La Ragione, il Torto, e Chi lo Spiega a Chi. Anche fra Cattolici… Il Matto.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sui toni del legittimo dibattito fra opinioni e sensibilità diverse. Buona lettura e meditazione…

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«NON HAI CAPITO, ADESSO TE LO SPIEGO IO»

 

Oso notare, senza tema di essere smentito, come i toni dei Cattolici, molto teoricamente Fratelli e Sorelle in Cristo che partecipano a questo blog, si stiano alzando in maniera preoccupante. Alle varie e spigolose diversità che caratterizzano il (si fa per dire) fraterno  agone fra Sani di mente, cominciano ad aggiungersi – vedasi i commenti all’articolo di Benedetta e Vito dell’1 ottobre  –  ipotesi quali il “reato di diffamazione (art. 595 del CDP)”. Così, dall’abisso della mia follia ho composto il presente articolo.

 

* * * * * * * * * *

Louis-Ferdinand Céline: «Sappiate aver torto, il mondo è pieno di gente che ha ragione. È per questo che marcisce».

 

Carlo Fruttero: «Mi spaventano le persone sicure di ciò che dicono, che parlano di politica, di economia, di letteratura imponendoti cosa occorre o non occorre fare. Mi tengo alla larga dai gestori della verità».

 

Cesare Zavattini: «L’umanità non pensa, è imbastita di idee, di pensieri, di parole completamente inoperanti, tutti puzziamo per le idee andate a male che conserviamo dentro. Bisogna vomitarle».

 

Eh sì, è necessario un atto eroico per vomitare tutto ciò con cui ci si identifica, per liberarsi dall’avere ragione, dal gestire la verità, dal puzzare per le idee andate a male, fossero pure le più nobili (già, anche le idee più nobili possono andare a male!). In breve, conscio o inconscio che sia, il rancido “non hai capito, ora te lo spiego io” va estirpato.

 

È necessario accorgersi di stazionare in un’ignoranza abissale invece di esorcizzarla con il coacervo di informazioni che intasano la testa. La vera pace può darsi soltanto fra umili ignoranti, fra bambini: Parola di Dio. Soltanto la Coscienza Ignorante può lasciare spazio alla Luce: per chi intuisce invece di dare in bigotte escandescenze, la sublime Ignoranza Mariana splende come esempio. Dico intuisce, poiché non c’è “spiegazione” che tenga.

 

Molti decenni addietro, nel corso di una conversazione potei fruire di un momento di particolare lucidità: all’improvviso mi resi conto che tanto io quanto i miei interlocutori ci stavamo scambiando delle “spiegazioni”. Io “spiegavo” a loro e ciascuno di loro “spiegava” a me e agli altri. Imperava indisturbato l’invadente e arrogante “non hai capito, adesso te lo spiego io”. Mi fu evidente come le rispettive affermazioni costituissero in realtà delle confutazioni, integrazioni e correzioni a sanatoria delle lacune altrui: un circolo vizioso da cui era – ed è – impossibile uscire insistendo nello “spiegare”. Più ci si “spiega” e più non ci s’intende. La prova ce l’abbiamo tutti a un miliardesimo di millimentro davanti agli occhi (forse talmente vicino da non poter essere visto?).

Questa subdola, reciproca volontà di affermarsi, di prevalere, è stata ben individuata da Roland Barthes: «parlare, e a maggior ragione discorrere, non è, come si ripete troppo spesso, comunicare: è “sottomettere”».

E qui ci sta bene la sottile osservazione di Edgar Watson Howe: «Nessun uomo ti ascolterebbe parlare se non sapesse che dopo tocca a lui».

E così, mentre Tizio “spiega” a Caio ciò che “non ha capito”, questi non vede l’ora di prendere la parola per “spiegare  a Tizio ciò che: “non ha capito”. E la frittata diventa ancor più saporita quando entra in ballo pure Sempronio. Infine, il frittatone cosmico è assicurato quando entrano in scena gli emuli di Tizio, Caio e Sempronio. Ovviamente tutti docenti.

