I$r@ele Pratica il TerrØrismØ. Parola (e Gesto) di Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi di valutazione sulla performance di Bibi Netanyahu alle Nazioni Unite. Buona lettura e condivisione.

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Mi sembra interessante, e scandaloso, questo post di Luigi Daniele  pubblicato su Facebook. Certo si tratta di un dettaglio, nell’indegna performance del criminale di guerra Netanyahu all’ONU, ma rappresenta un momento importante di auto-verità.

 

Credo sia la prima volta nella storia che si rivendica all’ONU un atto di autentico terrorismo di stato, esibendo da spavaldo capomafia stragista quale costui è lo strumento utilizzato per uccidere, accecare, mutilare e sfigurare a vita migliaia di civili e bambini libanesi, con la perfidia di detonare simultaneamente migliaia di dispositivi apparentemente innocui.
Pensate se la stessa identica operazione fosse stata realizzata dai servizi russi a Kiev, o da quelli iraniani a Tel Aviv.
Immaginate migliaia di cellulari esplodere a Manhattan, o a Londra, o a Roma e Milano, mentre sono in mano a figli, mogli, sorelle, in auto in transito, dal barbiere, dal fruttivendolo, al supermercato, sullo scaffale della sala di attesa di un ospedale.
E invece no. Non lo hanno fatto loro. Lo abbiamo fatto ‘noi’, i nostri alleati.
Le nostre TV pubbliche, i nostri maggiori quotidiani, le aule parlamentari e gli scranni del Governo sono pieni di gente che applaude.
Non trovo le parole.
Tutte le parole falliscono.

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E poi c’è questo commento di Lavinia Marchetti, a cui va il nostro grazie. È lungo, ma esaustivo e molto documentato.  Ed espone la falsità delle argomentazioni dell’uomo che era stato informato in anticipo del 7 ottobre e che ha scelto di lasciarlo accadere per compiere la pulizia etnica che abbiamo sotto gli occhi.

 

NETANYAHU ALL’ONU: GENOCIDIO? «LA MENZOGNA DEL SECOLO»
Israele e il diniego come forma di governo
Benjamin Netanyahu arriva alla tribuna delle Nazioni Unite il 24 settembre 2026 dopo che decine di delegati hanno lasciato la sala. Li guarda andare via. La faccia (la lettura delle microespressioni è autoevidente) mostra disprezzo. Si ferma, aspetta. Poi comincia.
«Signor Presidente, prima di iniziare, soltanto un breve annuncio. Se in questa sala è rimasto qualche altro codardo morale che ancora deve andarsene, per favore lo faccia adesso. Grazie mille».
Netanyahu stabilisce subito il terreno sul quale intende parlare. Chi esce dall’aula riceve una qualifica: moral cowards. Il dissenso politico viene immediatamente consegnato alla codardia: retorica di guerra. E lo fa ancora prima di affrontare temi come Gaza, i coloni, l’occupazione e l’accusa di genocidio. Succederà ancora molte volte nel discorso. Il disprezzo della sua faccia si traduce poi nelle parole.
LE TRE FORME DEL DINIEGO
Ho riletto e ascoltato il discorso diverse volte. Fin dalla prima volta ho pensato a Stanley Cohen, sociologo sudafricano che insegnò a lungo alla Hebrew University di Gerusalemme e che dedicò uno dei suoi lavori maggiori, States of Denial. Knowing about Atrocities and Suffering, al problema di quello che, in genere, gli esseri umani, al pari degli Stati, fanno quando una realtà intollerabile si trova già davanti a loro. Cohen distingueva con precisione il diniego letterale, ovvero quello che respinge il fatto (la negazione vera e propria), dal diniego interpretativo, che invece lascia il fatto al suo posto e gli cambia significato. Fino ad arrivare al diniego implicatorio dove la realtà viene riconosciuta, ma, di fatto, le conseguenze morali e politiche vengono rese innocue. Questa divisione è divenuta una categoria classica negli studi sui crimini di Stato.
Netanyahu sembra attraversare queste forme senza alcuna difficoltà.
CIÒ CHE NON SI PUÒ NEGARE
La sua operazione più interessante riguarda proprio ciò che ormai sarebbe arduo cancellare o negare. I fatti sono davanti agli occhi di tutti, anche ai suoi. Mettiamoli in successione:
▪️ Gaza esiste.
▪️ La devastazione di un intero territorio è stata ripresa da ogni angolazione.
▪️ La fame indotta è stata documentata.
