Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo Castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sull’orrore perpetrato in Medio Oriente con la complicità, passiva e attiva (come nel caso dell’Italia, purtroppo), dall’Occidente che sembra una volta di più aver rinnegato e dimenticato quei valori che a parole sbandiera. Buona lettura e condivisione.
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di Matteo Castagna
Non esiste solo Gaza. Sembra un mantra per dire che, in fondo, è una piccola terra, di scarso interesse e chissenefrega se sono morti oltre 21.000 bambini dall’inizio del conflitto Israelo-palestinese, che arrivano a oltre 50.000 se consideriamo anche i feriti. Questi sono i dati del rapporto delle Nazioni Unite, già pubblicato dal Sole 24 Ore. L’associazione umanitaria Save the Children scrive: “Centinaia di migliaia di minori soffrono la malnutrizione grave, e la quasi totalità della popolazione infantile è stata sfollata dalle proprie case”.
Secondo quanto riferito dal Ministero della Sanità di Gaza, Il bilancio delle vittime palestinesi ha superato le 72.000 vittime dall’inizio del conflitto, il 7 ottobre 2023. Secondo le stime dell’Ufficio Centrale di Statistica, la popolazione palestinese ha subito una riduzione del 6% fra morti, feriti, dispersi e fuggiti in tempo, su un totale di 2,1 milioni di abitanti.
Sono numeri agghiaccianti. Impossibile avere buon senso e non chiamare genocidio o pulizia etnica quanto in atto. Il reale crimine di guerra è tacere, ma soprattutto non muoversi, lasciare che i massacri continuino. Per la portata di distruzione catastrofica è la prima guerra che deve terminare, cari Presidenti, cara NATO, cara ONU, caro Vaticano! Altrimenti, a cosa serve la comunità internazionale? Fermare questa tragedia dovrebbe essere il primo dovere morale, oltre ogni ideologia, oltre ogni interesse politico o economico. Altrimenti diventa grottesco e ipocrita riempirsi la bocca con lo slogan “restiamo umani”. Quali bestie farebbero finta di niente?
Due giorni fa, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha replicato a Donald Trump dal palco dell’Onu. A sostegno delle sue accuse, ha mostrato al mondo le foto dei bimbi uccisi a scuola, sotto le bombe americane, in Iran. “Non avevano commesso alcun crimine” – ha detto secco. Davanti alle immagini, la delegazione americana, composta da un unico membro, ha lasciato l’aula, mentre il premier sosteneva che “l’Iran è vittima di terrorismo”.
Penso che chi abbia un minimo di sensibilità si ponga delle domande e pretenda risposte immediate. Altrimenti, davvero, la storia non ha insegnato nulla a coloro che l’hanno scritta e divulgata in tutto l’Occidente! C’è un diario scritto in prima persona e un documento storico raro, che racconta dall’interno l’esperienza della resistenza palestinese tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta del Novecento, che ricordavo di aver letto negli anni Novanta. Era edito da Ciarrapico nel 1977. Era un testo che aveva cambiato il modo di vedere le cose a mio padre. Allora, ne ho preso una ristampa aggiornata del CSRC Cittadella per la collana “I Proscritti” dal titolo “Io sono un Fedayn” scritto da Mahmoud Issa, detto Selim, con prefazione di Emanuele Campilongo.
Nella quarta di copertina si trova una frase, attuale, soprattutto oggi, che la situazione è peggiorata: “la vera ribellione non finisce quando muore il ribelle: finisce quando smettiamo di ricordarlo e di agire anche in suo ricordo”. Vale per chi vive quei territori, ancor di più dovrebbero agire i potenti che ne hanno titolo. Massimo Morsello, nella canzone “Palestina”, compose queste parole: eravamo più di venti, in venti uomini senza sonno ed ogni strada ci portava strada, ogni mese ci durava un anno”. Racchiude la fierezza e l’eroismo di un popolo oppresso.
Il racconto prende il via dalla realtà dei campi profughi sorti in Medio Oriente all’indomani della Nakba del 1948. L’autore descrive come la condizione di sradicamento, privazione e cancellazione identitaria abbia spinto un’intera generazione di giovani a scegliere la via delle armi per ottenere giustizia e riscattare la propria terra. Si tratta, dunque, di una storia dolorosissima, che parte da lontano, trasmessa per generazioni, inalterata fino ai terribili giorni che stiamo vivendo.
