Lo “Splendor Alto”. Il Matto.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto  offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla luce, e lo splendore; e soprattutto su quello interiore. Buona lettura e condivisione.

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LO «SPLENDOR ALTO»

Andrea Mantegna, Camera degli sposi

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Nel corso di una battuta di caccia aforismatica, nel Post su Facebook “Giordano Bruno e i Rosacroce”, mi sono imbattuto in un brano del nolano rimanendone affascinato all’istante per la familiarità che vi ho incontrato. Direi quasi che mi sono sorpreso a “leggermi”, a conferma del percorso apofatico che ho intrapreso da qualche decennio. Bruno parla di chi si attiva aspirando allo «splendor alto»:

«Se aspira al splendor alto, ritiresi quanto può all’unità, contraasi quanto è possibile in se stesso, di sorte che non sia simile a molti, perché son molti; e non sia nemico de’ molti, perché sono dissimili, se possibil sia serbar l’uno e l’altro bene; altrimenti s’appiglie a quel che gli par megliore.

Conversa con quelli gli quali o lui possa far megliori, o da gli quali possa esser fatto megliore, per splendor che possa donar a quelli, o da quelli possa ricever lui. Contentesi più d’uno idoneo che de l’inetta moltitudine. Né stimarà d’aver acquistato poco, quando è dovenuto a tale che sia savio per sé …

La mente dunque ch’aspira alto, per la prima lascia la cura della moltitudine, considerando che quella luce spreggia la fatica, e non si trova se non dove è l’intelligenza; e non dove è ogni intelligenza, ma quella che è tra le poche, principali e prime, la prima, principale e una».

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Ho particolarmente gustato quel «ritiresi» e quel «contraasi» che sono termini apofatici: ritirarsi, contrarsi, insomma raccogliersi, per lasciarsi trasfigurare dall’«intelligenza prima, principale e una». 

 

Henri-Frédéric Amiel: «Il raccoglimento, il ritorno al divino: sono necessari per attraversare la vita, le sue tentazioni, le sue dissipazioni, senza evaporare, dissiparsi o corrompersi. Questa fede interiore, poi, chiede di essere rinnovata tutti i giorni».

 

Un diuturno ritirarsi, contrarsi, raccogliersi: eccelsa facoltà femminile:

 

Catherine Doherty: «Maria era il silenzio, la calma, il raccoglimento stesso. Non parlava molto perché era anche, per eccellenza, colei che ascolta, ed è per questo che poteva conservare tante sue parole nel cuore».

Dello «splendor alto» è simbolo il Sole: ogni mattina, al suo sorgere, affacciato alla finestra, lo invito a me inspirando e m’involo a lui espirando, lo stesso esercizio ripetendo la sera prima di dormire, valendomi dell’immaginazione.

 

Il Sole è il Fuoco degli alchimisti.

 

Paulo Coelho: «Gli alchimisti trascorrevano lunghi anni nei laboratori, guardando quel fuoco che purificava metalli. Fissavano il fuoco così a lungo che, a poco a poco, scomparivano dalle loro menti tutte le vanità del mondo. E un bel giorno, poi, scoprivano che la purificazione dei metalli aveva infine purificato anche loro».

 

Dice «fissavano il fuoco», cioè si ritiravano, si contraevano, si raccoglievano, nella dimenticanza catartica delle «vanità del mondo».

 

Più si contempla il Sole e più si fa evidente l’ombra opprimente del rumore inutile e delle chiacchiere vuote che d’ogni parte proliferano e avvelenano con la loro inconcludenza.

Qoèlet: «Dolce è la luce / e agli occhi piace vedere il sole. / Anche se vive l’uomo / per molti anni / se li goda tutti, / e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti: / tutto ciò che accade è vanità».

 

Davanti al Sole «tutto ciò che accade è vanità», comprese le dispute a non finire (al primo posto quelle religiose), e soltanto l’occhio “solarizzato” può individuarne la nebbia soffocante e farla diradare.

