Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Antonio Romano, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul recentissimo documento vaticano sul dialogo. Buona lettura e diffusione.
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La chiesa sinodale al servizio del dio Dialogo
Il 16 settembre il Vaticano ha pubblicato il documento Un cammino di speranza: sessant’anni di dialogo interreligioso e fraternità alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate. Questo documento, frutto della sapienza di tre Dicasteri pontifici, è molto importante, perché conferma il progetto della chiesa sinodale di neutralizzare la vera Chiesa di Gesù Cristo in favore del Dialogo, elevato a divinità.
Al n. 24 della Nota leggiamo: “La perseveranza nel dialogo interreligioso vuole essere la dimostrazione che il fondamentalismo è una falsificazione delle religioni, che si contrappone alla loro vocazione profonda. In un noto discorso, riprendendo le parole di un Imperatore bizantino, egli (Benedetto XVI) affermò che «la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima»”. Questo numero riprende il discorso del Papa fatto a Ratisbona, il quale però si riferiva ai musulmani, ma questo alla chiesa sinodale non interessa, e l’annuncio del Vangelo viene sospettato di violenza e di un inaccettabile fondamentalismo dai quali è chiamato a salvarci il dio Dialogo. Visto che – traboccante di retorica – in Magnifica Humanitas (25) anche Leone XIV ha stigmatizzato l’annuncio del Vangelo tramite la violenza, vorrei chiedere all’artefice principale di questa Nota, card. Fernández: in questi ultimi secoli. in quale paese del mondo la Chiesa cattolica ha imposto il Vangelo con la forza?
La Nota ricalca il caratteristico stile sinodale: dire tutto, il contrario di tutto, con una spiccata attenzione all’inganno. Dopo aver relativizzato Gesù Cristo e averlo sostituito con il dio Dialogo, la Nota si propone di tranquillizzare i cattolici: «Non si tratta, in verità, di fondare una grande religione mondiale in cui tutte le credenze vengano appiattite. Tale possibilità va esclusa per rispetto di se stessi e degli altri» (53). Molto incisivo è il numero successivo, dove il nostro caro card. Tucho invita a rinunciare ai dogmi, perché fanno soffrire i più deboli: «Per giungere a tale traguardo, è necessario operare una vera trasformazione delle mentalità: abbandonare le logiche di difesa, di ostilità o di conquista, per adottare un atteggiamento aperto, benevolo, coraggioso. I modelli monolitici e isolati, che incoraggiano una visione chiusa della realtà, risultano sempre più inadeguati e in ultima analisi fonte di violenza e di sofferenza per i più deboli». Per rincarare la dose aggiunge: «La difesa indisponente della propria posizione e il proselitismo, come unica modalità di incontro con “l’altro”, non hanno ormai più senso in un mondo che somiglia sempre più a un villaggio globale interconnesso e in continuo fermento». Evidenziamo l’inganno: prima aveva senso annunciare il Vangelo e fare proseliti, ma ora, nel villaggio globale interconnesso, non ha ormai più senso. Tutta la Nota sottolinea che l’annuncio del Vangelo deve essere sostituito dal dialogo: “A coloro che sarebbero tentati di insistere esclusivamente sull’obbligo di annunciare Cristo, si ricorda che la Dichiarazione Nostra aetate include la necessità del dialogo con le altre tradizioni religiose, considerato che ormai esso «fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa»” (22).
Nel documento del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, Dialogo nella verità e nella carità. Orientamenti pastorali per il dialogo interreligioso (2014) troviamo scritto esattamente il contrario: “Tanto il dialogo quanto l’annuncio, costituiscono «elementi autentici della missione evangelizzatrice della Chiesa… intimamente correlati, ma non intercambiabili»” (39).