Sì, alla disputa non partecipavano discenti: eravamo tutti docenti desiderosi di farsi ascoltare più che di ascoltare, e che prendevano quel che ascoltavano dagli altri unicamente come occasione per rafforzare la propria “spiegazione” a negazione o rettifica di quanto ascoltato: “non hai capito, adesso te lo spiego io”.

Insomma, agli antipodi del detto Cherokee: «Ascolta! O la tua lingua ti renderà sordo».

Sì, le “spiegazioni” generano sordi. La lingua di chi parla ne ottura le orecchie. Impossibile accorgersi di ciò se almeno per qualche istante la mente non si ferma per agevolare la fruizione, seppur per un solo momento, di un superiore stato di coscienza, di un momento di risveglio grazie al quale la discussione si rivela per quello che è: un combattimento fra galli e galline.

 

Un particolare d’importanza decisiva

Mi fu chiaro e rimase indelebile che il parlare è un rispondere ad una DOMANDA MUTA che lo stimola, suscitata dall’INQUIETUDINE DEL CUORE CHE ANCORA NON RISPOSA IN DIO di cui dice Agostino. Domanda che è la medesima per tutti. Domanda muta a cui può rispondere soltanto la Luce che non è concetto e parola e perciò rende più che approssimativa una “spiegazione” in concetti e parole. Fu questa evidenza che mi spinse ad intraprendere la Via apofatica, che infine è la Via Mariana dell’Ignoranza, e quindi del non poter “spiegare”.

Infatti, senza accorgersene si parla per dare una risposta impossibile, appunto una “spiegazione” alla domanda muta, processo che mette in atto ogni interlocutore. Ha luogo così il famoso e diffusissimo “non hai capito, adesso te lo spiego io”, il “cantarsela e suonarsela”, il vano tentativo di riposare nella propria egoica “spiegazione”, per un moltiplicarsi abnorme di autoreferenzialità che fomenta l’incomprensione fra docenti, i quali più “documentati” sono e più contribuiscono all’incomprensione con le loro “spiegazioni”. E se teniamo presente che non ci sono discenti ma soltanto docenti che “spiegano”, scopriamo il perchè del caos che stritola il nostro pianeta.

Quasi superfluo il riferimento alla Cattolicità, tanto più mastodontica nella sua visibilità e tanto più disintegrata dagli stuoli di docenti che “spiegano”, mentre della Parola, cioè della Luce neanche un flebile raggio, offuscata com’è da fitte nuvole di miliardi di parole organizzate in “spiegazioni” supportate da montagne di documenti che “spiegano”. Parola-Luce di cui, manco a dirlo, ogni docente si sente non solo depositario ma addirittura apologeta contro ciascun altro docente che misericordiosmente ricambia il favore.

Haruki Murakami: «Non è che il significato non può essere spiegato. Ma ci sono alcuni significati che si perdono per sempre nel momento in cui sono spiegati a parole».

Già:  per alcuni significati la “spiegazione” spiega un bel niente! Ed anzi li fa perdere per sempre! La Parola-Luce non la si può “spiegare”, al massimo se ne può (doverosamente) accennare … balbettandone.

Franco Battiato: «Le parole non servono a penetrare il Mistero. Una sequenza logica ci allontana dalla sintesi».

Soren Kierkegaard: «La vita è un mistero da vivere, non un problema da risolvere».

Si tratta qui dell’irresistibile ed illusoria propensione ad essere “dalla parte giusta”, ad “avere ragione”, insegnando e suggerendo soluzioni per rimettere le cose a posto, individuando diagnosi e terapia, il tutto sempre a partire dalla domanda muta, alla quale si dà una risposta inutile ma conveniente: “spiegazione” confezionata a propria misura e ammannita con un criterio strettamente personalistico: “non hai capito, adesso te lo spiego io”. Di fatto, ogni docente espone il proprio mondo, ciò che non può fare il discente perché … non esiste. A miriadi di docenti, miriadi di mondi in combutta. Il pandemonio verbale si espande a macchia d’olio, contaminando e corrodendo.