 

Louis Claude de Saint Martin: «Tutto ciò che non conduce al centro, tutto ciò che non risveglia, mantiene nella prigione della rappresentazione. Tante identificazioni, tanti demoni».

La rappresentazione è la prigione di Ipno, le cui sbarre vanno fuse col Fuoco.

Quindi, aspirare allo «splendor alto», significa aspirare a svegliarsi, ad  aspirare al Centro, al Sole. Aspirare al Sole per farsi identificare da Esso. Ogni altra identificazione è demoniaca e perciò va abbandonata (apofasi).

Altro bel brano familiare che da molti anni addietro conservo nel mio aforismario, e che è in sintonia con tutto quanto sopra, è quello che segue, nel quale Fénelon invita alla «scuola intima del maestro interiore», cioè del «sole degli spiriti, il sole delle coscienze»:

«Come il sole sensibile illumina tutti i corpi, così questo sole d’intelligenza illumina tutti gli spiriti. La sostanza dell’occhio dell’uomo non è la luce; al contrario, l’occhio prende a prestito ogni momento la luce dei raggi del sole. Parimenti il mio spirito non è la ragione primitiva, la verità universale e immutabile: è solamente l’organo attraverso cui passa questa luce originale, e che ne è illuminato.

C’è un sole degli spiriti che li illumina tutti, molto meglio che il sole visibile non illumini i corpi: questo sole degli spiriti ci dà insieme la  sua luce e l’amore della sua luce per cercarla. Questo sole di verità non lascia ombra alcuna, brilla su di noi notte e giorno. Un uomo non può mai sottrarre i suoi raggi ad un altro uomo: lo si vede ugualmente, in qualunque angolo dell’universo si sia nascosti. Un uomo non ha mai bisogno di dire ad un altro: Ritirati per lasciarmi vedere questo sole; tu mi sottrai i suoi raggi, porti via la porzione che tocca a me.

Questo sole non tramonta mai ed altra nube non soffre che quelle prodotte dalle nostre passioni. Solo gli occhi malati si chiudono alla sua luce, ed ancora non c’è uomo così malato e così cieco che non cammini ad un tenue chiarore che gli resta di questo sole delle coscienze.

 

 

Gli uomini possono parlarci per istruirci; ma noi non possiamo crederli se non nella misura che troviamo una certà conformità fra quel che ci dicono essi e quello che ci dice il maestro interiore. Dopo che essi hanno esaurito i loro ragionamenti, bisogna sempre ritornare a lui ed ascoltarlo, per la decisione. Così c’è un solo vero maestro che insegna tutto, e senza il quale non s’impara nulla. Gli altri maestri ci riconducono sempre in quesa scuola intima dov’egli parla solo».

Ralph Waldo Emerson: «Ognuno dovrebbe imparare a scoprire e a tener d’occhio quel barlume di luce che gli guizza dentro la mente più che lo scintillio del firmamento dei bardi e dei sapienti».

«Quel barlume di luce» è il Sole eterno da lasciar splendere in noi, togliendo di mezzo tutto ciò che Esso non è, quindi … tutto!

Da Matto, vi ringrazio sentitamente o «bardi e sapienti», mi siete stati molto d’aiuto e ve ne sono riconoscente, ma ora, gentilmente, fatevi da parte, altrimenti non posso vedere la Luce. Già, i veri maestri di spirito sono di vetro, cioè trasparenti: lasciano passare il Maestro interiore, cioè la Luce, anzi ne hanno il compito.

Per concludere, oltre a riecheggiare Fénelon, quella della mistica indiana Anandamayi Ma è davvero, agli occhi del Matto s’intende, una nota a margine del vangelo giovanneo:

«La luce del mondo viene e va, è instabile. La Luce eterna non può mai essere spenta. Con questa Luce vedi la luce esterna e tutto nell’universo; è solo perché splende dentro di te che puoi percepire la luce esterna. Qualsiasi cosa ti appare nell’universo è dovuta esclusivamente a quella Grande luce che hai dentro di te».

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17 commenti su “Lo “Splendor Alto”. Il Matto.”