È chiaro che lo spirito guida di Robert Francis Prevost, ovvero “Papa Francesco”, è il vero ispiratore di questo documento; viene citato anche un suo discorso del 2019, dove si afferma che il cristianesimo ha molto da imparare dalle altre religioni: «Credo che in questo campo le religioni, così come le università, senza bisogno di rinunciare alle proprie caratteristiche peculiari e ai propri doni particolari, hanno molto da apportare e da offrire; tutto ciò che facciamo in questo senso è un passo significativo per garantire alle generazioni più giovani il loro diritto al futuro, e sarà anche un servizio alla giustizia e alla pace». Nella chiesa sinodale tutto deve essere «livellato», proprio come nella bellissima poesia di Totò, e anche quello che leggiamo al n. 22 della Dominus Iesus si trasforma in un reperto archeologico incapace di creare dialogo e fratellanza universale:
Con la venuta di Gesù Cristo salvatore, Dio ha voluto che la Chiesa da Lui fondata fosse lo strumento per la salvezza di tutta l’umanità (cf. At 17,30-31). Questa verità di fede niente toglie al fatto che la Chiesa consideri le religioni del mondo con sincero rispetto, ma nel contempo esclude radicalmente quella mentalità indifferentista «improntata a un relativismo religioso che porta a ritenere che “una religione vale l’altra”». Se è vero che i seguaci delle altre religioni possono ricevere la grazia divina, è pure certo che oggettivamente si trovano in una situazione gravemente deficitaria se paragonata a quella di coloro che, nella Chiesa, hanno la pienezza dei mezzi salvifici».
A dire il vero la Dichiarazione della CDF viene citata, ma solo per impedirle di dire la «verità». Secondo lo stile ormai consolidato di Leone XIV, che ho già più volte evidenziato, la «verità» viene sbandierata in lungo e in largo, ma solo per essere vilipesa.
Nel documento del 2014 citato troviamo scritto: “Per i cattolici, il dialogo richiede una conoscenza abbastanza profonda della dottrina della Chiesa, una «fede solida, e maturità spirituale e umana […] nella misura in cui approfondiscono la propria fede, i cattolici saranno meglio in grado di comprendere il significato, la necessità e l’importanza di incontrare i credenti di altre religioni»” (31). Lo stesso concetto viene ripreso dalla Nota al n. 22, ma in realtà, invece di una profonda conoscenza della dottrina della Chiesa, rivela una crassa ignoranza che fa rabbrividire i veri cattolici. Questa Nota si “parla addosso”, strumentalizzando il vero Magistero e usandolo a proprio uso e consumo. All’insegna di «tutto e il contrario di tutto», a beneficio dei tonti viene citata anche Redemptoris missio di Giovanni Paolo II, «che riafferma il valore permanente del mandato missionario, seguita da Dialogo e annuncio» (21).
In un precedente articolo pubblicato su questo blog, ho scritto che molti cardinali e vescovi «vivono come Alice nel Paese delle meraviglie, finita in un mondo magico e ricco di nonsenso»; si può ugualmente dire che assomigliano ad alieni che durante i loro viaggi spaziali si fermano a Roma per visitare San Pietro, e magari leggono anche qualche pagina del giornale del card. Zuppi, Avvenire. Il 27 luglio un giornalista di katholisch.de ha intervistato uno di questi alieni, chiedendogli un parere su Leone XIV. L’extraterrestre ha risposto: “È un uomo cauto e saggio. La scelta del suo nome ha inviato un segnale chiaro. Sta dando maggiore importanza alla collaborazione diretta della Curia Romana ed esprime la sua fiducia in essa. Allo stesso tempo, riconosce che ci sono tensioni e difficoltà all’interno della Chiesa che devono essere superate. Riconosce questa realtà e sta cercando di sanare le ferite esistenti con saggezza. È evidente una chiara linea di ragionamento. Ciò si riflette nelle sue decisioni in materia di personale, così come nei suoi scritti magisteriani e nelle sue dichiarazioni pubbliche… Il compito più importante di un Papa è essere il primo testimone di Gesù Cristo. Questo è il punto cruciale. Deve fornire risposte convincenti, basate sulla fede, alle domande del presente. Le critiche saranno inevitabili, anche se finora ha ricevuto riscontri quasi esclusivamente positivi”.
Il giornalista si è incuriosito, ha chiesto all’alieno se avesse un nome, e la misteriosa creatura ha risposto: Georg Gänswein.
Antonio Romano
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