▪️ Gli ospedali colpiti sono contati uno per uno.
▪️ Esistono decine di migliaia di morti.
▪️ Le amputazioni sono migliaia e migliaia.
▪️ Esistono le immagini satellitari.
▪️ Esistono gli ordini militari.
▪️ Ci sono le dichiarazioni naziformi dei ministri israeliani.
▪️ Ci sono i rapporti delle organizzazioni internazionali.
▪️ Esistono perfino due importanti organizzazioni israeliane per i diritti umani che nel luglio 2025 hanno scelto la parola «genocidio».
▪️ Esistono filmati di bambini squartati, bruciati, con pallottole nel cranio, bambini morti di fame, di freddo.
Quindi?
Quindi occorre fare altro.
Occorre cambiare totalmente il significato di ciò che vediamo. Perché le evidenze sono troppe per negarle tutte.
«LA PIÙ GRANDE MENZOGNA DEL SECOLO»
Ed è esattamente ciò che Netanyahu fa quando arriva al punto più atteso del suo intervento.
«Ci vorrà tempo. Ci vorrà tempo per sconfiggere le menzogne. Ci vorrà tempo perché il mondo riconosca ciò che è così evidente. Che Hamas ha usato i civili palestinesi come scudi umani. Che ha usato ospedali, scuole e moschee come posti di comando terroristici. Che ha rubato gran parte del cibo che noi abbiamo lasciato entrare a Gaza.
Mentre Hamas faceva tutto il possibile per mantenere i civili palestinesi in pericolo, spesso sotto la minaccia delle armi, Israele faceva tutto il possibile per sottrarli al pericolo. Abbiamo inviato milioni di messaggi di testo avvertendo i civili di lasciare le zone di combattimento. Abbiamo fatto milioni di telefonate. Abbiamo lanciato milioni di volantini.
Voglio farvi alcune domande. Quale regime genocidario somministra un milione di vaccinazioni contro la poliomielite alla popolazione del nemico? Quale regime genocidario consente la distribuzione di due milioni di tonnellate di cibo a Gaza? È una tonnellata per persona.
Accusare Israele di genocidio è la più grande menzogna del secolo. Se volete sapere quanto grande sia questa menzogna, se volete sapere quanto sia assurda, ascoltate il colonnello John Spencer. È responsabile degli studi sulla guerra urbana a West Point. È considerato il massimo esperto mondiale di guerra urbana. Credo che oggi sia qui con noi.
Il colonnello Spencer ha studiato tutte le guerre urbane, dall’antichità ai tempi moderni, dall’antica Grecia a Mosul fino a Gaza. Ecco ciò che afferma il colonnello Spencer: “Israele ha fatto più di qualunque altro esercito nella storia per prevenire vittime civili in guerra”.
Abbiamo adottato innumerevoli misure per proteggere la popolazione civile. Questo è genocidio? Certamente no. È l’opposto del genocidio.
Perciò, a tutti coloro che diffondono queste menzogne sul mio Paese e sui nostri coraggiosi soldati, sia che siedano in questa sala, sia che si trovino nell’ufficio del sindaco antisemita di New York City, dico questo.
Vergognatevi. Vergognatevi per aver distorto i fatti. Vergognatevi per aver invertito vittima e aggressore. Vergognatevi per aver sputato in faccia alla verità»
VACCINI, CIBO, VOLANTINI
Netanyahu sceglie prove quantomeno curiose della propria innocenza. Vediamo in ordine le vaccinazioni, il cibo entrato nella Striscia e i messaggi con cui l’esercito avvertiva gli abitanti di spostarsi.
Proviamo per un secondo a prendere sul serio il suo argomento.
La prima è il vaccino. La poliomielite era tornata a Gaza nell’estate del 2024, dopo venticinque anni di assenza, proprio perché Israele aveva distrutto deliberatamente le reti idriche e fognarie e il virus circolava nelle acque reflue. Il primo caso fu un bambino di meno di un anno, rimasto paralizzato. (Cfr. «Gaza’s first polio case in 25 years sparks urgent vaccination drive», France 24, 22 agosto 2024; «Resurgence of polio during Gaza conflict», Eastern Mediterranean Health Journal, Organizzazione mondiale della sanità, vol. 31, n. 2, 2025). La campagna la condussero l’Organizzazione mondiale della sanità e l’UNICEF, durante pause negoziate dalle Nazioni Unite, non Israele. Netanyahu esibisce come una specie di certificato d’innocenza la cura di una malattia che la sua guerra aveva riportato in vita. La Convenzione del 1948 chiede poi di accertare gli atti e l’intenzione di distruggere un gruppo in tutto o in parte, e su quel giudizio una campagna vaccinale strappata tra un bombardamento e l’altro non basta. E lui lo sa.