  1. Anche persone sagge non riescono del tutto a separare l’interiorità dall’esterno, e in effetti è difficile non “contaminarsi” – non perché il mondo esterno sia intrinsecamente sporco, ma perché abbiamo un estremo bisogno di non perdere noi stessi, la nostra unicità, la nostra specificità. D’altronde è proprio la sofferenza che ci segnala che abbiano tradito noi stessi: spesso, nonostante “l’applauso” del mondo circostante, non ci sentiamo bene, proprio perché siamo stati ligi alle regole del mondo esterno ma non alle nostre regole. Il raccoglimento interiore non è tanto o solo un dovere spirituale ma è collegato anche alla nostra felicità, in ultima istanza anche alla nostra sopravvivenza, intendo una sopravvivenza gioiosa e gratificante, altrimenti sopravviviamo ma vivendo come fantasmi… Per me è anche colpa di una certa interpretazione del cristianesimo che non cessa di parlare di “valore dell’altro”, se proprio devo dirla tutta. Occorrerebbe essere auto-centrati, invece certi discorsi “progressisti”, o comunque incentrati sul valore del collettivo, alla lunga hanno provocato uno sfasamento verso l’esterno. Il risultato (l’infelicità) è sotto gli occhi di tutti.

    1. Stefano Raimondo,
      concordo in pieno sulla necessità di essere “autocentrati” che non significa egocentrismo individualista, ma lecito desiderio di non perdere noi stessi a noi stessi per metterci esclusivamente al servizio di collettivistiche direttive altrui, ispirate piuttosto al “Mondo Nuovo” di Huxley che alla sapiente individuazione di un personale cammino di rasserenante santità.

      1. stefano raimondo

        Del resto se non abbiamo noi stessi non abbiamo nulla, e se non abbiamo nulla cosa possiamo dare agli altri? Purtroppo negli anni ’70 hanno prevalso ideologie che sottolineando troppo il “comunitario” si sono dimenticate del singolo soggetto, oggi persistono i residui di queste culture (ripeto, anche una certa interpretazione del cristianesimo è colpevole, tra l’altro è paradossale perché Dio poteva farsi popolo o gruppo, invece si è fatto uomo…). Molti teorici convengono sul fatto che la vera battaglia è quella interiore (quindi ponendo l’accento sul soggetto), però subito dopo si rendono “non esenti” da contaminazioni del mondo esterno, come se ci fosse una paura di essere etichettati come egoisti. Che poi cosa vuol dire “egoista”?

        Ti saluto e ti ringrazio Adriana, i tuoi commenti sono per me fecondi.

        1. Grazie a te Stefano Raimondo,
          ricordi il personaggio di Mafalda di Quino? “Tutti mi dicono che devo essere “compagna”…ma,
          compagna di chi?”. Molti hanno affrontato anni di cineforum fantozziano, ( Corazzata Potemkin compresa ).
          Molti si sono piegati a “Il Privato è Pubblico”, o alla sua inversione: “Il Pubblico è Privato”. Molti si sono arruffianati i superiori e le masse proclamando l’obbligo morale di vivere esclusivamente al “servizio” degli altri perchè: “Il Privato è Pubblico”.
          Perfino i “contestatori” violenti degli anni ’70 dichiaravano che la loro sinistra violenza era a “servizio” della società e, perciò non era più violenza: il notissimo prof. universitario Gemoynat ne fu uno dei più accesi sostenitori.
          Sono stati segni che hanno inciso profondamente nelle menti e negli animi: le associazioni cattoliche li hanno copiati…
          Segni che indicano che la linea di confine tra la sfera della vita privata e quella collettiva e politica non esiste oppure è continuamente scavalcata.
          Come vuoi che i benpensanti devoti se ne sottraggano?