Un detto Navajo mette in guardia: «Sii attento mentre parli. Con le tue parole, crei il mondo intorno a te».

E poiché il pensiero viene prima delle parole, ecco che il mondo è creato prima nella mente soggettiva per venir poi proiettato all’esterno tramite la “spiegazione”. È il mondo soggettivo interiore che, deturpandolo, vuol “ricreare” il mondo esteriore a proprio modello, perciò a proprio uso e consumo, comodamente “spiegato”.

Bertrand Russel: «Il mondo contiene fatti, che sono ciò che sono, qualunque cosa possiamo scegliere di pensare su di essi».

Swami Vivekananda: «I nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni sono i fili della rete che intrecciamo intorno a noi».

 

Ci si irretisce nella propria mente e si pretende di gettare tale rete sugli altri, ciascuno dei quali fa altrettanto: “non hai capito, adesso te lo spiego io”. Groviglio inestricabie di reti per un  immane DISASTRO; e non a caso mi servo di questo termine, che deriva da ASTRO, con prefisso DIS peggiorativo: CATTIVA STELLA!

 

E cos’è che di questi tempi sta avviluppando il mondo se non la livida luce della cattiva stella?

 

La non consapevolezza di ciò spiega il dilagare della conflittualità verbale e bellica. Si vive in un campo di battaglia in cui s’affrontano innumerevoli mondi mentali proiettati sul mondo che, invece, è già così com’è.

 

Apofaticamente delizioso e consolatorio il detto zen: «Sedendo quietamente, senza fare nulla, la primavera giunge e l’erba cresce da sé».

E ancora un altro: «L’oca selvatica non ha intenzione di lasciare tracce. L’acqua non pensa di inghiottire riflessi».

Al contrario, il lasciare tracce e l’inghiottire i riflessi per ridurli alla propria “spiegazione” è esattamente la specialità, l’intento inconfessato delle orde di docenti l’un contro l’altro armati: “non hai capito, adesso te lo spiego io”.

Vi è da tenere presente che la risposta impossibile e quindi inutile alla domanda muta  presuppone una varietà di contenuti della memoria a cui è necessario attingere, sicché, si ribadisce, ci sarebbe da chiedersi (ma chi lo fa?) se la “spiegazione” non consista che in un agglomerato di nozioni soggettivamente e accuratamente selezionate e organizzate per dare una risposta “soddisfacente”: nozioni, si badi, assunte (o inculcate?) attraverso il tempo, starei per dire fin dal primo giorno di nascita.

Franco Battiato mette il dito nella piaga: «È difficile accettare che siamo vittime di pensieri associativi».

Domanda muta e “spiegazione” costituiscono così le due facce eterogenee della medaglia: da una parte un richiesta di Luce creatrice e trasfigurante, dall’altra l’ombra di una risposta in concetti e parole proiettata a creazione di un illusorio mondo ideale.

S’immagini il poco edificante risultato del bianco di una tela che tutti vogliono “spiegare” imbrattandola ciascuno con la propria pennellata ed il proprio intruglio di colori.

 

Eppure c’è Platone che versa un salutare secchio di acqua gelata sulla testa infuocata degli zelanti docenti:

«Ogni problema ha tre soluzioni: la mia soluzione, la tua soluzione e la soluzione giusta»,

da ciò derivandone che ad eccezione di quella giusta (quale è?) le soluzioni non sono che opinioni, a proposito delle quali, da dilettante orientalista qual sono, cito Bodhidharma:

«Non cercare la verità: smetti solo di coltivare opinioni».

È la Verità che dice: «IO SONO la Verità», più strettamente: «IO SONO»: la Verità È, si presenta da Sé, non c’è opinione che possa imbrigliarla, non c’è “spiegazione” che possa appropriarsene per illuminare il mondo, magari impugnando le Scritture ed annesso mastodontico addentellato (l’agone delle dispute). Più si “spiega” e più si opina, offuscando la Verità che in Sé è Luce, è Parola Una che crea il mondo molteplice: Luce e Ombra, Parola e Silenzio: ogni mediazione esplicativa è una ri-creazione soggettiva, una pennelata che imbratta la tela. Prima dei colori vi è il Bianco, l’Ignorante Bianco, e nessun colore può pretendere di sostituirvisi, bensì ne dipende. Ogni colore che dimentica il Bianco è menzognero e conflittuale.

