Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni su una figura storica di otto secoli fa, e dell’influenza che la sua opera continuò a esercitare nonostante la condanna al rogo. C’è da chiedersi quali siano i roghi e le inquisizioni di oggi, quanti, e da chi manovrati…Sono loro, quelli che mi interessano maggiormente, e un paio di ideuzze ce le avrei…E soprattutto a quale scopo, lo fanno. Buona lettura e meditazione.
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LO SPECCHIO DI MARGHERITA
Il presente articolo – tutto al femminile – tratta di una Matta fatta arrostire nel ‘300 dai misericordiosi guardiani della verità, manco a dirlo tutti Sani di mente. Se ne sconsiglia la lettura ai Sani di mente contemporanei, che non potrebbero dimostrare il loro santo zelo con l’appiccare il fuoco purificatore al sottoscritto.
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«Lungo le strade dell’odierna Assisi come nel cuore delle grandi metropoli occidentali, nei villaggi al di qua della grande muraglia e per le vie del Pakistan sembra trionfare quell’implacabile legge di Creonte che impedisce ad un’altra civiltà di venire alla luce, sacrificando le ragioni dei ribelli alla logica schiacciante del potere. Eppure ciclicamente la voce dissonante di Antigoni solitarie torna a farsi sentire dagli abissi della storia, inesorabilmente condannate all’invisibilità dalla forza invasiva e violenta delle istituzioni dominanti; ciononostante, il loro messaggio d’amore continua a circolare in modo sotterraneo e periodicamente rompe gli argini come un fiume in piena che scorre in modo carsico da sempre».
Maria Alessandra Soleti, Antigoni allo specchio: la lezione d’Amore di Margherita Porete.
«La logica schiacciante del potere, la forza invasiva e violenta delle istituzioni dominanti»: nel mio piccolo, da Matto, contribuisco a «rompere gli argini», ad uscire dal pur comodo e utile vagone che procede sul binario per montare l’Appaloosa che con la criniera al vento spazia nella prateria. Che posso farci? Sono un tipo all’antica e faccio mia la splendida affermazione di Cavallo Pazzo (ovviamente Matto!):
«Una visione molto grande è necessaria, e l’uomo che la sperimenta deve seguirla come l’aquila cerca il blu più profondo del cielo».
Già: senza lo spirito del cavallo e dell’aquila che vita è?
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«L’itinerario in sette tappe che deve compiere l’anima fino a sbarazzarsi di sé stessa, abbandonando oggettività e appropriazione di ogni immagine, e alla fine del proprio io psicologico, che altro non è, per Margherita, che un “accidentale complesso di determinazioni”».
È questa la frase di indubbia valenza apofatica che mi ha particolarmente colpito nel considerare quanto qui appresso proposto. Conobbi il personaggio e l’opera di Margherita Porete ormai molti decenni addietro, e non vi tornai che adesso, ma certamente non “per caso”: un misterioso filo conduttore collega, in momenti anche molto distanti fra loro – distanza inesistente nel Sovra-tempo – quanto di omologo è acquisito nel tempo dalla Coscienza, non solo in quanto “informazione” ma soprattutto come riscontro immediato di ciò che si cela dietro le parole, le quali, infine, non sono che dei veli, preziosi ed utili quanto si vuole ma veli. Un riscontro non dipendente dalla mera volontà umana, ossia dall’artefatto che è l’io psicologico, secondo la felice espressione di Margherita che ribadisco:
«un accidentale complesso di determinazioni»,
del quale, è opportuno aggiungere, senza una seria introspezione si resta inconsapevoli e dominati. Ciò ruguardando anche i Sani di mente.
Al riguardo, tutt’altro che estraneo ed anzi prezioso, il sufi Rumi: «Quando l’ego si zittisce, il cuore inizia a parlare. Quando il cuore parla, Dio ascolta».
