Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni su una figura storica di otto secoli fa, e dell’influenza che la sua opera continuò a esercitare nonostante la condanna al rogo. C’è da chiedersi quali siano i roghi e le inquisizioni di oggi, quanti, e da chi manovrati…Sono loro, quelli che mi interessano maggiormente, e un paio di ideuzze ce le avrei…E soprattutto a quale scopo, lo fanno. Buona lettura e meditazione.
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LO SPECCHIO DI MARGHERITA
Il presente articolo – tutto al femminile – tratta di una Matta fatta arrostire nel ‘300 dai misericordiosi guardiani della verità, manco a dirlo tutti Sani di mente. Se ne sconsiglia la lettura ai Sani di mente contemporanei, che non potrebbero dimostrare il loro santo zelo con l’appiccare il fuoco purificatore al sottoscritto.
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«Lungo le strade dell’odierna Assisi come nel cuore delle grandi metropoli occidentali, nei villaggi al di qua della grande muraglia e per le vie del Pakistan sembra trionfare quell’implacabile legge di Creonte che impedisce ad un’altra civiltà di venire alla luce, sacrificando le ragioni dei ribelli alla logica schiacciante del potere. Eppure ciclicamente la voce dissonante di Antigoni solitarie torna a farsi sentire dagli abissi della storia, inesorabilmente condannate all’invisibilità dalla forza invasiva e violenta delle istituzioni dominanti; ciononostante, il loro messaggio d’amore continua a circolare in modo sotterraneo e periodicamente rompe gli argini come un fiume in piena che scorre in modo carsico da sempre».
Maria Alessandra Soleti, Antigoni allo specchio: la lezione d’Amore di Margherita Porete.
«La logica schiacciante del potere, la forza invasiva e violenta delle istituzioni dominanti»: nel mio piccolo, da Matto, contribuisco a «rompere gli argini», ad uscire dal pur comodo e utile vagone che procede sul binario per montare l’Appaloosa che con la criniera al vento spazia nella prateria. Che posso farci? Sono un tipo all’antica e faccio mia la splendida affermazione di Cavallo Pazzo (ovviamente Matto!):
«Una visione molto grande è necessaria, e l’uomo che la sperimenta deve seguirla come l’aquila cerca il blu più profondo del cielo».
Già: senza lo spirito del cavallo e dell’aquila che vita è?
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«L’itinerario in sette tappe che deve compiere l’anima fino a sbarazzarsi di sé stessa, abbandonando oggettività e appropriazione di ogni immagine, e alla fine del proprio io psicologico, che altro non è, per Margherita, che un “accidentale complesso di determinazioni”».
È questa la frase di indubbia valenza apofatica che mi ha particolarmente colpito nel considerare quanto qui appresso proposto. Conobbi il personaggio e l’opera di Margherita Porete ormai molti decenni addietro, e non vi tornai che adesso, ma certamente non “per caso”: un misterioso filo conduttore collega, in momenti anche molto distanti fra loro – distanza inesistente nel Sovra-tempo – quanto di omologo è acquisito nel tempo dalla Coscienza, non solo in quanto “informazione” ma soprattutto come riscontro immediato di ciò che si cela dietro le parole, le quali, infine, non sono che dei veli, preziosi ed utili quanto si vuole ma veli. Un riscontro non dipendente dalla mera volontà umana, ossia dall’artefatto che è l’io psicologico, secondo la felice espressione di Margherita che ribadisco:
«un accidentale complesso di determinazioni»,
del quale, è opportuno aggiungere, senza una seria introspezione si resta inconsapevoli e dominati. Ciò ruguardando anche i Sani di mente.
Al riguardo, tutt’altro che estraneo ed anzi prezioso, il sufi Rumi: «Quando l’ego si zittisce, il cuore inizia a parlare. Quando il cuore parla, Dio ascolta».
Manco a dirlo, Margherita che diceva: «L’anima liberata dall’io non ha più leggi, né regole. Solo amore», e che in fondo ripeteva l’«ama e fa ciò che vuoi» di Agostino, fu fatta arrostire dagli amministratori delegati della giustizia e della misericordia divine, illuminati dalla fiamma dello Spirito Santo con la quale fecero attizzare il santo rogo, certamente gradito al Padre nostro che è nei cieli.
Non sarà inutile ricordare che beghine e begardi sono i nomi che, a partire dal XIII secolo, furono utilizzati per indicare membri di associazioni religiose con lo scopo di una rinascita spirituale della persona tramite una vita monastica ma senza voti al di fuori della struttura gerarchica della Chiesa cattolica, ciò che esponeva al pericolo, di fatto concretizzatosi, di finire nel menù sotto la voce “arrosti”.