Poi c’è il cibo. «Il cibo che noi abbiamo lasciato entrare» (Grazie!), dice, e la frase già dice tutto. Chi lascia entrare il cibo, bontà sua, è anche quello che evidentemente può decidere di non farlo entrare e tenere chiusa la porta (i varchi). Il governo che oggi conta le tonnellate concesse è lo stesso governo il cui ministro della Difesa, il 9 ottobre 2023, annunciò l’assedio totale della Striscia, «niente elettricità, niente cibo, niente carburante» (Dichiarazione del ministro della Difesa Yoav Gallant, 9 ottobre 2023, riportata dalla Corte internazionale di giustizia nell’ordinanza del 26 gennaio 2024, Sudafrica c. Israele, par. 52). Insomma, il carceriere misura la propria bontà in calorie concesse. Per non parlare dei rapporti di almeno cinque organizzazioni che hanno certificato malnutrizione e crisi umanitaria “grave”.
Passiamo ai volantini e alle telefonate. Nel ragionamento di Netanyahu l’avvertimento cancella tutto ciò che viene dopo. Chi è stato avvisato e non se n’è andato muore per colpa propria, e l’ordine di evacuazione sembra un gesto di premura. Viene facile notare ciò che non dice e che invece dice Human Rights Watch, documentando che quegli ordini hanno cacciato dalle case oltre il novanta per cento della popolazione, spesso verso zone dichiarate sicure e poi colpite, e qualificando lo sfollamento forzato di Gaza come crimine di guerra e crimine contro l’umanità e questo già quasi due anni fa, quando il genocidio durava da poco più di un anno (Human Rights Watch, Hopeless, Starving, and Besieged: Israel’s Forced Displacement of Palestinians in Gaza, 14 novembre 2024). Lo sfollamento e la pulizia etnica ci sono. Innegabili. Ma per Netanyahu, nel suo discorso, tutto ciò si chiama protezione. Il mondo non capisce che Netanyahu lo fa per amore.
Stanley Cohen chiamava interpretive denial proprio questo genere di operazioni. Come vediamo, i fatti resistono, non si possono negare, quindi necessitano di essere ribattezzati. Negli studi successivi sul diniego dei crimini di Stato, la sua distinzione è stata usata per descrivere il passaggio dall’impossibilità di cancellare un abuso alla sua riclassificazione come episodio isolato, necessità di sicurezza oppure conseguenza attribuibile a qualcun altro: “è colpa di Hamas”. Tutto è colpa di Hamas. “Guardate cosa ci costringete a fare”.
LE VOCI ISRAELIANE
Voglio anche ricordare che il 28 luglio 2025 B’Tselem ha pubblicato un rapporto intitolato Our Genocide. Stiamo parlando di una delle più conosciute organizzazioni israeliane per i diritti umani. La conclusione annunciata pubblicamente da B’Tselem afferma che l’esame della politica israeliana a Gaza, dei suoi risultati e delle dichiarazioni dei vertici politici e militari conduce l’organizzazione alla convinzione che Israele stia agendo intenzionalmente per distruggere la società palestinese nella Striscia. Nello stesso giorno Physicians for Human Rights Israel ha pubblicato una propria analisi medico-giuridica e ha qualificato come genocidio la distruzione cumulativa del sistema sanitario e delle condizioni necessarie alla sopravvivenza della popolazione.
Sono tutti israeliani. Non sono di Hamas.
Raz Segal, storico israeliano del genocidio, nel 2025 ha pubblicato sul Journal of Imperial and Commonwealth History un saggio dal titolo piuttosto difficile da equivocare: Israeli Settler Colonial Genocide. Il genocidio a Gaza vi è discusso nel rapporto con il colonialismo d’insediamento israeliano.
Sono solo pochi esempi, ce ne sarebbero decine, ma ho preso soltanto alcuni casi che vengono direttamente da israeliani. E questa è la materia davanti alla quale Netanyahu vede l’accusa di genocidio come «la più grande menzogna del secolo». Avrebbe potuto discutere le prove. Avrebbe potuto contestare il metodo seguito da B’Tselem oppure da PHRI. Avrebbe potuto spiegare perché le loro conclusioni sarebbero errate. Avrebbe potuto controbattere in merito ai numeri, ai morti civili. Ma no. Lui non lo fa. Perché? Perché non può. E allora sceglie un’altra via: la menzogna.