Manco a dirlo, Margherita che diceva: «L’anima liberata dall’io non ha più leggi, né regole. Solo amore», e che in fondo ripeteva l’«ama e fa ciò che vuoi» di Agostino, fu fatta arrostire dagli amministratori delegati della giustizia e della misericordia divine, illuminati dalla fiamma dello Spirito Santo con la quale fecero attizzare il santo rogo, certamente gradito al Padre nostro che è nei cieli.
Non sarà inutile ricordare che beghine e begardi sono i nomi che, a partire dal XIII secolo, furono utilizzati per indicare membri di associazioni religiose con lo scopo di una rinascita spirituale della persona tramite una vita monastica ma senza voti al di fuori della struttura gerarchica della Chiesa cattolica, ciò che esponeva al pericolo, di fatto concretizzatosi, di finire nel menù sotto la voce “arrosti”.
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LA BEGHINA MARGHERITA PORETE
E LO SPECCHIO DELLE ANIME SEMPLICI
Di Eleonora Graziani – www.macondo.it/2025
I dati storici sulla vita di Margherita Porete sono molto scarsi; l’unico veramente sicuro è quello della sua morte: viene arsa al rogo a Parigi l’1 giugno 1310 dall’Inquisizione, insieme al suo libro Lo specchio delle anime semplici. Gli storici dispongono di dati maggiori sullo “Specchio”, da cui si inferiscono le notizie sulla vita della Porete: una prima condanna del libro, nel 1306, a opera del vescovo di Cambrai, seguita dall’ordine di bruciarlo solennemente nella pubblica piazza di Valenciennes. Alla sua autrice viene notificato contestualmente che, se avesse osato continuare a propagare, oralmente o per iscritto, la dottrina erronea contenuta nel libro, sarebbe stata condannata e consegnata al braccio secolare.
L’11 aprile del 1309 scatta una seconda denuncia contro lo “Specchio”, per cui l’inquisitore di Parigi decide di chiamare ventuno professori di teologia che ne verificassero l’ortodossia. Il giudizio, all’unanimità, dei teologi, fu di considerarlo un libro eretico. Alla Porete fu contestato il fatto di continuare a tenerlo in suo possesso e di continuare la divulgazione del contenuto, nonostante la prima condanna. In questa circostanza Margherita fu anche arrestata e imprigionata fino al momento della sua morte, un anno dopo. Tuttavia anche il rogo del 1310 non eliminò dalla circolazione Lo specchio delle anime semplici, come auspicato dall’Inquisizione. Il libro, forse grazie alla previdenza della sua autrice, era stato trascritto in diverse copie manoscritte, come spesso accadeva nel XIII e XIV secolo, e continuò a circolare per secoli, specie nei monasteri, letto e apprezzato da religiosi e spirituali.
L’influenza dello “Specchio” si estende fino alla mistica secentesca italiana che ruotava intorno alle figure di Achille Gagliardi e Isabella Berinzaga e si irradia fino a figure di grande rilievo della mistica francese come Fénelon e Madame Guyon. Fra i lettori straordinari dello “Specchio” nel XX secolo si annovera la filosofa Simone Weil che lo menziona nei suoi scritti con queste parole: «Miroir des âmes simples? Mistique français du XIV».
Il movimento delle beghine
Dalla morte di Margherita Porete fino alla metà del XX secolo, il destino storiografico della sua figura percorre una via parallela a quella del suo libro, senza incontrarsi mai. Solo nel 1943, infatti, la storica Romana Guarnieri collegò la versione latina dello “Specchio”, rinvenuta nella Biblioteca Vaticana, a quell’opera eretica, maturata nell’ambiente del Libero Spirito, e alla sua autrice bruciata viva. Fino ad allora il testo era attribuito a un uomo, anonimo, in tutte le diverse versioni in cui era stato tradotto (francese moderno, inglese e latino). Gli storici del XX secolo, e specialmente le storiche e le filosofe, concordano nel considerare l’autrice come un autorevole membro del movimento delle beghine della diocesi di Cambrai, al confine fra l’attuale Francia e il Belgio.