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LA BEGHINA MARGHERITA PORETE
E LO SPECCHIO DELLE ANIME SEMPLICI
Di Eleonora Graziani – www.macondo.it/2025
I dati storici sulla vita di Margherita Porete sono molto scarsi; l’unico veramente sicuro è quello della sua morte: viene arsa al rogo a Parigi l’1 giugno 1310 dall’Inquisizione, insieme al suo libro Lo specchio delle anime semplici. Gli storici dispongono di dati maggiori sullo “Specchio”, da cui si inferiscono le notizie sulla vita della Porete: una prima condanna del libro, nel 1306, a opera del vescovo di Cambrai, seguita dall’ordine di bruciarlo solennemente nella pubblica piazza di Valenciennes. Alla sua autrice viene notificato contestualmente che, se avesse osato continuare a propagare, oralmente o per iscritto, la dottrina erronea contenuta nel libro, sarebbe stata condannata e consegnata al braccio secolare.
L’11 aprile del 1309 scatta una seconda denuncia contro lo “Specchio”, per cui l’inquisitore di Parigi decide di chiamare ventuno professori di teologia che ne verificassero l’ortodossia. Il giudizio, all’unanimità, dei teologi, fu di considerarlo un libro eretico. Alla Porete fu contestato il fatto di continuare a tenerlo in suo possesso e di continuare la divulgazione del contenuto, nonostante la prima condanna. In questa circostanza Margherita fu anche arrestata e imprigionata fino al momento della sua morte, un anno dopo. Tuttavia anche il rogo del 1310 non eliminò dalla circolazione Lo specchio delle anime semplici, come auspicato dall’Inquisizione. Il libro, forse grazie alla previdenza della sua autrice, era stato trascritto in diverse copie manoscritte, come spesso accadeva nel XIII e XIV secolo, e continuò a circolare per secoli, specie nei monasteri, letto e apprezzato da religiosi e spirituali.
L’influenza dello “Specchio” si estende fino alla mistica secentesca italiana che ruotava intorno alle figure di Achille Gagliardi e Isabella Berinzaga e si irradia fino a figure di grande rilievo della mistica francese come Fénelon e Madame Guyon. Fra i lettori straordinari dello “Specchio” nel XX secolo si annovera la filosofa Simone Weil che lo menziona nei suoi scritti con queste parole: «Miroir des âmes simples? Mistique français du XIV».
Il movimento delle beghine
Dalla morte di Margherita Porete fino alla metà del XX secolo, il destino storiografico della sua figura percorre una via parallela a quella del suo libro, senza incontrarsi mai. Solo nel 1943, infatti, la storica Romana Guarnieri collegò la versione latina dello “Specchio”, rinvenuta nella Biblioteca Vaticana, a quell’opera eretica, maturata nell’ambiente del Libero Spirito, e alla sua autrice bruciata viva. Fino ad allora il testo era attribuito a un uomo, anonimo, in tutte le diverse versioni in cui era stato tradotto (francese moderno, inglese e latino). Gli storici del XX secolo, e specialmente le storiche e le filosofe, concordano nel considerare l’autrice come un autorevole membro del movimento delle beghine della diocesi di Cambrai, al confine fra l’attuale Francia e il Belgio.
La sua nascita si colloca approssimativamente fra il 1250 e il 1260, nella contea di Hainaut, nell’attuale Belgio di lingua francese. L’appartenenza di Margherita Porete al beghinaggio riflette le condizioni sociali che nel XIII e XIV secolo promuovevano la religiosità femminile. Originariamente queste beghine erano gruppi sparsi di donne devote, che vivevano insieme in piccole comunità senza prendere i voti monastici, combinando vita attiva e contemplativa.
Lo specchio delle anime semplici di Margherita Porete segna tuttavia una rottura con la tradizione mistica femminile. La Porete mette in scena un dialogo fra anime, caratterizzate dalla personificazione delle diverse facoltà che le contraddistinguono (amore, ragione, virtù, verità, santa Chiesa la piccola ecc.) dipingendo un maestoso affresco di caratteri immateriali in relazione dialettica fra loro.
L’Essere nell’Essere
Scritto all’incirca negli anni in cui Dante componeva la sua Commedia, lo “Specchio” si colloca apparentemente nel filone letterario dell’“amor cortese”, essendo Amore uno dei principali personaggi che interagiscono dialetticamente nel trattato, in realtà per essere superato inaugurando la grande stagione speculativa della mistica del distacco, o dell’essenza, di cui Meister Eckhart, contemporaneo della Porete, è l’altro autorevole promotore. La forma letteraria dello “Specchio” era diffusa nel medioevo come genere esemplare normativo: in questo caso mostra al lettore (o meglio all’ascoltatore) l’itinerario in sette tappe che deve compiere l’anima fino a sbarazzarsi di sé stessa, abbandonando oggettività e appropriazione di ogni immagine, e alla fine del proprio io psicologico, che altro non è, per Margherita, che un «accidentale complesso di determinazioni».
L’anima, protagonista dello “Specchio” e sottintesa personificazione dell’autrice, non viene mai definita mistica (d’altronde nessun mistico si è mai definito tale); Margherita sceglie piuttosto per questo sostantivo gli aggettivi “pura”, “celestiale”, “portatrice di pace”. L’antagonista assoluta di Anima e Amore è Ragione, personaggio che rappresenta la Chiesa “piccola” e che utilizza tutti gli argomenti di piccolezza spirituale, quali l’adempimento delle virtù, il perseguimento della santità, la ricerca dell’approvazione altrui. I dialoghi fra Anima e Ragione, stilisticamente riconducibili alla forma dell’altercatio medievale che prevede accesi dibattiti fra due personaggi immaginari, raggiunge picchi di ironia che trasbordano molto spesso nell’aperto disprezzo da parte di Anima.