  2. Qui olim vobis non displicuit

    La Chiesa ha sempre manifestato diffidenza nei confronti degli slanci mistici. Ciò per varie ragioni. Fra queste v’è la potenziale perdita della funzione mediatrice esercitata dalla Chiesa stessa e dal suo clero, entrambi relativamente superflui in un contesto di relazione immediata con il Sacro. Ma vi è anche il facile rischio dell’abbaglio, e lo vediamo bene proprio nei nostri tempi, con fenomeni come i frappé paramistici (50g di Eckhart, 75g di Dōgen, 20ml di Kabir, un cucchiaio di Pellegrino cherubico, due pizzichi di Tao, una spolverata di Atalanta fugiens…) e l’apparizionismo apocalittico (la veggente di Altivole, la rivelazione di Cabo Polonio, le profezie della beata Natalia Kamińska, i messaggi mariani di Ballaghaderreen…).

    Nondimeno, l’esigenza di un rapporto profondo e diretto con il Sacro – in primis, per un cattolico, con la Persona di Gesù, vero Dio e vero Uomo – si è fatta oggi più acuta che mai. Anche in questo caso per più ragioni. E se a tale esigenza la Chiesa reagisce con fruste formule preconfezionate, allora il cristiano assetato di Luce si risolve a procedere in autonomia, perché alla certezza di non ricevere risposte che appaghino le sue istanze più profonde preferisce il rischio di perdersi per strada.

    Forse non sarebbe inutile domandarsi se le modalità nelle quali viene oggi formalizzato e istituzionalizzato l’incontro con quella Persona, con quel Qualcuno – ovvero se la prassi liturgica, dottrinale, sacramentale, nonché testimoniale della Chiesa – sia sempre all’altezza del compito. Di fronte alle messe fai da te, alla sociologizzazione degli interventi magisteriali, ma anche a certi integralismi settari, e a tanti altri buchi nell’acqua, non desta meraviglia che tanti credenti cerchino Gesù Cristo altrove, non necessariamente finendo ad abbracciare alberi nei boschi. Tenere nel taschino l’accusa di gnosticismo per estrarla a mo’ di reprimenda, come fa l’arbitro di calcio con i cartellini gialli, non costituisce una seria risposta.

    1. I “frappé paramistici” sono legittimamente deliziosi al palato di chi li apprezza.
      Ma si può altrettanto legittimamente farne a meno.
      Di più, dovrebbe essere espresso con minor sicumera
      il fatto che essi costituiscano senz’altro un “facile rischio d’abbaglio”:
      questa è una legittima opinione, quindi non la verità.
      La domanda, legittima anch’essa, sorge spontanea:
      perché ognuno non segue la propria strada stando ben attento
      a non inciampare, piuttosto che distrarsi nel criticare
      gli abbagli (presunti) altrui?
      Che gliene importa a Tizio se a Caio piacciono i frappè mistici?
      Ecco aprirsi il sipario sulla famosa scena del Fariseo e del Pubblicano.

      1. La parabola del fariseo è del pubblicano e’ molto profonda.

        Il fariseo non se ne va giustificato perché misura se stesso pari a Dio: le sue opere di giustizia assolvono a questa proporzione. “Dovevo fare questo e quello e l’ho fatto… sono a posto”, aggiungendo un superbo “mica come quello là’” assai stonato. Non è che il fariseo sia stonato rispetto alla legge, ma lo è rispetto alla carità che non misura e non si vanta.

        La carità è il dono di Dio, una virtù teologale. Ci oltrepassa. Oltrepassa la nostra giustizia che si misura come legge.

        Il pubblicano sa di essere lontano dal giusto, ma pentendosene (pentendosene) attinge dalla carità di Dio la grazia della misericordia, inutilizzata (e inutile) per chi si sente a posto. Il pubblicano esce giustificato a differenza del fariseo.

        Ma attenti: tanti pubblicano furbastri potrebbero equivocare che basta stare in questo atteggiamento per cavarsela continuando a non fare le opere della giustizia. Questo però sarebbe un puro calcolo, cioè una misura, dunque un farisaismo di rimbalzo.

        La fede del pubblicano è umile perché il pentimento genera conversione, non perché la misericordia di Dio autorizzo a perpetrare il peccato.

        Si può essere farisei di rimbalzo facendo i conti in tasca alla misericordia di Dio che oltrepassa la nostra maniera di misurare la giustizia.

        Dio salva chi si lascia salvare, non chi non ha bisogno della salvezza.