Così, ribaltando la frittata, chi pronuncia la parola genocidio diventa un falsificatore, e poi, inevitabilmente, un antisemita.
NORIMBERGA
Tutto ciò è molto simile a un problema già osservato a Norimberga e riguarda nello specifico questa facoltà di conservare un’immagine moralmente integra di sé anche davanti a una massa crescente di fatti avversi. Durante il processo principale e, con evidenza ancora maggiore, nei successivi procedimenti contro gli Einsatzgruppen, l’esistenza delle uccisioni poteva essere ammessa. La responsabilità, come tutti ormai sappiamo, seguiva un’altra strada. Lo United States Holocaust Memorial Museum ricorda che nel processo agli Einsatzgruppen tutti gli imputati si dichiararono innocenti; alcuni ammisero perfino il proprio ruolo nelle uccisioni di massa e continuarono a respingere la colpevolezza sostenendo di avere agito legalmente oppure in esecuzione di ordini superiori. La frase che viene detta, dunque, raramente è «questo fatto è falso». Il focus viene spostato su: «avete capito male ciò che è successo».
I COLONI? CENTOCINQUANTA RAGAZZI… UN PO’ DELINQUENTI
Netanyahu usa questa tecnica di diniego e minimizzazione a un grado quasi didattico parlando dei coloni israeliani in Cisgiordania.
Leggiamolo tutto:
«I terroristi rimasti cercano disperatamente di riorganizzarsi. Ogni giorno cercano di assassinare la nostra gente. E in particolare cercano di assassinare la nostra gente nella nostra patria storica, in Giudea. Tra parentesi, è da lì che deriva la parola Jew, ebreo. Giudea. Quella è la nostra terra.
Cercano di assassinarci, migliaia di tentativi all’anno contro famiglie, famiglie pacifiche che viaggiano sulle strade. Sparano alle donne incinte. Sparano a famiglie intere.
Naturalmente nulla di tutto questo viene raccontato dalla stampa internazionale o dai social media. Nulla. Quello che raccontano è un gruppetto di giovani delinquenti, circa 150 persone, che lanciano pietre, tagliano ulivi, occasionalmente appiccano qualche incendio.
Io questo non lo sopporto. Non tollererò il vigilantismo. Siamo un Paese governato dalla legge. Perciò abbiamo messo lo Shin Bet sulle loro tracce. Eppure è questo che chiamano violenza dei coloni. E il numero delle vittime in un anno? Forse due o tre. In tutto il periodo in cui se ne è discusso, forse due o tre morti. Confrontatelo con le migliaia di attacchi terroristici contro coloni pacifici, persone rispettabili, rispettose della legge.
Che distorsione. È un’ossessione. Sento questa discussione qui. Leader di Paesi ne parlano seriamente. E lo dicono con una tale solennità. “Non possiamo tollerare la violenza dei coloni”. Voi ignorate ciò di cui state parlando.»
Quindi in Cisgiordania abbiamo:
Circa centocinquanta ragazzi delinquentelli. Forse due o tre morti. Qualche ulivo tagliato. Un incendio, di tanto in tanto.
Due settimane prima del discorso di Netanyahu l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari contava in Cisgiordania, tra gennaio e agosto, più di milleseicento attacchi di coloni con vittime o danni alle proprietà palestinesi, distribuiti su 275 comunità. La media era salita a 6,7 attacchi al giorno, contro i cinque del 2025. Oltre quattromila palestinesi sono stati sfollati dall’inizio dell’anno, più del sessanta per cento dopo attacchi di coloni e le restrizioni di accesso che li accompagnano (OCHA, Humanitarian Situation Report, Territorio palestinese occupato, 11 settembre 2026).
Netanyahu la questione la conosce, anche troppo bene, al punto da dichiararsi nemico del vigilantismo. Poi la rimpicciolisce e la minimizza fino a farla diventare una cosetta da nulla, come se i coloni fossero una semplice banda di adolescenti molesti. Il colono armato si trasforma in un ragazzo (“sono ragazzi, che vuoi farci?”), tralasciando che le IDF li accompagnano nelle ruberie e nei continui vandalismi, talvolta uccidendo chi resiste. Rubare terra e demolire case diventano “un ulivo tagliato”, qualche incendio (che vuoi che sia?). Le decine di migliaia di sfollati in quasi ottant’anni di colonialismo spariscono dal discorso. È esattamente il diniego interpretativo di Cohen applicato alla scala dei fatti. La violenza resta, non si può negare, ma cambia di misura, di scala, e viene omessa la presenza dello Stato.