Per la Porete le persone nutrite da Ragione infatti sono «gente dai piedi senza strada, dalle mani senz’opera, dal corpo senza vita, dal cuore senza intendimento».
Si tratta di un vero e proprio testo teologico filosofico, in cui viene esplicitato il concetto centrale di “Essere nell’Essere” di eraclitea memoria, considerato eretico dalla Chiesa cattolica, lontanissimo dalla mistica sponsale del matrimonio mistico dell’anima con Gesù, in quanto alla fine dell’itinerario si perviene a «essere la cosa stessa di Dio», a essere assorbiti nella luce divina. L’obiettivo che raggiunge un’anima distaccata da tutto è di rendere superflua qualsiasi virtù, da cui le anime nobili prendono congedo. È questo il punto in cui il testo viene per secoli associato alla dottrina eretica del “Libero Spirito”, di cui sono condannate otto proposizioni, al concilio di Vienne, nel 1311-1312. Riporto in questa sede la proposizione che sintetizza la distanza del movimento ereticale da un’istituzione basata sulla necessità della mediazione fra il fedele e Dio da parte della gerarchia ecclesiastica, qual è la Chiesa cattolica:
«… quelli che si trovano nel predetto stato di perfezione e spirito di libertà non sono soggetti all’obbedienza umana, e neppure obbligati a qualche precetto della Chiesa, giacché, come essi dicono, dove è lo spirito del Signore, lì è la libertà».
È indubbio che i padri conciliari di Vienne avessero ben presente, un anno dopo il rogo, le motivazioni della condanna della Porete e del suo libro da parte della commissione inquisitoriale di Parigi. La Porete sembra consapevole della gravità delle sue affermazioni e, nel testo, al capitolo 21, tenta una mediazione fra Amore e Ragione (grande sostenitrice del valore delle virtù), facendo dire ad Amore:
«Ve ne darò soddisfazione, dice Amore. È verità che quest’anima ha preso congedo dalle Virtù, per quanto riguarda l’esercitarle e il desiderare quello che domandano, ma le Virtù non hanno affatto preso congedo da lei, poiché sono sempre con lei; ma in perfetta obbedienza a lei …».
La Chiesa grande e quella piccola
La parte iniziale del cammino spirituale delineato dalla Porete è improntato al più rigoroso ascetismo, in cui l’anima viene definita, nell’incriminato e splendido passo il cui incipit è «Virtù, prendo congedo da voi per sempre», addirittura “serva” delle virtù: «Ero dunque serva vostra, ora sono liberata». Il motivo del congedo dalle virtù, sperimentate fino in fondo, non è quindi un passaggio alla dissolutezza morale, ma una liberazione dall’appropriazione, dalla pretesa di avere valore e merito di fronte a Dio, per giungere a quella libertà interiore che si esprime nel superamento della Legge, nel senso paolino del termine (Rm 7; 10, 4; Gal 2, 15 ss). Si tratta del superamento di ogni dualismo (valore/disvalore, merito/colpa) nel rifiuto di ogni eccezionalità personale, morale e/o psicologica per riconoscere la presenza di Dio in tutto, in ogni cosa e in ogni creatura e non in un’azione o persona più che in un’altra.
Paradossalmente, tuttavia, Margherita conia nuove opposizioni: la più pericolosa per la sua incolumità personale e per l’accettazione della sua dottrina è quella fra “Chiesa Piccola” (la Chiesa cattolica) e “Chiesa Grande” (le anime che intraprendono il cammino dell’annientamento della propria volontà). E alla Chiesa Piccola non vengono risparmiati giudizi di una piccolezza che sconfina nella meschinità, nella viltà, nella mediocre contrattazione con Dio. Dice infatti Amore nel cap. 22: «E voialtri piccoli, che nel volere e nel desiderare prendete il cibo che vi nutre, desiderate di essere tali: perché chi può desiderare il meno, se non desidera il più, non è degno che Dio gli faccia il pur minimo bene, per la viltà del suo povero coraggio, nella quale si lascia cadere; e si vede che è sempre affamato».
L’anima appartenente alla Chiesa Grande è invece un’anima nobile, nel senso metaforico e forse anche letterale del termine. Gli storici hanno infatti ipotizzato che la Porete fosse di origine nobile, specialmente per il raffinato livello di istruzione che emerge dal testo, sicuramente riservato nel XIII secolo solo alle donne aristocratiche. Dal punto di vista spirituale, l’anima nobile non desidera “il meno”, ma mette sotto i piedi perfino l’Amore, qualsiasi affetto, anche spirituale, perché ricerca un solo superiore Amore e un solo volere: la volontà divina.
Cammino arduo, riservato a pochi, anzi pochissimi, essenzialmente laico, dato che l’anima nobile ritiene l’appartenenza a un ordine religioso uno dei tanti escamotage delle anime servili della Chiesa Piccola, per assicurarsi la salvezza e mettersi apparentemente al riparo dalle tentazioni. L’anima nobile, invece, «dà alla Natura tutto quanto le abbisogna, senza rimorsi di coscienza».