        1. A proposito di “puro calcolo” si potrebbe notare
          che la religione stessa vi induce:
          se faccio bene vado in paradiso
          se faccio male vado all’inferno.
          Nel primo caso è assente la santa gratuità:
          faccio bene così ho in cambio il premio.
          Nel secondo caso è presente il timore:
          non faccio male così non ho in cambio il castigo.
          Può non essere soltanto così.

          1. Il cristianesimo non è una religione, nel senso che ad agire non è l’uomo a favore di Dio, ma Dio a favore dell’uomo.
            Quando l’uomo agisce è PER Cristo (in senso prima causale, “a motivo di”, e poi di fine).
            Agiamo da creature salvate per stare IN e CON chi ci salva.

            In questo la religione in cui agisce l’uomo è una riduzione del cristianesimo.
            Ma questo non toglie che la Rivelazione cristiana spiazzi anche chi ritenga il cristianesimo solo una religione.

  3. Confesso che, dopo tanto «ritiresi», «contraasi», Sole, Fuoco, Centro, alchimisti, barlumi interiori e identificazioni da dissolvere, mi è sorta una domanda molto semplice: ma Gesù Cristo, in tutto questo, dov’è?

    Il cristianesimo conosce benissimo il raccoglimento, il silenzio, l’interiorità e persino la grande simbologia della luce. I mistici cristiani ne sono pieni. Ma non perché, scendendo sempre più profondamente dentro noi stessi, dovremmo finalmente scoprire una misteriosa «Grande Luce» con la quale identificarci.

    Il cristiano, nel proprio intimo, non cerca un principio impersonale: incontra Qualcuno.

    Ed è curioso chiamare in causa proprio il Vangelo di Giovanni, perché Giovanni impedisce qualsiasi dissoluzione esoterica della Luce: «Il Verbo si fece carne» (Gv 1,14). E Cristo non dice: cercate dentro di voi la Luce che già siete, ma: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre» (Gv 8,12).

    Anche il «maestro interiore», cristianamente inteso, non è l’ultima istanza dell’autocoscienza, davanti alla quale maestri, dottrina e perfino Rivelazione dovrebbero gentilmente «farsi da parte». È lo Spirito Santo, ricevuto come dono, che non conduce l’uomo all’autocontemplazione, ma a Cristo: «Egli mi glorificherà» (Gv 16,14).

    Perciò quel congedo finale rivolto a «bardi e sapienti» perché si facciano da parte e lascino finalmente vedere la Luce rischia di rivelare il vero problema di tutto il discorso: dopo aver eliminato maestri, mediazioni e «identificazioni», rimane l’io con il proprio «maestro interiore», che finisce inevitabilmente per certificare le proprie illuminazioni.

    E qui il Matto dovrebbe forse diffidare un po’ meno delle «dispute religiose» e un po’ più delle proprie luci interiori. Non tutto ciò che risplende dentro di noi viene necessariamente da Dio.

    Per questo il cristianesimo possiede una parola assai meno esoterica di «solarizzazione», ma infinitamente più sicura: discernimento. Non il discernimento dell’io che giudica se stesso, ma quello che umilmente si domanda e si riceve da Dio, nella preghiera, nell’ascolto della sua Parola e sotto l’azione dello Spirito Santo.

    Perché, alla fine, la differenza è tutta qui: la Luce cristiana non la produciamo, non la scopriamo come nostra identità profonda e non diventiamo noi il Sole. La riceviamo.

    «Alla tua luce vediamo la luce» (Sal 36,10).

    Prima dunque di aspirare a diventare “solari”, sarà forse più evangelico avere l’umiltà di lasciarsi illuminare da Cristo.

  4. Caro Matto, mi permetto di aggiungere: “Rapìan gli amici una favilla al Sole/ A illuminar la sotterranea notte/ Perchè gli occhi dell’uom cercan morendo/ Il Sole; e tutti l’ultimo sospiro/ Mandano i petti alla fuggente luce.” (U. Foscolo,- Dei sepolcri- vv. 119-123).

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