 

Occorrerebbe onestamente riconoscere come Platone e Bodhidharma riducano al silenzio ogni docente dalla cui testa infuocata si sprigiona ad ogni pie’ sospinto una soggettiva “spiegazione” (altro che Minerva nascente dal cerebro di Giove!),  cioè un’opinione, «da opinari, dalla radice OP- col senso di vedere che trovasi nel greco ops occhio, òpto-tô veggo e che corrisponde alla radice OC- del lat. oc-ulus occhio. Esporre il proprio modo di vedere intorno alle cose dubbie, spinti da alcuna apparente ragione» (etimo.it).

Opinione nel cui “undeground” è radicato il puzzolente “non hai capito, adesso te lo spiego io”.

Illuminante Nikola Tesla: «quando capirai che ogni opinione è una visione carica di storia personale, inizierai a capire che ogni giudizio è una confessione».

La storia personale è quella che influenza pesantemente la risposta-confessione alla domanda muta, cioè la “spiegazione”. Ora, chi è consapevole che al proprio “spiegare” corrisponde una confessione dell’irrisolto? Altrimenti, che necessità vi sarebbe di “spiegarsi”? Non c’è un affanno nello “spiegare”? E cosa si vuol “spiegare” ad altri se ancora non si è ricevuta risposta alla domanda muta? A che un profluvio di parole per rispondere ad una domanda a cui soltanto la Luce può rispondere, facendo evaporare l’opinione? Più si parla e più si confessa l’enormità del fardello della domanda muta.

E, d’altra parte, l’espressione latina «Ex ore tuo te iudico» è lì a confermarcelo. Chi ha l’orecchio puro (ma chi ce l’ha?) individua subito il grado di affanno interiore di chi si dilunga in “spiegazioni” sollecitato dalla domanda muta, e perciò si perde nell’inutilissimo e arrogante “non hai capito, adesso te lo spiego io”.

E allora, chi, fra gli umani, può vantare la pretesa della visione giusta?

Evangelico il Mahatma Gandhi: «In un atteggiamento di silenzio l’anima trova il percorso in una luce più chiara, e ciò che è sfuggente e ingannevole si risolve in un cristallo di chiarezza».

 

Evangelico Pavel Florenskij: «Le cose terrene le vede solo colui che ha un occhio corporeo puro; le cose celesti le vede solo colui che ha puro l’occhio celeste».

Quindi, chi può affermare di possedere l’occhio limpido, cioè la lampada che illumina tutto il proprio corpo?

Proponendo un’omologia nipponica: chi possiede meykyō shisui, ossia una “mente limpida come uno specchio, tranquilla come l’acqua ferma”?

Limpidezza e tranquillità sono agli antipodi delle “spiegazioni”, che appannano lo specchio, agitano e intorbidiscono l’acqua.

Quasi esoterico il famoso detto «le chiacchiere stanno a zero», ove lo zero, che rimanda all’ineffabile, è lo Specchio limpido, l’Acqua tranquilla, la Tela bianca, l’Ignoranza arcaica, nell’assenza assoluta dell’intervento guastatore dell’uomo, tutto preso dall’affannoso e inadeguato rispondere alla domanda muta, a “spiegare” ciò che non sa per dimostrare di “avere ragione”, col suo invadente e disperato: “non hai capito, adesso te lo spiego io”.

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12 commenti su “La Ragione, il Torto, e Chi lo Spiega a Chi. Anche fra Cattolici… Il Matto.”

  1. P.S. Anch’io, come ho già scritto, condivido l’invito a tenere i toni nel sereno solco della misura, della creanza e della civiltà. Non è raro che nei siti a tema cattolico l’interlocuzione scada nell’aggressione e persino nella minaccia di querela. È un dato che fa riflettere, se non sulla natura di certa pretes(c)a religiosità.