Frase, ripetuta più volte nel testo, che ha fatto sicuramente rabbrividire teologi e inquisitori, con l’aggravante di essere scritta da una donna, dalla cui “natura” si esige soprattutto il rispetto della virtù della castità.
La condanna inquisitoriale non scatta comunque per il libertinismo etico, pur sospettato (per cui saranno condannati l’anno dopo i Fratelli del Libero Spirito), ma per le ben più gravi accuse di antinomismo (libertà dal rispetto dei precetti religiosi e/o morali) e di autodeificazione. Il superamento di Dio come alterità appartiene alla più autorevole tradizione teologica e filosofica: si pensi all’Uno plotiniano, a Dionigi Areopagita, a sant’ Agostino, e, ovviamente, al contemporaneo maestro Eckhart, la cui vicinanza al pensiero della Porete è impressionante.
Per la migliore tradizione spirituale, il risultato è sempre lo stesso: trovare sé stessi, trovare l’essere, essere l’essere e, nell’essere, la gioia del presente. Tuttavia, penso che la vera causa della morte cruenta di Margherita non sia da attribuire alle quindici proposizioni condannate dello “Specchio delle anime semplici”. Il Grande Inquisitore, il domenicano Guglielmo Humbert di Parigi non voleva la sua morte, ma la sua abiura, per la commutazione della pena in carcere a vita. La risposta della Porete nell’anno di riflessione che le viene concesso in carcere dal 1309 al 1310, mentre il grande inquisitore la attende per un confronto, è il più rigoroso silenzio. Atto linguistico performativo più eloquente delle parole: infatti la Porete pare non aver nulla da aggiungere a quanto scritto in merito alla “Chiesa Piccola” nel cap. 85 del libro: «Quest’Anima, dice Amore, è libera, ma più libera, ma liberissima, ma sovrabbondantemente libera, sia nelle sue radici sia nel tronco sia in tutti i frutti dei suoi rami. […] Ella non risponde a nessuno, se non vuole, qualora non sia del suo lignaggio. Infatti, un gentiluomo disdegnerebbe di rispondere a un villano, se lo chiamasse e lo invitasse a combattere con lui; e per questo tale Anima non trova chi la chiami: i suoi nemici non hanno risposta da lei».
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Propongo due brani indubbiamente apofatici da Lo specchio delle anime semplici, fuori della portata della Chiesa Piccola.
«Riposo in pace completamente, da sola, ridotta al nulla, tutto per la cortesia della sola bontà di Dio, senza una sola volontà di farmi muovere, qualunque sia la sua ricchezza. Il risultato del mio lavoro è sempre non voler nulla. Finché non voglio nulla, sono solo in lui, senza di me, e tutto liberata; mentre se voglio qualcosa, sono con me, e così perdo la mia libertà. E se non voglio niente, se ho perso tutta la mia volontà, non mi manca nulla: la mia condotta è libera, e non voglio nulla da nessuno. Quando non voglio niente e ho perso tutto per mia volontà, allora non mi manca nulla; il mio mantenimento è gratuito. Non voglio niente da nessuno».
«Sembra ai principianti che uomini come questi, che cercano Dio in questo modo, su e giù per la valle, pensino che Dio sia soggetto ai suoi sacramenti e alle sue opere. Ahimè, soffrono prove tali in modo pietoso, e continueranno a soffrirle, dice l’Anima, finché manterranno questo modo di vivere e tali pratiche. Ma quegli uomini trascorrono bene e con successo il loro tempo perché non adorano Dio solo nei templi e nelle chiese, ma lo adorano ovunque attraverso l’unione con la volontà divina».
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Ebbene sì, essendo Matto, mi sono scoperto quale … residuato begardo! Un isolato ed ancora in itinere appartenente alla Chiesa Grande!
Anche perché, dato il bailamme che impazza, quale sarà e dove sarà la Chiesa Piccola, contesa dalla diaspora di piccole chiese ciascuna delle quali si affanna a dimostrare la propria ortodossia impantanandosi in profezie, encicliche, codici, dottrine, diritti canonici e chi più ne ha più ne metta, ovviamente con … l’assistenza dello Spirito Santo, che, per dirlo alla romana, nun sa a chi da’ li resti?
Concludendo: se nonostante l’avvertenza iniziale qualche Sano di mente fosse giunto fin qui, beh, gli faccio i miei complimenti, certo che mi perdonerà settanta volte sette, secondo l’insegnamento del Maestro.
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35 commenti su “Lo Specchio delle Anime Semplici della Beghina Margherita. Il Matto.”
La ringrazio Marco!
“non adorano Dio solo nei templi e nelle chiese, ma lo adorano ovunque attraverso l’unione con la volontà divina”.
Bravo Matto: audacemente mette in gioco, qui fra un campione di umanità che legge, ciò che la interroga nella vita.
Non conosco lo “Specchio” e non posso esprimer pareri che, come porta a far pensare Adriana, un animo femminile potrebbe dare più intensi, più precisi e profondi: grazie per la sua sensibilità e dolcezza, Adry. Ma non posso, non conosco il testo. Dunque mi riferirò ai commenti, leciti se conoscono il libro.