LA GIUDEA E «LA NOSTRA TERRA»
Non è trascurabile l’uso strumentale della parola «Giudea». Netanyahu la sceglie proprio mentre parla dei coloni e la puntella con l’etimologia «è da lì che deriva la parola Jew». E conclude con la frase più semplice del discorso, «Quella è la nostra terra». La Corte internazionale di giustizia, nel parere consultivo del 19 luglio 2024, ha dichiarato illegale la presenza continuata di Israele nel Territorio palestinese occupato e ha chiesto di fermare subito qualunque nuova attività di insediamento. Nello stesso parere ha constatato che le autorità israeliane mancano di prevenire e di punire le violenze dei coloni (Corte internazionale di giustizia, parere consultivo Conseguenze giuridiche derivanti dalle politiche e dalle pratiche di Israele nel Territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, 19 luglio 2024). Un governo che mette lo Shin Bet sulle tracce di centocinquanta ragazzi ci dovrebbe spiegare perché la Corte dell’Aia e centinaia di organizzazioni sia israeliane, sia con mandato ONU, sia giornalistiche, abbiano visto e documentato l’esatto contrario.
«Quella è la nostra terra» appartiene a un altro ordine di discorso. Più teologico che storico.
COLONIALISMO E BIBBIA
Netanyahu rende questo registro ancora più esplicito quando arriva al colonialismo.
«Il 5 giugno 1967 Israele era circondato da nemici che giuravano apertamente di distruggerci.
Allora non eravamo in Giudea e Samaria, il cuore della patria storica del popolo ebraico. Non eravamo a Gaza. Non eravamo sulle Alture del Golan.
E, signor al-Sharaa, dovrebbe sapere che gli ebrei sono sulle Alture del Golan fin dai tempi di Mosè. Può leggerlo nella Bibbia.
A quel tempo, alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni nel 1967, non eravamo in nessuno di questi luoghi. Eravamo su una minuscola striscia di terra, e lo siamo ancora, equivalente a circa un terzo dell’un per cento della superficie dell’intero mondo arabo.
Eppure accusano Israele di colonialismo. Bel colonialismo. E chi ci accusa? Tra loro ci sono persone in Gran Bretagna e in Francia. Per l’amor di Dio, il termine lo hanno inventato loro. Le loro colonie coprivano il mondo intero. Colonialismo… Dateci tregua… Un’altra menzogna.
Eppure a quel tempo, su questo minuscolo pezzo di Terra, senza Cisgiordania, senza Gaza, senza Alture del Golan, c’era semplicemente la sopravvivenza di questo unico Stato ebraico, perché questo è ciò di cui tratta il conflitto. Non riguarda i territori; riguarda uno Stato ebraico entro qualsiasi confine.»
«Può leggerlo nella Bibbia». Ah, beh, allora! Tutto ciò detto alle Nazioni Unite.
L’affermazione in sé merita qualche secondo di silenzio prima di controbattere. Quindi, in pratica, Netanyahu ci sta dicendo che un testo religioso di oltre duemila anni fa viene chiamato in causa per rispondere a una questione di territorio e sovranità nel XXI secolo. Subito dopo il volo pindarico veterotestamentario, arriva l’argomento quantitativo. Israele sarebbe troppo piccolo per essere coloniale. Gran Bretagna e Francia hanno avuto imperi enormi; Netanyahu ne ricava che l’accusa di colonialismo rivolta a Israele meriterebbe una risata.
Patrick Wolfe, uno degli studiosi che hanno maggiormente segnato gli studi sul colonialismo d’insediamento, aveva posto la questione in termini assai diversi. L’elemento irriducibile è l’accesso alla terra. Nel suo saggio del 2006 mostrava come la spinta eliminatoria del colonialismo d’insediamento riguardasse la presenza indigena che ostacola l’acquisizione territoriale e da lì discese la sua celebre formulazione secondo cui l’invasione costituisce una struttura persistente nel tempo. La superficie dello Stato colonizzatore, evidentemente, manca da questa definizione.
E allora Netanyahu risponde con Mosè.
Questa parte del discorso chiarisce assai bene cosa accade quando una convinzione identitaria nazionalista e mitologica prende il posto dell’esame storico. La terra viene considerata già posseduta per diritto divino. Se si parte da questo ragionamento, ne consegue inevitabilmente che il colono perda la qualifica di colono. Sta semplicemente tornando. Il palestinese residente sullo stesso territorio appare, per converso, come qualcuno che occupa una terra appartenente da tremila anni a un altro popolo. Usurpatori.