  2. Il Matto è verboso, da sempre. Ma è appunto Matto, con la M maiuscola, quasi per antonomasia, quindi non ha troppo senso cercare una logica serrata nelle sue libere associazioni di pensamenti piluccati qua e là. Va preso (o non preso, secondo i gusti) così com’è, con la sua insanabile vocazione alla contradditorietà. E poi non è detto che una effusione di follia non possa aprire gli occhi almeno a qualche dormiente. Sul monte Verità i balabiòt danzavano ignudi incarnando e predicando uno sconclusionato culto della natura, ma più di un asconese, giù al piano, ne ricavò un’occasione per ponzare sui massimi sistemi.

  3. II primi tre commenti hanno ignorato completamente
    il punto più importante: la domanda muta,
    a cui, “spiegando” a destra e a manca
    ci si affanna a dare una risposta impossibile.

  4. Maria Cristina Venturi

    Caro Matto strano che non ti accorgi che proprio con questo post , e in generale in tutti i tuoi interventi ci vuoi “spiegare” che non abbiamo capito mentre tu si’, hai attinto alla Sapienza Suprema! Hai sempre un tono didascalico da guru maestro spirituale che spiega si suoi adepti la Via! Scusa ma mi fa ridere e venire in mente la parabola della pagliuzza e della trave

  5. Chi spiega toglie le pieghe: stira.
    Spiegare è un tirare che appiattisce.
    Il complicato (cum plica) si semplifica (sine plica).
    Era meglio lasciare le pieghe?
    Chi pensa di spiegare, ma non ne è in grado, è una complicazione.
    Dio è semplicissimo. La creazione si complica con i peccati.
    E poi c’è quello che spiega, come il manuale delle giovani marmotte.
    La coda del “fare” attualmente è molto affollata, diversamente dalla vignetta.
    Chi fa è infastidito tanto dalle critiche quanto dai consigli.
    Chi fa pensa semplicemente che “fare” sia meglio.
    Per fare cosa? E quando? E come?
    Servirebbe la spiegazione, magari un consiglio e accettare le critiche.
    Si chiama conversione: è esattamente ciò che richiede il vangelo, insieme alla vigilanza e alla perseveranza.

  6. stilumcuriale emerito

    Egregio Matto, visto che mi hai tirato in ballo mi sento costretto a rispondere.
    Per prima cosa copio e incollo l’art 595 CDP per evitare quello che ho contestato alla Sig.ra De Vito e cioè di avere impostato il suo articolo non sulle parole effettivamente dette dal Papa ma su quello che ha capito lei e riferito in breve con parole sue proprie.
    Dispositivo dell’art. 595 Codice Penale

    Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente(1), comunicando con più persone(2), offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a milletrentadue euro.

    Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato(3), la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a duemilasessantacinque euro.

    Se l’offesa è recata col mezzo della stampa [57-58bis] o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità(4), ovvero in atto pubblico [2699], la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a cinquecentosedici euro.

    Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio [342], le pene sono aumentate.

    Le parole effettivamente dette dal Papa nel suo incontro all’Eliseo con le massime autorità civili della Francia le ho già riportate nel mio secondo commento all’articolo della De Vito. Sono tratte dal documento Vaticano di cui qui sotto riporto il titolo e il brano riguardante le parole Libertà, Uguaglianza, Fraternità.

    VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ IN FRANCIA

    INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO

    DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

    Palazzo dell’Eliseo (Parigi)
    Venerdì, 25 settembre 2026

    Qui di seguito le parole realmente dette dal Papa.