Il primo per importanza è quello di Adriana quando dice che dovrà rileggere l’articolo… commento onesto e sincero, desideroso di capire il nostro Enrico; penso che la Adry dovrebbe avere con lui un lungo colloquio per poterlo conoscere meglio, ne vale la pena.
Di RS ho il sospetto (non la prova) che rappresenti per il Blog il colmo della contraddittorietà e della incoerenza, non per quello che scrive e ha scritto nel tempo, ma per quello che fa nella vita a conferma o a dispetto di ciò che dice. Dunque non riesco a prenderlo in considerazione… ha letto lui lo Specchio? Io dico di no perchè il suo primo commento è simile alla mia prima frettolosa e ignorante considerazione, che ora rigetto da me. L’evolvere della discussione col Matto delinea un precipitare scaduto nel formalismo dottrinale e non si può accettarlo se non si conosce il testo de quo… e allora perchè RS ne parla? Di troppe cose parla la lingua ma Dio si onora con le opere e con la veritá.
Poi c’è S.E. che amiamo. Vuol restare con i piedi per terra perchè si sente essere al di fuori del suo ambiente e delle persone che lo circondano, che forse sono libere e già nella Grande Chiesa. Se in “senex bis puer” allora Dio si conosce meglio coll’animo di un bambino, forse nella demenza senile c’è Dio perfettamente conoscibile. Occorrerà che aspetti ancora un poco, io applico a me stessa l’attesa.
Don pp. È duro parlare del suo duro commento, tuttavia è necessario rispettare il prossimo; eppure dal testo appare il tradimento di Dio e poichè è un commento cattivo, manca di carità; con l’ipocrisia, la mancanza di responsabilità nella perdita delle anime provocherà la morte eterna dello scrittore.
Il commento di d.pp è cieco e di grande miseria spirituale, non vede l’aspirazione dell’anima di essere con Dio e ne critica ogni virgola sottoponendola alla supervisione di articoli e commi di dottrina, a dommi confrontati alle parole di un matto che apre incauto ma con fiducia il suo cuore, che è peró esaminato con la l’ingrandimento di una presunzione impietosa, fin nelle virgole e negli spazi vuoti.
Il vero spazio vuoto qui è il testo di don pp., una inquisizione non vocata, che fa pure male il suo dovere; poi il commento è insulso e offensivo (volutamente, che è peggio). È la negazione della comprensione che un confessore deve avere nel discernere l’animo del penitente perchè non dia a casaccio l’assoluzione e valorizzi l’elevazione a Dio dell’anima. È la negazione dell’Amor di Dio, poichè negando amore al fratello offende la vocazione che appunto chiama ad amare.
Il suo commento senza gioia interiore é sentenza di morte di rogo per Margherita e per il Matto insieme, si tramuta in offesa alla morte di Cristo; è seguire la via Crucis di un ladrone e non di Gesù… peraltro così fa in vita chi segue Prevost il ladrone, il sicario di Cristo, e non un vero Pietro Vicario di Cristo. I commenti di d.pp non servono a nulla e sono nulla, sono il male di chi dice di servire il Bene. Come si fa Roma.
Ora, non potendo giudicare l’argomento relativo ad un libro mai letto, come posso ora rispondere a chi, mi propone ciò che pensa? Enrico, non ho pensieri personali, non ho fantasia ma dal cuore le riporto ciò che non può essere negato se non da un traditore:
“Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori.” (Gv. 4,24.. Ma anche é da leggersi Gv 14,17).
Ciò non nega che ci si debba nutrire delle verità rivelate da Dio e -se possibile- con Sacramenti validi e leciti, ma mi fa ridere chi vuole separare l’uomo dalla Divinità, facendone rilevare la creaturalità. Qualcuno disse che, se Dio è amore, chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui: dunque il nostro monte di ricerca è lì dove saremo con Dio e in Dio; vorrei vedere come sia possibile separar Dio da noi senza uccidere la nostra natura immortale in Dio e senza svilire la morte di un Dio voluta per resuscitare, per chiamare, a Lui i morti per il peccato di lontananza.
Dunque Margherita adorava Dio su un monte nuovo e raggiunse Dio sulla vetta del suo cuore, mentre lì fuori gli altri cercavano Dio sul Garizim o a Gerusalemme?? Rispondete grandi cultori del Catechismo.
Ci dice Gesù che l’ora è questa ed “è già venuta”: è molto più facile per noi questa ricerca visto che Gerusalemme è devastata da 2 antipapi e il Garizim è devastato da Netanyahu. Il Padre ci fa fretta poichè addirittura “cerca” tali adoratori e noi lo cerchiamo affatto.
Contributo piuttosto poderoso! Grazie. Mi vien da ribadire quel che ho già scritto in un commento per Adriana: abbiamo una testa e un cuore: la testa lega, il cuore scioglie. Se prevale il legare, lo sciogliere è impossibile. Etc. Etc.
signor., dopo aver diagnosticato la mia «miseria spirituale», decretato la mia «morte eterna», stabilito che tradisco Dio e persino individuato quale ladrone seguirei sulla Via Crucis, mi rimane un dubbio: ma non era Lei quella che rimproverava a me l’«inquisizione»?