La sua nascita si colloca approssimativamente fra il 1250 e il 1260, nella contea di Hainaut, nell’attuale Belgio di lingua francese. L’appartenenza di Margherita Porete al beghinaggio riflette le condizioni sociali che nel XIII e XIV secolo promuovevano la religiosità femminile. Originariamente queste beghine erano gruppi sparsi di donne devote, che vivevano insieme in piccole comunità senza prendere i voti monastici, combinando vita attiva e contemplativa.
Lo specchio delle anime semplici di Margherita Porete segna tuttavia una rottura con la tradizione mistica femminile. La Porete mette in scena un dialogo fra anime, caratterizzate dalla personificazione delle diverse facoltà che le contraddistinguono (amore, ragione, virtù, verità, santa Chiesa la piccola ecc.) dipingendo un maestoso affresco di caratteri immateriali in relazione dialettica fra loro.
L’Essere nell’Essere
Scritto all’incirca negli anni in cui Dante componeva la sua Commedia, lo “Specchio” si colloca apparentemente nel filone letterario dell’“amor cortese”, essendo Amore uno dei principali personaggi che interagiscono dialetticamente nel trattato, in realtà per essere superato inaugurando la grande stagione speculativa della mistica del distacco, o dell’essenza, di cui Meister Eckhart, contemporaneo della Porete, è l’altro autorevole promotore. La forma letteraria dello “Specchio” era diffusa nel medioevo come genere esemplare normativo: in questo caso mostra al lettore (o meglio all’ascoltatore) l’itinerario in sette tappe che deve compiere l’anima fino a sbarazzarsi di sé stessa, abbandonando oggettività e appropriazione di ogni immagine, e alla fine del proprio io psicologico, che altro non è, per Margherita, che un «accidentale complesso di determinazioni».
L’anima, protagonista dello “Specchio” e sottintesa personificazione dell’autrice, non viene mai definita mistica (d’altronde nessun mistico si è mai definito tale); Margherita sceglie piuttosto per questo sostantivo gli aggettivi “pura”, “celestiale”, “portatrice di pace”. L’antagonista assoluta di Anima e Amore è Ragione, personaggio che rappresenta la Chiesa “piccola” e che utilizza tutti gli argomenti di piccolezza spirituale, quali l’adempimento delle virtù, il perseguimento della santità, la ricerca dell’approvazione altrui. I dialoghi fra Anima e Ragione, stilisticamente riconducibili alla forma dell’altercatio medievale che prevede accesi dibattiti fra due personaggi immaginari, raggiunge picchi di ironia che trasbordano molto spesso nell’aperto disprezzo da parte di Anima.
Per la Porete le persone nutrite da Ragione infatti sono «gente dai piedi senza strada, dalle mani senz’opera, dal corpo senza vita, dal cuore senza intendimento».
Si tratta di un vero e proprio testo teologico filosofico, in cui viene esplicitato il concetto centrale di “Essere nell’Essere” di eraclitea memoria, considerato eretico dalla Chiesa cattolica, lontanissimo dalla mistica sponsale del matrimonio mistico dell’anima con Gesù, in quanto alla fine dell’itinerario si perviene a «essere la cosa stessa di Dio», a essere assorbiti nella luce divina. L’obiettivo che raggiunge un’anima distaccata da tutto è di rendere superflua qualsiasi virtù, da cui le anime nobili prendono congedo. È questo il punto in cui il testo viene per secoli associato alla dottrina eretica del “Libero Spirito”, di cui sono condannate otto proposizioni, al concilio di Vienne, nel 1311-1312. Riporto in questa sede la proposizione che sintetizza la distanza del movimento ereticale da un’istituzione basata sulla necessità della mediazione fra il fedele e Dio da parte della gerarchia ecclesiastica, qual è la Chiesa cattolica:
«… quelli che si trovano nel predetto stato di perfezione e spirito di libertà non sono soggetti all’obbedienza umana, e neppure obbligati a qualche precetto della Chiesa, giacché, come essi dicono, dove è lo spirito del Signore, lì è la libertà».
