarlo, lascia al lettore un’accusa generale e una definizione sprezzante di Jewish Voice for Peace. Peccato che le precisazioni metodologiche siano proprio ciò che permette di distinguere un’inchiesta da un’opera di insinuazione. DELL’APARTHEID COME INVENZIONE PERSIANAVengo poi a un altro passaggio che trovo francamente irritante. Meotti ricorda che nel 2001, durante un incontro preparatorio alla Conferenza mondiale delle Nazioni Unite contro il razzismo, svoltosi a Teheran, venne prodotta una dichiarazione che accusava Israele di apartheid e di crimini gravissimi contro i palestinesi. Il giornalista liquida il contenuto come «tutto il frasario ideologico oggi in voga». Frasario ideologico. Nel gennaio 2021 B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani, pubblicò un documento nel quale definiva un regime di apartheid il sistema di dominio esercitato da Israele fra il Mediterraneo e il Giordano. Nell’aprile dello stesso anno Human Rights Watch, dopo aver esaminato la legislazione e le pratiche israeliane, concluse che le autorità dello Stato commettevano i crimini contro l’umanità di apartheid e di persecuzione. Amnesty International arrivò a una valutazione analoga nel febbraio 2022. Questi rapporti sono successivi di vent’anni alla dichiarazione ricordata da Meotti, dunque possiedono un proprio oggetto d’indagine e devono essere valutati attraverso i fatti che documentano. Proprio per questo mi piacerebbe sapere quale rapporto esista fra una parola utilizzata nel 2001 a Teheran e le conclusioni successivamente raggiunte da organizzazioni israeliane e internazionali. L’eventuale impiego propagandistico di quella parola da parte iraniana lascia inalterato il problema delle politiche israeliane che i rapporti successivi hanno esaminato. GRETA THUNBERG E L’AYATOLLAH DI SNAPCHATTralascio la questione dell’uso della parola “genocidio”. Ne ho scritto abbastanza. Meotti conclude il suo articolo con un accostamento che, se possibile, supera il resto. Direi che costituisce un piccolo capolavoro di manipolazione giornalistica attraverso l’accostamento di fatti che fra loro hanno ben poco a che vedere. Il giornalista, dopo averci intrattenuti sulla penetrazione ideologica iraniana nelle democrazie occidentali, cita Maral Salmassi, esule iraniana legata al Berliner Zera Institute, che in un intervento pubblicato su X avrebbe ammonito l’Occidente sul rischio di ripetere quanto accaduto durante la rivoluzione iraniana. Salmassi sostiene che i simboli e gli slogan osservati nelle piazze europee ricordino quelli comparsi in Iran prima dell’affermazione della Repubblica islamica. Parla degli «stessi simboli, le stesse bandiere», e conclude con un avvertimento piuttosto inquietante: «Preparatevi». Insomma, siamo alle porte di una rivoluzione islamica in Europa, almeno stando al significato che sembra assumere questa citazione nel pezzo di Meotti. Il giornalista, infatti, aggiunge immediatamente:
La chat «burla»… e i cartelli ironici Ora, vorrei che prestaste attenzione soprattutto a quell’«intanto». Un avverbio adoperato per accompagnare il lettore da una previsione sulla possibile islamizzazione dell’Occidente a una manifestazione di studenti francesi, dove Greta Thunberg avrebbe pronunciato una frase che comincia con un’espressione religiosa araba. Il giornalista conclude il suo articolo proprio così. Il lettore ha appena appreso che gli apparati iraniani diffondono propaganda islamista e antisemita nel mondo occidentale, che il pericolo sarebbe imminente, ed ecco comparire Greta nelle piazze francesi. L’associazione viene servita e la spiegazione lasciata alla fantasia di chi legge. Che poi, considerando il pubblico cui certe insinuazioni sono destinate, è un metodo piuttosto redditizio. Peccato che bastasse leggere un giornale francese per scoprire la provenienza della frase. E a questo punto viene da chiedersi se Meotti li legga, i giornali, o si limiti a cercarvi ciò che conferma le proprie convinzioni. L’espressione è circolata all’inizio di ottobre attraverso alcune schermate di conversazioni Snapchat diffuse dagli studenti francesi impegnati nei blocchi dei licei. Gli autori di quei messaggi, secondo i ragazzi che li hanno ricevuti, sarebbero stati agenti di polizia intenzionati a infiltrarsi nei gruppi utilizzati per organizzare