    <<La Francia è anche una terra dalle ricche radici cristiane. Dai tempi di sant’Ireneo e del battesimo di Clodoveo, l’anima della vostra patria si è sviluppata attingendo dal cristianesimo un genio spirituale, culturale, intellettuale, artistico e missionario, che oggi risplende in tutto il mondo. È così che nella Francia del XVI secolo fiorì l’umanesimo, che cercava di unificare l’eredità greco-romana e la fede cristiana. Ai celebri pensatori del Rinascimento, e poi del Grand Siècle, seguirono quelli dell’Illuminismo, e la Francia portò allora al mondo vere e proprie conquiste; tra queste, il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa. Questa costante attenzione alla dignità intrinseca di ogni persona umana trova eco nel vostro motto nazionale. Libertà, uguaglianza e fraternità non sono semplici parole incise sui frontoni dei vostri edifici pubblici, ma rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione.

    La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, proclamata in questa città di Parigi – e nella cui elaborazione il giurista francese e premio Nobel per la pace René Cassin svolse un ruolo di primo piano – ha avuto lo scopo di creare una coscienza generale della dignità inalienabile della persona umana. San Giovanni Paolo II, che considerava questo documento «una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità», era consapevole che «ogni minaccia ai diritti umani, sia nell’ambito dei beni materiali che in quello dei beni spirituali, è ugualmente pericolosa per la pace, perché riguarda sempre l’uomo nella sua integralità»

    E' regola dell'ermeneutica ( tecnica dell'interpretazione dei testi ) di anteporre sempre all'interpretazione l'esposizione, senza variazione, del testo originale.
    Quello che io ho contestato e ancora contesto alla Sig.ra De Vito è il fatto di non avere rispettato nel suo articolo questa elementare regola di buon senso e di onestà intellettuale, ma di essere partita già dal titolo ad offendere in modo a dir poco pesante l'onorabilità di Leone XIV.
    Spero di essere stato chiaro. Mi scuso per la lunghezza del commento ma ho scritto il minimo indispensabile per farmi capire e che si capisca che nei miei commenti non c'è traccia di fanatismo religioso.

  7. rispondo a “complottista”. Non è il fatto di ignorarlo, questo è ovvio, ma chi lo legge ! È un fatto “estetico”.
    Claudio Gazzoli

  8. “il bianco di una tela che tutti vogliono “spiegare” imbrattandola ciascuno con la propria pennellata ed il proprio intruglio di colori”.
    Infatti, tutto il suo ragionamento mi ricorda “Number 1A, 1948” di Pollock, un inestricabile intreccio di “nulla”. Mi dispiace, preferisco la suprema coerenza della “Disputa” di Raffaello.
    Claudio Gazzoli

  9. Don Pietro Paolo

    Caro Matto, condivido pienamente il richiamo ad abbassare i toni e ad ascoltare di più. Ma mi pare che il Suo lungo ragionamento incorra in un curioso paradosso: per molte pagine Lei ci «spiega» perché non dovremmo pretendere di spiegare.

    Il cristianesimo conosce il silenzio, il Mistero e la via apofatica, ma non è la religione dell’ignoranza. Il Logos si è fatto carne, ha parlato e ha detto: «Io sono la via, la verità e la vita». E agli Apostoli non ha comandato di tacere dinanzi all’ineffabile, ma di andare e insegnare.

    Una cosa, dunque, è l’arroganza del «non hai capito, adesso te lo spiego io»; altra cosa è cercare insieme, con umiltà, ciò che è vero. Se ogni spiegazione fosse soltanto proiezione soggettiva, dovremmo congedare predicazione, teologia e Magistero.

    E mi permetta una battuta: tra Céline, Barthes, Murakami, Battiato, Bodhidharma, zen, Navajo, Gandhi e Vivekananda, per convincerci che servono meno parole forse sono state necessarie un po’ troppe parole.

    Il rischio, insomma, è che dopo aver cacciato dalla porta il docente che proclama «non hai capito, adesso te lo spiego io», lo si faccia rientrare dalla finestra vestito da mistico.

    E quello, sorridendo, ci spieghi finalmente perché abbiamo torto ad avere ragione.

    1. Molto bene!
      Procediamo allora ciascuno lungo la propria strada
      senza romperci le scatole a vicenda.
      Ognuno esponga il suo pensiero
      senza servirsi del pensiero altrui per attaccare briga
      “spiegando” cos’è che non va.
      E’ d’accordo?

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