È indubbio che i padri conciliari di Vienne avessero ben presente, un anno dopo il rogo, le motivazioni della condanna della Porete e del suo libro da parte della commissione inquisitoriale di Parigi. La Porete sembra consapevole della gravità delle sue affermazioni e, nel testo, al capitolo 21, tenta una mediazione fra Amore e Ragione (grande sostenitrice del valore delle virtù), facendo dire ad Amore:
«Ve ne darò soddisfazione, dice Amore. È verità che quest’anima ha preso congedo dalle Virtù, per quanto riguarda l’esercitarle e il desiderare quello che domandano, ma le Virtù non hanno affatto preso congedo da lei, poiché sono sempre con lei; ma in perfetta obbedienza a lei …».
La Chiesa grande e quella piccola
La parte iniziale del cammino spirituale delineato dalla Porete è improntato al più rigoroso ascetismo, in cui l’anima viene definita, nell’incriminato e splendido passo il cui incipit è «Virtù, prendo congedo da voi per sempre», addirittura “serva” delle virtù: «Ero dunque serva vostra, ora sono liberata». Il motivo del congedo dalle virtù, sperimentate fino in fondo, non è quindi un passaggio alla dissolutezza morale, ma una liberazione dall’appropriazione, dalla pretesa di avere valore e merito di fronte a Dio, per giungere a quella libertà interiore che si esprime nel superamento della Legge, nel senso paolino del termine (Rm 7; 10, 4; Gal 2, 15 ss). Si tratta del superamento di ogni dualismo (valore/disvalore, merito/colpa) nel rifiuto di ogni eccezionalità personale, morale e/o psicologica per riconoscere la presenza di Dio in tutto, in ogni cosa e in ogni creatura e non in un’azione o persona più che in un’altra.
Paradossalmente, tuttavia, Margherita conia nuove opposizioni: la più pericolosa per la sua incolumità personale e per l’accettazione della sua dottrina è quella fra “Chiesa Piccola” (la Chiesa cattolica) e “Chiesa Grande” (le anime che intraprendono il cammino dell’annientamento della propria volontà). E alla Chiesa Piccola non vengono risparmiati giudizi di una piccolezza che sconfina nella meschinità, nella viltà, nella mediocre contrattazione con Dio. Dice infatti Amore nel cap. 22: «E voialtri piccoli, che nel volere e nel desiderare prendete il cibo che vi nutre, desiderate di essere tali: perché chi può desiderare il meno, se non desidera il più, non è degno che Dio gli faccia il pur minimo bene, per la viltà del suo povero coraggio, nella quale si lascia cadere; e si vede che è sempre affamato».
L’anima appartenente alla Chiesa Grande è invece un’anima nobile, nel senso metaforico e forse anche letterale del termine. Gli storici hanno infatti ipotizzato che la Porete fosse di origine nobile, specialmente per il raffinato livello di istruzione che emerge dal testo, sicuramente riservato nel XIII secolo solo alle donne aristocratiche. Dal punto di vista spirituale, l’anima nobile non desidera “il meno”, ma mette sotto i piedi perfino l’Amore, qualsiasi affetto, anche spirituale, perché ricerca un solo superiore Amore e un solo volere: la volontà divina.
Cammino arduo, riservato a pochi, anzi pochissimi, essenzialmente laico, dato che l’anima nobile ritiene l’appartenenza a un ordine religioso uno dei tanti escamotage delle anime servili della Chiesa Piccola, per assicurarsi la salvezza e mettersi apparentemente al riparo dalle tentazioni. L’anima nobile, invece, «dà alla Natura tutto quanto le abbisogna, senza rimorsi di coscienza».
Frase, ripetuta più volte nel testo, che ha fatto sicuramente rabbrividire teologi e inquisitori, con l’aggravante di essere scritta da una donna, dalla cui “natura” si esige soprattutto il rispetto della virtù della castità.