A questo punto più che risponderLe, mi viene da sorridere: per fortuna il Giudizio universale spetta ancora a Cristo. Almeno quello, spero, non abbia già pensato di sottrarglielo.
Pax tecum
O caro don,
le sue risposte servono proprio di conferma a quanto si trova scritto nella “Summa Theologiae” di S.Tommaso d’Aquino a proposito della vanagloria o superbia. Se per la colonna della chiesa la superbia è un “amore disordinato della propria eccellenza”, per il sacerdote è addirittura “perversione spirituale” perchè il prete agisce in “persona Christi”, MA… il prete superbo oscura la figura di Cristo per mettere in mostra se stesso appropriandosi di una gloria che appartiene solo a Dio.
I mistici illuminano ancora più dettagliatamente l’argomento. S Giovanni della Croce, per es., evidenzia quanto la superbia dei religiosi sia subdola. Spesso si maschera da finta devozione o zelo portando il Ministro a giudicare gli altri dall’alto di una presunta superiorità morale e a non accettare correzioni, ritenendosi- sempre e comunque- infallibile.
In coscienza o incoscientemente lei rappresenta un “valido” assunto della verità affermata da entrambi i Santi citati.
Cordiali saluti.
Cara Adriana, non so davvero dove Lei riesca a scorgere tutta questa mia superbia e vanagloria. Io mi limito, da sacerdote, a richiamare ciò che Cristo e la Chiesa insegnano, esponendomi naturalmente anche alla possibilità di essere contraddetto.
Trovo però singolare che, per ammonirmi contro il vizio di «giudicare gli altri dall’alto di una presunta superiorità morale», Lei finisca esattamente per giudicare dall’alto la mia coscienza, le mie intenzioni e perfino la qualità spirituale del mio sacerdozio. San Giovanni della Croce merita certamente di essere letto; forse, però, prima di applicarlo agli altri, conviene lasciarsi interrogare personalmente dalle sue parole.
Quanto a me, non mi ritengo affatto infallibile. Ma neppure confonderò l’umiltà con il dovere di tacere quando ritengo necessario richiamare la dottrina cattolica. L’umiltà non consiste nel non dire la verità, ma nel ricordarsi che la Verità non appartiene a noi: siamo noi ad appartenere ad essa.
Caro don,
dove?
Ma nei suoi scritti e, ancor più precisamente, nel “modo” in essi usato che: “offende”. Capisco che la New Age Ecclesiastico-Papale abbia messo al bando il “proselitismo”, ma- perdoni- lei esagera in tanta obbedienza. Con i suoi toni lei riesce a mettere al bando non solo i “pagani”, ma anche i poveri cristiani- siano o non siano essi “bigotti”-. Un pochino di autocritica testuale non guasterebbe, e nemmeno un pochino di quella umana empatia che impedisce l’accanimento ossessivo sulle pagliuzze altrui.
“Per fortuna”?? E da quando in qua la salvezza é data dalla casualitá? No d. pp, per sua fortuna no di certo! Forse per disgrazia, perche il suo tradimento é stato scelto con intenzione e innanzi al Giudice non creda di poter tener piú il suo piede in due scarpe e Mammona la reclamerá giá nel Giudizio Particolare, lo ha dimenticato?? Pensa di andarsene a spasso prima della chiamata alla Resurrezione? Ignorante!! In quello Universale anche il suo corpo sará sottratto per la morte eterna se in vita non avrá l’umiltá di morire prima al suo scisma,
Adesso le viene da “sorridere”?? Io vedo un ghigno perfido di uno zombie, un morto che cammina all’ombra del Male.
“Pensare è la cosa più pericolosa del mondo: la gente muore per questo.” (O.W.), nel senso che molti pensanti rischiarono e rischiano di venir “eliminati” dai “benpensanti” avvezzi a seguire passivamente lo zeitgeist (che assicura potere, prebende e piena tranquillità sociale).
Il Matto ha citato un fatto reale e tragico che- anche ricorrendo alla storicizzazione- non fa fare una gran figura “misericordiosa” all’Istituzione ecclesiastica. Si tratta di un fatto atroce che, per di più, vede come vittima una donna priva di autorevoli protezioni.
Bisognerà aspettare quasi 90 anni per trovare, in Francia, Christina de Pienzan: la prima donna a vivere “professionalmente” di scrittura e che osò essere filosofa e poetessa. Numerosi Livres d’Ore riportano il ritratto di lei intenta allo scrittoio. Fu autrice, nel 1405, di un libro che ottenne grande successo nella società cristiana, laica, colta:
“La città delle donne”. Un passaggio: “Non tutti gli uomini (e soprattutto i più saggi) condividono l’opinione che sia un male per le donne essere istruite. Ma è verissimo che molti uomini sciocchi hanno affermato questo perchè non volevano che le donne ne sapessero più di loro”.