IL 7 OTTOBRE
Il medesimo procedimento teologico/ideologico/nazidentitario attraversa il lunghissimo passaggio sul 7 ottobre.
«Amici miei, le parole di Yoni sono vere oggi quanto lo erano più di mezzo secolo fa. Vinceremo. Non abbiamo altra scelta.
In nessun momento questo fu dimostrato con maggiore chiarezza che il 7 ottobre 2023, il giorno più oscuro della storia di Israele. In quel giorno orribile migliaia di terroristi palestinesi irruppero in Israele da Gaza.
Voglio che sappiate che a quel tempo a Gaza non c’era un solo israeliano. Né un civile, né un soldato. Neppure uno. Non fece alcuna differenza.
I terroristi di Hamas commisero il peggior massacro di ebrei dai tempi dell’Olocausto. Andarono di casa in casa, sparando a bruciapelo ai civili israeliani. Lo fecero con gioia diabolica. Con piacere sadico trasmisero in diretta mentre uccidevano.
E chi uccisero? Proprio quegli israeliani, i loro vicini, che davano loro lavoro, che prendevano bambini palestinesi al confine di Gaza e li portavano negli ospedali israeliani per le cure contro il cancro, per poi riportarli indietro. Riuscite a immaginare una simile mostruosità?
Questi mostri di Hamas massacrarono sopravvissuti all’Olocausto. Bruciarono vivi bambini davanti ai loro genitori. Decapitarono i nostri uomini. Stuprarono brutalmente le nostre donne e poi le assassinarono. Complessivamente quel giorno massacrarono 1.200 israeliani.
Voglio darvi un’idea di ciò che significa per un Paese di dieci milioni di abitanti. In proporzione equivale a 40.000 americani innocenti massacrati in meno di ventiquattro ore. Sono sedici 11 settembre. Sedici 11 settembre avvenuti poco lontano da qui.
In quel giorno oscurissimo i nostri nemici si aspettavano che crollassimo. Ebbene, non siamo crollati. Ci siamo invece sollevati e abbiamo combattuto come leoni. Per tre anni i nostri eroici soldati hanno combattuto giorno dopo giorno in una guerra su sette fronti.
Conoscete qualche altro Paese delle dimensioni del New Jersey capace di combattere una guerra su sette fronti? E per tre anni?
Sette fronti: Hamas, Hezbollah, gli Houthi, l’Iran, le milizie in Iraq, le milizie in Siria, i terroristi palestinesi in Giudea e Samaria. Si sono coalizzati tutti contro di noi per cancellarci dalla faccia della Terra. Hanno fallito.
Perché invece di crollare abbiamo inflitto colpi devastanti a tutti loro. Insieme ai nostri grandi amici americani abbiamo schiacciato l’esercito iraniano, la marina, l’aviazione e gli impianti nucleari. Israele ha martellato Hamas. Abbiamo massacrato Hezbollah.
Ricordate i cercapersone? Posso dirvi questo: Hezbollah certamente se li ricorda.»
Il 7 ottobre occupa nel discorso una funzione che supera largamente la commemorazione del massacro. Diventa una spiegazione generale. La frase su Gaza priva di israeliani è particolarmente significativa. Il ritiro delle colonie e delle truppe permanenti avvenne nel 2005. Netanyahu usa questo dato per raccontare l’attacco come violenza proveniente da un territorio sostanzialmente estraneo a Israele. Scompare l’intera questione del controllo successivo sulla Striscia, scompare il blocco iniziato nel 2007. Scompaiono Piombo fuso e i massacri quotidiani. L’attacco comincia dentro il discorso quando gli uomini di Hamas superano la barriera. La storia precedente non esiste. Netanyahu, alla spiegazione storica, preferisce una spiegazione morale. Da una parte un popolo che vuole vivere. Dalla parte avversa i barbari che vogliono cancellarlo. Vorrei soprassedere sulla sbruffoneria da sociopatico sui cercapersone, ricordando soltanto che tra i morti di quell’attacco, nel settembre 2024, c’erano anche civili innocenti e donne e bambini. L’Assemblea generale ha ascoltato un capo di governo fare dello spirito su quell’operazione. Non aggiungo altro.
Andiamo avanti.