La definizione stessa di fedayn (dall’arabo, “colui che si sacrifica” o “si offre”) è un inno all’onore per la propria terra e la propria gente, intesa in senso comunitario come comunità di destino, ovvero un gruppo di persone legate da un percorso, da bisogni e da problemi comuni, consapevoli di condividere lo stesso futuro e la stessa responsabilità verso gli eventi storici o sociali. Indica un legame profondo che va oltre la semplice somiglianza di idee o condizioni di vita. Unisce le persone in un tessuto sociale concreto, spingendole ad affrontare insieme le sfide del cambiamento
Comunità di destino è l’obiettivo civile del filosofo contadino francese Gustave Thibon, espresso in particolare nella sua opera del 1943 Retour au réel (Ritorno al reale). Si ha quando più persone – un popolo intero – condividono materialmente e/o spiritualmente la stessa esistenza, affrontano gli stessi rischi o perseguono gli stessi scopi. È un’unità organica, in cui gli individui dipendono strettamente gli uni dagli altri, e dove l’interesse personale si unisce al compimento del proprio dovere, come la famiglia, nucleo più importante e sacro per i palestinesi.
Per Thibon, le società moderne soffrono di un “irrealismo” causato dalla rottura di questi legami vitali e naturali a favore di collettività artificiali e anonime ed è opinione di chi scrive, che un certo odio nei confronti di questo popolo risieda proprio in questo motivo. Sono com’eravamo noi prima dell’avvento della sovversione liberal-socialista e, per questo, vanno tolti di mezzo.
Nei territori della Palestina (Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza), si stima che vivano oggi circa 50.000 cristiani, per lo più ortodossi o fedeli al Vaticano. Secondo i dati diffusi dalle autorità e dalle istituzioni ecclesiastiche locali, la popolazione cristiana all’interno della Striscia è scesa a circa 600-630 persone, rispetto alle 3000 del 2007, perché fuggiti o uccisi.
Se oltre ai Territori palestinesi occupati si considerano tutti i cristiani di etnia arabo-palestinese, occorre includere anche i circa 140.000 arabi cristiani che vivono in Israele (soprattutto in Galilea e in città come Nazaret e Haifa). Nel complesso della Terra Santa, la stragrande maggioranza dei fedeli appartiene alla tradizione greco-ortodossa, seguita da quella che fa riferimento al Vaticano (sia di rito latino che melchita) e da minoranze protestanti ed evangeliche. Oltre ai migranti, esistono anche i cristiani in Terra Santa, che sono allo stremo…ma l’impressione è che siano lasciati soli.
La narrazione occidentale e israeliana di 50/60 anni fa, etichettava questi combattenti come meri “terroristi”. Selim li descrive invece come guerriglieri mossi da una profonda dimensione interiore, politica e quasi spirituale, paragonabili ai partigiani europei. Questa narrativa non è cambiata.
Il diario si inserisce nel contesto della Guerra Fredda e dei conflitti arabo-israeliani. La causa palestinese viene mostrata come un magnete e un punto di confluenza per culture politiche radicalmente diverse ed eterogenee: la sinistra rivoluzionaria globale, i movimenti del Terzo Mondo, i regimi arabi nazionalisti, ma anche – in modo singolare per l’Europa dell’epoca – ambienti della destra radicale e nazional-rivoluzionaria (motivo per cui il libro fu originariamente stampato da un editore d’area, come Ciarrapico).
Probabilmente è per questa ragione storica che l’argomento pare prerogativa esclusiva del “Movimento Antifa”, che gestisce la protesta nel peggiore dei modi, ovvero attraverso il terrorismo in patria, la violenza nelle strade, l’alleanza coi maranza o gli extracomunitari illegali e criminali a fini di guerriglia urbana. Ed all’esterno attraverso incursioni improvvisate come la Flotilla o altre missioni pseudo-umanitarie che finiscono col nuocere alla causa palestinese, che paga gli azzardi e le provocazioni di questi scappati di casa.
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