La condanna inquisitoriale non scatta comunque per il libertinismo etico, pur sospettato (per cui saranno condannati l’anno dopo i Fratelli del Libero Spirito), ma per le ben più gravi accuse di antinomismo (libertà dal rispetto dei precetti religiosi e/o morali) e di autodeificazione. Il superamento di Dio come alterità appartiene alla più autorevole tradizione teologica e filosofica: si pensi all’Uno plotiniano, a Dionigi Areopagita, a sant’ Agostino, e, ovviamente, al contemporaneo maestro Eckhart, la cui vicinanza al pensiero della Porete è impressionante.
Per la migliore tradizione spirituale, il risultato è sempre lo stesso: trovare sé stessi, trovare l’essere, essere l’essere e, nell’essere, la gioia del presente. Tuttavia, penso che la vera causa della morte cruenta di Margherita non sia da attribuire alle quindici proposizioni condannate dello “Specchio delle anime semplici”. Il Grande Inquisitore, il domenicano Guglielmo Humbert di Parigi non voleva la sua morte, ma la sua abiura, per la commutazione della pena in carcere a vita. La risposta della Porete nell’anno di riflessione che le viene concesso in carcere dal 1309 al 1310, mentre il grande inquisitore la attende per un confronto, è il più rigoroso silenzio. Atto linguistico performativo più eloquente delle parole: infatti la Porete pare non aver nulla da aggiungere a quanto scritto in merito alla “Chiesa Piccola” nel cap. 85 del libro: «Quest’Anima, dice Amore, è libera, ma più libera, ma liberissima, ma sovrabbondantemente libera, sia nelle sue radici sia nel tronco sia in tutti i frutti dei suoi rami. […] Ella non risponde a nessuno, se non vuole, qualora non sia del suo lignaggio. Infatti, un gentiluomo disdegnerebbe di rispondere a un villano, se lo chiamasse e lo invitasse a combattere con lui; e per questo tale Anima non trova chi la chiami: i suoi nemici non hanno risposta da lei».
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Propongo due brani indubbiamente apofatici da Lo specchio delle anime semplici, fuori della portata della Chiesa Piccola.
«Riposo in pace completamente, da sola, ridotta al nulla, tutto per la cortesia della sola bontà di Dio, senza una sola volontà di farmi muovere, qualunque sia la sua ricchezza. Il risultato del mio lavoro è sempre non voler nulla. Finché non voglio nulla, sono solo in lui, senza di me, e tutto liberata; mentre se voglio qualcosa, sono con me, e così perdo la mia libertà. E se non voglio niente, se ho perso tutta la mia volontà, non mi manca nulla: la mia condotta è libera, e non voglio nulla da nessuno. Quando non voglio niente e ho perso tutto per mia volontà, allora non mi manca nulla; il mio mantenimento è gratuito. Non voglio niente da nessuno».
«Sembra ai principianti che uomini come questi, che cercano Dio in questo modo, su e giù per la valle, pensino che Dio sia soggetto ai suoi sacramenti e alle sue opere. Ahimè, soffrono prove tali in modo pietoso, e continueranno a soffrirle, dice l’Anima, finché manterranno questo modo di vivere e tali pratiche. Ma quegli uomini trascorrono bene e con successo il loro tempo perché non adorano Dio solo nei templi e nelle chiese, ma lo adorano ovunque attraverso l’unione con la volontà divina».
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Ebbene sì, essendo Matto, mi sono scoperto quale … residuato begardo! Un isolato ed ancora in itinere appartenente alla Chiesa Grande!
Anche perché, dato il bailamme che impazza, quale sarà e dove sarà la Chiesa Piccola, contesa dalla diaspora di piccole chiese ciascuna delle quali si affanna a dimostrare la propria ortodossia impantanandosi in profezie, encicliche, codici, dottrine, diritti canonici e chi più ne ha più ne metta, ovviamente con … l’assistenza dello Spirito Santo, che, per dirlo alla romana, nun sa a chi da’ li resti?
Concludendo: se nonostante l’avvertenza iniziale qualche Sano di mente fosse giunto fin qui, beh, gli faccio i miei complimenti, certo che mi perdonerà settanta volte sette, secondo l’insegnamento del Maestro.
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