le manifestazioni. In uno degli screenshot compare un certo Mamadou, che tenta di farsi aggiungere a un gruppo di studenti adoperando una specie di caricatura linguistica del giovane francese di origine maghrebina. Espressioni arabe infilate a casaccio, un francese improbabile e persino le bandierine algerine. Una roba talmente goffa da sembrare scritta da qualcuno convinto che per spacciarsi come studente nordafricano basti pronunciare wallah e aggiungere qualche riferimento ad Allah. L’origine della popolarità dello slogan, diventato una presa in giro di quella presunta infiltrazione e degli stereotipi razzisti contenuti nei messaggi, è ampiamente documentata. Ne parlava già Radio France il 12 ottobre, spiegando come i liceali avessero trasformato una frase grottesca in una battuta collettiva. Il 14 ottobre La Dépêche du Midi pubblicava un articolo dedicato proprio alla partecipazione di Greta Thunberg alle manifestazioni, ricostruendo l’origine del tormentone. Il giorno successivo arrivava persino un servizio dell’Agence France-Presse, che descriveva l’impiego dei meme e del linguaggio dei social durante le proteste studentesche. L’AFP precisava anche che Greta aveva ripetuto la frase partecipando a questa forma di ironia collettiva. Insomma, la celebre attivista svedese stava prendendo in giro, insieme agli studenti francesi, un presunto tentativo di infiltrazione poliziesca, peraltro accompagnato da una rappresentazione grossolanamente stereotipata dei giovani maghrebini. E Meotti conclude il suo articolo sulle infiltrazioni iraniane in Occidente evocando proprio quello slogan, subito dopo l’avvertimento di Salmassi sulla possibilità che l’Europa finisca come l’Iran degli ayatollah. Sì, mi ha fatto ridere. Visto? Valeva la pena leggerlo. Ed eccoci tornati alla semeiotica da cui ero partita. Per formulare una diagnosi occorre osservare i segni e stabilire quali siano effettivamente pertinenti al quadro che si sta esaminando. Una volta che il medico si sia innamorato della propria ipotesi, invece, rischia di attribuire a quella malattia anche manifestazioni che hanno tutt’altra origine. È un errore conosciuto, studiato, e in medicina può avere conseguenze gravissime. In psicologia cognitiva lo chiamiamo bias di conferma, una tendenza a privilegiare le informazioni coerenti con le convinzioni già possedute e a trascurare quelle che potrebbero metterle in discussione. Il giornalismo, almeno quello che rivendica una qualche serietà intellettuale, dovrebbe avere una preoccupazione analoga. Le ipotesi vanno confrontate con i fatti, comprese le circostanze che potrebbero smentirle. Meotti racconta un episodio che possiede già una spiegazione documentata, disponibile prima della pubblicazione del suo articolo, e lo colloca in una successione di argomenti che ne suggerisce un significato differente. Per il lettore che ignori quanto accaduto nelle piazze francesi, quell’accostamento diventa parte della dimostrazione. Chi manifesta contro il genocidio palestinese può ritrovarsi sospettato di antisemitismo, chi contesta la prosecuzione della guerra in Ucraina viene classificato fra i filoputiniani e, a giudicare da quest’ultima invenzione, chi ripete una battuta degli studenti francesi potrebbe ritrovarsi arruolato nella guerra psicologica degli ayatollah. A poco a poco, le ragioni del dissenso perdono importanza e il dibattito pubblico comincia a somigliare a una gigantesca indagine sulle fedeltà nascoste dei cittadini. Io credo sia utile fare della semeiotica proprio su chi si crede più furbo… e invece rischia di diffondere un’epidemia. §§§Aiutate Stilum Curiae IBAN: IT79N0200805319000400690898 BIC/SWIFT: UNCRITM1E35 *** Stilum Curiae lo trovate anche qui: https://www.instagram.com/sanpietrotos/ https://www.facebook.com/marco.tosatti/ https://www.facebook.com/profile.php?id=100063593462822 www.linkedin.com/in/marco-tosatti-77b42a21 ***
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1 commento su “Stampa Italiana e Semeiotica: “Il Foglio” Clinico. Ognuno ha le Sue Perversioni…Lavinia Marchetti.”
Nulla neppure una forma patologica può giustificare lettura di pezzo di carta che di fatto non esiste… se non in sua intrinseca essenza di abbietta corruzione morale e materiale!…!!…https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/