I BARBARI E LA CIVILTÀ
«Oggi abbiamo uno Stato. Oggi abbiamo un esercito. Oggi abbiamo un popolo pronto e disposto a difendersi.
Perciò oggi ho un messaggio per gli ebrei di tutto il mondo. Tenete alta la testa. Siate orgogliosi. Siate sicuri di voi. Non lasciatevi intimidire. Alzatevi. E a tutti gli altri che vogliono difendere la verità e la giustizia dico: unitevi a noi nel resistere ai barbari che minacciano la nostra civiltà comune.
Devo però essere franco con voi. Non tutti si stanno alzando in piedi. Lo abbiamo visto. Perché, a differenza di Israele, alcuni, soprattutto recentemente nell’Europa occidentale, hanno scelto di non alzarsi.
I leader di questi Paesi hanno scelto di cedere alle folle antisemite. Hanno scelto la debolezza. Hanno scelto l’appeasement. Non possiamo eludere la triste verità che abbiamo davanti. Molti nel mondo libero hanno paura di difendere la libertà.
Chiedo loro: quale futuro vi riserva questo comportamento? La fratellanza delle democrazie o i Fratelli Musulmani? Quanto tempo servirà perché vediate che questi jihadisti fanatici stanno strangolando le vostre vie d’acqua, le vostre forniture energetiche, la vostra linfa economica?
Posso assicurarvi, signore e signori, che noi in Israele non aspettiamo che gli altri si risveglino dal loro sonno morale. Andiamo avanti. Prendiamo il futuro. Siamo pionieri di sviluppi incredibili nella salute, nell’agricoltura, nell’intelligenza artificiale, “intelligenza superiore”. E portiamo queste straordinarie innovazioni a tutta l’umanità.»
Barbari. La parola che risolve parecchi problemi in un colpo solo. Come far saltare in aria civili innocenti con cercapersone. Un barbaro in fondo possiede una storia irrilevante. La sua violenza nasce dalla propria natura, è cattivo di nascita. La violenza esercitata contro di lui assume una qualità difensiva quasi automatica. Dentro questa divisione resta poco spazio per un palestinese reale. Ai suoi occhi il palestinese, disumanizzato, ha poche opzioni di esistenza. O è Hamas, terrorista o possibile terrorista, oppure è tenuto in ostaggio da Hamas. Fine. Perfino la vittima palestinese può essere ricondotta alla colpa palestinese. Hamas la usa come scudo. Hamas le ruba il cibo. Hamas impedisce l’evacuazione. Hamas tiene gli ostaggi. Panhamasismo.
Israele resta, nel racconto del proprio primo ministro, quasi privo della capacità di produrre autonomamente il male che viene imputato alle sue forze. È una forma di scissione sul piano politico e retorico. In pratica due campi morali vengono mantenuti separati. Nel primo stanno sopravvivenza e civiltà. Nel secondo sta una minaccia che torna sotto nomi diversi e possiede, alla fine, la stessa funzione.
MAMDANI
Netanyahu compie il passo conclusivo quando parla di Zohran Mamdani.
«Signor Mamdani, da quando è stato eletto sindaco di questa città, molti ebrei non si sentono più sicuri a New York. Parlano con me. Me lo raccontano. Questa non è la città che ricordiamo. È cambiata così rapidamente.
Non c’è da stupirsene. Lei ha elogiato criminali condannati per aver sostenuto Hamas. Considera amici persone come Hasan Piker, che ha detto che l’America meritava l’11 settembre.
L’America meritava l’11 settembre. Begli amici.
Lei invita a casa sua un giornalista palestinese che ha filmato terroristi di Hamas mentre picchiavano e torturavano ostaggi israeliani e che in seguito ha ammesso di essersi rifiutato di pubblicare quei video per proteggere, indovinate un po’, i terroristi.
Sua moglie ha messo “mi piace” a un post che celebrava il massacro del 7 ottobre. Ne ha apprezzato un altro secondo cui Tel Aviv non dovrebbe esistere.
Lei si è rifiutato di condannare tutto questo. Accusa Israele, falsamente e ripetutamente, di genocidio. Signor Mamdani, lei ha cercato di impedirmi di venire qui, ha cercato di zittirmi. Lei non può zittirmi. Lei non può zittire la verità.
Ed ecco la semplice verità. Israele non ha commesso un genocidio. Israele ha impedito un genocidio. Ed è precisamente ciò che gli amici di Hamas del signor Mamdani avrebbero fatto a noi se noi non li avessimo fermati. Avrebbero ucciso fino all’ultimo di noi.