La verità è che la vittima in questione (non certo l’unica) si astenne con buona maniera dal polemizzare duramente con i “benpensanti” con l’energia e la forza espressa, per es., dal suo contemporaneo Meister Eckhart ( 1260-1327/8 ).
” Alcune persone vogliono vedere Dio con i “loro” occhi, così come vedono una mucca; ed amarLO come amano una mucca- per il latte e il formaggio e i vantaggi che questo procura loro. Questo è come le persone che amano Dio per l’amore della salute esteriore e per il conforto interiore.” E ancora: ” Pregate Dio affinchè vi liberi da dio. ” (flagellando quella devozione che fa rima con superstizione.)
Il mistico si riferisce al Dio (con iniziale maiuscola) che è Totale, Assoluto, Indefinibile e Puro, non al dio (con l’iniziale minuscola) quale viene comunemente rappresentato, ossia: un essere superiore con funzioni totemiche che sembra l’unico ad essere sopravvissuto agevolmente nell’immaginario collettivo.
Oltre alle lunghe perplessità degli illustri giudici di scuola teologica e alla sua posizione di comprovata sapienza ed esperienza da uomo di religione, a salvarlo da una “bruttissima fine” intervenne- provvidenzialmente- “sorella morte
corporale”. Forse è giunto il tempo opportuno per canonizzarlo.
Buona sera
Devo riconoscere che questa volta il Matto ci ha fatto un regalo: proclamandosi «residuato begardo» e aspirante membro della “Chiesa Grande”, ha finalmente fornito una chiave interpretativa di tante sue precedenti elucubrazioni ecclesiologiche.
Sia chiaro: nella Porete non tutto è incompatibile con la mistica cristiana. Il distacco da sé, l’abbandono alla volontà divina e perfino la divinizzazione dell’uomo appartengono alla grande tradizione cattolica, purché si ricordi un particolare non proprio secondario: l’uomo partecipa della vita divina per grazia; non diventa Dio, né supera Cristo, la fede, le virtù, i comandamenti e i sacramenti.
Il problema comincia quando spunta la suggestiva “Chiesa Grande” degli spiritualmente evoluti, contrapposta alla povera “Chiesa Piccola”, quella impantanata – ci informa il Matto – in «encicliche, codici, dottrine, diritti canonici».
Che miseria! Pietro, gli Apostoli, il Magistero, i sacramenti, i comandamenti: tutta roba da principianti. Per le anime “grandi”, evidentemente, occorre qualcosa di più raffinato.
Peccato che Cristo abbia fondato proprio questa Chiesa “piccola”: ha dato le chiavi a Pietro, ha mandato gli Apostoli, ha comandato loro di insegnare, battezzare e celebrare in sua memoria. Non risulta abbia istituito, parallelamente, una Chiesa esoterica riservata alle anime sufficientemente illuminate da potersi finalmente liberare della prima.
E qui arriva il particolare più divertente. Il Matto, che insieme ad altri riesce a fiutare gnosi, esoterismo e simbologie occulte persino dietro una farfalla, un nodo o una fotografia pontificia, davanti alla contrapposizione tra una élite di anime superiori e la modesta Chiesa visibile improvvisamente si entusiasma: «Eccomi! Sono dei vostri!».
Curioso radar antignostico: suona furiosamente davanti a Roma e si spegne proprio quando la gnosi gli passa sotto il naso.
La tentazione, del resto, è antica: Cristo sì, Chiesa no; Spirito sì, istituzione no; esperienza interiore sì, dottrina e obbedienza no. Con l’inevitabile risultato che lo Spirito Santo finisce per coincidere sorprendentemente con ciò che pensa l’illuminato di turno.
Perciò, caro Matto, tenga pure scherzosamente il titolo di «residuato begardo». Quanto alla “Chiesa Grande”, però, c’è un piccolo inconveniente: Gesù Cristo ne ha fondata una sola.
E non ha affidato agli illuminati il compito di rifondarla ogni volta che Pietro, i vescovi, i sacramenti, il Magistero e il diritto canonico diventano troppo “piccoli” per le loro anime grandi.
E come commento questo non è corto.
Debbo dire che da quando abbiamo tra noi il Reverendo con le sue glosse,il Matto mi piace sempre più.
😁
Pax tecum
Caro don Pietro non dia perle ai porci le pare un luogo di dottrina questo?
Pax tecum
Car don Pietro Paolo,
non è che la Chiesa grande abbia l’animo piccolo: qui appare con evidenza che, sia a livello di pastori, sia a livello di un gregge sedicente cristiano, manca “in primis” il cuore. Né i giustizialisti del tempo (tempo che durò a lungo), né alcun lettore “devoto” di oggi si è commosso sul trattamento della infelice vittima- colpevole unicamente di non “volere” né apparire, né esistere sotto un aspetto scontatamente “formale” per “essere solamente in Dio” a costo della vita.
Tutta testa e niente cuore è la caratteristica dei distruttori che si presentano come costruttori.
👌👍👏
Mi spiace dirlo ma di uno che nella Chiesa vede soltanto errori, orrori e malefatte, che continua a fare dell’ ironia sui sani di mente, e fa del sarcasmo su fatti storici del Medio Evo, di cui evidentemente non ha afferrato l’essenza, ne faccio volentieri a meno. Buon per loro per quelli che vedono in lui un grande e illuminato cervello. Un cordiale saluto a tutti da un povero diavolo che da un anno e mezzo è costretto a convivere, suo malgrado, con decine di matti autentici.
Caro S.E.,
sei padronissimo di fare a meno di me, e non puoi sapere
quanto ciò sia soddisfacente per me (e non sto scherzando).
Sostituirei, a proposito della Chiesa e delle malefatte il “soltanto”
con “anche”, visto che c’è una certa tendenza a dimenticarle
coprendole con il manto della “misericordia”.
Mi dispiace che tu abbia frainteso circa la mia ironia
verso i Sani di mente che, in ogni caso, non ho mai delegittimato.
Semmai avviene il contrario, e tu ne sei un (legittimo) esempio:
sono i Sani di mente che delegittimano i Matti.
Un cordiale saluto.
il matto che sta qui me pare avvelenato ma non c’è niente de meglio da pubblicare,.. che bassezza
Ha parlato Piero l’Alto 🥴
Dio non è “soggetto ai suoi sacramenti”.
Dio è il soggetto dei sacramenti, agendoli avendoli dati perchè vi agisca la Grazia.
La Santissima Trinità non è confinata dentro i sacramenti e la Grazia pure: Dio non è contenibile in una forma, fosse pure il sacramento.
Tuttavia l’umiltà della creatura riconosce le vie normali e quelle straordinarie.
Straordinariamente la Grazia arriva anche dove non c’è il sacramente, ma ordinariamente è il sacramento a dispensare la Grazia.
Mancando l’umiltà si può pesare che il Signore fosse confuso nel consegnarci i sacramenti.
Mancando l’umiltà ci si confonde, incapaci di distinguere.
L’anima mistica, quella vera, sa mantenersi umile e distingue.
I vari funzionari, anche del sacro, non distinguono e confondono, prendendosela più con i mistici che con gli eretici e i bestemmiatori.
Oggi una chiesa fattasi davvero piccola piccola non imita i bambini, ma l’atrofia spirituale di chi diventa potere invece di restare umile.
1) Dio non è soggetto ai suoi sacramenti (Margherita).
2) Dio è il soggetto dei sacramenti (R.S.).
Non vedo contraddizione: Dio non è vincolato e condizionato da ciò che stabilisce.
Altrimenti sarebbe come un’essere umano qualsiasi
vincolato e condizionato dai propri pensieri.
Sacramentale ed extra-sacramentale:
le Vie del Signore sono infinite.
NESSUN UMANO può conoscerle tutte,
altrimenti sarebbe Dio.
Caro Matto, complimenti, anche se temo che tu abbia fatto “saltar le berze” a più di un bigotto formalista ( ma sono berze loro ) L’articolo è molto interessante e impegnativo, devo rileggerlo con calma.
Attenta! I bigotti formalisti non possono più usare
del santo fuoco per chiudere la bocca a chi osa
uscire dal vagone che procede sul binario
… sperduto nella Prateria,
e allora si servono del fuoco delle parole 😉
Anche i bimbi giocano a fare “Bum, Bum!” con la bocca mentre puntano il minuscolo indice contro il l’avversario fantasticato.
Invece Dio è condizionato: dalla realtà e dalla Verità. Dio NON è matto.
In Dio c’è un ordine. Il disordine l’ha introdotto il peccato. Infatti il mondo odierno è retto da pazzi furiosi.
Non mi riferisco al Matto di Stilum Curiae, che è un onesto ragionatore. Mi riferisco ai servi del padrone del mondo.
Ma … davvero pensi che ci sia qualcosa
di superiore a Dio?
La realtà e la Verità sarebbero superiori a Dio
che ne resta condizionato?
Ma non è Dio la Verità?
Dunque la Verità condizionerebbe Se stessa?
E la realtà che è creata da Dio
condizionerebbe anch’essa Dio?
Creando, Dio condiziona Se stesso?
Ohibò!
Ti facevo più acuto.
Dio è semplicissimo.
Lui è Verità, Bontà, Ordine etc
Lui è.
E’ Padre, Figlio e Spirito santo: non sono tre come primo, secondo e terzo. Non discutono. Non c’è prima o dopo.
Dio non è condizionato da se stesso, perchè non ragiona come ragioni tu, savio o matto che ti ritenga.
Ma è Ordine e NON muta.
E’ l’Assoluto.
Alla faccia di ogni relativismo di andata o di ritorno.
Rivelato in Cristo, unico Salvatore.
Acutissimo R.S.,
sei tu o no che hai scritto che Dio è condizionato?
E allora perché ti arrampichi sugli specchi
per riparare lo sfondone che hai detto?
E dai!
Sei poco acuto, ma molto cocciuto.
Lo sfondone lo fa chi non capisce che la “condizione” dell’ASSOLUTO è DI ESSERE SE STESSO.
Non un niente o un indistinto…
E chi lo dice com’è Dio? Il Figlio, Verbo incarnato.
Altrimenti si parla tutti a vanvera…
TUTTI.
Hai ragione.
Contento?