Le menzogne che lei e altri antisemiti diffondete sugli ebrei e sullo Stato ebraico hanno conseguenze reali.
A New York gli ebrei vengono minacciati mentre vanno in sinagoga. Ebrei sono stati accoltellati per strada. Gli ebrei vengono demonizzati. Vengono presi di mira semplicemente perché sono ebrei.
Ebrei sono stati assassinati a Sydney, Manchester, Montreal, Boulder, Colorado. Sono stati attaccati a Los Angeles, Londra, Parigi, Berlino, Washington.
Gli antisemiti del mondo vogliono terrorizzare il nostro popolo. Ho una notizia per loro. I giorni in cui gli ebrei erano vittime indifese condotte al macello sono finiti!»
Questo, a mio avviso, è il punto più rivelatore dell’intero discorso. «Israele ha impedito un genocidio.» Netanyahu prende l’accusa rivolta al governo israeliano e la rovescia. La condotta realmente avvenuta viene giudicata alla luce di un massacro totale che Hamas avrebbe compiuto in un futuro controfattuale se Israele fosse rimasto inerme. Il morto reale e il morto ipotetico entrano così nello stesso calcolo.
La forza di questa costruzione, che è condivisa da buona parte della società israeliana, risiede proprio nel fatto che parte da un trauma vero. Il 7 ottobre c’è stato, dei civili sono stati assassinati, e che l’antisemitismo esista è innegabile. Sono tutte leve tangibili da usare per coprire un genocidio. E Netanyahu e i suoi naziministri le usano ogni giorno, come usano la Shoah per ottenere un credito morale illimitato. Qui c’è il salto dalla logica all’emotività. Il passato ebraico della persecuzione viene convocato come prova della necessità presente. Netanyahu arriva alla fine del discorso passando attraverso tremila anni di storia ebraica.
«Signore e signori, la storia del mio popolo, il popolo ebraico, risale a oltre tremila anni fa. Parliamo oggi la stessa lingua che parlavamo allora. Viviamo nella stessa terra in cui vivevano allora i nostri antenati: David, Salomone, Isaia e Geremia. Questa è la nostra terra. La terra di Israele.
I nostri profeti, il nostro scopo e il nostro popolo sono unici nella storia. I nostri valori hanno ispirato l’umanità per millenni. La fede in un solo Dio. La sacralità della vita. Lo Stato di diritto. La nostra eterna ricerca della pace. La nostra eterna ricerca della giustizia.
Sono questi valori sacri che ci hanno spinto attraverso i secoli. Sono questi valori sacri che ci hanno aiutato a sconfiggere le probabilità della storia.
[…]
Signore e signori, nel corso dei secoli le tirannie che hanno tentato di distruggerci hanno fallito ripetutamente. Se Dio vuole, continueranno a fallire. Se raccoglieremo il nostro coraggio, se tempreremo la nostra determinazione, continueremo a vincere.
Come dice la Bibbia, netsakh Yisrael lo yeshaker, l’eternità di Israele non verrà meno. E la ragione è semplice. Non abbiamo altra scelta.»
«NON ABBIAMO ALTRA SCELTA»
«Non abbiamo altra scelta». Netanyahu aveva già pronunciato la frase raccontando suo fratello Yoni. La ripete lungo l’intervento. Alla fine la consegna alla Bibbia e alla sopravvivenza del popolo ebraico. La necessità appartiene alla terza forma del diniego descritta da Cohen, quella implicatoria, che ammette i fatti e perfino il loro significato e ne disinnesca le conseguenze morali. Chi dice di non aver avuto scelta ammette di aver agito e nega di esserne l’autore. A Norimberga era già accaduto: il tribunale rifiutò quella difesa e nel 1950 la Commissione del diritto internazionale delle Nazioni Unite la fissò in un principio, il quarto, secondo cui avere agito per ordine del proprio governo o di un superiore lascia intatta la responsabilità «a condizione che gli fosse di fatto possibile una scelta morale». Il diritto internazionale lega la colpa esattamente a ciò che Netanyahu nega, la possibilità di scegliere.
Le scelte peggiori del Novecento sono state raccontate quasi sempre da chi le compiva come necessità, e la responsabilità comincia nel punto preciso in cui qualcuno pretende di sottrarre la scelta alla storia. Il 24 settembre l’Assemblea generale ha ascoltato quella pretesa dalla bocca di un capo di governo ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Per fortuna, almeno le delegazioni uscite prima che cominciasse avevano già scelto.

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